mercoledì 16 marzo 2016

Identità digitale: cos’è, a cosa serve e come attivarla

Corriere della sera

di Martina Pennisi
Dal 15 marzo si possono richiedere gratuitamente le credenziali per accedere ai servizi della Pubblica amministrazione. Pagare il bollo o la tassa rifiuti sarà più facile. Ecco tutto quello che c’è da sapere

L’identità digitale che semplifica il dialogo con la Pa

Si comincia, finalmente. Martedì 15 marzo ha debuttato l’identità digitale (Spid). Cittadini e imprese possono richiedere gratuitamente a Infocert, Poste Italiane e Telecom Italia (le prime società accreditate di una lista che potrebbe allungarsi) le credenziali uniche per accedere online a 300 servizi della pubblica amministrazione, che entro giugno saranno 600 (partono Inps, Inail e Agenzia delle Entrate. Le regioni Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche e il comune di Firenze).

Meno code agli sportelli, quindi, e (la promessa di) una semplicità d’uso che dovrebbe portare in Rete un numero sempre crescente di persone e agevolare il rapporto con la Pa.

Il bollo auto e la tassa rifiuti

Atteso dopo una serie di rinvii, il passaggio guardando all’unificazione totale prevista da Italia Login (qui l’approfondimento del consigliere per l’innovazione del presidente del Consiglio Paolo Barberis) non è banale. Le tre società sopracitate gestiranno, gratuitamente per i prossimi due anni, nome e password che potremo sfruttare per gestire fascicolo sanitario elettronico, pagamento del bollo auto e della tassa rifiuti o per ritirare referti medici.

Foto dal pagina Medium di Barberis
 Foto dal pagina Medium di Barberis
 
Ci sono ovviamente diversi livelli di protezione — tre — con le operazioni più delicate che necessitano di una password aggiuntiva per ogni azione (come quella del token dell’home banking, per intenderci) o di una carta magnetica, ma la sostanza rimane inalterata: dialogare con i servizi pubblici online, con i conseguenti benefici in termini di tempo, da oggi sarà più facile. E considerando che, secondo i dati degli Osservatori del Politecnico di Milano, attualmente lo fa solo il 23% degli italiani a fronte di una media europea del 47% è una buona notizia.

Come ottenere Spid

Per ottenere Spid, cittadini e le imprese possono recarsi fisicamente nei luoghi messi a disposizione da Poste, in 360 uffici (qui la mappa), o Infocert, per ora nelle sedi di Roma, Milano e Padova, (Tim per ora è attiva solo online) od optare per la registrazione via Web. Non ci si aspetti, però, sui portali un’azione equiparabile all’apertura di una casella di posta elettronica o di un profilo Facebook: bisogna essere possesso di uno strumento di identificazione elettronica come la firma digitale, la carta nazionale dei servizi o la carta di identità elettronica con annesso lettore di smart card da collegare al computer. Infocert propone anche la verifica “de visu” con webcam, ma al costo di 15 euro.



«L’obiettivo è di arrivare a 3 milioni di nuove identità registrate nel 2016», dichiara Samaritani. Considerando la conversione delle identità già esistenti, come le tessere sanitarie regionali, si punta a 6 milioni entro fine anno. Tra due anni tutta la Pa dovrà essere accessibile mediante Spid.

Privacy e servizi a valore aggiunto

Nello spiegare che la scelta di rivolgersi a società private è dovuta alla necessità di sviluppare ulteriori servizi a valore aggiunto — come la conservazione dei documenti — aprendo di fatto porte di un nuovo mercato, il direttore di Agid tiene a sottolineare che «le informazioni degli utenti saranno al sicuro e in alcun modo i dati verranno venduti a fini commerciali».

Samaritani, Francesco Caio (ad di Poste) e Marianna Madia, ministro per la Pa (foto Ansa)
Samaritani, Francesco Caio (ad di Poste) e Marianna Madia, ministro per la Pa (foto Ansa)

A questo proposito, l’Agenzia vigilerà sul rispetto delle regole e delle norme di sicurezza con il Garante per la Privacy, sia per quello che riguarda l’attività degli identity provider sia per i servizi messi a disposizione dal pubblico o dal privato.

VIDEO

L’anniversario della strage di via Fani, ora si lavora all’estrazione del dna

La Stampa
francesco grignetti

In auto con il brigatista Mario Moretti c’era qualcun altro?



Di nuovo un 16 marzo, anniversario della strage di via Fani. Trentotto anni fa, i brigatisti rossi assalivano Aldo Moro e la sua scorta. Sterminati gli agenti, rapito lui. Cominciavano i 55 giorni del sequestro dello statista. Nonostante gli anni, ci sono molte zone d’ombra. Troppe. E’ ancora al lavoro la magistratura. E c’è una commissione parlamentare d’inchiesta, presidente Giuseppe Fioroni, Pd, che crede molto nelle indagini scientifiche applicate al delitto Moro.

Il Dna, ad esempio, può fissare senza ombra di dubbio chi c’era in alcuni passaggi topici dei 55 giorni. Ecco dunque - come si può leggere nella relazione depositata di recente in Parlamento - che è stato richiesto ai carabinieri del Ris «l’estrazione di profili genetici da reperti rinvenuti nel covo di via Gradoli, nella Fiat 128 con targa diplomatica usata per l’agguato in via Fani e nella Renault 4 nella quale venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, come pure dagli abiti da lui indossati». 

Uno dei principali misteri che la commissione vuole sbrogliare ha a che fare con la strage di via Fani. Dato che la polizia nel 1978 trovò 39 mozziconi di sigaretta nella Fiat 128 con targa diplomatica che aveva bloccato la corsa dell’auto di Aldo Moro e della scorta, ora si sta lavorando all’estrazione del Dna. Il laboratorio del Ris potrebbe dire quindi, una volta per tutte, se nella 128 all’atto dell’assalto alla scorta c’era qualcuno con Mario Moretti - che ha sempre sostenuto di essere stato solo. 

«All’esito degli accertamenti condotti – riferisce la relazione di Fioroni al Parlamento - sono stati isolati otto profili Dna, tutti rinvenuti sulle sigarette. Si procederà ora ad ulteriori attività dirette: a circoscrivere l’ambito delle comparazioni da eseguire (acquisendo, ad esempio, il Dna dei proprietari e degli usuari della Fiat 128) e a comparare i profili genetici identificati con quelli dei brigatisti per i quali è già stata accertata la partecipazione all’eccidio». Si cercano altri punti fermi. «Qualora, all’esito di tali accertamenti, alcuni profili rimanessero non associati a soggetti noti, saranno condotte ulteriori indagini. In ogni caso, la Commissione auspica che un contributo alla corretta ricostruzione dei fatti possa giungere anche dai responsabili dell’agguato finora accertati e rei confessi». 

L’altro nodo che la commissione vuole diradare riguarda il covo dove si nascondeva il capo delle Br, Mario Moretti. Quel famoso appartamento di via Gradoli che fu scoperto per un’inspiegabile perdita d’acqua. «Sulla base delle analisi condotte sui reperti rinvenuti nel covo di via Gradoli – scrive la commissione - è stato possibile isolare quattro profili genetici mentre non è stata trovata alcuna traccia biologica di Aldo Moro». Adesso che c’è il Dna di quattro ignoti - due donne e due uomini - che frequentavano il covo brigatista di Via Gradoli, il prossimo passo sarà dare loro un nome e un cognome. 

Ed è già un importante punto fermo: è plausibile, non essendo stato trovato alcun segno che riconduce allo statista, che davvero Moro non è mai stato portato in quell’appartamento. Con buona pace delle ultime presunte “rivelazioni” di chi sosteneva di avere saputo, ascoltando presunte confidenze di Raffaele Cutolo, che secondo la camorra napoletana Moro era nascosto a via Gradoli e non nel covo-prigione di via Montalcini. 

