lunedì 21 marzo 2016

Il telefono usa e getta preferito da Isis

Corriere della sera

di Marta Serafini

Come dimostra il rapporto dei servizi francesi, i jihadisti usano per lo più modelli semplici e «low cost». Tra questi, secondo gli esperti c’è il Nokia 105

Il Nokia 105

Nel rapporto dei servizi francesi sull’attacco del 13 novembre a Parigi emergono molti dettagli sul modus operandi di Isis. Tra questi, come sottolineato anche da Guido Olimpio qui, emergono informazioni importanti sul tipo di comunicazioni che i componenti del commando usano per parlare tra loro o per trasmettere messaggi a persone all’esterno dei luoghi presi d’assalto.

Alcuni modelli recuperati in Iraq  
Alcuni modelli recuperati in Iraq
 
Innanzitutto appare evidente come i terroristi del Bataclan si connettano raramente a internet, o almeno evitino di farlo in chiaro, in modo da non lasciare tracce. Una testimone, presa in ostaggio all’interno del Bataclan, parla di un laptop «non connesso a internet e sul quale apparivano strane righe di codice». Difficile dire da queste poche parole di che sistema di criptaggio si tratti, ma è chiaro come non si tratti di canali tradizionali. Anche nella scelta del modello di telefoni, vengono privilegiati quelli usa e getta.

Gli investigatori hanno recuperato dozzine di telefonini nuovi, ancora incartati nelle scatole. Nelle sim poche tracce, quasi nulla, a parte qualche immagine del Bataclan e qualche link, come sottolinea anche il New York Times. Dalle stesse testimonianze emerge anche come gli uomini del commando non siano particolarmente abili nell’uso dei device. Quando utilizzano quelli degli ostaggi si “incartano”, nella concitazione premono i tasti a caso.

I terroristi una volta entrati in azione, non usano gli smartphone e il motivo è molto chiaro: i telefoni di ultima generazione essendo connessi alla rete, sono più facilmente rintracciabili. Unica eccezione, un Samsung (ma non è chiaro il modello) rinvenuto al Bataclan. Per il resto — come si evince anche da un report molto dettagliato del Conflict Armament Research pubblicato in febbraio — il telefono più usato dai jihadisti è il Nokia 105, prodotto dalla Microsoft. Niente app, niente connessione a internet, niente obiettivo fotografico. La batteria dura a lungo, la tastiera è resistente all’acqua e alla polvere. E il prezzo è bassissimo: 25 euro circa. «Bello e di lunga durata», lo definisce la casa produttrice.

Nel rapporto che ha analizzato dieci dispositivi comunemente usati dall’Isis e sequestrati in Iraq nel dicembre del 2014 viene sottolineato come il Nokia 105 sia stato utilizzato anche per far detonare numerosi ordigni, grazie alla vibrazione. Inoltre Jonah Leff, direttore operativo di Conflict Armament Research, sottolinea come la scelta abbia a che fare con i rifornimenti e la comodità: i militanti con ogni probabilità sono riusciti a «ottenere grandi quantità di questi apparecchi basic e a buon mercato», comprandoli o rubandoli. Come dimostrano le bolle pubblicate nel rapporto, alcuni ordine sono stati effettuati attraverso intermediari negli Emirati Arabi che hanno poi fatto arrivare la merce a Erbil, in Iraq.

martaserafini
20 marzo 2016 (modifica il 21 marzo 2016 | 14:23)

Il diario con i segreti di Masaniello Dai Carafa alla Biblioteca teologica

Corriere del Mezzogiorno

di Elena Scarici

Il manoscritto fu acquisito dalla nobile famiglia napoletana. L’opera stilata nel 1647 da persone vicine al capopopolo in contemporanea con la rivolta. Il patrimonio della biblioteca comprende oltre 140 mila volumi a stampa, tra i quali 11 incunabuli



NAPOLI — C’è anche il diario di Masaniello del 1647 tra i tesori della Biblioteca della sezione San Tommaso D’Aquino della Facoltà Teologica di Capodimonte. Un prezioso e raro manoscritto stilato giorno per giorno nel momento in cui i fatti avvenivano. A realizzarlo diverse persone che erano intorno al capopopolo e che racconta episodi dei dieci giorni di rivolta. «Di Masaniello – spiega la responsabile per la catalogazione e conservazione della parte antica e moderna della biblioteca Amalia Russo - abbiamo anche un altro diario riportato da Emanuele Palermo e scritto da una sola mano, e dello stesso periodo, anche la cronaca del convento di Sant’Arcangelo di Bajano». Il manoscritto, secondo l’inventario, venne acquisito dai Carafa, antica famiglia nobile napoletana, alla Chiesa, un paio di secoli fa. Ma moltissimi, studiosi compresi non ne erano a conoscenza.

Il diario manoscritto e quello stampato su Masaniello sono solo alcuni esempi del patrimonio librario – tutto inventariato - della biblioteca della Facoltà teologica comprendente oltre 140 mila volumi a stampa, tra i quali 11 incunabuli e numerose cinquecentine di notevole valore; oltre 600 opere manoscritte dal XVI al XX secolo, un pregevole codice virgiliano del XIII secolo che riprende integralmente sette libri dell’Eneide; 23 pergamene, di vario interesse e di varia misura, due delle quali in carattere semitico, che vanno dal XIV al XIX secolo, circa 1.000 periodici di cui 470 in corso, un ricco fondo musicale comprendente tra l’altro la Salve Regina ed il Miserere in dialetto napoletano di Luigi Antonio Capotorti.

Ultimamente la già ricca collezione si è ampliata con l’acquisizione del fondo di grafica contemporanea «Isabella Meoni Ferrara» comprendente opere di Marini, Manzù, Boccioni, Notte, de Chirico, Fontana, Burri Guttuso e tanti altri e del fondo Romeo De Maio. I fondi appartenevano alla Biblioteca del Seminario di Napoli e sono di varia provenienza (Pignatelli, Spinelli, Carafa, Galante, Mallardo). Si cominciò a raccoglierli nella seconda metà del XVII secolo per opera del rettore Giovanni Crispino, il quale donò al Seminario tutti i suoi libri. Il 10 novembre 1691, papa Innocenzo XII accompagnò la donazione della sua biblioteca privata con una Bolla di scomunica per chiunque avesse “imprestato, estratto o asportato libro, codici, volumi, quinterni e fogli”.



