domenica 20 marzo 2016

Editoria, Ferruccio de Bortoli: “Se Stampa-Repubblica l’avesse fatta B. la gente sarebbe scesa in piazza”

ilfattoquotidiano
di Silvia Truzzi | 19 marzo 2016

Editoria, Ferruccio de Bortoli: “Se Stampa-Repubblica l’avesse fatta B. la gente sarebbe scesa in piazza”

"Sono stupito del silenzio su questa operazione. La fusione è pienamente giustificata da ragioni economiche, dalla necessità di sostenere investimenti nel digitale”, spiega il direttore. “Ma le sovrapposizioni tra redazioni – locali e nazionali – sono evidenti: quale sarà il prezzo in termini di occupazione?"
Il paradosso della nostra epoca è che la quantità d’informazioni non corrisponde alla qualità delle stesse. E poi: non sentiamo parlare che di storytelling e narrazioni (meglio se accompagnate da slide e disegnini). Ma cosa raccontano i media? Herman e Chomsky alla fine degli anni Ottanta tracciarono il profilo del sistema d’informazione americano, parlando di Fabbrica del consenso: una stampa accondiscendente serve a formare un’opinione pubblica mansueta e malleabile.

E da noi? “C’è un forte fastidio verso l’informazione libera”, spiega Ferruccio de Bortoli. “Per gran parte della classe dirigente italiana, pubblica e privata, l’informazione non è una risorsa, ma un male necessario”. E qui siamo al tema di questa serie d’interviste che gira attorno al conformismo dell’informazione. E che s’intreccia anche con la cronaca, viste le recenti notizie sull’acquisizione da parte del gruppo Espresso di Itedi, la società che pubblica Stampa e Secolo XIX. “La fusione è pienamente giustificata da ragioni economiche, dalla necessità di sostenere investimenti nel digitale”, spiega ancora il direttore.

“Ma le sovrapposizioni tra redazioni – locali e nazionali – sono evidenti: quale sarà il prezzo in termini di occupazione? Mi auguro che la decisione di unire in un unico destino societario testate gloriose non porti a omologare le scelte, appiattendo le opinioni. Si uniscono le testate, spero non si confondano le identità editoriali”.

Sull’affare Mondazzoli è stato sollevato un gran polverone con petizioni e articoli sui giornali. Ora no. C’entra il fatto che Mondadori è di Berlusconi? Si tratta di due concentrazioni editoriali con uguali motivazioni economiche. Per una sono state espresse preoccupazioni, anche sull’omologazione culturale e i rischi che questa comporta. Per me, ex amministratore delegato di Rcs Libri, quella vendita è stata un dolore. Una sconfitta. Nell’altro caso c’è stato più che altro silenzio, anche da parte della nostra categoria. L’avesse fatta Berlusconi, avremmo avuto manifestazioni in piazza, lo sciopero delle firme, i post-it, gli appelli.

È necessario unire le testate? Forse, a me non piace, ma può darsi che sia economicamente necessario. La principale preoccupazione da parte di un editore dovrebbe essere preservare le diverse identità editoriali, che sono estremamente forti e hanno grandi tradizioni. Il legame con i lettori è un legame intimo, viscerale, appassionato e spesso si è costruito per differenza e opposizione alle altre testate, che magari oggi si trovano riunite nello stesso gruppo. Il danno è al pluralismo editoriale.

Di questo silenzio sull’affare Stampa-Repubblica lei è molto stupito: lo ha detto anche a Prima pagina.
Ricordo il furioso dibattito che ci fu negli anni Ottanta in occasione della ventilata concentrazione tra La Stampa e Il Corriere della Sera. Il più scatenato all’epoca era Franco Bassanini: si riteneva che con l’ingresso in via Solferino degli Agnelli, dopo il caso Rizzoli-P2, si fosse creato un ipotetico nuovo gruppo. All’epoca, è giusto dirlo, l’Avvocato era molto rispettoso delle autonomie e consentiva anche che ci fosse una certa concorrenza. Gli telefonai per dirgli che Sergio Romano lasciava La Stampa per venire al Corriere. Non era contento, mi rispose: “La ringrazio, direttore. Ci vediamo in Piemonte”. Il suo modo per dire che stava dalla parte della Stampa.

Più recentemente lei si è opposto alla sinergia tra Stampa e Corriere.
Ho sempre pensato che il Corriere ce la potesse fare da solo, perché ha sempre avuto conti in attivo. Ora si apre uno spazio editoriale ampio che spero possa essere appoggiato da azionisti più consapevoli del proprio ruolo di editori.

Quando diventa prepotente, da un punto di vista pubblicitario, questo super gruppo che ha anche 17 quotidiani locali oltre al settimanale l’Espresso?
Certamente acquista un potere di mercato rilevante. Però non mi preoccupa più di tanto, tenuto conto di quanto ha pesato Mediaset in questi anni, di quanto pesa ora Google e anche di come è cambiato il mercato pubblicitario.

Andiamo verso un’informazione “oligarchizzata”?
Mi auguro di no. Il pericolo maggiore è il conformismo. Questo è un Paese in cui c’è un forte senso di fastidio verso il dissenso da parte della classe dirigente pubblica, privata e dei poteri rimasti.

Perché “rimasti”?
I poteri forti esistevano ai tempi in cui Fiat, Mediobanca contavano più di oggi. Con molti difetti, ma non erano privi di “sentimento nazionale”. Personaggi anche discutibili ma con una loro etica personale. Dovremmo preoccuparci della mancanza di poteri nazionali che abbiano a cuore il destino del Paese e non solo il proprio interesse. Rischiamo anche di perdere Telecom…

Torniamo al fastidio per l’informazione.
Non si discute mai dei costi della non informazione: dove non c’è un’informazione viva, scrupolosa e attenta ci sono opacità, arbitrio, corruzione, disprezzo del merito. Berlusconi, D’Alema, l’attuale premier, credo abbiano sempre il sospetto che il giornalista non faccia bene il proprio mestiere, che sia agli ordini di qualcuno o addirittura prezzolato. Ricordo che in un paio d’occasioni Berlusconi mi domandò: “A lei Romiti cosa chiede?”. E io rispondevo: “Niente”. Si fa di tutto perché l’informazione sia una prosecuzione della comunicazione d’impresa, o di partito o del governo.

Abbiamo delle responsabilità anche noi.
Io leggo ancora molte buone inchieste, articoli, approfondimenti. Oggi per un direttore o un editore non pubblicare le notizie è difficile. Se hai una notizia vera, esce: la Rete è un grandissimo volano ed è un territorio di sperimentazione straordinario per il giornalismo d’inchiesta. Quello che più temo è la tendenza al quieto vivere e anche un po’ alla rassegnazione della nostra categoria. Esiste un potere insofferente, esistono le concentrazioni, esiste la pigrizia del nostro mestiere, esiste il corporativismo quieto dei giornali: mi dispiace che ora il dibattito non nasca nelle redazioni dei giornali che sono oggetto delle recenti operazioni. Aiuterebbe gli stessi editori a fare scelte migliori.

Quando alla Leopolda Renzi fece la classifica dei giornali gufi, lei postò su Twitter un commento fulminante: “Se li faccia direttamente lui i titoli”. Premesso che l’intolleranza verso l’informazione indipendente è inaccettabile, c’è un’opposizione al governo tale da giustificare quest’insofferenza?
L’atteggiamento di Renzi e dei suoi comunicatori verso i quotidiani è pari a quello che avevano Berlusconi e i suoi comunicatori. Anzi, a volte è peggio. Penso a quel modo di scrivere “Renzi ai suoi”: molti hanno criticato l’uso dei retroscena, ma con Renzi assistiamo all’introduzione di una sorta di retroscena di governo.