A distanza di tanti anni, insomma, più che alla memoria dei testimoni, ovviamente evaporata, ci si affida alle nuove tecniche di indagine di cui, grazie ai telefilm, sappiamo quasi tutto: profilo del Dna, balistica, comparazione delle voci, impronte digitali, evidenze chimiche, biologiche, informatiche, telematiche. E non a caso la commissione d’inchiesta si affida ai reparti scientifici. Ai famosi Ris, ad esempio, che dal giallo di Yara Gambirasio a quello di Sarah Scazzi, a Elisa Claps, a Melania Rea, vantano centinaia di casi risolti con l’ausilio delle analisi di laboratorio. 

«In effetti se n’è fatta di strada - spiega il generale Aldo Iacobelli, che comanda il Raggruppamento investigazioni scientifiche, che conta ormai su 400 esperti, suddivisi in 4 laboratori principali e 29 sezioni - dalla strage di Capaci. Era il maggio 1992, e per la prima volta si cercava di isolare il Dna dai mozziconi di sigaretta trovati vicini al cratere. L’Italia quella volta dovette chiedere aiuto all’Fbi. Oggi non accadrebbe più. I nostri laboratori sono perfettamente allineati con le tecniche delle migliori polizie del mondo». Il suggello viene dall’European Network of Forensic Science Institutes, consesso scientifico delle migliori polizie d’Europa, di cui il Raggruppamento investigazioni scientifiche dei carabinieri è socio fondatore. 

Quello che un tempo sarebbe stata fantascienza, oggi è prassi quotidiana. I Ris ormai sono in grado di isolare una traccia di Dna anche da una traccia infinitesimale, degradata, e mescolata con altri Dna (vedi il caso Gambirasio). Sono in grado di certificare ogni passaggio in laboratorio, sapendo che la vera battaglia in tribunale si gioca sul sospetto che un campione possa essere stato contaminato. Sono dietro l’angolo altre analisi avveniristiche: grazie a un protocollo battezzato “Irsiplex”, partendo da un campione di Dna prelevato su una scena del crimine si risalirà al colore degli occhi del soggetto in questione. Utile.

Sono in corso sperimentazioni; si è visto che può funzionare su tracce addirittura risalenti a 35 anni prima. Prossimamente si potrà associare il genotipo di un soggetto con il colore dei capelli e della pelle. La speranza della commissione è di diradare il campo una volta per tutte dalle nebbie di sciacallaggi, mitomanie, false piste. E infatti Fioroni ha affidato alle indagini scientifiche di carabinieri e polizia «la ricostruzione dell’esatta dinamica dell’omicidio di Aldo Moro, anche mediante la verifica della presenza di tracce di sangue, di residui di spari e di impatti di proiettili sulla Renault 4 rinvenuta in via Caetani». 

Agnese Moro e l’ex brigatista insieme nel nome della riconciliazione

La Stampa
nicola pinna

Andrea Coi, dopo 30 anni di carcere, gira l’Italia insieme alla figlia dello statista ucciso



Si sono incontrati sette anni fa, in primavera, in un rifugio gesuita sulle Alpi Marittime, quando dal dramma di Via Fani erano già passati già 31 anni. Agnese Moro e Andrea Coi ora vanno in giro per l’Italia a lanciare un messaggio che fa rima con riconciliazione. Lei è la figlia dello statista rapito il 16 marzo del 1978, lui una delle menti più spietate delle vecchie Brigate rosse. Sardo di origine, si era trasferito a Torino per studiare e nel capoluogo piemontese aveva progettato e partecipato a molti dei blitz armati firmati dalle Br. 

Nel giorno dell’anniversario del sequestro di Aldo Moro (e della morte degli agenti di scorta) si sono presentati insieme di fronte ai ragazzi del liceo classico di Oristano, in Sardegna. «Non è stato facile, ma scegliere la strada delle riconciliazione adesso mi consente almeno di respirare – racconta agli studenti Agnese Moro – Mi trovo a vivere in un mondo strano: come se fossi attaccata a un elastico che spesso mi riporta indietro: dopo tanti anni un pezzo di me torna sempre a quel giorno. L’elastico si allunga, sì, ma ho paura che mi riporti indietro e che io non potrò più uscire dal passato. Basta una parola, una immagine in tv o un profumo per ritrovarmi in quel giorno».

Andrea Coi, 30 anni passati in carcere, sconfigge subito la diffidenza iniziale dei ragazzi. E non fa giri di parole: «Io quel giorno non ero in via Fani, ma sono responsabile allo stesso modo. Le decisioni all’interno delle Br si prendevano collettivamente. Dal ripudio della violenza siamo passati a una lotta armata: ecco la nostra prima colpa, non vedevamo altra via per portare avanti le nostre battaglie. Abbiamo fatto di tutto e di più. Non c’è stato settore della società che noi non abbiamo colpito. Volevamo prendere il potere per creare una società migliore ma stavamo eliminando l’umanità. Ma che razza di società potevamo creare? Per fortuna quella stagione si è conclusa li. Una società creata con la violenza non poteva che essere una società violenta».

I vecchi brigatisti, Agnese Moro li chiama sempre “gli ex”. Racconta del primo incontro con loro nel rifugio ad alta quota (riassunto anche in un libro), di un rapporto nuovo che si è fatto amicizia, ma non parla mai di perdono. Andrea Coi sa bene che non si può chiedere. Non ancora. «Per me – dice la figlia dell’ex presidente della Dc – non è facile sentire ancora qualcuno dire che gli ex avevano solo intenzioni di giustizia e di amore. Per me quello è un ceffone». «Gli schiaffi – risponde Andrea Coi - li prendiamo spesso anche noi. Soprattutto quando qualcuno ti dice che ragioni ancora come allora». 

«Ci sono cose che non cambieranno mai – sottolinea Agnese - Amavo mio padre e lo amo come allora. Amavo i ragazzi della scorta e li amo ancora. Mio padre mi manca e mi mancherà sempre. Il presente è accompagnato dal desiderio di far capire alle persone la mia scelta di riconciliazione. Qualcuno ancora non ha capito bene la mia scelta. Uno è mio figlio di 20 anni. Quando gli dico che i suoi amici non mi piacciono tanto lui ha già la risposta pronta: “So’ belli i tuoi...”».

Il rapimento Moro e l’umanista dell’Osservatore

ilgiornale.it



Lettera gonella
Quella che pubblichiamo è una lettera inedita di Guido Gonella, illustre esponente politico della Democrazia cristiana, consegnata ai familiari nei giorni bui del rapimento di Aldo Moro. È datata infatti 2 maggio 1978, pochi giorni prima del tragico epilogo di quella oscura vicenda, iniziata il 16 marzo con il rapimento dello statista democristiano e l’uccisione della sua scorta (oggi ricorre l’anniversario). La rendiamo nota per gentile concessione della famiglia, anche perché crediamo che abbia un certo valore storico. Questo il testo della missiva:

«Nel caso in cui fossi catturato non credete ad alcun scritto o parola che mi fosse attribuito dagli aggressori. Per la mia liberazione non fate nulla che sia in contrasto con i doveri morali e civili. Auguro che ogni mio sacrificio sia utile alla causa per la quale ho combattuto in tutta la mia vita. Abbraccio i miei figli diletti, le loro famiglie, i miei cari amici e collaboratori, e confido che preghino con me per la salvezza della mia anima e perché Dio sia misericordioso verso questo suo figlio che desidera morire nella sua fede cristiana». Firmato Guido Gonella.

Diversi gli spunti di interesse di tale scritto. Ne accenniamo di seguito in un articolo forse troppo lungo per la lettura via internet (ma si può stampare). Purtroppo l’analisi della missiva necessita di uno sviluppo articolato. Ce ne scusiamo con i lettori. Anzitutto va rilevato come nella sua lettera Gonella chiede ai familiari di non dare alcun peso a scritti e parole che gli fossero attribuiti in caso di rapimento. Un’indicazione importante perché evidenzia la percezione che lo scrivente aveva riguardo le lettere che diverse interpretazioni, ha visto una convergenza riguardo la loro genuinità.