Il patrimonio librario si accrebbe notevolmente nei primi decenni del 1700per il lavoro del rettore Mario Macello, dei professori Scatola, Martorelli, Mazzocchi e per i lasciti dei cardinali Giuseppe Spinelli e Sisto Riario Sforza. Oltre 5000 i testi del Settecento. Tra le curiosità un dizionario cinese-latino risalente al periodo in cui Matteo Ripa fondò a Napoli il Collegio dei Cinesi, da cui è nato poi l’Istituto Orientale. Oltre 5000 anche i volumi dell’Ottocento tra cui moltissimi libri di filosofia per la forte tradizione filosofica napoletana legata al canonico Gaetano Sanseverino, sacerdote e docente universitario che nel 1846 ebbe il merito di creare l’Accademia napoletana di San Tommaso, nella quale si discutevano problemi di filosofia e che ospitava eruditi e studiosi di tutto il Regno. Fu lo stesso Sanseverino a tenere a battesimo la prestigiosa rivista filosofica “La scienza e la fede” nel 1841.

Le opere specialistiche invece sono raccolte in vari fondi. Diecimila i testi riguardanti le materie tematiche della Facoltà. Tra le peculiarità anche un piccolo laboratorio di restauro dove i tirocinanti del Suor Orsola effettuano lavaggio, smontaggio e ricucitura a telaio. «I fondi ministeriali per le biblioteche ecclesiastiche sono bloccati dal 2006 – spiega Amalia Russo - gli unici finanziamenti a disposizione sono quelli della Cei, 13 mila euro all’anno. I 140 mila volumi, inoltre sono divisi in due cataloghi distinti: uno fino al 2011 e il successivo dal 2011 ad oggi, aspettiamo al più presto un programma della Cei per poterli unificare». La biblioteca è aperta al pubblico, con un servizio di reference, prestito e fotocopie, dalle 8.45 alle 17.15 (dal lunedì al giovedì) e dalle 8.45 alle 15 (il venerdì).

21 marzo 2016 | 09:05

La prima alpina tenente e quella sfida allo Stato. «Non restituisco il premio»

Corriere della sera

Lidia Sarnataro fu la pioniera della parità di genere nelle Penne Nere. La procura della Corte dei conti chiedeva la restituzione di 9 mila euro, ricevuti senza diritto



VENEZIA Il suo ingresso tra le penne nere era stato trionfale: «Benvenuta, tenente Sarnataro », aveva scritto nel maggio 2005 «L’Alpino», la rivista ufficiale dell’Ana. Per lei, Lidia Sarnataro, all’epoca 27enne siciliana di Floridia (provincia di Siracusa) e laureata in Medicina a Catania, quel giuramento di fedeltà alla Patria nella caserma Salsa di Belluno del 7° reggimento Alpini della brigata Julia era un grande record: il primo ufficiale di sesso femminile nella storia del Corpo. L’uscita, un paio d’anni dopo, è invece stata un disastro: e ancora oggi, a nove anni di distanza, saranno le aule giudiziarie e dirimere lo scontro a suon di avvocati tra il Corpo degli alpini e lo Stato da un lato e la tenente dei record dall’altro.

In mezzo, oggetto della contesa, una cifra che tutto sommato non è nemmeno di quelle da perderci la testa: 9 mila e 421 euro, più 98 centesimi, per essere precisi. Ovvero i soldi che il 19 settembre 2007 Sarnataro aveva ricevuto come «premio di congedamento», previsto da una legge del 1986 per «i graduati e militari di truppa in ferma di leva prolungata».

Lei se ne era andata un mese e mezzo prima, il 6 agosto, quando era finito il periodo di ferma volontaria; ma fin da subito l’amministrazione militare centrale aveva avviato delle verifiche per capire se quel versamento di 9 mila euro e spiccioli fosse in regola. Il problema – e da qui nasce la guerra giudiziaria – è che l’istruttoria, secondo la quale quel denaro non le era dovuto, è terminata il 20 settembre 2007, cioè il giorno dopo il versamento.

E da allora tra il Corpo e la sua ex «golden lady» è iniziata la sfida a furia di raccomandate, una sorta di inseguimento tra gatto e topo. Il primo chiedeva la restituzione del denaro, affermando che non quel premio non fosse riconoscibile a favore degli ufficiali in ferma prefissata, posizione rivestita dalla donna durante il servizio militare. La seconda contestava la richiesta, ritenendo che solo una circolare del 18 dicembre 2007, quindi ben tre mesi dopo, avesse meglio precisato chi aveva diritto al premio e che dunque nel momento dell’erogazione quei soldi le spettassero di diritto.

La tenente, dura come quella roccia delle Dolomiti che aveva imparato ad amare («Ho già fatto scalate in montagna con un istruttore, sto imparando sul Passo Falzarego e a Riva del Garda, sulle pareti zebrate », aveva raccontato nelle interviste di quel 2005), non si è piegata di fronte all’invito dei suoi superiori, né alla successiva costituzione in mora, né quando è entrata in campo la procura regionale della Corte dei Conti, che l’ha trascinata a giudizio.

Un mese fa c’è stata l’udienza e il pm contabile Mariapaola Daino ha chiesto la condanna a restituire il denaro, accusandola di «colpa grave », in quanto la normativa relativa al beneficio economico in questione doveva ritenersi abbastanza chiara, e spiegando che quell’una indebita percezione era un palese danno alle casse dell’erario.Il suo avvocato Marco Lo Scalzo aveva invece ribattuto che quel premio era dovuto a favore del personale che, non essendo di leva, non aveva maturato il diritto alla pensione.

Per ora ha vinto lei, o perlomeno ha allungato i tempi. I giudici della Corte dei Conti hanno infatti ritenuto che la vicenda di Sarnataro, essendo stata ormai già congedata al momento della presunta indebita percezione, non fosse di propria competenza e con una sentenza depositata nei giorni scorsi ha dichiarato che della materia si dovrà occupare il giudice ordinario. Tutto da rifare, insomma.

21 marzo 2016

Lunga vita a Twitter e alla #democrazia

La Stampa
gianni riotta

Il social dei messaggi in 140 caratteri compie dieci anni. Ha cambiato il mondo ma ora tiranni e calunniatori vorrebbero stravolgerne la trasparenza originaria



La versione della Bibbia Vulgata di San Girolamo, usata dalla Chiesa per 15 secoli, è il testo che Johann Gutenberg scelse per la sua prima opera a stampa, 1455. Anche Morse, nel 1844, scelse un versetto biblico dai Numeri per il primo telegramma, «Che cosa ha creato Dio!». 51 anni dopo Marconi, battezzando la radio, si limita a far vibrare l’apparecchio «come per un grillo». Dieci anni fa invece, il primo giorno di primavera del 2006, Jack Dorsey, uno dei quattro padri di twitter, lancia dall’account @jack la frase «just setting up my twttr» e apre la stagione nuova della comunicazione, sincopata in 140 caratteri.