Lei è sempre stato favorevole al Jobs act: costato molto in termini di diritti dei lavoratori e di denaro (13 miliardi in 3 anni alle imprese). Eppure, dati Inps di questa settimana l’effetto è già finito.
Nonostante tutto credo sia una buona legge. È una legge costosa ma che va nella direzione giusta. Renzi ha il merito storico di aver tolto di mezzo l’articolo 18. Il Novecento nel mondo del lavoro è finito e non bisogna averne paura.

Ma è un merito? Era applicato in pochissimi casi.
Sì, perché ha adeguato il mercato del lavoro agli standard europei. L’articolo 18 era un impedimento anche dal punto di vista psicologico. Però gli effetti reali del cambiamento delle regole sull’occupazione non li abbiamo ancora visti. Gli ultimi dati Inps, con il crollo delle assunzioni stabili a gennaio (-112 mila) sono preoccupanti. Vediamo gli effetti della decontribuzione. È mancato il coraggio di applicarlo al pubblico impiego: ci sono ancora molte cose da fare. Come nei servizi all’impiego.

Prendiamo il racconto dei casi Grecia, Portogallo (“il miglior allievo della troika” tornato alla crescita che oggi non pare andare così bene) o Spagna (un paradiso con contratti persino da 6 giorni almeno fino al prossimo tracollo…). Tutte narrazioni basate sulla colpevolizzazione delle vittime prima, la loro rimozione poi.
La descrizione delle politiche europee è un caso di conformismo su cui interrogarsi: anch’io devo fare un po’ di autocritica. Ricordo che discussi a lungo con Tommaso Padoa-Schioppa sul rischio che i temi dell’Europa apparissero ai cittadini lontani, astrusi, frutto di scelte tecnocratiche e poco condivise. Lui non era di questa idea. L’élite europea ha commesso l’errore di ritenere le posizioni contrarie al processo di unificazione non degne di essere culturalmente prese in considerazione. Un peccato di superbia che ha finito per consegnare gli scettici ai movimenti estremisti e populisti.

Essere contro l’Europa non è essere contro la Storia, essere contro l’Europa è una posizione legittima. Questa superbia ha impedito di vedere le difficoltà dell’integrazione. La questione dei migranti ha fatto esplodere questa contraddizione. Su questo tema bisogna dar atto a Renzi del coraggio della sua posizione. Bisogna dimostrare ai cittadini che l’Europa non è una gabbia di regole, ma la culla dei diritti. L’Europa rappresenta la vera salvaguardia dei nostri valori democratici, tenendo conto di come si stanno muovendo i Paesi dell’Est dove assistiamo a una disgregazione morale sul tema dei diritti.

Anche in Grecia, se consideriamo il diritto a sopravvivere un diritto.
Sì, certo. Le banche tedesche e francesi non hanno pagato per i loro errori nel concedere prestiti troppo disinvolti. Il peso della ristrutturazione del debito greco è un onere della collettività europea. L’Italia ha fatto diligentemente la sua parte. In Grecia pagano lavoratori, pensionati. La borghesia ha portato i capitali all’estero. Gli armatori continuano a pagare tasse irrisorie

Il conformismo è la malattia di questi anni?
Si sottovaluta la necessità di avere nel Paese un dibattito con posizioni diverse, autentiche, anche dure. Che aiutano tutti, soprattutto chi governa. Discutere con sincerità dei problemi rende l’opinione pubblica – il vero architrave di un sistema democratico – più avvertita, responsabile e libera. È un antidoto naturale al populismo: la gente è indotta ad approfondire.

Forse è proprio questo ciò che non si vuole.
Il cittadino non è un suddito. Renzi non dovrebbe temere un dibattito vero sollevato da un giornalismo libero e autonomo dal potere: una discussione aperta facilita il raggiungimento delle soluzioni migliori. Le buone politiche risaltano di più e gli errori vengono corretti in tempo. Se il dibattito è reticente, opaco copre gli errori e le collusioni, favorendo i pochi che sanno ai danni dei tanti che non sanno.

Siamo un Paese di gufi e rosiconi.
Questa narrazione emargina il dissenso, addirittura lo criminalizza come un disfattismo anti-patriottico. Chi dubita della politica economica di Renzi – fatta di molte spese utili unicamente a guadagnare consenso – non è un irresponsabile che gioca allo sfascio, ma una persona che vuole continuare a ragionare con la propria testa senza consegnarla all’ammasso del potere renziano. Che peraltro non tollera intralci ed è pronto anche alla vendetta. Un altro dei conformismi di cui non si discute è la grande concentrazione di potere renziano: non c’è mai stata come in questo periodo un’invasione di campo da parte della politica in decisioni che riguardano anche società quotate e private.

Più che a leggi promulgate (addirittura auto-promulgate) assistiamo con frequenza all’esposizione di slide. Anche su questo punto i giornali sono poco vigili?
Si annunciano tante cose per coprire il dibattito. Nelle ultime settimane abbiamo sentito annunci di tagli di tasse che non sarà possibile realizzare: lo trovo irresponsabile. Come lo è sottovalutare il tema del debito pubblico. E non perché sia insostenibile – lo è a patto che si cresca – ma perché non occuparsene autorizza i centri di spesa a tornare alle vecchie abitudini.

Un esempio di conformismo è stato il pareggio di bilancio in Costituzione. Sempre per via del “ce lo chiede l’Europa”.
Un certo conformismo c’è stato anche nell’emergenza. Quella modifica è stata approvata sulla spinta dell’emergenza spread e il rischio che l’Italia andasse in default. Credo sia una norma giusta in un Paese così predisposto agli sprechi, alla corruzione, al disprezzo della cosa pubblica, alla scarsa considerazione delle generazioni future. Però è vero: se n’è discusso poco.

Anche all’epoca dell’ingresso dell’Italia nell’euro ci fu una specie di frenesia: eppure è una scelta che ha avuto un impatto enorme sulle nostre vite.
Allora ci fu una grande pressione affinché l’Italia entrasse con il primo gruppo. Forse il dibattito è stato troppo affrettato: il cambio lira-euro è stato davvero penalizzante. Molti di noi hanno scambiato l’ingresso nella moneta unica per l’ingresso in una società di mutuo soccorso. Stare in un sistema monetario unificato non significa affatto che esista un dovere di solidarietà tra Paesi. Anzi fa sì che il partner dell’unione monetaria sfrutti al massimo, in maniera impietosa, ogni nostra debolezza.

Lei è stato direttore di due tra i più grandi giornalisti d’inchiesta italiani, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, autori de La casta. La “narrazione” sulla casta – non certo per intenzione degli autori – negli anni è degenerata in un generico “la politica è sporca”, “tutti rubano”.
Quella di Sergio e Gian Antonio è stata la più grande inchiesta civile del Dopoguerra: ha messo a nudo sprechi, ruberie, malversazioni. Però è sbagliato non dare il giusto merito ai tanti che fanno bene, pagano le tasse, non se ne approfittano. Considerare tutti ladri e corrotti è la più subdola delle amnistie.

Da Il Fatto Quotidiano del 19/03/2016

Doppiatori italiani sotto accusa, la replica a Cassel: «Non siamo una lobby»

Corriere della sera

di Renato Franco

Luca Ward, voce di Crowe e Samuel L. Jackson: nessuna lobby, è il mercato che decideSimona Izzo: chiudono le sale che proiettano film in lingua originale



«In Italia non si riesce a vedere un film in lingua originale, perché i doppiatori qui sono una mafia. Non capisco perché hanno tutto questo potere». Vincent Cassel non ha usato giri di parole e i supposti «mafiosi» in questione non l’hanno presa bene. «Vincent chi? Ah, l’attore francese, l’ex marito della Bellucci», risponde ironico Luca Ward. Ma la voce è quella di Russell Crowe o se preferite di Samuel L. Jackson. Il nonno doppiava Jerry Lewis, il padre James Coburn, la sorella è Lisa Simpson. «Quelle di Cassel sono parole in libertà, è una calunnia bella e buona: la lobby dei doppiatori non esiste, è il mercato che decide. Quanto incasserebbe un film sottotitolato e non doppiato? Lo vediamo quando alcune sale fanno il tentativo: non c’è paragone.