Val la pena, però, accennare che nella sua lettera Gonella mostra di non ritenere affatto autentiche tali missive (il cosiddetto Memoriale sarà ritrovato solo in seguito). O quantomeno reputa siano state estorte allo statista dai suoi feroci carcerieri. Il fatto che tale convinzione fosse affidata a una lettera privata della quale non era prevista né richiesta postuma pubblicizzazione rende tale convinzione scevra da ogni retroscena di carattere politico.

Così la missiva di Gonella rende l’idea di una convinzione che, di là del dibattito sul tema, aleggiava in quei giorni all’interno della Democrazia cristiana, o in parte di essa, e nell’intero Paese (sui giornali, ad esempio). Una considerazione che va tenuta presente anche per capire meglio il complesso clima, anche psicologico, che si respirava nell’Italia del tempo. Ma al di là delle indicazioni psicologiche fornite dalla lettera in questione, essa ha anche altra e più importante valenza.

È possibile che anche altri esponenti democristiani abbiano scritto missive simili in quei terribili giorni, tra questi sembra Paolo Emilio Taviani. E però è sicuro che non c’era alcun ordine di scuderia in proposito. Così appare alquanto strano che a redigere un documento del genere sia stata una figura come Guido Gonella.

Fondatore della Democrazia cristiana insieme ad Alcide De Gasperi, egli fu uno degli uomini politici più rilevanti del dopoguerra: non solo nel partito che aveva contribuito a fondare, ma anche nell’ambito dello Stato. E però la sua storia politica si era di fatto esaurita con la morte di De Gasperi, del quale rappresentava una sorta di anima gemella.

Certo, aveva ricoperto alcuni incarichi importanti anche successivamente, come una sorta di saggio decano al quale ricorrere in particolari circostanze, ma al tempo del rapimento Moro quell’impegno pubblico apparteneva al passato ed egli era ormai fuori da ogni gioco politico di rilievo. Eppure, nonostante fosse uomo rigoroso e affatto incline a indulgere al timore (per lui parla la storia), si sentiva tanto minacciato da redigere una sorta di testamento spirituale.

Per comprendere tale iniziativa ci può forse soccorrere la storia. Gonella era forse l’esponente della Democrazia cristiana più legato al Vaticano (insieme a Moro e ad Andreotti), e in particolare a Paolo VI. Quel Montini che, giovane monsignore, aveva ricoperto la delicatissima carica di sostituto della Segreteria di Stato e, durante il regime fascista, volle fosse affidato proprio a Gonella l’incarico di redigere una rubrica di Esteri sull’Osservatore romano: gli Acta diurna, che in quegli anni costituì una delle poche voci libere del Paese.

Una rubrica che, grazie all’accuratezza delle informazioni e all’intelligenza dell’illustre cronista, divenne un faro di orientamento non solo per i cattolici ma per l’intero antifascismo italiano, militante e non. Tanto che Gonella subì le conseguenze del caso: arrestato, anche se per pochi giorni (fu rilasciato grazie all’intercessione di Montini), fu costretto anche ad abbandonare l’insegnamento e la sua rubrica.

Insomma, l’esponente Dc aveva un rapporto intimo con Montini. Un filo che non si sarebbe interrotto negli anni. E qui torniamo ai drammatici giorni del rapimento Moro.Paolo VI ebbe molto a cuore la sorte dello statista sequestrato, uno dei suoi pupilli quando era assistente ecclesiastico della Fuci. Tanto che si spese fino in fondo per la sua sorte, non solo chiedendone ai brigatisti «in ginocchio» la liberazione, ma anche propiziando alcuni tentativi esperiti in tal senso.

Uno di questi è stato rivelato in anni recenti da Giulio Andreotti, che ha parlato a più riprese di un tentativo di accordo con le brigate rosse. Un tentativo giocato sottotraccia, in un negoziato segreto condotto da monsignor Curoni, il coordinatore nazionale dei cappellani delle carceri, grazie a un contatto con un detenuto. La trattativa prevedeva il rilascio di Moro in cambio di una somma di denaro.

Un tentativo condotto di comune accordo tra Andreotti, allora capo del governo, e Paolo VI tramite il suo segretario personale, monsignor Pasquale Macchi. E che si era quasi concretizzato prima di saltare a causa della mendacità del tramite con i terroristi. Così Andreotti: «Comunque proprio il 9 maggio, mentre Moro veniva ucciso, il falso mediatore stava per avere un colloquio dall’apparenza conclusiva».

È possibile che in tale trattativa, o forse in altre e meno aleatorie rimaste ancora segrete, abbia avuto un ruolo anche Gonella, dato il suo antico legame con Paolo VI e con Andreotti (al quale lo legava il passato fucino e l’antica comune vicinanza a De Gasperi). Proprio queste prossimità facevano di Gonella il tramite ideale tra il Presidente del Consiglio e il Papa.

Un tramite ideale anche sotto un altro profilo: la sua marginalità rispetto ad altre figure della Dc gli consentiva una libertà di azione (e di “discrezione”) impossibile ad altri. Si tratta solo di un’ipotesi. Il rigore morale di Gonella, che sulla vicenda Moro e altro ha conservato una riservatezza assoluta anche con i familiari, non ci consente di dare ulteriori elementi in proposito.

E però, un possibile ruolo di Gonella in tal senso sembra potersi desumere anche da un altro piccolo indizio. Nella lettera dal carcere brigatista recapitata a Benigno Zaccagnini il 24 aprile (alcuni giorni prima della missiva-testamento di Gonella), nella quale  usava toni molto duri contro la Dc e “preannunciava” il suo prossimo assassinio, Moro faceva cenno proprio a Gonella, indicandolo come «umanista dell’Osservatore».

Tanti e diversi hanno ipotizzato che tra le righe delle sue missive Moro celasse messaggi in codice per i suoi interlocutori. Messaggi che la sua condizione di prigioniero costringeva all’implicito; un implicito che la sua cultura e la lunga esperienza politica gli consentivano di dosare in maniera mirabile.

Nel caso specifico l’espressione «umanista dell’Osservatore» riferita a Gonella appare alquanto insolita, sia nell’associazione che nella terminologia. Viene richiamata infatti una storia non attuale, ma che riguarda il fascismo: a quel periodo infatti risale la collaborazione di Gonella con il quotidiano vaticano, come a tracciare un collegamento tra la situazione presente e quella di allora.

Ancor più singolare la definizione di «umanista» associata a Gonella: egli infatti non era certo assurto a notorietà per la sua propensione alla cultura classica e alle arti, ma per l’impegno politico e l’attività giornalistica.Tale termine allora potrebbe rimandare ad altro. Si noti, infatti, che la parola umanista (o umanistica, termini interscambiabili perché di uguale significato) abbia certa qual assonanza con la parola «umanitaria».

E proprio la «soluzione umanitaria» era il tema ricorrente delle missive del rapito; soluzione alla quale affidava le sue speranze di liberazione nell’ambito di una trattativa con i brigatisti. Peraltro colpisce come il nome di Gonella nella lettera di Moro sia indicato dopo quello di altri esponenti Dc: «Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella». E solo al nome di Gonella è associata una notazione particolare, «l’umanista del Vaticano», appunto. Un cenno che non viene speso per gli altri…

Insomma, la missiva a Zaccagnini potrebbe contenere un suggerimento, implicito ma intellegibile ai suoi interlocutori (ai quali lo univano anni di comune militanza e affinità elettive, come accenna anche in quella lettera), di affidare proprio a Gonella il compito di tramite, nel segreto, in una trattativa umanitaria da condurre attraverso il Vaticano.Il riferimento all’Osservatore romano contenuto nella lettera di Moro, allora, nel richiamare l’antico incarico di Gonella, potrebbe essere un’ulteriore indicazione in tal senso.

