martedì 22 marzo 2016

Apple-Fbi, colpo di scena dei federali: “Sappiamo come sbloccare l’iPhone”

La Stampa
francesco semprini

Colpo di scena nella sfida tra Cupertino e il governo degli Stati Uniti



Nuovo colpo di scena nella vicenda che vede contrapposte le autorità federali e il gigante tecnologico Apple sui codici per ispezionare l’iPhone del terrorista di San Bernardino. Secondo quanto riferito dall’Fbi sarebbero state strade alternative per sbloccare l’iPhone del killer di San Bernardino e hanno avviato i test per verificarne l’efficacia. 

Se gli esami specifici funzioneranno, l’Fbi non avrà bisogno di Apple per entrare nell’iPhone. Questo modo darebbe la possibilità alle autorità federali Usa di dribblare la stessa Casa della Mela, ovvero Apple non sarebbe più necessaria neanche per condurre le prove. Questo il nuovo punto di forza dell’Fbi e il motivo per il quale è stato chiesto il rinvio dell’udienza che avrebbe visto contrapposte le autorità Usa e la Casa della Mela in merito alla concessione dei codici. 

Nella documentazione depositata in tribunale, i legali del Dipartimento di Giustizia affermano che domenica 20 marzo è stato mostrato alle autorità un sistema che consentirebbe all’Fbi di sbloccare l’iPhone del killer di San Bernardino. Certo ancora sono da sottoporre ai vari test tecnici le metodologie individuate, per capire se il metodo funziona e non compromette i dati contenuti nell’iPhone. Il punto è che se la strada è percorribile «eliminerà la necessità dell’assistenza di Apple», si legge nei documenti depositati, nei quali si precisa che un aggiornamento sui test condotti sarà dato il prossimo 5 aprile. 

Si tratta di un vero colpo di scena nell’ambito di una vicenda che si trascina da settimane e ha visto contrapporsi l’uno contro l’altro Barack Obama e lo stesso Tim Cook, numero uno di Cupertino. Una guerra tra leader, il politico da una parte che privilegia la ragion di Stato, e quella dell’uomo d’affari dall’altra per cui la priorità è la tutela della privacy dei consumatori, soprattutto se sono di prodotti Apple. Era stato quest’ultimo a rendersi protagonista, alcuni giorni fa con un affondo nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, andando oltre il contenzioso in se.

«Con tutto il dovuto rispetto, ritengo ci siano carenze di leadership alla Casa Bianca su questa tema». Esternazioni giunte - secondo le ricostruzioni del New York Times - durante un incontro tra Cook e i vertici della sicurezza nazionale Usa. Un incontro che si inquadrava appunto nel braccio di ferro in corso con l’Fbi per lo sblocco dello smart-phone della Mela di Syed Farook, il killer «autoradicalizzato» che assieme alla moglie Tashfeen Malik, ha ucciso 14 persone durante l’attacco all’Inland Regional Center. 

Secondo gli inquirenti capire cosa nascondano i codici di protezione dell’iPhone potrebbe essere cruciale per capire molte cose e prevenire ulteriori atti di terrorismo. Apple sin da subito ha opposto un diniego categorico, cristallizzando attorno a se il consenso proveniente da tutti gli altri grandi di Silicon Valley, Google, Facebook, Twitter, Amazon e Microsoft. Questi ultimi anzi hanno annunciato misure per rafforzare la privacy dei dati dei loro utenti. «I dispositivi criptati sono qui per restare - ha detto Cook durante uno degli incontri con gli esperti di sicurezza nazionale -

Le autorità devono trovare altri modi per fare il loro lavoro in un mondo nuovo». E poco importa se Obama sia un fan dei prodotti della Mela, o se in questi anni abbia costruito un rapporto di collaborazione con Cupertino. Cook non sembra disposto a fermarsi, tanto meno a fare marcia indietro: «Non ho parlato ancora con il presidente, ma lo farò presto». Ma a quanto sembra i potenzi mezzi della Democrazia Usa sembra aver superato finanche quelli di Silicon Valley.

L’FBI dà ragione a Snowden: possiamo sbloccare l’iPhone da soli

La Stampa
andrea nepori

L’FBI ha chiesto e ottenuto di rinviare l’udienza decisiva sul caso dell’iPhone 5c di San Bernardino. La motivazione è che l’aiuto di Apple non sarebbe più necessario. Come del resto gli esperti avevano affermato fin da subito



Oggi, 22 marzo, Apple e FBI avrebbero dovuto scontrarsi in tribunale. Al giudice federale Sheri Pym sarebbe spettato di decidere se archiviare le richieste del Bureau o se invece confermare il mandato con cui si obbligava Cupertino ad aiutare gli inquirenti nello sblocco dell’iPhone del terrorista Syed Farook, autore della strage di San Bernardino.

L’udienza, però, non si terrà. Con un colpo di scena l’FBI ha chiesto di rimandarla di due settimane . Qualcuno, una terza parte di cui non è stata rivelata l’identità, nella giornata di domenica 20 marzo avrebbe mostrato ai federali come sbloccare il telefono senza l’aiuto di Apple. Un metodo che dovrebbe eliminare la necessità di un intervento da parte degli ingegneri di Cupertino e che non prevede la creazione di una speciale versione “debole” di iOS, come quella che l’ordine del giudice avrebbe imposto ad Apple di sviluppare. 

SNOWDEN DIXIT
Nei prossimi giorni l’FBI testerà la fattibilità tecnica del nuovo metodo e sarà in grado di decidere se usarlo per lo sblocco dell’iPhone 5C. Entro il 5 aprile la Corte verrà informata degli eventuali risultati ottenuti. 