Tra l’altro il doppiaggio ha un costo per la grande distribuzione: è evidente che se lo fanno è perché così incassano di più. In Italia già leggiamo pochi libri, figurati se ci mettiamo a “leggere” un film».Sono circa 1500 i doppiatori nel nostro Paese, il comparto doppiaggio dà lavoro a 100 mila persone, i guadagni non sono stratosferici. Anzi. Un turno di doppiaggio fa guadagnare 72,71 euro lordi. A cui vanno aggiunti i 2,31 euro per riga letta (in media 100 a turno per un ruolo da protagonista). Il doppiaggio — sempre per l’attore di prima fila — si risolve in 6 turni (in media, ma anche meno). In totale fanno 1800 euro lordi a film (nell’ipotesi migliore). Poi però c’è chi magari ha ruoli minori. Qui si arriva a 60 euro netti a produzione e bisogna cercare di portarne a casa il più possibile.

In Italia le dynasty del doppiaggio sono note. Oltre ai Ward, gli Izzo, gli Amendola, i Mete (Marco era Roger Rabbit). Spiega Simona Izzo: «Il nostro è un mestiere artigianale, non c’è niente di scandaloso che si tramandi di padre in figlio, succede anche con i notai o le farmacie. Ed è un mestiere meritocratico come pochi: non conta esser bello o avere un fisico prestante. Conta solo la tua voce». Amplia il ragionamento: «In generale il doppiaggio è un male necessario. A Roma c’era un cinema che programmava film in inglese e ha chiuso. Non è solo l’Italia, è tutta l’Europa a non essere pronta ai film coi sottotitoli: del resto o leggi o guardi».

La sorella Fiamma è il direttore artistico dell’azienda di famiglia (la Pumaisdue), lavora con Spielberg, doppia la serie tv Grey’s Anatomy: «Tradurre è tradire, ma del resto chi se lo legge Thomas Mann in tedesco?». Il nodo è sempre quello: «Gli esercenti sono i primi a non volere i sottotitoli e l’America stessa chiede le traduzioni. Il doppiaggio poi non si limita alla recitazione in italiano del dialogo, c’è l’adattamento che ha un ruolo molto importante. E dall’America sono fiscali, controllano tutto, vogliono sapere tutto. Il nostro è un lavoro molto accurato». Quando si lavora per grandi produzioni è più facile, qualche falla il sistema ce l’ha: «Soprattutto in tv — a parlare è ancora Ward — i tempi sono più stretti, anche per essere allineati con la messa in onda Usa.

È il nostro destino: di doppiaggio se ne parla quando è fatto male. Tempo fa era diverso: l’adattamento di Pulp Fictionportò via sei mesi». Tarantino è un maniaco, lo conferma Fiamma Izzo: «Bastardi senza gloria era complicato, c’erano quattro lingue (inglese, francese, tedesco e italiano).
Lui ci portò un suo studio: disse che in Italia i sottotitoli non funzionavano, voleva che le lingue fossero tutte rese in italiano. Credo la sintesi giusta l’abbia fatta Gianpaolo Letta (ad di Medusa,ndr) quando dice che per i distributori il doppiaggio è un costo in più, ma poi gli esercenti fanno notare che le poche sale in cui si proiettano i film in originale hanno un pubblico sparuto».

In passato Gabriele Muccino non era stato tenero: «Il doppiaggio aveva senso ai tempi delle grandi coproduzioni europee, oggi spesso si doppia in modo frettoloso: pensano di poter cambiare troppe cose e deturpano il bagaglio culturale che un film trasmette in originale». Peccato — fa notare Fiamma Izzo — che anche lui poi abbia acconsentito al doppiaggio dei suoi film. Una stoccata. Non servono i sottotitoli per capirlo.

19 marzo 2016 (modifica il 19 marzo 2016 | 22:07)

L’omicidio di mio padre? Deciso a Roma”

ilgiornale.it

RitaDallaChiesaIntervista

Mi racconti un aneddoto off degli inizi della tua carriera?
Quando ho cominciato a fare tv, stavo da poco con Frizzi, lui conduceva già “Tandem”. Mi ricordo che si metteva dietro le telecamere e ogni volta che si accendeva la lucetta scappava da una parte all’altra facendomi capire quale mi stesse inquadrando! (ride n.d.r.). È stato lui a insegnarmi come stare davanti alle telecamere. Mi ha detto: “sii sempre te stessa, anche col mal di testa, la coda di cavallo, o senza trucco”.

Tu hai iniziato come giornalista…
Sì, scrivevo per Gioia e Donna moderna. E poi avevo una rubrica su Epoca, “Affari di famiglia”, che fra l’altro ricomincerà a giorni su Visto.

Una notizia in anteprima…
Sì, non lo sa ancora nessuno (ride)

Nel 1983 sei approdata alla tv, appunto, con il programma “Vediamoci sul Due”, dove hai conosciuto l’amore della tua vita. Con Fabrizio è stato amore a prima vista?
Per lui sì, io invece ci ho messo un po’ per via della differenza di età. All’epoca non c’erano ancora matrimoni con divari di età così forti, e anche se io sono sempre stata ribelle, ho dovuto fare un percorso prima di accettare che questa storia stesse diventando importante.

Oggi riavresti una storia con un uomo più giovane di te?
Certo, quelli della mia età mi annoiano! (ride) Molto meglio una persona più giovane. Non dico di trent’anni, ma comunque più giovane. Dai giovani c’è molto da imparare, e questo non basta mai, a qualunque età. Molti ragazzi mi scrivono “per me sei come una zia”. È bellissimo!

Fabrizio si è appena risposato, e si è parlato della tua assenza al matrimonio. C’è stato un momento in cui avresti voluto tornare con lui?
Sì, molte volte. Fabrizio è una persona che non si può non amare, la più perbene che io abbia mai conosciuto. Ho avuto nostalgia di lui, delle cose belle che abbiamo vissuto mille volte. Però poi mi sono arresa all’idea che comunque io ho avuto il mio passato, e oggi è giusto che lui viva il suo presente.

E’ una bella dichiarazione anche questa…
E’ amore anche lasciar libere le persone di vivere la propria vita.

Tornando alla tv, hai condotto proprio con Fabrizio “Pane e marmellata”, un programma per bambini grazie al quale vieni notata dalla moglie di Arrigo Levi e approdi a Fininvest.
Sì, la moglie di Levi guardava sempre “Pane e marmellata”, e mi propose al marito per la prima rubrica di approfondimento Fininvest. Io all’inizio ero convinta, sbagliando, volessero incontrarmi per intervistarmi sulla vicenda mio padre. In quella scelta mi aiutò Maurizio Costanzo. Mi disse “è il momento giusto, fa’ il salto”. Ed lo feci, passando dalla Rai a Fininvest. Arrigo e Maurizio sono stati i miei più grandi maestri.

Tanti programmi di successo, come “Il trucco c’è” con Diego Dalla Palma, ma innegabilmente sei entrata nel cuore di tutti con “Forum”.
Sì, Forum me lo sono cucito addosso, soprattutto nella seconda parte. Infatti abbiamo fatto ascolti tali da andare in onda su Canale 5 e anche con uno sportello pomeridiano su Rete4.

Manchi tanto alla trasmissione! Io ho provato a dargli un occhio: ha un sapore completamente diverso.
E’ un’altra trasmissione, condotta benissimo da Barbara Palombelli. Non ho motivo di esserne gelosa.