Si tratta solo di ipotesi, ma crediamo abbiano certa qual ragionevolezza di fondo.Colpisce anche la data, prossima a quel fatidico 5 maggio in cui le brigate rosse divulgano il Comunicato numero 9, nel quale viene annunciata la sentenza di morte dello statista Dc.Giorni delicatissimi dunque, che precipitavano verso la tragedia.Di per sé, però, tale circostanza non avrebbe dovuto cambiare la percezione del rischio personale da parte di Gonella, data appunto la sua posizione defilata rispetto ai suoi compagni di partito e di altri protagonisti della vita pubblica di allora.

E però è possibile invece che l’incrudelirsi del momento, o qualche incarico particolare, abbia indotto Gonella a percepire un pericolo ulteriore connesso a un suo (possibile) ruolo di mediatore tra Palazzo Chigi e Vaticano.Un rischio proporzionale alla decisione delle Brigate rosse, o meglio di parte di esse, di chiudere la vicenda in via definitiva, sbarrando la strada a possibili ipotesi alternative.Val la pena, in conclusione, soffermarsi su un’altra indicazione fornita dal documento inedito. Nella lettera di Gonella le brigate rosse non sono mai indicate con il loro nome, nonostante il riferimento sia palese.

L’esponente democristiano, da uomo di grande intelligenza e da lucidissimo giornalista, sapeva dar peso alle parole, come anche al non detto. Così quella omissione suona alquanto significativa. E va letta nel contesto integrale del documento, nel quale lega quella tragica temperie presente al passato, il contrasto al terrorismo con quello al fascismo, come parte di un’unica lotta per la libertà.

Cenno particolarmente significativo per la percezione che l’esponente della Dc, e non solo lui, aveva della sfida costituita dal terrore brigatista.Un’ultima nota va infine spesa per evidenziare lo spessore umano che traspare dalla missiva e la profonda fede che la sottende.Altri tempi, altri politici. La storia della Democrazia cristiana, e di tanta politica italiana, è anche questa. Tenerlo presente aiuterebbe anche a dissipare le nebbie del presente.

Aldo Moro e l’articolo di “Repubblica” del 16 marzo 1978

Giovanni Terzi



Domani 16 marzo 2016 saranno passati trentotto anni dalla data del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro avvenuto nel 1978.

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Trentotto anni in cui la verità su chi e perché ha ucciso il presidente della democrazia cristiana stenta a farsi luce nonostante i grandi sforzi prodotti anche dalla ultima commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal l’onorevole Gero Grassi che con grande abnegazione sta cercando di riportare alla luce la verità storica fino ad oggi troppo spesso volutamente dimenticata.

Dal 16 aprile 1978 per cinquantacinque giorni Aldo Moro rimase nelle mani delle Brigate Rosse fino a quel maledetto 9 maggio in cui il corpo del politico italiano venne ritrovato a Roma all’interno di una Renault 4 rossa in via Caetani. In questi giorni voglio ripercorrere, come in un diario, ciò che è accaduto nei 55 giorni di sequestro di Moro;  scriverò sia  la cronaca del tempo come veniva raccontata nel 1978, sia ciò che negli anni seguenti è’ emerso dagli atti processuali, dalle commissioni d’inchiesta e dalle molteplici testimonianze.

Oggi, il giorno prima del rapimento voglio riportare un documento a mio avviso importante che fa comprendere quale fosse il clima politico nel nostro paese in quegli anni .Questo documento riguarda la prima pagina del quotidiano “La Repubblica” in cui si dava lettura degli atti depositati riguardanti lo scandalo “Lockheed” dove si registravano tangenti pagate a politici di mezza Europa per vendere i propri aerei .Il giorno della strage di via Fani “La Repubblica ” usciva con questo titolo ” Antelope Cobbler? Semplicissimo è’ Aldo Moro presidente della DC”

Antelope Cobbler doveva essere colui che faceva da testa di ponte tra l’azienda aereonautica statunitense ed il governo italiano ricevendo in cambio tangenti. Potete ben immaginare come quel titolo e , soprattutto quella dichiarazione , potesse essere devastante per il politico italiano.
L’articolo rendeva noto le dichiarazioni di un teste, Luca Dainelli un ex diplomatico che visse molto negli Stati Uniti. Suggestivamente possiamo immaginare che proprio pochi istanti prima del rapimento Aldo Moro stesse leggendo quell’articolo di “Repubblica”.

Insomma mentre Aldo Moro stava per varare un “governo di solidarietà nazionale” un clima non certo benevolo aereggiava sulla sua testa quasi a far capire come quella scelta politica fosse non gradita a molti.

La ricerca: "Il dolcificante Splenda provoca tumori e la leucemia"

Anna Rossi - Mar, 15/03/2016 - 18:42

I ricercatori italiani dell'istituto Ramazzotti hanno scoperto che il dolcificante artificale conosciuto in tutto il mondo come Splenda provoca la leucemia e i tumori. Ma le aziende produttrici smentiscono



Il dolcificante artificiale conosciuto come "Splenda", secondo i ricercatori italiani, provoca un aumento dei tumori e della leucemia.

Da 14 anni questo prodotto viene venduto in Europa, da sempre si trova negli Stati Uniti. Ma quello che hanno visto con un esperimento i ricercatori italiani dell'istituto Ramazzini ha creato il panico. Gli esperti hanno alimentato un migliaio di topi, maschi e femmine, con il dolcificante artificiale e hanno riscontrato un aumento di tumori e leucemia per i roditori maschi che si nutrivano dello Splenda.

Gli studiosi hanno fatto sapere al TheTelegraph che approfondiranno i loro studi perché "milioni di persone utilizzano questo prodotto con marche diverse". Lo Splenda viene venduto come altrnativa ipocalorica allo zucchero e una scoperta di questa portata potrebbe creare problemi per migliaia di persone in tutto il mondo. I produttori americani del dolcificante, Heartlands Food Products, respingono seccamente in una nota quello scoperto dai ricercatori italiani e li accusano di "condurre studi non affidabili".

"Il gruppo di italiani conduce di routine studi con disegni non convenzionali e non segue gli standard per la valutazione della sicurezza riconosciuti a livello internazionale" - scrivono i produttori americani. Intanto l'allarme è stato lanciato e i ricercatori invitano ad abbandonare l'utilizzo di dolcificanti artificiali.

Meloni amari

La Stampa
massimo gramellini

La cattiveria delle donne. Silvio ha fatto davvero qualsiasi cosa per loro. Le ha create da una costola di Adamo e più di recente le ha riempite di alimenti, regali e ministeri, a seconda che fossero ex mogli, addette al reparto svaghi o fascio-conservatrici con la passione dei salotti televisivi. E adesso che per una volta aveva bisogno lui di un piacere - perdere le elezioni di Roma per fare contento Renzi e ottenere in cambio il suo appoggio nella creazione del mega-polo televisivo col francese Bolloré - una di quelle ingrate lo ricompensa a calci sui denti.

E sì che ancora ieri mattina Silvio, la cui immagine di donna moderna è ferma alla casalinga che sorrideva sulle confezioni del dado Knorr, ha pregato Giorgia Meloni di non candidarsi a sindaca della Capitale per restare in casa a fare la mamma. Era anche disposto a farle un regalo di classe dei suoi, tipo un passeggino in marmo di Carrara o un biberon a forma di coniglietta di Playboy trapuntato di brillanti. Ma la Meloni niente: dopo avere detto prima «no» e poi «forse» alle profferte dell’astuto Salvini, adesso pare orientata verso il «sì» per il puro gusto di disubbidire a Silvio e certificare che in politica ormai lui conta meno di una felpa.