La ritirata dei federali alla vigilia della prima udienza importante finisce per dare ragione a quanto gli esperti di cybersicurezza sostenevano da tempo. Per quanto l’iPhone sia un telefono relativamente sicuro, nel settore tutti sanno che esistono metodi per accedere ai contenuti del dispositivo bloccato senza scomodare la divisione software di Cupertino. 

Edward Snowden, su Twitter, si era fatto portavoce del diffuso consenso della comunità degli esperti. Daniel Kahn Gilmor , della American Civil Liberties Union, si era spinto ancora oltre, dettagliando un metodo teorico di sblocco che avrebbe potuto funzionare sull’iPhone di San Bernardino. Altrettanto aveva fatto sul suo blog anche Johnatan Zdziarsky, uno dei massimi esperti al mondo di analisi forense su iPhone.

QUALE METODO?
Rimane il dubbio su quale sia il metodo appreso dall’FBI grazie al misterioso consulente tecnico con due soli giorni di anticipo sulla data della prima udienza importante. Potrebbe essere una delle tecniche basate sulla modifica dell’hardware, illustrate nei giorni scorsi da Zdziarsky e proposta anche dal parlamentare repubblicano Darrell Issa al direttore dell’FBI, James Comey, durante l’udienza di fronte alla Commissione Giustizia del primo marzo scorso. 

Oppure può darsi che l’FBI abbia comprato un “exploit”, ovvero una tecnica di forzatura basata su un bug del codice o della crittografia di iOS. In questo caso ci sarebbero in circolazione una falla e un metodo annesso per sfruttarla di cui gli ingegneri di Cupertino non hanno conoscenza. Un buco nella crittografia che potrebbe mettere a rischio tutta la piattaforma e che Apple non è in grado di tappare.

Per fortuna lo scenario più inquietante è anche il meno probabile. Più facile che il metodo appreso dall’FBI sia basato su qualche “hack” complesso e tenuto ben segreto. Come quello commercializzato dall’azienda israeliana Cellebrite, valido fino ad iOS 8.4, usato dal Tribunale di Milano per accedere all’iPhone di Alexander Boettcher , imputato nel caso delle aggressioni con l’acido.

Da non scartare, infine, l’ipotesi della collaborazione interforze con CIA e NSA. Le due agenzie hanno a disposizione la potenza di calcolo e gli strumenti software necessari per provare a forzare direttamente la crittografia che tiene al sicuro i file sull’iPhone 5C di San Bernardino, senza necessità di indovinare la chiave numerica di sblocco.

LA FIGURACCIA DELL’FBI
Qualunque sia il nuovo metodo scoperto dall’FBI con invidiabile tempismo a 48 ore dall’udienza, la figuraccia rimane. Questo dietro-front dell’ultimo minuto, che dà ragione a quanto si diceva nel settore della sicurezza fin da subito, mostra tutte le debolezze della strategia dei federali. 
Era chiaro a tutti, e pure il direttore Comey lo aveva ammesso davanti al congresso, che un giudizio favorevole all’FBI avrebbe creato un utile precedente legale, perfetto per essere usato in centinaia di altri casi analoghi. Un giudizio contrario, però, avrebbe avuto effetto opposto e reso molto più difficile adoperare l’All Writs Act - una legge vecchia di 200 anni su cui era basata la richiesta dei federali - per forzare le aziende tecnologiche a fornire il proprio aiuto in casi analoghi a questo, in futuro.

E’ possibile, dunque, che gli avvocati dell’FBI abbiano voluto prendere tempo non tanto perché un nuovo metodo ha cambiato le carte in tavola, ma perché Apple ha in mano una difesa molto forte. Per quanto il risultato dell’udienza di oggi sarebbe rimasto incerto fino all’ultimo, è parere comune di giuristi e commentatori che Cupertino ha fra le mani obiezioni e precedenti potenti, con cui avrebbe potuto verosimilmente prevalere sull’accusa sul piano puramente legale. 

Il rischio, ora, è che il rinvio dell’udienza possa vanificare quel senso di urgenza che ha contribuito, in quest’ultimo mese, a innescare importanti discussioni pubbliche sulla crittografia, sul diritto alla privacy e sulla difesa delle libertà civili contro lo strapotere dei governo statunitense. Questioni ancora irrisolte, che richiederebbe un intervento ragionato da parte del legislatore a difesa della libertà di tutti e non forzature specifiche e mirate ad opera dell’esecutivo.

#PrayForBelgium, la rete si stringe attorno al Belgio e alle vittime

Corriere della sera

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È immediata la reazione della rete agli attentati a Bruxelles. #PrayForBelgium è uno degli hashtag diffusosi immediatamente sui social. Il mondo esprime la proprio vicinanza alla capitale belga che sta vivendo ore di terrore. Nella foto la vignetta di Plantu che ricorda il legame tra gli attentati di Parigi del 13 novembre e quelli di oggi a Bruxelles (Foto Twitter)

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 La vignetta di Baudry con il Manneken-Pis, la statua in bronzo simbolo di Bruxelles (Foto Twitter)

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La vignetta di Virgola (Foto Twitter)

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«Stai bene? Sembra che tu sia vicino alla zona colpita dalle esplosioni a Bruxelles. Fai sapere ai tuoi amici che sei in salvo». Con questo avviso Facebook ha attivato il servizio «Safety Check» con il quale aiuta le persone che si trovano nell’area colpita dalle esplosioni nella capitale Belga di comunicare con familiari e amici. L’attivazione del servizio è arrivata dopo le richieste degli utenti.