Ci vollero tre anni per raggiungere il primo miliardo di tweet, ora facciamo circolare mezzo miliardo di tweet al giorno, con circa 320 milioni di account umani (febbraio 2016), altri, svela il blogger Andrea Stroppa @andst7 , robot. Per i giornalisti, i siti, chi lavora nell’informazione, le aziende, le istituzioni, – Papa Francesco incluso – i 140 caratteri diventano chiave di accesso al mondo. Più followers di tutti, 85 milioni, per la cantante @katyperry seguita da @justinbieber, 77 milioni, primo dei politici @barackobama, 71 milioni. Quando ho preso a scrivere questo articolo, i tweet inviati il 20 marzo erano 527.915.

Twitter nasce da un’idea di quattro ragazzi, Jack Dorsey, Biz Stone, Evan Williams e Noah Glass e quando ho chiesto a Biz @biz se si aspettassero che tutto il mondo dei media convergesse sui loro tweet, «cinguettii», rispose serafico «Non ci aspettavamo neppure di scambiarci due cretinate tra una birra e l’altra». Twitter non ha avuto, finora, il boom economico e di borsa di Google o di Facebook, gli investitori sono incerti sul business model, come raccogliere pubblicità e profitti, e l’account tecnico @mashabletech, assai seguito nell’industria, ha chiesto irriverente «twitter esisterà tra 5 anni?», sentendosi rispondere secco da @jack, «sì».

Al di là delle fortune economiche, twitter segna per sempre una stagione, punteggiando di icastici segnali politica, cultura, sport, amori tra teen ager. Se @realdonaldtrump riesce a resistere ai critici, in tv e sui giornali, è anche grazie ai suoi tweet, sfottenti, grossolani, diretti. In Italia il portavoce del governo Renzi, Filippo Sensi, clona il suo popolare account @nomfup in diario di bordo romano, (nomfup, sigla inglese «per non sono c… miei») con la rubrica «Cose di lavoro» per le foto dietro le quinte, cronaca in diretta.

Proprio la «diretta twitter» cambia la televisione, facendo di quello che secondo il vecchio guru McLuhan era mezzo a senso unico, ricordate la massima obsoleta «il mezzo è il messaggio»?, uno strumento interattivo. Durante la campagna elettorale italiana 2013 un’équipe dell’Imt di Lucca, in collaborazione con La Stampa e Sky, collega i tweet politici agli avvenimenti, provando in una tavola diventata celebre, come la dichiarazione di Berlusconi a Porta a Porta sull’eliminazione dell’Ici inneschi una tempesta perfetta su twitter, testimoniando la rimonta di Forza Italia sul Pd. Anche l’elezione del leader indiano Modi, che batte il partito storico dei Gandhi, è seguita su twitter dalla rivista Quartz: quando il blu, colore del partito del Congresso, è sopraffatto sulle grafiche tweet dal giallo zafferano di Modi la vittoria è assicurata.

Non c’è ancora prova scientifica dirimente, studiosi di tutto il mondo sono intenti a studiare i Big Data, ma le citazioni del microblog twitter, se accoppiate ai «trends», le ricerche su Google, disegnano una fedele mappa politica. Più sale un candidato o un tema, più li vedremo forti alle urne. @beppe_grillo, due milioni di follower, ne è prova, le elezioni di Napoli, Milano, Roma e Torino saranno conferma.

I critici hanno dapprima snobbato twitter, scambiandone la telegrafica concisione per superficialità. Già il poeta greco Callimaco era convinto che «i lunghi testi sono cosa cattiva», e tutti i Dieci Comandamenti son condensabili tra 5 e 10 tweet, secondo la lingua usata. Ma è il rilancio dei link a rendere twitter formidabile, un indirizzo web rinvia a un libro, un articolo, un saggio. Con i saggi, però, arrivano anche i vandali, i trolls, vagabondi dispettosi che su twitter si divertono a spargere zizzania, calunnie, dissensi, a volte per innocua goliardia, a volte per campagne organizzate di odio.

A San Pietroburgo opera una vera e propria fabbrica dei trolls per inquinare il dibattito politico ostile al Cremlino. Due studiosi, Walter Quattrociocchi e Farida Vis, hanno censito le false notizie online, concludendo sgomenti che smentirle è quasi impossibile, online i cittadini invertono il modello dell’informazione analizzato dal filosofo Habermas nel 1962: prima scelgono le opinioni, poi selezionano online i fatti che le sostengono. Il dibattito sul referendum «trivelle» è prova preoccupante di questo trend.

Ogni tweet è custodito alla National Library di Washington, e quando lo raccontai ai miei follower @riotta un arguto utente rispose «Anche questo: CACCA PIPÌ?», sì anche quello. Se brucia la piazza in Turchia l’account @martaottaviani vi porta sulle barricate. Se si spara in Afghanistan @graham_bowley vi connette con i blogger locali a una velocità impossibile prima. Dirà il mercato se anche twitter passerà, come il perduto Friendster con i suoi 120 milioni di utenti, tra i dinosauri della comunicazione.

Ma la febbrile diretta cui ci ha abituati è ormai parte del canone, come un libro. La sfida per i prossimi dieci anni è dunque far prevalere in 140 battute tolleranza, dialogo, verità su odio, propaganda, menzogna. Una sfida decisiva di libertà, non tecnologica, visto che alla fine di questo articolo i twitter inviati oggi erano 544.859 (l’orologio in diretta perenne).

Twitter @riotta

Perché tutti dicono che Twitter è già morto anche se ha solo 10 anni

La Stampa
francesco zaffarano


Una delle immagini condivise su Twitter con l’hashtag #RipTwitter, entrato in Trend Topic dopo l’annuncio dell’introduzione di un algoritmo nella bacheca

Il 21 marzo Twitter compie 10 anni ma da alcuni mesi se ne parla come di un malato terminale. Tutto è cominciato con l’articolo pubblicato a fine gennaio dal New Yorker, che titolava senza troppi giri di parole The End of Twitter . Che il social network non se la passi bene, del resto, lo dicono i numeri diffusi dall’azienda, che negli ultimi mesi non ha visto crescere il numero degli utenti attivi. Ma quindi è tutto finito?