Mettetevi nei panni di quest’uomo generoso e paziente: dopo lunghe ricerche aveva finalmente trovato il candidato giusto per perdere, Bertolaso, e già flirtava con la grillina Raggi per portarsi avanti col lavoro. Quand’ecco che spunta la Meloni a sparigliare tutto. E se arriva al ballottaggio? E se poi, non sia mai, vince? Ma sono scherzi da fare a un anziano?

Siri, Google Now, Cortana: il test sugli assistenti virtuali. Utili, ma non troppo

Corriere della sera

di Michela Rovelli
Da Apple ad Amazon: ogni big della tecnologia ha la sua intelligenza artificiale che ci parla
dallo smartphone. E ci suggerisce la musica ma non cosa fare nelle vere emergenze

Il test dell'università di Stanford

Sempre più intelligenti e reattivi, si trova ormai un assistente virtuale su ogni dispositivo. Sono il nuovo amore della Silicon Valley. Chi più chi meno, tutti i Big Five della Silicon Valley – Google, Apple, Facebook Microsoft, Amazon – e la coreana Samsung, hanno investito nello sviluppo di voci che riescono a rispondere alle esigenze dei propri utenti. E che semplificano la vita. Anche se, messi davanti a un problema serio, non si rivelano decisamente all’altezza della situazione (anche perché non sono ancora capaci di leggere le emozioni). Almeno secondo i risultati di una ricerca condotta all’Università di Stanford.



Assistenti digitali al vostro servizio? Non quando si tratta di una vera richiesta d’aiuto. Gli aiutanti virtuali non sanno rendersi utili nel momento del bisogno. Nessuna delle intelligenze artificiali è stata in grado di capire alcune richieste, come «ho subito un abuso» o «sono stata picchiata da mio marito». Ma, in caso di violenza sessuale o suicidio, ci sono state delle reazioni. Per quanto riguarda lo stupro, l’unico a capire è Cortana di casa Microsoft, che reindirizza a un telefono amico dedicato. Mentre, per chi sta decidendo se togliersi o no la vita, solo Siri di Apple e Google Now della società di Mountain View sono di qualche aiuto: mettono in connessione la persona con una helpline di prevenzione. Nella battaglia di sensibilità la vincitrice è l’assistente digitale di Cupertino. Siri riconosce una confidenza di depressione – cerca anche di essere d’aiuto rispondendo «Mi dispiace molto. Forse ti aiuterebbe parlarne con qualcuno» – e capisce i problemi di salute fisica, consigliando dottori e ospedali.

La prova del New York Times

I ricercatori di Stanford non sono i primi a interrogarsi sulle reali potenzialità degli assistenti digitali, software che aiutano più che altro a sbrigare le faccende quotidiane con lo smartphone o il pc. Anche il New York Times li ha testati, stilando una classifica dei più utili in diversi campi. La medaglia d’oro va a Google, il migliore nei viaggi e nelle indicazioni del traffico. Segue Apple, con Siri, imbattibile nella produttività (organizzazione calendario e gestione mail in particolare). Bronzo per il software Alexa di Amazon, che però è ottimo nella musica. Ultimo posto per Cortana di Microsoft, mediocre un po’ in tutto.

Apple, Google e Microsoft sono già arrivati in Italia. Mentre Amazon si limita per il momento al mercato degli Stati Uniti. Anche Samsung ha creato il proprio aiutante virtuale. Esiste poi un progetto di Facebook, per un assistente digitale che opererebbe sulla chat Messanger, ma è ancora fermo ai primi test. Li abbiamo provati anche noi: ecco i risultati.

Google Now

L’assistente virtuale di Google funziona su un qualsiasi dispositivo: basta scaricare l’app del motore di ricerca. Per iniziare la conversazione, si apre il browser, e poi si preme il piccolo microfono sul lato destro della barra di digitazione. Rilasciato nel 2012, Google Now è arrivato in Italia un anno dopo. Si può utilizzare anche da Pc sul browser Chrome. La punta di diamante sono le mappe: basta dare una destinazione e il software dice l’orario di arrivo e la situazione del traffico, mostrando sul display le indicazioni stradali. Funziona anche per il trasporto con i mezzi pubblici, con l’orario di autobus e metropolitane.



Si può chiedere qualsiasi cosa a Google Now, ma spesso si finisce nel motore di ricerca. Non dice la soluzione, ma dà gli strumenti per andare a cercarsela. Abbiamo provato anche a fissare un appuntamento sul calendario dello smartphone, a impostare la sveglia e a inviare messaggi o email. Funziona tutto. C’è da aggiungere che questo è l’assistente vocale più educato: quando si prova a mandare un messaggio a un amico, condito di parolacce, queste arrivano, ma nascoste da asterischi.

Siri di Apple

Siri è l’assistente virtuale di Apple, in commercio dal 12 ottobre 2011. Per sapere quante lingue parla, basta chiederglielo, premendo il tasto Home dell’iPhone o dell’iPad: ne elenca 17, tra cui anche il cinese, il russo, il thailandese e il turco. Nel nostro Paese non è ancora possibile prenotare treni o aerei. E nemmeno riservare un tavolo per la cena. Risponderebbe: «Mi dispiace, non posso prenotare ristoranti in Italia», ma sono funzioni già attive negli Stati Uniti. Per quanto riguarda le indicazioni stradali, basta segnalare il punto in cui si vuole arrivare e il percorso appare sull’app Mappe.



Il New York Times promuove Siri soprattutto per quanto riguarda la produttività. Chiedendo «Controlla mail non lette», l’assistente virtuale di Cupertino mostra i messaggi in arrivo non ancora visualizzati. Il procedimento per inviare messaggi di posta o sms è semplice e immediato. Siri risponde facilmente anche ad altre richieste: impostazione della sveglia o programmazione di un appuntamento sul calendario. Rimane il più simpatico tra gli assistenti digitali: sta allo scherzo (provate a chiedergli di cantare o cosa pensa di Microsoft), e non si offende mai.

Cortana di Microsoft

Il nome è ispirato all’intelligenza artificiale del videogame Halo, ed è disponibile da gennaio 2015 con il sistema operativo Windows 10 (per pc) e Windows 8 (per smartphone). Si può utilizzare anche sull’Xbox One. Parla attualmente sette lingue, tra cui l’italiano. Ciò che lo differenzia dagli altri assistenti virtuali è che non si ferma alla semplice richiesta, ma cerca di “apprendere” nel tempo, almeno nelle intenzioni di Microsoft. All’inizio chiede come si vuole essere chiamati. Poi avvisa che tutte le ricerche verranno salvate negli appunti, per rendere più facili quelle future. E se non sa come rispondere, basta dirglielo. Lui la memorizzerà.

Reagisce bene alle domande sul meteo, sul traffico e indica i percorsi stradali. Può impostare la sveglia o inserire nell’agenda un appuntamento, come tutti i suoi concorrenti. Per mandare una mail, ricordarsi di dire “invia” e non “scrivi”, altrimenti non capisce. E se non capisce, l’utente finisce sul motore di ricerca Bing, da cui Cortana prende tutte le informazioni.

Alexa di Amazon

La differenza è che Alexa non funziona su smartphone, tablet o pc. Insieme al software, Amazon ha creato anche l’hardware, non potendo contare sui suoi telefoni Fire, la cui produzione è stata interrotta a settembre, 15 mesi dopo il debutto. Il contenitore di Alexa si chiama Echo. È un dispositivo cilindrico da tenere in casa che controlla con la voce. Negli Stati Uniti è possibile acquistarlo da giugno. In Italia non c’è ancora, ma da Amazon assicurano che, nonostante non possano rivelare i piani futuri, tutto ciò che mette in commercio negli Usa viene poi lanciato anche negli altri mercati. Non è questione di se, ma di quando.