Fbi contro Apple, svolta nel caso I federali: «Trovato modo per violare l'iPhone del killer»

Corriere della sera

di Paolo  Ottolina, inviato a Cupertino (Stati Uniti)

Cancellata l'udienza che era prevista al tribunale di Riverside in California. Se il metodo avesse successo, le autorità Usa non avrebbero più bisogno dell'azienda per recuperare i dati dello smartphone appartenuto all'autore della strage di San Bernardino



Una svolta clamorosa nel caso giudiziario che da settimane oppone Apple ed Fbi. Quest'ultima ha dichiarato che avrebbe individuato un metodo per accedere all'iPhone appartenuto all'autore della strage di Sam Bernardino. Il DOJ (Dipartimento di giustizia, da cui dipende l'Fbi) ha chiesto e ottenuto dunque di cancellare l'udienza prevista al tribunale di Riverside (California) per le ore 13 (le 21 in Italia) di martedì 22 marzo . Questo ai fini di verificare se il modo per "bucare" l'iPhone 5C appartenuto a Syed Farook è realmente efficace.

Si trattava di un'udienza molto attesa, alla quale - indirettamente - aveva fatto riferimento anche Tim Cook durante la presentazione dei nuovi prodotti Apple a Cupertino, un evento andato in scena il giorno prima di quello fissato per l'udienza.  In un documento presentato al tribunale di Riverside nella giornata di lunedì, il governo ha detto che "una terza parte ha dimostrato all'Fbi un possibile metodo per sbloccare l'iPhone di Farook.

Una fase di test è richiesta per determinare se si tratta di un metodo che comprometta i dati del telefono. Se si dimostrasse praticabile, eliminerebbe la necessità di aiuto da parte di Apple". Non ci sono indicazioni sull'identità di chi ha fornito la nuova metodologia, ma il procuratore di Stato ha dichiarato che l'Fbi ha conosciuto questa possibilità solo domenica. Lunedì pomeriggio, poche ore dopo il keynote tenuto nel campus di Cupertino, il governo ha contattato Apple.

Che cosa succederà ora?La mossa dell'Fbi può avere conseguenze di immagine pesanti per Apple, che nelle ultime settimane ha ribadito più volte l'inviolabità dei sistemi di crittazione dei suoi iPhone equipaggiati con il più recente sistema operativo iOS 9. Come in una partita a poker, da parte sua l'azienda chiede di vedere le carte in mano al governo.

Attraverso uno dei legali, Apple ha dichiarato di non essere a conoscenza delle presunte tecniche utilizzate per sbloccare l'iPhone e si attende che gli Stati Uniti condividano le informazioni a disposizione se il caso dovesse proseguire. Fonti investigative si dichiarano "cautamente ottimistiche" sul funzionamento del sistema individuato per "bucare" l'iPhone di Farook.

La mossa potrebbe trasformarsi in un boomerang per le stesse autorità statunitensi. Per oltre un mese i rappresentanti del governo hanno sostenuto che "solo Apple" aveva i mezzi tecnici per assistere le autorità nel caso di San Bernardino. A inizio marzo il direttore dell'Fbi James Comey ha ribadito in un'audizione ufficiale che solo Apple poteva garantire l'accesso a quello specifico iPhone. Posizione, quella del "solo Apple", messa per iscritto non meno di 14 volte nelle richieste giudiziare.

Poi, a meno di 48 ore dall'udienza, una misteriosa "fonte esterna" si presenta con la soluzione al problema. La spiegazione del governo è che la risonanza mondiale del ha smosso le acque e ha portato nuovi attori, evidentemente esperti nel campo della sicurezza elettronica e dell'hacking, a interessarsi alla vicenda. Un rappresentante dell'organizzazione non profit libertaria Aclu (American Civil Liberties Union), Alex Abdo, ha dichiarato:

"Questa uscita dell'Fbi ci dice che non sono in grado di maneggiare la tecnologia oppure che non ci dicevano tutta la verità quando affermavano che solo Apple poteva violare il telefono. Entrambe le ipotesi sono sconcertanti".

22 marzo 2016 (modifica il 22 marzo 2016 | 07:20)

Anche la casta piange: lavora un po’ di più e guadagna (poco) di meno

La Stampa
paolo festuccia

Ma ogni parlamentare intasca ancora 122 euro l’ora

Lavori? Sì, ma quanto lavori… E soprattutto quanto guadagni? L’indennità dei parlamentari è da sempre tra gli argomenti più controversi del dibattito politica-cittadini. Non a caso, infatti molti ritengono che lavorano poco e guadagnano troppo, altri che sono in una perenne vacanza dorata, altri ancora che «ruberebbero» addirittura lo stipendio. 

E, naturalmente, più forte soffia il vento dell’anti-casta e più le accuse si gonfiano. Ora, però, nelle ultime legislature, ma soprattutto a cominciare dalla scorsa, sia per le violente campagne che si sono abbattute proprio contro la casta che per il clima di austerity che ha fiaccato il Paese, anche i nostri deputati e senatori qualche taglio allo stipendio lo hanno subito. Sia per quel che concerne la parte fissa dell’indennità sia sul versante dei rimborsi spese e dei benefit.

Ma tante o poche, infatti, che siano (dipende dalle prospettive di veduta) le sforbiciate alla busta paga, di certo sono andate di pari passo ad un sensibile incremento dell’impegno professionale. Insomma, ad uno stipendio ridotto si è aggiunto anche un incremento dell’attività parlamentare. Solo per citare dei dati, nell’attuale XVII legislatura (giunta a poco più delle metà) le sedute sono state finora 563 con una media mensile di 16,1 riunioni. 

Ogni seduta ha avuto una durata mediamente di 5,4 ore. E, quindi, conti alla mano e tenendo conto dell’indennità mensile di un parlamentare (fissata dal 2012) di 10 mila 675 euro lordi (circa 5246 euro netti) possiamo indicare che per ogni ora «lavorata» un nostro rappresentante nell’emiciclo della Repubblica ha percepito 122 euro. Una cifra non proprio modesta se non si tiene conto, però, che il lavoro in aula per un parlamentare è solo una parte, forse, anche la minore. Perché alle ore dell’emiciclo si devono aggiungere anche quelle in commissione (certificate) e quelle dedicate al territorio.