E’ spiaciuto non vederti allo speciale per i 30 anni del programma.
Quello è stato un pugno nello stomaco. Avrebbero dovuto evitare di chiamare quella puntata “30 anni di Forum”. Mi hanno detto addirittura che hanno mandato in onda puntate condotte da me, ma coi miei interventi tagliati. Francamente questo non lo capisco.

Una volta hai detto “faccio sempre le scelte sbagliate nel momento più sbagliato”. Qual è la scelta più sbagliata che hai fatto?
(ride) questa!

Anche se in realtà non è dipesa totalmente da te…
Sai, prima di lasciare il programma, ho saputo con dispiacere che Fabrizio e Marco non sarebbero stati confermati. Per me è stato un colpo. Poi ci sono state anche molte voci di corridoio secondo le quali “Forum” sarebbe stato sospeso. Ho sbagliato nel non andare alla fonte, anche perché io sono visceralmente legata a Mediaset. Ma questo è il motivo per cui ho accettato la proposta di Cairo, a cui sono rimasta legata pur non avendoci lavorato. Io e lui avevamo una concezione diversa della messa in onda: lui voleva una trasmissione alla Forum, io non sarei mai andata contro il mio programma di sempre. Andarmene da Canale5 prima, e da La7 dopo sono state due scelte coraggiose, alla mia età non facili.

Altra tua frase: “non ho alcun talento nel frequentare i famosi posti giusti”. Un posto giusto che non frequenti?
I salotti romani stile “Grande bellezza”. Quel film è meraviglioso, perché racconta la solitudine che puoi vivere in una città come Roma, frequentando certi ambienti.

Ti riporto una tua frase che mi ha fatto sorridere. “preferisco chi mangia piccante, vuol dire che mette passione anche nell’intimità”. Che rapporto hai col sesso?
Meraviglioso! (ride) Credo sia una cosa molto importante, che ti faccia stare bene. Certo, non quello inutile e fine a sé stesso. Devi amare, almeno dal mio punto di vista. Devo amare, perché ci sia il tutto. E quando c’è è bellissimo.

Se poi si mangia piccante ancora meglio…
A me dà fastidio l’uomo a dieta, mi fa paura. Io non mangio carne, ma voglio mangiare la pasta, le pizze rustiche, formaggi saporiti. Mi piace la vita. Un bel piatto di pasta al pomodoro con l’olio piccante sopra, per me, è impagabile!

Una data che è rimasta impressa nella tua vita è il 3 settembre 1982, quella dell’omicidio di tuo padre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Posso chiederti cosa ricordi di quel giorno?
La solitudine nella quale mi sono sentita proiettata nel giro di mezzo secondo. Io ho saputo di questa cosa da un giornalista del Tg2, non dai carabinieri, che sono la mia famiglia, la mia anima, il mio cuore, il mio tutto. Evidentemente al comando generale in quel momento c’era qualcuno che non amava mio padre. Mi sono seduta sotto la doccia e ho passato metà nottata lì, inebetita. La mattina dopo sono arrivata a Fiumicino, mi sono fatta il biglietto per Palermo. All’epoca ero solo giornalista di carta stampata, nessuno mi riconosceva. Mi hanno detto “signora, non c’è un posto perché stanotte hanno ammazzato il Generale Dalla Chiesa”. Ed io ho detto “era mio padre”, e allora il posto è saltato fuori.

Il racconto che Riina ha fatto sulla strage di via Carini è tremendo. Se ne è tornato a parlare anche nei giorni scorsi.
Non riesco a capire se sia vero. È possibile che io debba venire a sapere la verità non dai magistrati, non dai giudici, ma da Totò Riina? Che peraltro parla soltanto adesso! C’è qualcosa di strano, come tutto quello che riguarda la morte di mio padre.

La cassaforte, anche…
Tutto! È tutto molto strano. Hanno fatto film su come si sia arrivati al 3 settembre. Io ne farei uno dal 3 settembre in poi, sui tanti misteri che sono rimasti tali: la borsa di mio padre, i documenti spariti, chi è entrato nella prefettura quella sera invece di buttare un lenzuolo su mio padre? Mio padre è morto in una strada molto affollata, eppure un lenzuolo per coprire mio padre ed Emanuela (Setti Carraro, la seconda moglie del Generale Dalla Chiesa) nessuno l’ha buttato dalla finestra. E chi è entrato a Villa Pajno quella sera?

Cos’ha preso? Dov’era la chiave della cassaforte? Nella cassaforte abbiamo trovato una scatola vuota, c’erano i gioielli di Emanuela, ma non i documenti di mio padre. La scrivania di mio padre era sempre piena di carte, scartoffie. Quella sera non c’era un foglio, era perfettamente pulita. Quando mio zio, fratello di mio padre, disse al procuratore “dovete farci capire cosa sia successo” lui gli rispose “non mi gioco di certo le ferie per questo omicidio”…

Allucinante… Da chi vorresti delle risposte?
Dallo Stato. Tutti mi dicono “continui ad andare a Palermo, ad amarla”. Certo, io non dovrei vivere a Roma, dove è stato deciso il tutto! Non a Palermo, dove sono solo state armate le mani.

Sei sempre più convinta che la mafia abbia ucciso tuo padre su commissione…
Certo. Politica……..

Qual è la cosa che più ti manca di tuo padre?
Mi mancano la sicurezza che mi dava, il senso di giustizia che si portava appresso. Il ruvido della sua divisa quando l’abbracciavo, mi manca la sua telefonata serale, mi mancano tante cose. Io ho avuto un padre, non il generale Dalla Chiesa. Mi manca mio padre

(G.Lazzaro)

Dalle email false alla “truffa romantica”: ecco quanto è facile farsi rubare dati e soldi online

La Stampa
carola frediani

Aziende italiane che hanno perso migliaia di euro; donne adescate da finti vedovi; compratori che chiedono soldi. Chi rischia e come



Piccole e medie imprese italiane a cui sono stati rubati centinaia di migliaia di euro con un cambio di Iban; donne avvicinate online da finti corteggiatori con lo scopo di sottrarre loro informazioni e denaro; utenti che mettono in vendita un articolo e sono contattati da potenziali acquirenti che però accampano problemi per spillare loro dati e soldi. Abbiamo approfondito i meccanismi di alcune delle truffe online più sofisticate che stanno colpendo negli ultimi mesi gli italiani.Perché è lontano il tempo in cui la truffa alla nigeriana (Nigerian scam o 419 scam) era una mail improbabile e ridicola, inviata a caso, che viveva solo grazie alla legge dei grandi numeri. Oggi le frodi via internet sono diventate più complesse e insidiose, anche tecnicamente. A volte anche mirate. E dietro ci sono gruppi che operano a livello transnazionale.

EMAIL E IBAN: AZIENDE NEL MIRINO
«Non ho dormito per due mesi», mi dice Angela. Dal giorno in cui uno dei fornitori dell’azienda in cui lavora ha chiamato in ufficio, lamentandosi di non avere ancora ricevuto il pagamento che gli spettava. Eppure, certo che lo avevano pagato, e per tempo. Ma il fatto è che avevano mandato il bonifico sul conto di un truffatore, e non su quello del loro fornitore.

Quel che è peggio, non si era trattato di un solo bonifico. Ce ne erano stati vari, che dovevano essere diretti sui conti di altri creditori. E che invece sono finiti in tasca a una banda criminale. In questo modo, tra il 2014 e il 2015, a un’azienda del Nord-Italia di piccole-medie dimensioni sono stati trafugati circa 600mila euro. Con fatica, come vedremo, ne hanno recuperati 138mila. Ma i restanti 450mila sono andati persi del tutto, spariti nel nulla. Ed è tutto partito da una mail.

«In pratica abbiamo perso l’utile del lavoro di un anno a causa di questa truffa. Ed io ne sono stata il veicolo inconsapevole. È stato molto traumatico», racconta Angela, il cui nome è di fantasia, perché ha chiesto l’anonimato per sé e per l’azienda. Ma vuole che si sappia che queste cose possono succedere. Anche perché lei non era preparata. «Non sapevo esistessero episodi di questo tipo, nessuno, a partire dalle associazioni di settore, ci aveva mai allertato al riguardo».