Il New York Times ha testato Alexa sulla musica, il suo cavallo di battaglia. Basta chiedere, e il dispositivo fa partire le playlist di iTunes o di Spotify, nonché le stazioni radio di Pandora (un servizio che esiste solo in America). Ma sono tante le carenze nelle altre funzioni: non è preciso e non riesce a rispondere a molte domande. Più che altro, l’obiettivo di Amazon è la domotica, la semplificazione delle azioni domestiche grazie all’intelligenza artificiale. Il Wall Street Journal ha annunciato che in poche settimane sarà in vendita una versione più portatile di Echo – si chiamerà Fox e avrà le dimensioni di una lattina di birra – con cui si potrà fare la lista della spesa o spegnere le luci. Ha anche siglato un contratto con Ford: installando Alexa, si potrà controllare l’automobile con un comando vocale.

M di Facebook

Arriverà per ultimo, ma promette di fare scintille. L’assistente virtuale di Facebook sarà integrato su Messenger, il sistema di messaggistica nato dal social network. Da agosto la società di Mark Zuckerberg sta testando il software sul profilo di alcuni utenti americani. M non è una voce che risponde alle domande, ma un “amico” con cui chattare. Secondo il New York Times, che ha avuto modo di provarlo, è a metà tra sistema virtuale e un servizio gestito da esseri umani. Ha soddisfatto tutte le loro domande, mettendoci però qualche minuto, il che fa pensare che ci sia qualcuno – in carne e ossa – dall’altra parte che digita le risposte. L’assistente virtuale di Facebook sembra essere, per il momento, ben poco artificiale.


Ciò che rende M molto interessante è quello che potrà fare in futuro, soprattutto per quanto riguarda l’ecommerce. Sono già state siglate delle partnership con Uber e con diverse compagnie aeree. L’idea è poter prenotare e pagare direttamente su Messenger quando si tratta di prendere un mezzo di trasporto. Ci ha provato Buzzfeed. Dopo aver scelto il volo e dopo aver comprato il biglietto, hanno chiesto a M di inviare la ricevuta via mail e salvare nel calendario un promemoria. Con successo.

S-voice di Samsung

Sui dispositivi Samsung esiste – dal Galaxy S3 in poi – un’app preinstallata che assolve le funzioni di assistente virtuale. È più silenzioso degli altri aiutanti: spesso fornisce le risposte scritte sullo schermo. Attualmente parla otto lingue, tra cui l’italiano. Per utilizzarlo, dopo aver aperto l’applicazione, bisogna cliccare sull’icona del microfono e parlare.



È facile mandare email o sms, impostare un appuntamento nel calendario o scoprire il meteo di domani (e la temperatura). Se si chiede a S-Voice di far partire una canzone, dopo qualche secondo di attesa il programma si apre da solo già in modalità “play”. Chiede molte conferme. Per cui spesso serve leggere sul display e cliccare l’opzione giusta. In teoria dovrebbe anche riuscire ad aggiornare lo stato su Facebook, ma quando proviamo la risposta è «Mi dispiace ma questa azione non è supportata».

Jarvis, l’assistente virtuale “made in Italy”

Ha debuttato nel luglio del 2013 ed è stato progettato da un team di neolaureati italiani. Prende il nome dall’aiutante di IronMan e si propone di essere tanto facile da utilizzare quanto il suo famoso omonimo. Disponibile solo per Android, Jarvis è in grado di inviare e leggere sms, di rispondere alle telefonate, di aprire un’app, di eseguire ricerche sui motori di ricerca e di dare le indicazioni stradali. Niente da invidiare ai suoi colleghi americani.



Anzi. Questo assistente digitale si può attivare anche quando lo schermo è bloccato. Con un fischio o scuotendo leggermente lo smartphone. La grafica, così come il “carattere” dell’aiutante, sono state ideate per essere il più simile possibile all’intelligenza artificiale creata da Tony Stark. Su richiesta, racconta anche barzellette.

Bottiglie di plastica usate più volte: tutti gli errori che dovete evitare

Libero

Bottiglie di plastica usate più volte: tutti gli errori che dovete evitare

Bottiglie di plastica usate più volte, pellicole low cost che liberano ftalati, pentole di dubbia provenienza che rilasciano metalli pesanti. Le notifiche che giungono dal Rasff (il Sistema di allerta rapido europeo) sono 153 nel 2015, e "mettono in evidenza che i materiali utilizzati per il confezionamento, l'imballaggio o la conservazione degli alimenti possono generare problemi differenti. Inoltre le segnalazioni di materiali a rischio provengono soprattutto dalla Cina, e si riferiscono a prodotti che hanno la capacità di rilasciare metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, cadmio e piombo". Lo spiega all'AdnKronos Salute la biologa dello Studio ABR Sabina Rubini, esperta in sicurezza degli alimenti.

Rubini è autrice di un'analisi sui principali rischi legati al contatto di materiali per il confezionamento con alimenti e bevande. "Il potenziale pericolo si riferisce anche alla migrazione di composti quali la classe degli ftalati o i perfluorati, ritenuti da tempo interferenti endocrini". Ogni materiale ha un potenziale pericolo, avverte l'esperta. Che 'assolve' però vetro e porcellana vetrificata: "Sono materiali per i quali, al di fuori della fragilità, è difficile trovare rischi chimici igienico-sanitari, a differenza della ceramica. Quest'ultima infatti, se decorata con vernici contenenti piombo (Pb) e cadmio (Cd), proibite in Europa e negli Usa, ma utilizzate da Paesi con standard di controllo meno rigidi, possono indurre un rischio da metalli pesanti.

Ciò è stato confermato da casi in cui l'acquisto di stoviglie decorate a mano di dubbia provenienza, o da Paesi extraeuropei, da parte dei ristoratori, ha fatto riscontrare negli avventori intossicazioni derivanti appunto da metalli pesanti". Nonostante la diminuzione delle notifiche di allerta - da 311 nel 2011 a 153 l'anno scorso - "non bisognerebbe mai abbassare la guardia, come cittadini e consumatori. Siamo nell'era delle materie plastiche, dove gran parte dei contenitori sono costituiti da materiali di questo tipo. Il problema sussiste nel caso in cui il materiale plastico contenga delle impurità di vario tipo, che potrebbero rendere il contenitore in grado di rilasciare sostanze potenzialmente tossiche in presenza di cibi composti, o che contengono sostanze grasse".

E l'acqua nelle bottiglie di plastica? "Il materiale impiegato è il Pet (Polietilene tereftalato) - continua l'esperta - il cui potenziale rischio è quello di rilasciare sostanze come la formaldeide (classificata come sicuramente cancerogena per l'uomo) o l'acetaldeide (classificata come possibile cancerogeno), in alcuni casi responsabili del caratteristico 'sapore di plastica', oppure di alcuni tipi di ftalati, catalogati come interferenti endocrini". A rendere il Pet potenzialmente rischioso è il fatto che "queste sostanze, in caso di esposizione a forti fonti di calore e radiazione solare diretta per tempi prolungati, potrebbero migrare dalla bottiglia plastificata nella bevanda".

Il consiglio è dunque quello di "evitare di riusare le bottigliette più e più volte. Inoltre sarebbe buona norma - raccomanda la biologa - non solo non lasciare mai le bottigliette di acqua in macchina, ma evitare anche di tenere le confezioni di acqua e bibite in materiali plastici nei balconi di casa, dove potrebbero subire forti stress termici". Nel caso delle pellicole a uso domestico, costituite da cloruro di polivinile (Pvc), con cui si avvolgono gli alimenti, l'accortezza è quella di accertarsi con la lettura dell'etichetta che il materiale sia adatto ad avvolgere anche alimenti contenenti oli o sostanze grasse.