Ma nonostante questo le differenze con altre categorie restano elevate se si tiene conto delle 5,79 euro l’ora che spettano per contratto ad un parrucchiere o alle 7,20 euro del commesso. E lontanissime anche dalle prestazioni orarie di un farmacista (8,61 euro) o di un operaio qualificato (7,90 euro). «Ma anche - sottolineano dalla studio commerciale, Roberto Begliomini - rispetto a quanto guadagna un impiegato amministrativo (7,27 euro l’ora) o un dirigente di azienda che mediamente porta a casa 195 euro lorde giornaliere». 

Cifre ma anche ambiti e contesti molto diversi. E, forse, nemmeno paragonabili, ma che se messi uno dopo l’altro rischiano di non rendere giustizia nemmeno alla trasparenza. Anche perché alle cifre di oggi si devono necessariamente accompagnare le notevoli differenze con il passato della Prima, della Seconda e anche di questa “Terza”, recente, Repubblica. 



Nella X legislatura (’87-’92), ad esempio, i parlamentari percepivano un’indennità (rivalutata ad oggi) di 11.737 euro, quindi, 218 euro l’ora, cioè 96 euro in più rispetto ad oggi. E la cifra cresce ancora di più se si osservano i dati relativi alla XI (durata 722 giorni) e la XII legislatura, quella durata solo due anni con i governi Berlusconi e Dini. Ebbene tra l’aprile del ’94 e il maggio del ’96 le sedute d’aula sono state 13 al mese con una durata di appena tre ore. Risultato: 902 euro a seduta per circa 250 euro l’ora. 

«Il tema dell’indennità - spiega il parlamentare Pino Pisicchio, che più di ogni altri si è messo al tavolo per rendicontare l’impegno degli onorevoli e le differenze con il passato - è uno degli argomenti offerti al ludibrio della pubblica opinione». Ma è poi vero che il Parlamento della Terza Repubblica lavora così poco? «Per verificare in maniera omogenea i dati - riprende Pisicchio - è indispensabile confrontare le sedute. Con la presidenza di Napolitano, ad esempio - continua Pisicchio con i dati alla mano forniti dal servizio della Camera - le sedute sono state 13,39 mentre con la presidenza Boldrini sono state 16,1. Di più: le ore di lavoro per seduta sono in questa legislatura 5,4 mentre nella XI erano 4,5». 

Dunque, conclude il capogruppo del Misto – «è improprio considerarci sfaccendati in questa XVII legislatura…». Anche perché, aggiunge il politologo Gianfranco Pasquino, «il tema non è solo quando lavorano – e comunque oggi i parlamentari lavorano molto di più rispetto agli anni della prima Repubblica – ma perché così spesso lavorano male. E questa non è colpa loro ma del fatto che chi dovrebbe organizzare il loro lavoro talvolta è inesperto». E quindi, in buona sostanza, al di là delle ore e della busta paga il tema di fondo è la qualità e il merito di come l’emiciclo parlamentare produce. 

L’attività legislativa, infatti, che nelle stagioni passate vedeva promotori dell’iniziativa in modo quasi eguale Parlamento e governo, oggi vede una netta prevalenza del governo, che è autore delle leggi approvate in una misura che oscilla tra l’80% (scorsa legislatura) e il 75% (attuale legislatura). Ciò che è sensibilmente aumentato nelle ultime legislature è, semmai, il ricorso al voto di fiducia: se nella XI legislatura se ne faceva uno solo una volta ogni 66 giorni (ma nella IX l’intervallo era di 69 giorni, nella XIII ogni 68, eccetera), oggi la media è di un voto di fiducia ogni ventotto giorni, e nella passata legislatura, addirittura, uno ogni 26 cioè quasi il doppio rispetto all’VIII.

A Expo soldati come profughi": punito soldato che imbarazzò Renzi

Claudio Cartaldo - Lun, 21/03/2016 - 12:20

L'indagine dell'Esercito ha permesso di risalire al soldato che ha pubblicato le foto dei soldati che proteggevano Expo abbandonati nel fango



Aveva pubblicato quelle foto che avevano imbarazzato tutti. L'Italia, il premier Renzi e l'ad di Expo Giuseppe Sala.

In quelle immagini si vedevano i militari impegnati nella protezione dell'Esposizione universale di Milano "abbandonati" nel fango con due tende distrutte. Si parla di circa 700 militari, fra loro 250 alpini di stanza a Cividale, a Venzone e i cavalieri di Villa Opicina. "Trattati peggio dei profughi", era l'indignazione tra i militari che correva sul web.

Ebbene, quelle foto scatenarono anche polemiche politiche fortissime. Ne nacquero anche alcune interrogazioni parlamentari. Dopo un anno e una lunga inchiesta interna, l'Esercito è riuscito a risalire all'autore di quelle foto condivise poi da numerosi soldati e colleghi. Lo Stato Maggiore ha così "scovato" un Caporal Maggiore capo scelto di stanza nell'8° reggimento alpini alla caserma di Cividale.

Nei giorni scorsi la commissione disciplinare, scrive il sito Infodifesa.it, ha deciso che il militare dovrà scontare sette giorni di consegna di rigore e subire una decurtazione dallo stipendio. Secondo il generale Marcello Bellacicco, che ha condotto le indagini, quelle foto avrebbero danneggiato l'immagine della Forze Armate italiane. Come si legge nella relazione finale, il militare avrebbe mantenuto "una condotta avventata e superficiale e si è posto in contrasto con i principi etici che costituiscono i fondamenti dell’integrità militare, quali disciplina, integrità morale e spirito di corpo".