Ma cosa è successo all’azienda di Angela? Gli americani la chiamano truffa della compromissione della email aziendale o BEC (Business Email Compromise). Funziona così: i dipendenti di un’azienda ricevono una mail fraudolenta, che finge di essere stata inviata da persone o enti di cui si fidano, e che invece è mandata dai truffatori; nella mail c’è un link o un allegato; seguendo il primo o aprendo il secondo il destinatario viene infettato. Questa è la prima fase, un attacco detto di phishing, in cui si cerca di ingannare un utente con email fasulle per infettarlo o rubargli delle credenziali.

A quel punto inizia la fase due. I truffatori hanno accesso al pc e/o alla mail del dipendente. Iniziano a spiarne le comunicazioni interne ed esterne; individuano i responsabili commerciali, i creditori e debitori. Si fanno un quadro della situazione e quindi arrivano alla fase tre. Simulano, con una finta email, di essere un fornitore dell’azienda cui deve essere fatto un pagamento; e spiegano che per qualche motivo hanno cambiato Iban. Il nuovo codice in realtà corrisponde a un conto aperto su una banca estera da un membro dell’organizzazione criminale.

Sembra un piano arzigogolato? Non se hai davanti un’azienda che magari lavora nell’import-export, con tanti fornitori in altri Paesi, bonifici frequenti e consueti cambi di conto. Non se si considera che, prese dalla routine e da mille incombenze, le persone non stanno sempre in allerta. «Era un momento di stress, c’erano clienti da noi quasi tutti i giorni e il mio livello di attenzione si era abbassato», racconta Angela.

Così, nel corso di alcuni mesi, sono partiti dieci bonifici a tre loro diversi fornitori esteri, di cui uno in Giappone. «C’era sempre una giustificazione plausibile per il cambio di Iban». Inoltre i truffatori sono stati abili. «Ci hanno studiato attraverso la nostra posta così come hanno analizzato il rapporto coi nostri fornitori e i pagamenti che gli dovevamo».

Nell’azienda di Angela lavorano venti persone, per 10 milioni di euro di fatturato: un ammanco di 600mila euro è piuttosto consistente. Quando alla fine hanno realizzato che quei pagamenti erano andati nelle mani sbagliate, hanno ovviamente provato a recuperarli contattando le banche in questione. E qui si sono trovati davanti a un muro di gomma. «Nel migliore dei casi, con una banca inglese, ci hanno dato indietro quanto era rimasto. Ma per il resto non ti dicono neanche a chi sono intestati quei conti».

«La situazione è ancora più complicata quando si ha a che fare con banche in Paesi dell’Est», racconta l’avvocato Giuseppe Vaciago che ha avuto più di un cliente finito in questo genere di truffe e si è trovato a condurre estenuanti trattative con istituti esteri, malgrado avesse in mano le denunce.«Lì non solo non recuperi niente, ma a volte avvisano perfino il titolare del conto, cioè il truffatore».
La risposta delle banche in genere è che sei tu che hai sbagliato l’Iban.

E pazienza se il codice non corrispondeva al nome del beneficiario del bonifico. Per le banche, sulla base della normativa europea, conta solo l’Iban. «In realtà potrebbero usare dei meccanismi per cui se un nome non combacia con l’Iban l’utente riceve almeno un alert online», aggiunge Vaciago. Sta di fatto che, una volta partiti, i soldi spariscono in fretta e non tornano quasi mai indietro.

Ma cosa sappiamo dei truffatori dell’azienda di Angela? L’esperto di informatica forense Paolo Dal Checco ha provato a “inseguirli”. Il malware originario con cui si sono probabilmente introdotti nei pc dell’azienda di Angela non è stato rinvenuto; ma Dal Checco ha rintracciato l’origine delle mail con cui i truffatori si fingevano i fornitori. E queste rimandavano a indirizzi IP di Dakar, Senegal.
Ma se a essere compromesso era il pc di Angela, come facevano invece i truffatori a simulare in modo credibile le mail dei fornitori?

«Possono farlo in due modi: ci sono servizi online, anche gratuiti, che ti permettono di copiare l’indirizzo mail di qualcuno, in modo che il messaggio di posta ricevuto sembri arrivare proprio da un contatto del ricevente (spoofing, in gergo, ndr)», spiega Dal Checco. Per cui nella posta vedremo una mail proveniente da Mario Rossi e dal suo indirizzo mariorossi@lastampa.it anche se ce la sta spedendo un’altra persona da un diverso dominio (il più delle volte già verificare se ci sono discrepanze fra l’indirizzo visualizzato nella mail e quello che appare quando si risponde può aiutare).


Usando uno di questi servizi anche noi della Stampa ci siamo autoinviati una mail finta che sembra provenire dal sito di Governo.it

«In alternativa i truffatori comprano dei domini simili a quelli dell’azienda che vogliono impersonare, in cui la differenza sta magari solo in una lettera, contando sulla disattenzione del destinatario».

Ovvero aprono un dominio tipo www.lastampa-it.com e da lì mandano mail mariorossi@lastampa-it.com, contando anche sul fatto che alcuni client di posta non ti fanno vedere subito l’indirizzo effettivo del mittente ma solo il suo nome (che è deciso dallo stesso mittente).La pratica è così diffusa che a Dal Checco è capitato spesso di individuare in anticipo tentativi di truffa nei confronti di una qualche azienda semplicemente monitorando l’apertura di nuovi domini “simili” a quelli di note imprese.

Quanta è diffusa questo tipo di truffa? Difficile avere dei numeri specifici al riguardo, ma almeno ci sono delle inchieste italiane che hanno aperto una finestra sul fenomeno. Si è partiti prima con un blitz della Guardia di Finanza di Torino, nell’aprile 2015, operazione battezzata Nigerian Drops: 20 indagati e una decina di arresti tra Piemonte, Veneto, Lombardia, Campania.

In pratica gli investigatori avevano individuato in Italia, e in particolare a Torino, la coda di un’organizzazione criminale, con una forte componente nigeriana, specializzata in truffe online, a partire da quelle ai danni di aziende, avvenute proprio attraverso la compromissione delle email e il dirottamento dei pagamenti. Il riciclaggio dei soldi, prelevati alla chetichella da una rete di muli, avveniva nel nostro Paese.

Successivamente, nel giugno 2015, si è arrivati a un secondo blitz internazionale e italiano (noto come operazione Triangle) con 62 ordinanze di custodia cautelare eseguite in vari Paesi, di cui 29 emesse dalla Procura di Perugia, poiché proprio nel capoluogo umbro era stato individuato un conto corrente su cui approdava una parte dei soldi truffati.

Secondo gli inquirenti, a finire vittima del gruppo sono state almeno una cinquantina di aziende (di cui 7 italiane) sparse in tutto il mondo: 800 i bonifici truffa individuati, circa 5-6 milioni di euro la stima dei danni economici provocati dall’organizzazione nella sua attività che risalirebbe al 2012. Tre dei cybercriminali ai vertici del gruppo sono stati poi arrestati in Nigeria nel novembre 2015. I reati contestati? Accesso abusivo a sistemi informatici, sostituzione di persona, truffa aggravata e ricettazione.

«È un tipo di truffa particolarmente pericolosa per la quantità di soldi che possono essere sottratti, può mettere in ginocchio una piccola azienda», commenta alla Stampa il direttore della Polizia postale Roberto Di Legami. «Sono a rischio soprattutto le aziende che hanno molti rapporti con l’estero». Ma come fanno i soldi a sparire così facilmente? Non si riesce in qualche modo a seguirli?