Forse è un po’ presto per dirlo ma quello che sembrava un mezzo rivoluzionario non sta andando bene come ci saremmo aspettati qualche anno fa. Il gruppo in dieci anni di vita non è ancora riuscito a chiudere un bilancio in attivo e dalla sua quotazione in Borsa, nel novembre 2013, ha perso il 50% del valore delle azioni.

Ma dalla nascita di Twitter sono cambiate tante cose. Sono aumentati i social network, sono morti i blog e la comunicazione online si è spostata sempre più dalla scrittura alle immagini. Twitter non è rimasto fermo ma non è riuscito a rispondere sempre nel modo giusto al cambiamento. Il tentativo di imitare quello che funziona per altri social, rischia di fargli perdere identità (come quando annuncia, salvo poi smentire, di voler superare il limite di 140 caratteri).

CHI È IL VERO NEMICO DI TWITTER
Per molto tempo siamo stati abituati a considerarlo come un’alternativa a Facebook. In realtà il social network di Mark Zuckerberg gioca in un’altra categoria. Lo dimostrano non solo i numeri (1 miliardo e 590 milioni di utenti attivi al mese, contro i 320 milioni di Twitter) ma anche le scelte dell’azienda: l’acquisizione di WhatsApp e il lancio di Messenger, da una parte, e le novità sul fronte video (come la possibilità di condividerli fuori dal social e il lancio del servizio di live streaming) ci dicono che Zuckerberg è più attento alla concorrenza delle app di messaggistica (ora a far paura è Snapchat) e di YouTube, che ha più di un miliardo di utenti attivi al mese.

Chi ha tolto spazio a Twitter è Instagram. A condividere foto e video sono 400 milioni di utenti attivi al mese, e la corsa del social delle foto è partita proprio mentre Twitter ha cominciato a perdere più colpi. Nell’estate del 2014, quando in rete esplodeva l’Ice Bucket Challenge e in tv c’erano i Mondiali di calcio in Brasile, Twitter registrava un picco di tweet incredibile (661 milioni come mostra il grafico sotto pubblicato da Business Insider ), seguito da un profondo abisso che ha segnato la svolta negativa.

Il successo di quell’estate era anche merito di Vine, il primo strumento che integrava i video su Twitter: quelli caricati direttamente nei tweet sono arrivati solo a gennaio 2015, mentre Instagram faceva già tutto in un’unica app. Quello stesso anno gli utenti di Instagram crescevano del 46%, contro l’8% dell’uccellino (dati GlobalWebIndex). Ma se Instagram è il concorrente, il vero nemico di Twitter è Twitter stesso. Dalla piattaforma per niente intuitiva ai troppi casi di violenza verbale, Twitter non è riuscito a rendersi più accogliente per i nuovi utenti, che stentano ad arrivare, e per quelli vecchi, che lo abbandonano.

NON È SOLO UNA QUESTIONE DI QUANTITÀ
Provate a chiedere in una classe di liceo quanti studenti sono iscritti a Twitter e capirete qual è il problema: se il 55% degli utenti di Instagram ha tra i 18 e i 29 anni, la stessa fascia di età è presente su Twitter solo per il 32% (dati Pew Research Institute). Per entrambi si tratta della fetta di iscritti più grossa ma la differenza è abissale. E sono gli utenti più giovani a fare la differenza, quelli che usano di più i social network e sentono meno di chi li ha preceduti il bisogno di uno spazio in cui scrivere le proprie opinioni urbi et orbi: preferiscono piattaforme più chiuse e protette, che ruotano attorno video e foto, come testimonia la crescita di Snapchat (il 52% degli utenti ha tra i 15 e i 24 anni).

CHE SENSO HA USARE TWITTER (SE CE L’HA)
Diceva nel 2011 Jack Dorsey, Ceo del social network, che non esiste una risposta alla domanda «cos’è Twitter?». Lo diceva dando a questa indeterminatezza un’accezione positiva ma il problema è che è difficile vendere qualcosa, o anche solo convincere qualcuno a usarla gratuitamente, se non sai spiegargli cos’è e perché dovrebbe. Secondo l’Enciclopedia Britannica, Twitter è un servizio online di microblogging, ma negli anni il tratto distintivo è sempre stato comunicazione in tempo reale (come dimostrano i 10 tweet storici raccolti qui).

Dorsey sta cercando di superare anche quella modificando lentamente la bacheca ordinata cronologicamente in una basata su un algoritmo come quella di Facebook. I risultati, dicono dall’azienda, si sono visti: gli utenti interagiscono di più perché trovano i tweet a cui sono più interessati.

Ma sottovalutare il tempo reale potrebbe essere una mossa azzardata: Twitter continua, nonostante tutto, a essere l’unico social network a dominare il tempo reale, un settore in cui il mercato della comunicazione digitale, tra messaggi che si autodistruggono e video in diretta dal telefono, si sta spostando in fretta (anche grazie a Periscope che di Twitter è un’emanazione diretta). Ora la sfida è non perdere il primato acquisito se, come dice Dorsey, punta a sopravvivere al 2030. I primi 10 anni sono stati faticosi, i prossimi potrebbero essere anche peggio.

Così Bing e i Big Data predicono i risultati delle partite di calcio

La Stampa
filippo femia

Dalla serie A alla Champions: il nuovo servizio di Bing offre pronostici. Il sistema è già stato testato: «Abbiamo azzeccato i risultati delle elezioni Usa e degli Oscar»



In principio c’era il polpo Paul. Ai Mondiali di Sudafrica 2010 il simpatico animaletto sorprese tutti con le sue previsioni (tutte azzeccate) sui risultati delle partite. Oggi, nell’era dei Big Data, i milioni di dati disponibili permettono vaticinisempre più attendibili. E’ questa la filosofia di La passione per il calcio, il nuovo servizio di Bing. Il motore di ricerca di Microsoft offre infatti i pronostici dei match dei cinque principali campionati europei - Serie A, Premier League, Bundesliga, Liga e Ligue 1 - e della Champions League. Gli Europei e il campionato brasiliano saranno i prossimi eventi a entrare nella sfera di cristallo di Bing.

COME FUNZIONA
Un algoritmo incrocia milioni di dati differenti. In primo luogo le informazioni fattuali: i risultati precedenti, il numero di giocatori infortunati, chi gioca in casa e chi in trasferta e le condizioni meteo. A questi si aggiungono, setacciando i social network, i cosiddetti dati di sentimento: la percezione dell’evento che hanno gli utenti del web. Con tecniche di apprendimento automatico, poi, alle squadre viene assegnata una percentuale di successo, pareggio o sconfitta. Tutti i dati vengono visualizzati inserendo nella barra di ricerca di Bing il nome di una squadra qualsiasi o del campionato di appartenenza.