La vicenda, come detto, risale al maggio scorso. Quando la tendopoli dei militari impegnati ad Expo2015, collocata a Bellinzago Novarese, fu abbattuta da una forte bufera. Le tende crollarono, lasciando militari e effetti personali sotto l'acqua. Dopo la decisione della commissione disciplinare, è arrivato il commento amaro dell'avvocato che ha difeso il soldato: "Prendo atto del provvedimento adottato e del fatto che nessuna sanzione è stata comminata nei confronti di chi era responsabile di quell’accampamento finito sott’acqua, si è invece punito un soldato che si ritiene abbia pubblicato foto in un gruppo chiuso su un social. 

Nessuno prova che lo abbia fatto effettivamente, o che quel profilo non fosse falso, fra l’altro in quel periodo il militare in questione era in convalescenza quindi non partecipava al presidio. È una persona che ha sempre operato in conformità ai doveri costituzionalmente previsti nella sua carriera militare, eppure la sua privacy è stata violata nonostante quanto ha affermato il sottosegretario alla difesa Domenico Rossi in merito a una vicenda simile finita in ambito parlamentare".

Cuba, Obama non dimentichi la libertà

Orlando Sacchelli



“Una opportunità storica di impegnarsi con il popolo cubano”: così Barack Obama ha definito la sua visita all’Avana parlando davanti allo staff dell’ambasciata americana a Cuba. “È meraviglioso essere qui”, ha detto sottolineando che un presidente americano non metteva piede nell’isola da quasi 90 anni. L’ultimo, ha ricordato, fu Calvin Coolidge nel 1928. La visita di Obama è storica. Ma accanto alle luci ci sono le ombre. I dissidenti politici imprigionati, il regime dittatoriale, la libertà negata ai cubani, in nome di una “diversità” che resta legata ai vecchi schemi della rivoluzione comunista di Fidel Castro.

Negli Stati Uniti, intanto, divampa la polemica. Donald Trump polemizza perché Raul Castro non si è presentato all’aeroporto per accogliere Obama. “Il presidente Obama atterra a Cuba – scrive su Twitter – una cosa di grande importanza, e il presidente Raul Castro non era neanche lì a riceverlo. È andato a ricevere il papa e altri. Senza rispetto”. Ma è molto più pungente la polemica innescata da Ted Cruz, che contesta alla radice la visita stessa: “Legittima il regime corrotto ed oppressivo di Castro”. Il senatore del Texas, di origine cubana, punta il dito contro la Casa Bianca:

“I prigionieri politici che languono nelle galere in tutta l’isola sentiranno questo messaggio: nessuno vi difende, siete abbandonati ai vostri tormentatori, il mondo si è dimenticato di voi”. Il senatore ricorda che suo padre era stato prima “picchiato e torturato dal regime di Batista” e poi “brutalizzato dai criminali di Castro” prima di trovare la libertà negli Stati Uniti. “Questa libertà può arrivare a Cuba ed io mi impegno a lavorare per fare in modo che sia così – ha detto in un articolo pubblicato su Politico – ma questo può succedere arricchendo e rafforzando una dittatura che esporta il terrorismo in tutta l’America Latina”.

CUBA AWAITS FOR PRESIDENT BARACK OBAMA S VISIT, DC

La visita di Obama getta le basi per un grande cambiamento a Cuba. Ma il regime castrista, questo è indubbio, si rafforza. Reggerà, evolvendosi verso un sistema alla cinese, o la vicinanza con gli States riuscirà, per osmosi, a trasmettere i germi della democrazia? Lo scopriremo tra qualche anno. La polemica, però, è comprensibile. Specie osservando che mentre Obama raggiungeva l’isola, il regime ordinava a tutti i dissidenti di non uscire dalle proprie case: “Hanno piazzato pattuglie della polizia davanti alle loro abitazioni, per essere sicuri che nessuno si muova”, denuncia, in un’intervista a La Stampa, Elizardo Sanchez, storico dissidente cubano, fermato e poi liberato sabato, dopo il suo arrivo a L’Avana da Miami.

“Mi hanno detto che ero in stato di fermo, non di arresto: un gioco di parole per negare l’evidenza – racconta – e dopo tre ore e mezza mi hanno liberato e mandato a casa”. Sanchez rivela che “da quando c’è stato il ristabilimento delle relazioni con gli Stati Uniti, questi arresti di breve durata sono aumentati. Servono al regime per dimostrare che continua a controllare, e può farti qualunque cosa. Poi magari non ti rinchiudono in cella, per convenienza politica. Però vogliono intimidirti, facendoti sapere che potrebbero”. Spiega di essere stato invitato “a incontrare Obama martedì all’ambasciata americana”, e di essere “determinato ad andare, e non penso che fermeranno la decina di dissidenti invitati.

Tutti gli altri, però, stanno subendo forti minacce e intimidazioni”. Per lui la visita del presidente Usa “è la ovvia prosecuzione del dialogo aperto, che io condivido. Sono sempre stato contro l’embargo, che è servito solo a far soffrire i cubani, e dare al regime la scusa per sopravvivere grazie alla repressione”. Un altro segnale importante che qualcosa può davvero cambiare: Google è pronta a estendere l’accesso a internet a Cuba, con banda larga e wi-fi. Ad annunciarlo è lo stesso Obama, in un’intervista alla Abc.