«In genere non abbiamo a che fare con organizzazioni piramidali ma con gruppi composti da cellule separate», prosegue Di Legami. «La parte più importante, il riciclaggio dei soldi, avviene attraverso reti di muli», prestanomi, a volte anche poveracci ingaggiati con lo scopo di incassare i soldi.

«Soldi che sono parcellizzati e fatti sparire facendoli girare su carte di credito clonate, carte prepagate, acquisti, anche conti di gioco. Aprono magari un conto gioco su siti di scommesse online, con documenti falsi, oppure senza molta documentazione se il conto è autorizzato solo a inviare soldi e non a incassare. A quel punto li girano su altri conti da cui invece monetizzano». Se poi le piste portano all’estero si entra in un terreno minato. «Ci vogliono rogatorie che presuppongono accordi di cooperazione fra due Paesi».

Servono dunque molta prevenzione e condivisione di informazioni, prima che i buoi scappino dalla stalla. Prova a farlo OF2CEN (Online Fraud Cyber Center and Expert Network), un progetto della Postale che, attraverso partner come l’Associazione bancaria italiana (ABI), diffonde liste di Iban da bloccare perché sospettati di truffe.

E serve consapevolezza fra le aziende. «Ci sono stati casi in cui i truffatori che simulavano di essere il fornitore di un’azienda sono arrivati al punto di telefonare all’impresa che tentavano di ingannare», racconta Dal Checco. Come ha documentato anche il giornalista investigativo Brian Krebs, esistono call center specializzati in servizi di appoggio per cybercriminali, in diverse lingue. Molti di questi sono impiegati nel giro delle truffe a sfondo sessuale, ma non solo.

LA TRUFFA ROMANTICA ARRIVA DA FACEBOOK
Simona è una donna di 47 anni, di bell’aspetto, con un lavoro in un gruppo media, a Milano. Qualche mese fa un nuovo contatto le ha chiesto l’amicizia su Facebook. Si chiamava Henry L. Cognome francese, aspetto da attore d’Oltralpe, e foto che lo ritraggono come il padre amorevole di una bambina. Attacca bottone con Simona in chat, prima le scrive in spagnolo dicendo che cercava persone con cui esercitarsi in quella lingua.

Già, perché lui è francese, nato in Corsica, e ora residente nel Nord della Francia, a Metz. Ma ha anche un appartamento a Parigi e un’impresa in Costa d’Avorio, dove vive suo padre. Insomma, inizia a tempestare Simona di messaggi e di toccanti storie della sua vita, una sorta di Cent’anni di solitudine sottoposto a bombardamento sintattico-grammaticale, dato che nel mentre è passato a scriverle in un italiano zoppicante, con l’aiuto dichiarato di Google Translate.

Lui è un padre single, l’ex moglie è mancata nel 2013, il suo primo figlio morto alla nascita. Sono rimasti lui e la seconda figlia, con cui è costantemente ritratto nelle foto che inizia a inviare a Simona (sollecitandone a sua volta da lei). Poi gli accenni alla vita professionale, prima il lavoro in uno stabilimento di olio di palma in Africa, fino all’attuale situazione da imprenditore facoltoso.

«Tra un raccontarci una storia e l’altra, si innesca così un chiaro tentativo di seduzione in rete», racconta Simona alla Stampa. Henry le fa capire di essersi innamorato di lei, di voler venire in Italia, sposarla e riportarla in Francia. «Ovviamente mi faceva credere di esser molto ricco e che per qualsiasi cosa era disposto a pensare a me in tutto e per tutto perché era sua intenzione costruire insieme una famiglia felice».

Simona è incredula per la maggior parte del tempo, ma anche un po’ confusa. Quello che depista di fronte a truffatori di questo tipo è constatare la quantità di energie e tempo dedicati alle potenziali vittime. Le truffe online di solito sono più una pesca nel mucchio, rapida e di massa. Qui c’è qualcuno che comunque sta dedicando risorse a corteggiare una donna, con molteplici messaggi, foto e informazioni.



«Ho iniziato a capire qualcosa in più nel momento in cui mi ha chiesto che gli inviassi la mia mail personale con tanto di password , così come l’accesso al mio profilo Facebook. La sua motivazione era che dovevamo iniziare ad avere fiducia reciproca. Ovviamente non gli ho dato nessuna password. Ma il giorno dopo è tornato alla carica e, dopo avermi ammonito con fiori, cuoricini e smile, mi ha mandato la copia del suo documento d’identità e della carta di credito dicendomi che lui si fidava di me, che quella ne era la dimostrazione, e che io dovevo fare lo stesso. Ma quando ho visto i documenti, palesemente ritoccati con Photoshop (per altro con Photoshop ci lavoro) ho avuto conferma definitiva che fosse proprio un truffatore».



Simona si è fermata in tempo, prima di venire irretita in quella che si chiama truffa romantica, internet romance scam. Ma nell’iniziale scambio di messaggi ha comunque inviato a Henry foto di lei e della sua famiglia, che ora non avrebbe voluto inviare. Nulla di scabroso, in questo caso, ma «il pensiero che possano essere usate da questi truffatori magari per creare altri finti profili e identità mi raggela», ci dice Simona che è comunque andata a sporgere denuncia, anche se è stato più un atto formale che altro.

La frode online a sfondo sentimentale era una delle attività praticate anche dal gruppo smascherato dalla prima inchiesta italiana di cui abbiamo parlato, che aveva come epicentro Torino. In quel caso era stato proprio il profilo di un finto latin lover italiano, Teddy Paolo, che adescava americane sui social media, a portare gli investigatori all’ombra della Mole. La parabola in genere si articola così: approccio a una potenziale vittima, corteggiamento anche prolungato nel tempo, consolidamento della fiducia, e richiesta di denaro (o di accesso alla carta di credito) con le più svariate scuse.

“Divorziato e con un figlio, dopo pochi giorni era già innamorato e voleva conoscermi per costruire una famiglia nuova”, commentava nel gennaio 2016 sul sito Vignaclarablog una donna italiana di nome Patrizia. L’identikit è un po’ sempre lo stesso insomma. “Venditore di auto, in viaggio in Costa d’Avorio per un’eredità…Un parente morto là”. Poi la carta di credito non funziona più e la richiesta di mandargli 250 euro tramite Moneygram.

Lo scorso dicembre è emerso che una donna britannica ha perso più di 1 milione di sterline, nel corso di dieci mesi, a causa di una truffa di questo tipo. I criminali però sono stati individuati, erano due nigeriani di 31 e 43 anni. Uno di questi fingeva di essere proprio un padre single, e di avere bisogno di soldi, che dovevano essere solo un prestito, per completare un progetto ingegneristico in Africa.

Secondo l’ispettore Gary Miles, della polizia metropolitana di Londra, in un anno le vittime britanniche di questo tipo specifico di frode avrebbero perso 4 milioni di sterline, ma è una stima molto conservativa perché sono poche quelle che denunciano. “In alcuni casi i sospettati parlavano con le donne prese di mira per ore ogni giorno, in chat online o al telefono”, ha dichiarato Miles.

Rispetto ad altre frodi più di massa, la internet romance scam interessa un numero più basso di vittime, ma quando va a segno fa molto male, psicologicamente e finanziariamente. Non che gli uomini siano immuni da questo tipo di truffe. Solo che sono presi di mira più attraverso estorsioni a sfondo sessuale, conseguenti a videochat a luci rosse.

Una giovane attraente abborda un uomo sui social, gli chiede di passare poi su Skype, l’approccio degenera velocemente, il video viene registrato all’insaputa della vittima. E poi si chiedono soldi per non diffonderlo. «Un fenomeno che sta crescendo, e che sembra avere legami con gruppi in Costa d’Avorio», commenta Di Legami.