Foto: una schermata di ricerca di Bing con i pronostici della Serie A


LA DIGITALIZZAZIONE DEL CALCIO
«Si tratta di un autentico passo verso il futuro, la digitalizzazione del calcio è sempre più attuale», ha spiegato Axel Steinman, responsabile internazionale di vendite e search di Microsoft, alla cerimonia di presentazione di Madrid.

I PRECEDENTI
Il sistema di Bing è già collaudato. Negli ultimi Mondiali brasiliani ha indovinato 15 risultati su 16 della fase finale. L’unica previsione sbagliata è stata su Brasile-Olanda per il terzo e quarto posto. «I nostri pronostici per le partite del campionato inglese hanno superato quella di servizi simili offerti dalle agenzie di scommesse. Ma le previsioni non si fermano al mondo del calcio», ha detto Carlos de la Puente, responsabile europeo per il marketing e l’advertising di Bing. Il sistema è stato già testato, con successo, durante le ultime elezioni parlamentari statunitensi: Bing azzeccò 34 senatori su 35, 33 governatori su 36 e il 96% della composizione della Camera. Un altro esempio? Bing ha indovinato 17 dei 24 premi Oscar (incluso quello a DiCaprio) assegnati di recente dall’Academy.

Foto: Carlos de la Puente, responsabile europeo per il marketing e l’advertising


LA SCOMMESSA DEL FUTURO
Quella di Microsoft è una scommessa per sfidare lo strapotere di Google nel settore delle ricerche online. Ed evidenzia un approccio completamente nuovo: non mostrare solo le informazioni che l’utente cerca, ma anticiparne le esigenze, proiettandosi verso il futuro.

Foto: Microsoft Bing è uno degli sponsor del Real Madrid

Così le mie campane rintoccano nel mondo e sul grande schermo”

La Stampa
paola scola

L’artigiano cuneese che esporta le sue creazioni da Tokyo a New York



Tutto inizia quand’è adolescente e si appassiona ai soldatini. Gli piace ripararli, sperimentando le tecniche della fusione, che «trasformano» il metallo e diventeranno, un po’ di anni più tardi, fondamentali per il suo lavoro: realizzare orologi monumentali, ma soprattutto campane.

E adesso, grazie a lui, i rintocchi «made in Mondovì» risuonano in tutto il mondo. Amilcare Gallo ha fondato un’azienda (la Ecat, a Mondovì) con una trentina di dipendenti, ma continua a definirsi un «artigiano» (nel 2008 l’associazione di categoria l’ha premiato «artigiano dell’anno»). Perito meccanico, Gallo ha avviato l’attività nel ’71 a Ceva, con il fratello, producendo orologi: per chiese, torri, municipi, industrie, impianti sportivi. Nel ’95 la sfida: creare campane, in un nuovo ramo d’azienda.



«Non ero a digiuno dei processi di fusione, mi ha sempre affascinato l’utilizzo del fuoco - spiega -. L’opportunità, poi, è venuta anche dall’incontro con la fonderia Mazzola di Valduggia, nel Vercellese, che risaliva addirittura al 1404. Ne abbiamo assorbito attrezzature, personale e segreti professionali».
La prima campana «firmata Ecat» è finita in Portogallo. Poi le creazioni, curate nei dettagli con la pignoleria delle piccole botteghe, si sono diffuse in tutta Italia. Ma è soprattutto il mercato estero a richiedere i «lavori» di Gallo: «L’80% è export. Per esempio in Giappone, dove acquistano le nostre campane da utilizzare nei matrimoni tradizionali, come dono beneaugurante agli sposi».

Non solo. È stata costruita dall’azienda di Mondovì la campana inquadrata nella prima scena di «Master and Commander», colossal con Russel Crowe. Come lo è stata quella che rintocca, a tutti gli anniversari dell’11 settembre, nel Dipartimento dei vigili del fuoco di Millburn, per ricordare i colleghi morti eroicamente nei soccorsi alle Torri Gemelle. Oppure quella voluta dai Grimaldi per la cappella di famiglia, a Monaco.



Un tempo, quando la campana veniva issata sul campanile con le funi dagli uomini del paese, per ogni comunità era festa grande. Fino all’Ottocento c’erano anche i fonditori che andavano a realizzare «in loco» l’opera. Ed è nata la leggenda secondo cui, per migliorare il suono, occorreva aggiungere argento nella fusione. Amilcare Gallo, che di «segreti delle campane» se ne intende, dice: «È una leggenda inventata dai fonditori itineranti dal 1600-1700. Allora era più facile spostarsi che trasportare l’oggetto finito, così creavano una fornace sul posto e invitavano la popolazione a donare argento per la fusione. Ma nel fuoco buttavano pezzetti di altro materiale, intascando invece quelli preziosi».

Oggi sui segreti della tradizione tramandati da secoli si è innestata la tecnologia più avanzata. Con orgoglio il «papà delle campane» descrive la sua creatura «più particolare»: «L’abbiamo ideata e realizzata a “Operae”, a Palazzo Cavour, applicando un concetto nuovo, insieme a un designer: produrre il suono senza utilizzare il batacchio, bensì trasduttori piezoelettrici, cioè un dispositivo elettronico che trasforma l’energia elettrica in vibrazioni».

Le trappole della bolletta

Angelo Allegri - Lun, 21/03/2016 - 08:24

Per milioni di famiglie cambiano le condizioni di abbonamento alla linea fissa. E l'Autorità protesta: troppi aumenti ingiustificati. Per cucina e riscaldamento nuove bollette dallo scorso gennaio: al via la totale liberalizzazione del settore



Un caso Banca Etruria ripetuto milioni di volte, ogni mese dell'anno. Come i risparmiatori che hanno comprato titoli dell'istituto toscano non sapevano che cosa acquistavano, così la gran parte degli utenti ignora contenuto e insidie delle bollette che periodicamente riceve per posta o, sempre più spesso, per mail.