Yoani Sanchez, la blogger dissidente cubana, fa i complimenti a Obama per la sua visita a Cuba e gli chiede di mediare con il governo castrista per migliorare la situazione dei diritti umani nell’isola. 14ymedio.com, la testata digitale della Sanchez, ha intervistato tre oppositori, che hanno spiegato come vedono l’incontro con Obama in programma all’ambasciata Usa. Per Dagoberto Valdès il viaggio di Obama “apre una nuova tappa, nella quale il nemico storico, necessario per questo tipo di sistema totalitario, diventa un amico in visita, e dunque si comincia a focalizzare l’attenzione sul vero problema, ossia la normalizzazione dei rapporti democratici fra il popolo cubano e il suo governo”.

Da parte sua, Miriam Celaya sottolinea che non intende insistere sul problema della repressione, ma piuttosto “concentrami su una questione che mi sembra fondamentale, che è la libertà di espressione”. Josè Daniel Ferrer aggiunge di volersi “congratulare con Obama per la sua inattesa iniziativa di un dialogo con Panfilo, il noto comico della tv cubana: non si immagina l’effetto pazzesco che ha avuto sul nostro popolo”.

A Miami tra gli esuli traditi: "Ci vendono per fare affari"

Paolo Guzzanti - Mar, 22/03/2016 - 08:31

In Florida gli anti castristi protestano contro chi antepone la ricostruzione alla repressione



Las damas en blanco, le donne vestite di bianco, portavano in braccio i rami della domenica delle Palme. Obama doveva ancora atterrare all'aeroporto dell'Avana sotto una fitta pioggia senz'altro riparo che una selva di grandi ombrelli neri.

Le donne in bianco portavano una grande bandiera cubana e un lenzuolo bianco con un hashtag in rosso: «Todos marchamos para la libertad de los presos politicos», marciamo tutti per la libertà dei prigionieri politici. All'incrocio della quinta strada con una collaterale le attendeva la trappola: un gruppo di sostenitori del regime che scandiva slogan provocatori come «Esta calle es de Fidel», questa strada è di Fidel, ossessivamente. Quando le dame in bianco sono arrivate all'incrocio le attendeva una pattuglia di grassi poliziotti in uniforme verde, molte donne nerborute come infermiere di un manicomio, e le dame in bianco hanno lanciato i loro volantini prima di sedersi per terra.

Tutte arrestate sotto un diluvio di insulti e calci. Caricate e portate via in massa su alcuni autobus blu con la scritta «Servizio».Il regime segue la stessa linea adottata durante la visita di Papa Francesco (che ignorò i «dissidenti» dicendo: «Nessuno mi ha chiesto di vederli, che posso saperne io?»): arrestare e rilasciare dopo una notte in galera con ceffoni e insulti. L'Herald di Miami pubblica i video di gente più disperata che arrabbiata. Un camionista erculeo con una coda di cavallo ringhia: vivere qui è da suicidio. Su una collina fra antiche macerie le donne ballano a un ritmo caraibico, alcune bellezze cantano in bikini mentre il presidente americano esce dall'aereo con Michelle che indossa un vestito variopinto.

Dietro Obama un seguito di affaristi arrivati per il business dell'anno: soldi da investire, soldi da guadagnare. La battaglia per la libertà appare un inconveniente, un pigro pretesto per intralciare gli affari. Tutto il contenzioso di guerra di oltre mezzo secolo si finge archiviato. Dai muri due volti appaiati ti guardano in modo livido, quasi truce: quello di Raùl Castro, fratello 84enne di Fidel (che sta per compierne novanta), e quello del presidente americano uscente Barack Obama, che spera di raggiungere il secondo dei suoi obiettivi di politica estera: far la pace con l'Iran (che ieri Hillary Clinton ha ferocemente attaccato durante un discorso agli ebrei americani) e con la Cuba di Fidel Castro, l'arcinemico che molti ritengono il mandante dell'omicidio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy.

A Miami lutto e rabbia. La comunità cubana della Florida è fatta di profughi anticomunisti, molti dei quali hanno rischiato la vita per raggiungere le coste americane negli anni Sessanta e Settanta. I cubani americani sono potenti quanto gli ebrei americani. Lo spagnolo è la seconda lingua ufficiale degli Stati Uniti sia grazie ai cubani che ai messicani e ai portoricani. Ben due aspiranti presidenti del partito Repubblicano sono di origine cubana e uno di loro, Marco Rubio, si sta ancora leccando le ferite per l'umiliazione che gli ha inflitto Trump nel suo Stato. Miami è una megalopoli che parla e pensa in spagnolo, ma in cui i cubani non sono più la maggioranza dopo l'arrivo di ondate di brasiliani, colombiani, argentini.

Ma contano ancora moltissimo e ieri hanno fatto pulsare tutta la città con cortei e marce di protesta del «Partido Republicano de Cuba» che accusa Obama di aver venduto la speranza della democrazia e della libertà al business della ricostruzione di Cuba, dove ancora arrancano le vecchie «Chevy» di cinquant'anni fa con i motori legati con lo spago, dove il barbierie serve i clienti su una sedia nel vicolo, dove la prostituzione di donne laureate è spesso il principale introito e dove gruppi di musicisti che ricordano i violinisti di Chagall suonano per strada melodie nostalgiche.Arrivano le notizie di centinaia di nuovi arresti e il mondo degli affaristi si irrita perché queste notizie turbano il clima giocondo degli accordi commerciali.

Una donna nerissima fra le damas en blanco dice a una televisione americana: «Come possono pensare di far finta di niente e concludere un accordo economico? Soltanto a marzo, più di duecentocinquanta persone sono state arrestate formalmente senza contare le migliaia portate in prigione senza mandato, senza diritti, senza difesa e senza nemmeno sapere di che cosa sono accusate».