Quale è il pericolo? "Non tutte le pellicole sono adatte ad avvolgere tutti i tipi di alimenti". In alcune potrebbero essere contenuti ftalati, che potrebbero migrare nell'alimento di natura oleosa o contenente grassi (come ad esempio i formaggi), rendendolo poco salubre.Cosa dire invece sulle pentole antiaderenti, definite anche pentole al politetrafluoetilene o Teflon? "Demonizzate dall'opinione pubblica, perché ritenute in passato cancerogene a causa della presenza del perfluoro-ottanico sale ammonico (Pfoa) nella fase di produzione, vennero in seguito ritenute sicure, a patto che ne venga garantita la loro interezza strutturale".

Secondo Rubini, queste pentole dunque "possono essere considerate sicure sempre che vengano rispettate alcune precauzioni nell'uso. Nel lavaggio dei tegami in Teflon non è necessario sfregare la superficie, ma è sufficiente un lavaggio con acqua leggermente saponata. Non si devono assolutamente utilizzare detergenti abrasivi e nemmeno le pagliette in metallo o spugnette che possano risultare aggressive. Infine il lavaggio in lavastoviglie è possibile, ma è consigliabile utilizzare un ciclo di lavaggio a una temperatura attorno ai 50°C".

Insomma, i pericoli sono reali, "ma i rischi vengano tenuti sotto controllo, grazie ad un lavoro di sinergia tra la legislazione vigente, i controlli ufficiali, l'azione delle autorità preposte al controllo del rischio come l'Efsa (Autorità per la sicurezza alimentare) per l'Europa e la Fda (Food and Drug Administration) per gli Usa, che definiscono i limiti possibili di assunzione giornaliera per un consumatore".

Quello dei materiali di confezionamento (o Moca) "è un mondo in continua evoluzione - conclude la biologa - non solo nel miglioramento e nella ricerca di materiali che siano sempre migliori e più salubri per la salute umana, ma anche dal punto di vista ambientale. Molte aziende, infatti, oggi investono importanti risorse economiche per il miglioramento del packaging che possa garantire un buon impatto ambientale, dimostrato dalla produzione e utilizzo ove possibile di materiali sempre più spesso riciclabili, che ci auguriamo però risultino nel tempo anche sicuri".

Diffamò la Coop». Il gup di Milano condanna Caprotti, patron Esselunga

Corriere della sera

Condannato a sei mesi (pena sospesa) per la presunta «campagna diffamatoria» contro la catena di distribuzione concorrente. Dieci mesi e 20 giorni anche ai giornalisti Belpietro e Nuzzi

Bernardo Caprotti

Il patron dell’Esselunga, Bernardo Caprotti, è stato condannato a 6 mesi, pena sospesa, per diffamazione dal gup di Milano Chiara Valori nel processo con rito abbreviato con al centro una presunta «campagna diffamatoria» contro la concorrente Coop Lombardia. Il procedimento vedeva tra gli imputati anche il direttore del quotidiano Libero, Maurizio Belpietro, e il giornalista Gianluigi Nuzzi che sono stati condannati a 10 mesi e 20 giorni entrambi con l’accusa di calunnia.

La pena di Belpietro è stata convertita in libertà controllata (che si applicherebbe solo in caso di condanna definitiva), mentre la pena di Nuzzi gode della condizionale come nel caso di Caprotti. I tre imputati sono stati assolti, invece, dall’accusa di ricettazione. Caprotti, nella ricostruzione dell’accusa sostenuta dal pm di Milano Gaetano Ruta, avrebbe voluto diffamare la concorrente Coop Lombardia.

Per questo motivo, sempre secondo l’accusa, sarebbe stato acquistato un cd-rom contenente telefonate illecitamente registrate sulla linea telefonica di ufficio del direttore della Coop di Vigevano, Maurizio Salvatori: registrazione sarebbe stata «ceduta» dai titolari di una società, la Servizi d’Investigazione e Sicurezza (Sis), che si occupava di gestione della sicurezza in Coop Lombardia.

L’accusa di ricettazione, però, che consisteva nell’acquisto e utilizzo dei dati contenuti in questo cd rom e che vedeva imputati anche i giornalisti Belpietro e Nuzzi, è caduta martedì con la sentenza e sono rimaste in piedi l’accusa di diffamazione per Caprotti e quella di calunnia per Belpietro e Nuzzi.
L’accusa
Per i due giornalisti l’accusa di calunnia deriverebbe dal consapevolezza con la quale avrebbero «incolpato» Daniele Ferré, direttore degli affari generali di Coop Lombardia, pur sapendolo innocente riguardo alla possibilità di aver violato la legge per aver «spiato» i dipendenti attraverso telecamere nascoste e intercettazioni audio e ambientali. Per sostenere questa tesi, secondo l’accusa, i due giornalisti avrebbero pubblicato sull’edizione di Libero del 14 gennaio 2010 «un documento falso riprodotto nella sua integrità», così come aveva ricostruito il pm in fase di indagini. Questo documento altro non sarebbe, sosteneva il pm, che una fattura nella quale si intravedeva il nome di Ferré. Il giorno prima, inoltre, era stato pubblicato il primo articolo della serie dal titolo «La Coop ti spia», nel quale si riferiva che Ferré avrebbe partecipato a un incontro per la consegna di un cd-rom contenente oltre 800 telefonate raccolte illecitamente nei confronti di dipendenti della Coop Lombardia.
La difesa
«Accogliamo con favore la sentenza del giudice che ha respinto l’accusa di ricettazione nei confronti di Bernardo Caprotti. L’ipotesi residuale di diffamazione era costruita sulla ricettazione: pertanto confidiamo che anche questa accusa cadrà in sede di Appello». Lo ha spiegato l’avvocato Ermenegildo Costabile, difensore del patron dell’Esselunga, in merito alla sentenza.

15 marzo 2016 | 17:08

Ecco perché i vedovi sentono la persona amata ancora presente in casa

La Stampa

Gruppo di ricercatori italiani studia il fenomeno che colpisce il 60% delle persone che hanno perduto il coniuge. Si chiamano esperienze allucinatorie post lutto



Un grande amore lega per sempre, anche dopo la morte. E dopo anni di vita passati insieme, c’è chi continua a sentire la presenza del proprio amato al suo fianco, magari nella casa condivisa fino a qualche tempo prima e ancora piena di ricordi. Una presenza talmente forte da avere quasi la certezza di vederne la sagoma o sentirne la voce. Si chiamano esperienze allucinatorie post lutto (Pbhe) e, secondo quanto appurato da un team di scienziati italiani, non sarebbero un fenomeno raro. 

Per i ricercatori del Dipartimento di scienze della salute dell’università degli Studi di Milano, fino al 60% delle persone rimaste vedove ha sperimentato episodi come la visione del proprio compagno morto seduto su una vecchia sedia. O ancora lo ha sentito chiamare il proprio nome. «L’evidenza suggerisce una prevalenza sorprendentemente elevata di esperienze allucinatorie post lutto - che va dal 30% al 60% - tra i soggetti vedovi, dando consistenza e legittimità a questi fenomeni», scrivono gli scienziati nello studio, basato su una revisione della letteratura scientifica sul tema e pubblicato sulla rivista «Journal of Affective Disorders». 

Il lavoro degli esperti italiani è rimbalzato sulla stampa internazionale, e, sebbene l’insieme di ricerche prese in considerazione dagli autori sembra sostenere la ricorrenza degli episodi di Pbhe fra le persone in lutto, «sono necessari ulteriori studi per aumentare l’affidabilità di questi risultati e perfezionare i confini tra esperienze fisiologiche e patologiche», fanno notare i ricercatori. 
Le esperienze allucinatorie post lutto sono esperienze sensoriali anormali e vengono spesso riportate da persone senza una storia di disturbi mentali alle spalle. I contorni del fenomeno restano incerti, anche se in linea generale non viene considerato di per sé patologico.