Certo, le cifre in ballo sono diverse: con i conti di gas, luce o telefono non ci si gioca di solito i risparmi di una vita. Ma spesso è proprio la disattenzione dei clienti a incentivare le cattive abitudini delle imprese fornitrici. E queste ultime non si fanno troppi problemi ad approfittarne, come dimostra la sfilza di condanne per violazione delle regole a tutela del consumatore impartite con cadenza quasi settimanale dall'Autorità per la concorrenza e il mercato.Anche le bollette, tra l'altro, possono trasformarsi in sorprese dolorose, come possono testimoniare le vittime dei maxi-conguagli richiesti da alcune società del gas: normali utenti, o molto spesso piccole imprese, che all'improvviso si vedono recapitare richieste di pagamento da migliaia di euro.

Il caso tipico è quello di clienti che magari per anni pagano consumi stimati e dal valore di pochi euro, senza preoccuparsi di verificare i consumi effettivi. Capita che anche la società fornitrice «dimentichi» di fare periodicamente la lettura del contatore (l'inconveniente è più frequente dove l'impresa distributrice è diversa da quella che fornisce la materia prima e per qualche ragione le due non si parlano come dovrebbero). Prima o poi i nodi vengono al pettine e ci si ritrova conti arretrati salatissimi da pagare. Vicende di questo tipo, rare per le (...)(...) forniture di energia elettrica, settore in cui la stragrande maggioranza dei contatori consente la telelettura, si sono invece moltiplicate per il gas. Tanto che il ministero delle Sviluppo economico ha dovuto convocare un tavolo tecnico tra imprese e associazioni di consumatori.

Con la richiesta, da parte di queste ultime, di permettere una sempre maggiore rateizzazione delle bollette «pazze» e di ridurre a non più di due anni la prescrizione (oggi si può arrivare a cinque). Non è un caso, tra l'altro, che sul tema l'Autorità per l'energia elettrica e il gas sia di recente intervenuta più volte. Con l'ultima decisione, pochi giorni fa, ha stabilito che in alcuni casi a fare testo è l'autolettura, mentre in caso di chiusura dell'utenza le imprese hanno limiti temporali tassativi per l'invio dei consuntivi, con indennizzi automatici in caso di inadempimento.Proprio il settore del gas, così come quello della luce, sta vivendo grandi trasformazioni: a partire dal mese di gennaio l'Autorità di settore ha, per esempio, imposto una nuova bolletta-tipo.

Rispetto alle precedenti è un modello di chiarezza: i dati fondamentali del contratto e dei consumi sono subito evidenti. Ma secondo alcune associazioni di consumatori si è perso qualche cosa: «Si è puntato tutto sulla sinteticità, sacrificando però il dettaglio», spiega l'avvocato Emanuela Bertucci, legale dell'Aduc. «Chi vuole contestare il documento e i consumi attribuiti è costretto a chiedere un altro documento più analitico, che la società fornitrice deve dare. Ma così si rende più difficile e macchinoso l'esercizio di un diritto».Ancora più profondo il cambiamento legato alla scomparsa del servizio di maggior tutela.

Attualmente i contratti di fornitura si dividono in due categorie: quelli conclusi sul libero mercato, in cui prezzi e condizioni sono definiti dall'accordo tra le parti, e quelli in regime di maggior tutela, appunto, in cui il prezzo della materia prima è fissato da un provvedimento dell'Authority. È l'eredità del vecchio monopolio, che, però, su modello degli altri Paesi europei e indicazione di Bruxelles, è destinato a sparire entro il primo gennaio 2018. Ma il passaggio si presenta tutt'altro che facile, con milioni di clienti costretti a misurarsi per la prima volta con problemi totalmente nuovi. Per questo l'autorità sta studiando una forma di transizione graduale e guidata i cui contorni verranno definiti nelle prossime settimane.

La prima liberalizzazione, avviata nel 2007, è un bell'esempio di quante trappole si nascondano dietro tariffe e bollette: nel corso degli anni circa il 30% degli utenti ha scelto il libero mercato aderendo a qualcuna delle offerte-pacchetto che le società si sono affrettate a presentare. Una migrazione motivata dalla ricerca della maggior convenienza che però ha finito per trasformarsi in un aggravio di costi. Secondo i dati dell'Autorità chi ha scelto la libera contrattazione paga il gas mediamente il 20% in più di chi ha mantenuto il regime di maggior tutela. Come è possibile?

Semplice: molto spesso è difficile capire che cosa si compra e spesso si sottoscrive un contratto allettati da una promozione; ma quando la promozione termina e i costi iniziano a incidere in modo più rilevante ci si dimentica di quanto si è firmato, regalando sostanzialmente soldi all'impresa fornitrice.Un altro settore da sempre croce e delizia dei consumatori italiani è quello telefonico. Negli ultimi anni il costo delle linee mobili è sostanzialmente precipitato (vedi anche il grafico in queste pagine). Ma nei mesi più recenti centinaia di migliaia di famiglie hanno visto un sostanzioso (e silenzioso) aggravio delle spese sostenute per il telefono fisso. Anche in questo caso c'è di mezzo una sorta di rivoluzione copernicana della bolletta.

A metà dell'anno scorso Telecom Italia (che ora ha unificato la denominazione di fisso e mobile e usa il marchio Tim) ha abolito il canone pagato da chi non aderiva a un'offerta a pacchetto e utilizzava solo la linea telefonica voce. In pratica 4,5 milioni di famiglie, poco meno della metà dei clienti Telecom, che pagavano il canone (18,54 euro più 10 centesimi al minuto per conversazione) sono state trasferite a una tariffa denominata «Tuttovoce» che costa 29 euro al mese ed è comprensiva di chiamate a fissi e cellulari. Dieci euro in più ogni quattro settimane che nella maggior parte dei casi superano il costo precedentemente sostenuto per le telefonate in uscita, visto che in larga misura si parla di famiglie con bassissimi livelli di traffico.

L'Autorità per le comunicazioni ha subito contestato le modalità del trasferimento, che richiedeva un consenso esplicito e che modificava «l'oggetto del contratto» e ha diffidato Telecom. La società, dopo qualche modifica non sostanziale, ha tirato dritto. Così tre settimane fa l'Agcom l'ha condannata a due milioni di multa usando parole molto severe: «Il passaggio forzoso all'offerta Tuttovoce ha prodotto effetti negativi sui livelli di spesa mensile di un numero consistente di utenti che in precedenza fruivano solo eventualmente del traffico telefonico... di dimensioni rilevanti il pregiudizio economico da essi subito e il conseguente vantaggio di Telecom».