Arrivano notizie che fanno a pugni con le immagini «storiche» della coppia presidenziale statunitense a passeggio davanti alla cattedrale sotto l'ombrello. Arrivano notizie di pestaggi durissimi delle forze speciali. Ieri Obama si è incontrato con il laborioso dittatore Raùl Castro dopo aver concesso parole sorridenti e generiche ai cubani che non sono nemmeno definiti democratici o resistenti, ma «dissidenti»: gente bizzarra e di cattivo umore che non è d'accordo con l'operato di un governo dittatoriale legittimato soltanto dalla testarda vecchiaia dei suoi protagonisti.

I «dissidenti» sono stati zittiti, le astanterie degli ospedali sono piene di contusi e feriti, molte ossa rotte e donne con il viso insanguinato. La visita ufficiale continua, Miami disprezza il presidente mentre all'Avana la festa non parte e tutto sembra una beffa.Paolo Guzzanti

Castro

La Stampa
jena@lastampa.it

“Come si dice Cuba libre in inglese?”

Direzione Pd

La Stampa
jena@lastampa.it

“E qui comando io
E questa è casa mia
Ogni dì voglio sapere
Chi viene e chi va...”
(Cinquetti/Renzi)

Silvio AntiBerlusconi

La Stampa
mattia feltri

Berlusconi si deprime con Forza Italia, si annoia col Milan, si appisola coi programmi Mediaset... Mai visto un antiberlusconiano così 

Una paginetta di storia

La Stampa
mattia feltri



Ieri, mettendo piede a Cuba, primo presidente americano dopo ottantotto anni, Barack Obama ha scritto la storia. Una mezza paginetta.

Diecimila euro e poca trasparenza. È la fine del M5S francescano

La Stampa
jacopo iacoboni

Dai rimborsi alti e opachi ai mutui rinegoziati alla Camera: storia di una omologazione


Beppe Grillo voleva il politometro: un algoritmo per paragonare redditi e patrimonio dei politici al momento in cui entravano in politica, con redditi e politici durante e dopo l’attività politica. Se lo applicassimo adesso vedremmo per esempio che nel 2013 (non un secolo fa) Luigi Di Maio dichiarava zero euro, e nell’ultimo anno ha dichiarato 98.471 euro.

Gianroberto Casaleggio ricordava che l’ispirazione del Movimento - quanto a stili di vita - doveva essere Francesco d’Assisi, «noi nasciamo nello stesso giorno del santo», diceva. Nello Tsunami tour Grillo arringava le folle, «i nostri parlamentari prenderanno 2500 euro al mese e restituiranno il resto» (poi alzò la cifra a tremila, sostenendo che «per la vita che si fa a Roma 2500 euro sono pochi»).

Un’analisi delle loro buste paga - che abbiamo infine potuto compiere con una certa precisione - testimonia una realtà completamente diversa. Nulla di illegale, sia chiaro: ma la prova inoppugnabile che il grosso dei parlamentari cinque stelle, con alcune eccezioni virtuose (valgano qui due esempi per tutti: Ivan Della Valle e Massimiliano Bernini, che restituiscono davvero tanta roba, e prendono pochi rimborsi), vive ormai una vita distante da quella dei cittadini, e identica a quella dei politici degli altri partiti.

Mario Giarrusso, parlamentare catanese, è un personaggio esuberante e vulcanico. Nella busta paga di novembre 2015 ha incassato 3362 euro di quota fissa di indennità (restituendo una parte di 1662 euro), più una quota di rimborsi e spese varie sbalorditiva: 10066,07 euro. Un «cittadino» normale potrebbe mai spendere una cifra simile? E come sono giustificati tutti questi soldi ricevuti come rimborso? Alloggio, 1880 euro; 1182 euro di trasporti (spesa curiosa, considerando le varie agevolazioni dei parlamentari sui trasporti pubblici); vitto, 1149 euro; attività sul territorio, 713; collaboratori, 4678.

Nessuna di queste spese - e non solo da Giarrusso - viene ulteriormente dettagliata. Non compare, neanche sul sito apposito, alcuna pezza documentale: solo voci genericissime. È singolare che proprio questa sia stata, almeno formalmente, la ragione per le espulsioni di tanti: scarsa rendicontazione. Carlo Sibilia a ottobre ha incassato 3245 euro di indennità, più rimborsi per 10516 euro (con voci assai generali e poco incisive).

L’aspirante leader del direttorio, Luigi Di Maio, a ottobre ha incassato 3246 euro, restituendo una parte di indennità di 1694; ma in più ha ricevuto 10516 euro di rimborsi, e quali sono le pezze d’appoggio? Il grosso (9710 euro) figura alla voce «attività ed eventi sul territorio». Non sappiamo nulla di più, non c’è altro documento. Naturalmente, giova ripeterlo, spese varie e «eventi sul territorio» sono lecite eccome, per un parlamentare: ma non è una forma di finanziamento pubblico (sia pure indiretto) al Movimento, che diceva di non finanziarsi così?

Ad aprile 2015 fu obiettato a Di Battista che le sue note andavano dettagliate meglio: lui rispose che finanziava anche le attività dei meet up, e la cosa fece scalpore e girò molto, nel Movimento, perché è pratica che si diceva di non fare. Si potrebbero citare decine di esempi di uno stile di vita più rilassato, abiti assai più costosi, sedute quasi quotidiane di make up; il capo della comunicazione, l’ex del Grande Fratello Casalino, disse a Vincenzo Santangelo, un tempo capogruppo, che non andava in tv perché era brutto.

Numerose storie come questa, tanto più proverbiali quanto più ridicole, certificano che lo staff di comunicazione voglia persone che sappiano stare in tv e abbiano gli abiti giusti e i capelli giusti, «non degli sfigati o dei fumati». La Bedori perché è stata silurata, e da chi? Casalino inaugurò una tendenza, gli eletti dal dentista (peraltro, Dario Tamburrano, un europarlamentare M5S) a sbiancarsi i denti, le elette dal parrucchiere a lisciarsi i capelli. Il giorno dell’insediamento del direttorio disse che i 5 stelle dovevano essere dei personaggi, e curare la loro immagine da star. Ma era questa roba, il Movimento francescano?