IL BONIFICO DELLA COSTA D’AVORIO
Già, la Costa d’Avorio. L’ultimo capitolo di questa inchiesta approda ad Abidjan. Nella lunga scalinata delle truffe online, i gradini più bassi sono ricoperti da quelle che colpiscono l’ecommerce. Qui si torna un po’ alla legge dei grandi numeri di cui si diceva prima. Ma sebbene certi fenomeni siano diffusi da anni, non sembrano essere affatto in declino, arricchendosi sempre di nuovi risvolti.

Uno di questi è la truffa del bonifico dalla Costa d’Avorio. Sebbene esista da tempo, ha avuto una recrudescenza a fine 2015, forse in concomitanza col periodo natalizio, come si può vedere dalla quantità di commenti di utenti italiani lasciati negli ultimi mesi sui blog e i siti che trattano l’argomento.

Funziona così: un utente mette in vendita qualcosa di costoso su siti come Subito.it o simili (Subito.it sembra essere particolarmente bersagliato); un potenziale acquirente, che dice di trovarsi in Costa d’Avorio, lo contatta dicendosi pronto a comprarlo tramite bonifico bancario; chiede quindi i dati del compratore e il suo Iban e anche il telefono.

Arriva però un intoppo: in genere è una comunicazione di una presunta banca ivoriana con i dati del conto dell’acquirente e i dati dell’utente italiano, dove si dice che la transazione è bloccata per le norme antiriciclaggio e alcune irregolarità. E che per sbloccarla occorre pagare una imposta commerciale (importo variabile, intorno ai 100 euro) da anticipare via Western Union o Moneygram che poi verrà restituita dallo stesso compratore nel bonifico bancario.

Astruso? Impossibile da credere? No, a giudicare dai tanti commenti di italiani che ancora nel 2016 finiscono truffati. Perché ovviamente quel bonifico non arriverà mai. E i soldi inviati saranno inghiottiti nel nulla. Inoltre, anche se la maggioranza delle persone si ferma prima di mandare i soldi, molti inviano comunque i propri dati bancari e personali. Che saranno poi utilizzati dai truffatori per simulare identità finte in altre truffe con altre persone in un circolo vizioso in cui non si butta via nulla.

Da almeno due anni ad esempio imperversa online un profilo digitale dal nome Sabrina Boyer, associato a diversi indirizzi email. Il nome è costantemente segnalato dai commenti degli utenti italiani, che sono stati contattati da questa fittizia signora francese, in viaggio in Africa, per comprare qualcosa che avevano messo in vendita, per poi ricadere in uno schema simile (ci sono molte varianti) a quello appena descritto.

Con il dettaglio che in alcuni casi, per convincere le vittime, arrivavano anche delle telefonate.
La Stampa ha scritto a uno di questi indirizzi email e ha potuto verificare con un semplice stratagemma che l’indirizzo IP del mittente sta effettivamente a Abidjan, capitale economica della Costa D’Avorio, dove negli anni si è sviluppata una industria sui generis, evidentemente.
Ci sono anche formule un po’ più avanzate rispetto a quella di base. Una l’ha sperimentata, ormai un po’ di tempo fa, Ilaria Cuzzolin, mamma e blogger.

Mette in vendita un tablet, si accorda con un compratore che sta in Costa d’Avorio e aspetta la comunicazione da PayPal della avvenuta transazione, dell’invio di soldi. Ne riceve però una finta, inviata dai truffatori, in cui le si dice che i soldi sono già stati sottratti al conto del compratore, ma che saranno accreditati non appena lei fornirà il numero di spedizione dell’articolo, una ulteriore procedura di garanzia antifrode diciamo. A quel punto Ilaria va alle Poste e spedisce il tablet. Che per fortuna viene intercettato dall’ufficio di Malpensa, dove qualcuno fiuta la truffa, al punto da telefonarle.

«Hanno capito che qualcosa non andava perché nella bolla di accompagnamento c’era scritto tablet; quando hanno letto tablet e Costa d’Avorio hanno fatto due più due e mi hanno chiamata (il cellulare era sulla bolla) chiedendomi se avessi già effettivamente i soldi dell’acquirente sul mio conto. In caso contrario, si doveva trattare al 99 per cento di una truffa», ci racconta Cozzolin. «All’epoca ce n’erano moltissime di quel tipo sui prodotti tecnologici. Ora vedo che puntano anche a oggetti di poco valore, da 100 euro».

In quanto alla vecchissima e più tipica truffa alla Nigeriana, la scam 419 - quella fatta da mail dove i nipoti di qualche ricco politico africano in difficoltà chiedevano di poter usare il conto del destinatario per spostare ingenti quantità di soldi, in cambio di una percentuale sugli stessi – è stata aggiornata sull’attualità. Le mail – come segnala anche un alert della società di cybersicurezza Kaspersky - ora impersonano uomini d’affari siriani o donne in fuga che vogliono reinvestire all’estero i loro soldi messi a rischio dalla guerra.

Memoriale della Shoah: al Binario 21 l’architettura dialoga con la memoria

Corriere della sera

di Vittorio Gregotti

Ferro, pietre, ghiaia, nuovi volumi: quasi ultimata l’operazione iniziata nel 2007 e realizzata da Annalisa de Curtis e Guido Morpurgo. Un progetto ostinato e coerente

La prima sala del Binario 21 alla Stazione centrale di Milano, progetto degli architetti Annalisa de Curtis (1969) e Guido Morpurgo (1964)

In questi tempi caotici e tristi è molto difficile progettare e realizzare un’architettura la cui qualità sia capace di confrontarsi con un tema tanto tragicamente connesso alla colpa della società europea come quello della deportazione per motivi razziali e politici operata negli anni Quaranta dal nazismo e dal fascismo. È tanto grande il senso di colpa dell’intera società da rendere molto difficile il lavoro di un architetto che voglia costruire — proprio sul luogo dove si è compiuto il misfatto, al Binario 21, sotto la stazione centrale di Milano, con la deportazione verso un’ignota destinazione, cioè un campo di concentramento — un Memoriale della Shoah: una figura che sia capace di agire oggi senza dimenticare, per mezzo della coerente qualità della pratica artistica dell’architettura, verso un destino di educazione pubblica fondata sulla nostra storia (con i suoi errori).

Gli architetti Annalisa de Curtis e Guido Morpurgo ci hanno lavorato dal 2007, con ostinazione e coerenza sensibile, contro ogni «indifferenza», parola scritta sul muro all’ingresso. Tutta l’operazione è quasi terminata, salvo l’arredo della biblioteca, ma è stato possibile visitare il luogo, in attività progressiva almeno da due anni, e riconoscerlo in ogni nuovo dettaglio dello sviluppo. Ciò di cui vorrei scrivere è proprio il grande e coerente linguaggio, utilizzato sin dai minimi dettagli senza che essi cedano ad alcun formalismo: possiedono, tutti insieme, un senso e costruiscono per la nostra società uno strumento proiettato nel futuro, fondato sulla verità del terribile atto compiuto. Al contempo descrivono una altrettanto importante verità possibile del presente. Il durevole linguaggio dell’architettura è capace di far coincidere il ricordare e promettere.

Il ferro, nella sua oscura e ferma realtà, il cemento, le pietre, la ghiaia del pavimento, si confrontano con il fianco, meravigliosamente restaurato, del convoglio per il trasporto dei deportati che fa da sfondo all’insieme della nuova sistemazione. «Il sistema di ingresso — scrivono de Curtis e Morpurgo – formato dal muro dell’Indifferenza e dalla rampa che raggiunge l’originario piano di carico, si affaccia in modo imprevisto sul patio che accoglie il volume della biblioteca misurando il vuoto come sottrazione; l’Osservatorio dalla zona d’ingresso traguarda i binari; le Stanze delle Testimonianze; il Luogo di Riflessione; la scala circolare appesa che porta alla biblioteca e all’auditorium; sono tutte macchine spaziali che, pur commisurandosi col ritmo dei pilastri e la fitta teoria di travi ricalate dei solai Hennebique, si distinguono dall’esistente secondo un principio di distanziamento».