L'autorità si è riservata anche nuove iniziative per tutelare la collettività e per assicurare le prestazioni legate al cosiddetto servizio universale, quello che Telecom è obbligata, in cambio di un corrispettivo, a garantire. «Le sanzioni andrebbero rese più severe», sostiene Paola Francesconi del Centro tutela consumatori. «L'impressione è che a volte le società mettano in conto le multe e che procedano lo stesso, tanto sono alti i guadagni che ne ricavano». Telecom, da parte sua, spiega l'introduzione della formula «Tuttovoce» con la «normale evoluzione del mercato verso i servizi a pacchetto» ma non comunica il traffico medio delle famiglie coinvolte nell'operazione e non quantifica dunque i maggiori ricavi.

«Tuttovoce» a parte, la specialità delle società telefoniche è però un'altra: l'attivazione di servizi non richiesti che compaiono all'improvviso in bolletta o che azzerano il credito residuo in caso di tessere ricaricabili. Nelle sentenze Agcom per il solo 2015 c'è tutto il gotha della telefonia mobile: nel mese di gennaio Telecom, Wind, Vodafone e H3G sono stati condannati a pagare tra i 1,750 milioni (Telecom e H3G) e gli 800mila euro (Wind e Vodafone) per attivazioni e addebiti illeciti. Altre condanne, sempre da centinaia di migliaia di euro, sono arrivate per questo o quell'operatore nel corso dell'anno: opzioni gratuite che all'improvviso diventano a pagamento, piani tariffari che cambiano improvvisamente senza che l'utente presti il suo consenso.

Il 2016 non si annuncia diverso: un'istruttoria è stata avviata contro Tim per servizi non richiesti, la settimana scorsa Vodafone ha ricevuto una multa di un milione per l'attivazione automatica del servizio «Exclusive», con il relativo addebito in bolletta, senza il consenso preventivo dei clienti. Furbate che su ogni singola sim pesano pochi euro (nel caso Exclusive 1,9 al mese per cliente), ma nelle casse degli operatori diventano «regali» da decine di milioni all'anno.Angelo Allegri

Molenbeek prova che non esiste l'islam moderato

Alessandro Sallusti - Sab, 19/03/2016 - 15:45

Quante Molenbeek abbiamo permesso crescessero nei nostri Paesi in nome dell'accoglienza e del multiculturalismo?

Alla fine l'hanno preso, Salah Abdeslam, il terrorista islamico detto «la bestia», capo del commando che la sera del 13 novembre scorso, al grido di «Allah Akbar», assaltò a Parigi il Bataclan.In quella discoteca rimasero a terra i corpi di 93 persone, per lo più giovani che avevano l'unica colpa di essere occidentali. Salah riuscì a fuggire dal luogo dell'attentato e dopo qualche avvistamento sparì nel nulla, diventando il ricercato numero uno del terrorismo islamico in Europa. Si pensò anche che avesse trovato rifugio nel califfato dell'Isis a lui tanto caro. Nulla di tutto questo. Si nascondeva a casa sua, a Molenbeek, quartiere islamico di Bruxelles, a meno di un chilometro dal palazzo sede e simbolo dell'Europa.

Per quattro mesi Salah si è preso gioco delle polizie e dei servizi segreti, al massimo ha cambiato qualche appartamento, l'ultimo in una palazzina di proprietà del Comune. Ha potuto farlo perché evidentemente ha goduto di aiuti e protezioni che sono andati ben oltre la sua cellula, per altro decimata nella notte di Parigi. Per quattro mesi un quartiere islamico, Molenbeek, ha fatto da rifugio, scudo attivo e passivo per un feroce criminale di Allah che ha sulla coscienza 93 ragazzi.

Cosa sono a Molenbeek, tutti terroristi o anche solo estremisti? No, sono quelli che in molti definirebbero «islamici moderati», «integrati», «fratelli in altra fede». Sono l'equivalente di quei «cittadini onesti» che in Sicilia hanno protetto nell'omertà la latitanza di Totò Riina e Bernardo Provenzano, i capimafia ricercati per anni in tutto il mondo che se ne stavano tranquillamente a casa loro.

Quello che è successo a Molenbeek è la prova che non esiste l'islam moderato, civile, rispettoso. L'islam è una religione, ma anche una setta: non esiste il giusto o sbagliato, il bene o il male. Vale solo «o con me o contro di me». E chi è contro è un infedele, che se non va colpito direttamente certamente non va aiutato a estirpare ciò che per noi è il male. Neppure di fronte a mani sporche di sangue innocente. Salah era, e resta, innanzitutto uno di loro. Infatti oggi nessuno festeggia a Molenbeek per l'arresto di una bestia. Semmai c'è rabbia e tristezza.

Già, ma quante Molenbeek abbiamo permesso crescessero nei nostri Paesi in nome dell'accoglienza e del multiculturalismo?

Cinquanta studiosi al lavoro: in libreria il primo volume

La Stampa
ariela piattelli

Coordinati dal Miur e dal Cnr, curano l’inedita traduzione italiana. Uno dei monumenti religiosi dell’Ebraismo, 5422 pagine di testo



Per la prima volta il Talmud Babilonese, opera fondamentale della tradizione ebraica, viene tradotto in italiano. Il 5 aprile all’Accademia dei Lincei a Roma, il primo volume sarà consegnato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presenza del Ministro Giannini e del Rabbino israeliano Adin Steinsaltz, che ha tradotto il Talmud in ebraico moderno.

Dal 2011
Nel 2011 con la firma del protocollo d’intesa da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il MIUR, il CNR, e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, prendeva il via il «Progetto di Traduzione del Talmud Babilonese», di cui il Rabbino Shmuel Riccardo Di Segni e Clelia Piperno (Direttore del Progetto) sono stati gli ideatori e i motori. Ci sono voluti cinque anni per dare alla luce il primo trattato in italiano, perché si tratta di un lavoro molto complesso: attualmente il team di 50 studiosi sta traducendo 13 trattati in contemporanea, e la road map prevede la traduzione di 2 o 3 volumi all’anno. 

Il Talmud consiste in 5422 pagine di insegnamenti dei Maestri, a partire da oltre 2000 anni fa. Il testo, suddiviso in ordini e trattati, è diventato la fonte del diritto ebraico, ma anche di scienza, esegesi e storia. Il primo volume in italiano (pubblicato da La Giuntina) contiene il trattato di Rosh HaShanà (Capodanno ebraico), ed è diviso in quattro capitoli. Ogni capitolo inizia con una Mishnà (Torà orale) alla quale segue la Ghemarà (commento). I temi centrali sono il calendario e il capodanno.