C’è chi s’è comprato la moto costosa. Chi, mentre prima divideva casa con quattro colleghi, è andato a vivere dalle parti di piazza di Spagna, forse sognandosi sulle orme della Angiolillo. Chi rinegozia mutui favorevolissimi utilizzando la banca della Camera. Alla Casaleggio associati, ancora oggi, si pranza nel cucinino, con cose vegetariane, spendendo pochi euro. Il vecchio maestro non è stato seguito dagli allievi.

Italiani da orgia. Gli sporcaccioni della porta a fianco

Nino Spirlì



Tutto. Possediamo proprio tutto e non sogniamo più nulla. In qualche decennio, abbiamo preso casa, acquistato la prima e la seconda autovettura (una per lui, l’altra per lei. Oggi, poi, abbiamo anche le opzioni arcobaleno…), a seguire, abbiamo voluto i televisori, i frigoriferi, gli impianti di aria condizionata, le casse stereo per il cinema di casa, i finti campi di calcio chiusi nella scatoletta, i cellulari con la possibilità di avere in tasca anche gli zii dell’Australia e i pinguini dell’Antartico in diretta. Tutto moltiplicato almeno per due o tre. Possiamo, pagando, confessarci con un’applicazione dello smartphone e avere, a comando, la Vergine di Lourdes in mano. Abbiamo buttato nella spazzatura i libri di carta e i giornali, e, se leggiamo, li acquistiamo online.

Non andiamo manco più a fare la spesa: basta un clic e ci arriva in casa il nido di rondine cinese e la carne di canguro australiano. Gli spaghetti e la passata. Alla porta, mentre sonnecchiamo sul divano del salotto, ci suona il fattorino che consegna dalle mutande di pizzo al cappotto di cachemire. Direttamente scelti sul webcatalogo. Una settimanella per pensarci, altrimenti rispediamo al mittente e cambiamo fornitore.

Cerchiamo anche marito o moglie, sul computer. E prenotiamo viaggi, compreso l’ultimo, visto l’aumentare di siti di pompe funebri. Possiamo non avere contatti diretti col resto dell’umanità. Restare isolati e soli e non morire di fame o di freddo.

E ci annoiamo. Ci annichiliamo di noia. Ci avviliamo di noia. Tanto da cercare – paradosso! – o l’Oltre o il perduto paradiso terrestre. Per cui, o partiamo per le fattorie didattiche per far toccare ai nostri figli una gallina viva, cerchiamo il grano antico, il latte appena munto, le carote biologiche e coltivate in orto, oppure andiamo a stuzzicare la morte con le peggiori sfide che anima viva le abbia mai fatto.

Già! Banale e troppo a portata di mano, una carezza, un bacio, una coccola fra i cuscini del sofà, sotto le coperte del lettone. Adesso usa misurarsi con un’intimità creativa. Roba da film. Se non metti la testa nel sacchetto di plastica prima dell’orgasmo, non ti fai ammanettare per farti inchiavardare, non ti ficchi su per le vertebre un affare finto nelle fattezze, ma vero – fin troppo vero – nelle misure, se non ti droghi prima di calarti le mutande (se mai le porti),  se non ti fai inchiodare le orecchie ad una croce appesa al muro per cercare l’estasi, se non siete almeno in 4 o 5, se non inviti almeno un sieropositivo, sei un coglione.

Uno che vuole morire a 90 anni e passa, circondato da una famiglia inutilmente sana e dai pallosissimi Principi morali alla vecchia maniera. Un borghese. Più o meno quello che ci biascicavano, dopo il tanto celebrato e “liberatorio” ’68, i plotoni di eroinomani appoggiati (quando stavano in piedi) ai muri esterni delle stazioni ferroviarie o dei cessi pubblici, storditi dai fiumi avvelenati che si sparavano in vena. Tu gli passavi davanti, magari immerso nei tuoi progetti di lavoro o sogni di famiglia, e c’era sempre uno sdentato, cagato sotto, che ti larvava un quasi incomprensibile “‘a infelice..” Tu lo guardavi, nella sua somiglianza quasi da sosia di un cesso turco abbandonato, e pensavi “Sarei io l’infelice?”, e tiravi dritto, pietoso, compassionevole.

Ecco, mo’ è uguale. Se dici, scrivi, comunichi che ti sei innamorato, ti fanno vergognare. Ti trattano da deficiente. Se, invece, ti fai vedere col culo di fuori, ricoperto di polvere bianca nelle zone bocca/naso – fosse anche farina doppio zero – pettinato come un istrice davanti a un TIR senza freni, accompagnato a qualche baldracca siliconata, senza passato, senza presente e, soprattutto, senza futuro, se sei intrecciato al finocchietto televisivo di turno, colorato come una girandola di plastica e cinguettante come una voliera di canarini, sulla tua pagina feisbuc appaiono mille “FIGOOOOOO”

E non sono mica dei maiali d’allevamento esotico: sono i nostri vicini di casa. La cassiera del supermercato, il direttore della posta, il fruttivendolo, il prete che celebra nella nostra parrocchia, il vigile urbano, l’erborista…

#unmondoallarovescia


Per questo, e per tanto altro, ho lasciato la grande città e vivo in un piccolo paese. Magari, combatto con la piccola invidia da manuale, ma non devo misurarmi coi draghi se voglio abbracciare un amore. Né devo vergognarmi di voler trombare alla vecchia maniera: porte chiuse, noi due, il mondo fuori.

Fra me e me. Schifato. Ma vivo e innamorato di lui.