L’insieme del nuovo possiede una propria rigorosa coerenza ma anche una descrizione continuamente nuova dei differenti spazi corrispondenti alle diverse funzioni, con le «Cinque stanze della testimonianza» quadrate, con le loro varianti spaziali, che offrono testimonianze degli eventi della deportazione. A questo si aggiungono ampi luoghi di dibattito e una grande biblioteca per la consultazione e la ricerca. Ogni connessione apre a una nuova visione dell’opera la cui continuità è segnata proprio dalla presenza del ferro che designa la struttura spaziale di ogni luogo, articolata secondo diversi ma coerenti dimensioni di dettaglio.

«Il Memoriale — scrivono ancora gli autori — è dunque un’architettura-documento, un’infrastruttura-reperto: più che fornire spiegazioni, pone interrogativi che il visitatore come “corpo mobile” può affrontare a partire dall’incontro emozionale col luogo, dalla traduzione psicologica e sensoriale e dalla sua scoperta. La coincidenza tra tempo, materia e memoria scaturisce dall’interazione tra condizioni “archeologiche” delle strutture, intensità evocativa del rumore e delle vibrazioni prodotte dallo scorrimento dei convogli sul soprastante piazzale dei binari, oltre che dal graduale passaggio dalla luce naturale che attraversa la prima campata, all’oscurità dell’area interna». Illuminata dalla coscienza.

19 marzo 2016 (modifica il 19 marzo 2016 | 23:04)

Super comparativa: la pila stilo che dura di più

Corriere della sera
di Roberto Pezzali - 15/03/2016 15:51


Abbiamo misurato 15 batterie stilo alcaline e litio per vedere quella che dura di più. Un test poco indicativo per dispositivi dove le pile vengono usate pochissimo, come i telecomandi, ma fondamentale per faretti, flash, giochi, controller e altri dispositivi che richiedono tanta corrente. Ecco chi ha vinto

Le pile stilo sono probabilmente le batterie più diffuse al mondo: le troviamo dentro i telecomandi, nei giocattoli dei bambini, nelle sveglie e negli orologi da parete e in moltissimi altri prodotti di uso domestico. Ne esistono centinaia di tipi diversi, con marche svariate e personalizzate (Coop, Ikea, Esselunga), ma una caratteristica accomuna tutte le pile stilo non ricaricabili (alcaline e litio): nessuno ci dice effettivamente quanta corrente riescono a erogare. Comprare una batteria stilo, rispetto ad una ricaricabile dove la capacità espressa in mAh viene dichiarata sulla confezione, è un po’ un terno al lotto: ci fidiamo del coniglietto Duracell o prendiamo le economiche Amazon Basics? Come abbiamo già fatto con le batterie ricaricabili USB per smartphone abbiamo voluto mettere in prova anche le batterie stilo più famose utilizzando un analizzatore professionale per verificare quale pila stilo dura di più.
Come abbiamo misurato le pile
Non esiste un metodo standard per misurare le pile di ogni tipo, anche perché nella maggior parte dei casi le performance sono legate anche alla corrente di scarica, ovvero alla corrente assorbita dal dispositivo e richiesta alla pila. La stessa pila potrebbe infatti avere una capacità molto elevata se vengono chiesti pochissimi ampere, ad esempio i 10 milliampere della pressione di un tasto del telecomando, ed una capacità inferiore se invece le viene chiesto ad esempio 1 ampere continuo, ed è il caso di una macchina radiocomandata o di un flash per macchine fotografiche. E’ questo il motivo che ha spinto i produttori a realizzare diverse versioni di batterie della stessa marca: alcune sono ottimizzate per dispositivi che assorbono pochissimo e garantiscono più autonomia proprio se viene richiesta loro poca corrente saltuariamente, altre invece sono pensate per garantire un afflusso costante di corrente.

Non potendo per ovvie ragione provare le pile a valori di assorbimento bassissimi, anche perché la misura di una singola pila porterebbe via anche un mese, abbiamo scelto di utilizzare per tutti un valore base di 500 mA (0.5 ampere) scaricando la batteria in continuo fino al raggiungimento di 0.5V. Una sorta di via di mezzo, con la consapevolezza che le batterie pensate per i bassi assorbimenti verranno comunque penalizzate da questo tipo di misura.


La stessa batteria misurata 4 volte con quattro assorbimenti diversi: a 25 milliAmpere arriva a 3000 mAh, a 500 milliAmpere solo a 1500 mAh. Si capisce quindi che con il nostro test, fatto a 500 mA, andiamo a "tirare il collo" alle pile chiedendo loro il massimo. In ogni caso crediamo non sia un grosso problema: chi usa le pile per un telecomando non si pone troppo il problema di quale sia la batteria che assicura la maggiore durata, mentre chi invece deve alimentare un controller come quello dell’Xbox One, un flash, faretti led o una macchina radiocomandata deve sapere quale garantisce più ampere ora.
L’eccezione litio: durano di più ma costano tanto
Nella nostra prova abbiamo voluto inserire anche tre pile al litio, le Energizer, le GP Batteries e le Varta Lithium: siamo di fronte a tre batterie particolari che utilizzano la più evoluta tecnologia oggi disponibile, e come si vedrà dai risultati sono anche le tre batterie di gran lunga migliori come autonomia e prestazioni. Tutto questo però ha un prezzo, che è nettamente più elevato di una batteria tradizionale: conviene davvero il litio rispetto ad una alcalina o, a questo punto, meglio investire sulle batterie ricaricabili?

I risultati: Duracell l'alcalina con più autonomia, ma se guardiamo ai prezzi…
Il grafico qui sotto vi mostra l’andamento di tutte le batterie provate. Quasi tutti i modelli tradizionali hanno il classico andamento a caduta: perdono tensione piano piano salvo poi crollare, chi prima e chi dopo. La Amazon Basic è indubbiamente la batteria peggiore, mentre la Duracell è quella che tra le alcaline dura di più. Le pile al litio fanno una gara a parte, con la GP Batteries che sfoggia un’ottima linea, mantenendo il voltaggio costante nel tempo per poi cadere di colpo, e la Energizer che si conferma in assoluto il top, una categoria sopra le altre. Il grafico è abbastanza facile da leggere: sull’asse delle Y si leggono i volt che la batteria garantisce, sull’asse delle X gli ampere ora. Più lunga è la linea maggiore è la durata della batteria, ma è bene vedere anche quanto è costante la tenuta sui volt.



In questo grafico riportiamo invece sinteticamente i risultati ottenuti per ogni batteria, con a fianco il numero di batterie contenute nel pacchetto e il prezzo indicativo di vendita. Perché non è importante solo la durata, ma è fondamentale rapportare la durata al prezzo di una singola pila.
Varta Longlife e GPBatteries Super le più convenienti
La Duracell Ultra Power è quella che garantisce la maggiore autonomia, ma calcolando che un pacchetto costa 3,99 € per ogni euro speso si ottengono circa 2 Ah, molto meno dei 3 Ah che invece si ottengono per ogni euro spesi comprando le GP Battieries Super o le Varta Longlife. Va fatta tuttavia una ulteriore considerazione: i prezzi delle batterie non sono fissi e cambiano tantissimo, soprattutto online dove acquistando grossi pacchetti il risparmio può essere anche superiore al 100%.

Con questa prova crediamo di aver dato uno specchio di quali sono le migliori batterie sul mercato nel caso in cui si debbano alimentare dispositivi che richiedono molta corrente. Il prezzo gioca sempre un ruolo importante, e probabilmente la scelta migliore è optare sui modelli migliori acquistando un quantitativo superiore alle quattro classiche pile contenute nei blister. Le pile al litio durano tanto ma costano, tuttavia bisogna guardare anche agli altri vantaggi, come una incredibile tenuta di carica nel tempo.