I capodanni
Nella tradizione ebraica ci sono quattro capodanni, e ognuno ha la sua funzione. Il trattato inizia con la descrizione e la discussione rabbinica sui capodanni, dedicando una parte significativa al più importante, quello di fine estate-autunnale, Rosh HaShanà. Il calendario ebraico si basa principalmente sul ciclo lunare: l’anno solare è più lungo di quello lunare, e per evitare lo sfasamento di alcune festività, come Pesach (la Pasqua ebraica, legata alla primavera) dopo alcuni anni si aggiunge un mese, Adar Rishon (Primo Adar). Anticamente il Sinedrio, l’autorità centrale di Gerusalemme, raccoglieva e verificava le testimonianze di coloro che avvistavano la luna, per determinare l’inizio del mese.

Dio sovrano
Il Capodanno cade nel calendario il primo del mese di Tishrì, giorno al quale la tradizione attribuisce la creazione dell’uomo. La ricorrenza celebra la sovranità di Dio sul creato, e l’unità del genere umano. Rosh HaShana è anche il Giorno del Giudizio, perché lo si celebra dedicandosi all’esame e alla riflessione sui comportamenti tenuti durante l’anno, pentendosi, invocando il perdono di Dio, e la Teshuvà (ritorno o risposta), atto di coscienza, di consapevolezza, volto a migliorare il futuro. 
Così come Dio ha il potere di cominciare, l’uomo con la Teshuvà può ricominciare. Nel Talmud si legge «Disse rabbi Yochanan: Grande è l’efficacia della Teshuvà che annulla la sentenza negativa sull’uomo…».

Tra ricordo e futuro
Il trattato si concentra sul precetto principale di Rosh HaShanà, il suono dello Shofar (corno di ariete) e se ne discutono le caratteristiche e i dettagli. Il suono del corno, che ricorda il sacrificio di Isacco, ripercorre la storia dell’uomo, gli errori e le azioni meritevoli. Il suono non si rivolge soltanto al passato, ma serve anche per ricordare come deve essere il futuro. A rappresentare le due dimensioni sono il suono iniziale e quello finale: entrambi diretti, lineari e continui, senza inflessioni, che simboleggiano la perfezione dell’atto della creazione e della redenzione messianica.

Monumentale, spariti i bronzi di Ascari: 28 i furti già accertati

Corriere della sera

di Paola D’Amico

L’allarme dato da un turista. Ancora in alto mare il censimento delle opere d’arte

Prima e dopo: cerchiati i busti di Alberto e Antonio Ascari, padre e figlio piloti, sottratti al Monumentale (Fotogramma)
Prima e dopo: cerchiati i busti di Alberto e Antonio Ascari, padre e figlio piloti, sottratti al Monumentale (Fotogramma)

Sono spariti i busti in bronzo di Alberto e Antonio Ascari. Martedì scorso c’erano ancora. Lo attesta un visitatore appassionato che dopo quella visita guidata era tornato ad ammirare il monumento che ricorda padre e figlio, campioni automobilistici, morti tragicamente, entrambi 37 enni, a distanza di trent’anni l’uno dall’altro. I due busti non sono stati tolti per restauro, come qualcuno sperava.

La figlia di Antonio, Patrizia, raggiunta telefonicamente a Parigi, era all’oscuro del fatto. A giorni rientrerà a Milano e presenterà denuncia. Ad avvisarla non è stata la direzione del Cimitero Monumentale. Ma amici. I due busti stavano affiancati su alti basamenti. Orazio Grossoni realizzò quello del padre Antonio e Michele Vedani quello più recente di Alberto, insieme al bassorilievo sullo sfondo che rappresenta una deposizione.

A terra è rimasta la lastra in bronzo, che raffigura la scena di una gara automobilistica. Ciò che lascia interdetti è che l’aiuola che ospita il monumento non è nascosta, invece è ben visibile a chiunque si rechi in fondo al cimitero, dove si trova il Tempio crematorio. Lo scorso autunno l’associazione «Amici del Monumentale» (www.amicidelmonumentale.org) qui aveva organizzato una commemorazione per gli Ascari. Il nuovo giallo ha indotto l’associazione a un sopralluogo ed è così che, ieri, solo lì accanto — nei GiardiniCinerari di Ponente e nel confinante Riparto XX — sono state contate ventotto opere mancanti all’appello.

Non tutte celebri come i busti Ascari, o come «La bambina con la bambola» di Antonio Rescaldani che corredava la tomba di Giovanna Maria Poli (il ladro ha lasciato in terra solo il rosario di pietre azzurre che la bimba in bronzo portava al collo), ma comunque «pezzi» di valore sufficiente ad un occhio esperto per avere la certezza di poterli piazzare sul mercato clandestino. E quasi stupisce che siano rimaste al loro posto altre opere di artisti celebri come Medardo Rosso, Ernesto Bazzaro e Lucio Fontana, le quali non sono peraltro neppure mai state censite.

A chi si domanda come sia possibile portar fuori dal Monumentale un busto, una croce, un pezzo di storia, suggeriamo di restare per mezz’ora fuori dall’ingresso del Cimitero. Potrà osservare un via vai di gente con importanti zaini e trolley, di ogni dimensione. Turisti, certo. Ma proprio tutti? Accade, come in un sabato pomeriggio di sole, che mentre decine di comitive si muovono dentro e fuori il Cimitero, sia di turno un solo custode, per forza di cose inchiodato al suo posto. Ci siamo limitati a percorrere a tappeto il Riparto XX, che appare cannibalizzato oltre che trascurato, con statue crollate e altre pericolanti. Difficile in molti casi sapere cosa è stato trafugato.

Perché conoscere cosa c’era sulla tomba e chi ne è l’autore «è possibile solo dopo un accurato lavoro di ricerca nell’archivio del Cimitero — spiega Carla De Bernardi, fotografa e scrittrice, autrice di “Non ti scordar di me - Guida per curiosi e ficcanaso al Cimitero Monumentale di Milano” (ed.Mursia) e presidente degli Amici del Monumentale —, dove è custodito il dossier della tomba, completo di progetto architettonico e dettagli sullo scultore». L’associazione ha avviato da anni un lavoro di censimento delle opere presenti al Monumentale. E al momento solo loro sanno quanti Fontana, quanti Medardo Rosso e Manzù e persino Canova siano presenti in questa cittadella del ricordo.

In attesa di un censimento completo che consenta una vera tutela s’incontrano antiche tombe demolite, nuovi (e brutti) mausolei che fanno a pugni con l’identità del luogo.

20 marzo 2016 | 07:23