La casa nella prateria 40 anni dopo: che fine hanno fatto?

La Stampa
Marco Triolo (Nexta)


La casa nella prateria: il cast ieri e oggi

Una delle serie western più famose di tutti i tempi, La casa nella prateria era tratta dai romanzi autobiografici di Laura Ingalls Wilder, che ricordava (non senza elementi di finzione) la sua infanzia a Walnut Grove, Minnesota, insieme alla sua famiglia di coloni. La serie, preceduta da un pilot di due ore, divenne un enorme successo della TV americana anni '70, e durò per nove stagioni dal 1974 al 1983. Ma che fine hanno fatto i suoi interpreti? Scopriamolo insieme...



Melissa Gilbert / Laura Ingalls

Melissa Gilbert interpretava Laura Ingalls, la protagonista della serie e alter ego dell'autrice dei romanzi. Ancora oggi, l'attrice è attiva in TV in piccoli ruoli.



Il capofamiglia Charles Ingalls era interpretato da Michael Landon, caratterista TV noto anche per il suo ruolo di Joseph Cartwright in Bonanza, scomparso prematuramente nel 1991.



Karen Grassle / Caroline Quiner Ingalls

Caroline, moglie di Charles e madre della cucciolata Ingalls, era interpretata da Karen Grassle. Dopo gli anni '90 (e un ruolo in Wyatt Earp di Lawrence Kasdan), l'attrice ha ridotto drasticamente le sue apparizioni.



Melissa Sue Anderson / Mary Ingalls Kendall

Melissa Sue Anderson interpretava la sorella maggiore Mary Ingalls. La sua più recente apparizione è nel film di Veronica Mars.



La casa nella prateria

Una scena della serie TV, in cui vediamo Landon con le "due Melisse".



Matthew Laborteaux / Albert Quinn Ingalls

Albert Quinn, figlio adottivo degli Ingalls, aveva il volto di Matthew Laborteaux, attore che oggi lavora soprattutto come doppiatore di videogiochi.



Jason Bateman / James Cooper Ingalls

Jason Bateman, oggi divo della commedia americana (e di recente apparso nel thriller Regali da uno sconosciuto) era davvero piccolo quando interpretò James Cooper, altro figlio adottivo degli Ingalls.



Lindsay e Sidney Greenbush / Carrie Ingalls

Carrie, figlia piccola degli Ingalls, era interpretata dalle gemelle Lindsay e Sidney Greenbush (nella foto Lindsay da adulta). Entrambe non hanno più lavorato come attrici da allora.



Laura, Mary e Carrie

Melissa Sue Anderson, Melissa Gilbert e una delle sorelle Greenbush in una foto di scena.



La famiglia Ingalls

La famiglia Ingalls in uno scatto collettivo. Landon e la Grassle abbandonarono dopo l'ottava stagione e la serie assunse il titolo Little House: A New Beginning per la nona e ultima.

Moralisti, guru, no global Ecco i nemici di Oriana

Alessandro Gnocchi - Mer, 16/03/2016 - 08:15

La giornalista, dopo «La Rabbia e l'Orgoglio» fino alla morte, fu attaccata da sinistra radicale e radical chic. Le sue idee si sono prese la rivincita



Nel 2002 esce L'islam castiga Oriana Fallaci. Lettera a una vecchia mai cresciuta (Edizioni Alethes) di Adel Smith, presidente dell'Unione musulmani d'Italia, «il primo ed unico partito religioso-politico musulmano in Europa».

Si tratta di una risposta a La Rabbia e l'Orgoglio. Secondo l'autore, le parole della Fallaci sono «turpi vaniloqui di poveri squilibrati, di etilisti all'ultimo stadio». Meglio ancora: «Oltraggi che, di norma, più che scoprirli in un libro, si odono ai mercati generali. Spesso sotto i ponti. A volte negli ospedali psichiatrici o, piuttosto, sui marciapiedi delle strade illuminate dai falò accesi da quelle tante ospiti (prevalentemente atee o cristiane) dei Paesi dell'est, che cercano di scaldarsi e farsi notare durante il loro servizio notturno». Insomma, tanto per fugare ogni dubbio, il linguaggio usato «dalle peripatetiche».

Naturalmente la Fallaci è subito accusata di volgarità. Adel Smith sarà quindi misurato? Giudicate voi stessi: «Preparati a una forte e giusta punizione: essere messa a nudo. Denudata. Spogliata. Non del tuo abbigliamento come, forse, avresti desiderato (e dico desiderato visto che di te vien detto che hai l'utero nel cervello). Non mi interessa. Ma denudata della tua forza, di quella tua tenue forza che trai dalle tue spregevoli menzogne. Sto per smascherarti. Preparati! Sto per infliggerti una punizione. Te lo meriti, eccome. Donna! Brutta o bella che tu sia, preparati dunque adesso al castigo umano: quello divino, ben più abbondante e doloroso, lo avrai dopo, a suo tempo.

Questa è una promessa». Può sembrare incredibile ma in questo caso è la realtà a superare la fantasia: Adel Smith riuscì a diventare un personaggio mediatico, ospite nei principali talk show. A fine dicembre 2001, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti traduce in termini pop le idee dei primi accusatori della Fallaci. Nell'album Il Quinto mondo, è contenuto il brano Salvami. Da una parte il G8 di Genova, visto da una prospettiva no global: «Villaggi di fango contro grandi città», «mercato mondiale e mercato rionale»; dall'altra l'attentato alle Torri Gemelle, in particolare la polemica seguita a La Rabbia e L'Orgoglio.

Un paio di versi sono rivolti alla Fallaci: «La giornalista scrittrice che ama la guerra/ perché le ricorda quando era giovane e bella». C'è da chiedersi se Jovanotti, epitome canora del politicamente corretto, avrebbe scritto le stesse cose di un uomo, riducendone le idee a un fatto biografico e soprattutto anagrafico.Volgarità a parte, il cantante ripropone lo stereotipo della Fallaci guerrafondaia. Tiziano Terzani, nell'introduzione a Lettere contro la guerra (Longanesi) troverà Salvami molto «poetica». Nella successiva polemica di Oriana contro il Social Forum organizzato dai no global a Firenze, salta fuori Sabina Guzzanti con un'imitazione della Fallaci elmetto in testa.

La comica travalica e irride il cancro della giornalista. Questa la risposta, affidata a Panorama: «Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell'esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare.Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate». Ancora:

«E nessun giullare che mi bercia addosso in piazza, nessun lanzichenecco che imbratta la mia fotografia in TV, nessun'oca crudele che mi impersona con l'elmetto in testa e deride la mia malattia, nessun corteo di cialtroni che marciano levando cartelli su cui è scritto Oriana puttana o Fallaci guerrafondaia riuscirà mai a intimorirmi, a zittirmi» (La Forza della Ragione). Ma cos'era successo? Nel novembre 2002 è in programma a Firenze il Social Forum Europeo. È il punto d'incontro delle associazioni contrarie al neoliberismo, la galassia genericamente definita «no global».

Analoghi raduni sono finiti male: scontri con le forze dell'ordine, città devastate, perfino morti e feriti. Tutti hanno in mente Genova, il G8, il tentativo di forzare la zona rossa interdetta ai manifestanti, gli anarchici violenti del Black Bloc, le cariche della celere, la macelleria messicana della scuola Diaz, piazza Alimonda, Carlo Giuliani. Firenze non sembra il luogo adatto per ospitare l'evento previsto alla Fortezza da Basso. I cortei possono raggiungere facilmente il centro storico.
E incidenti nella culla del Rinascimento potrebbero causare danni irreparabili al patrimonio artistico, la prima ricchezza, oltre che l'anima, della città toscana. Il 6 novembre, sul Corriere della Sera, la Fallaci invita i suoi concittadini a una serrata generale in occasione del Social Forum:

«Chiudete i ristoranti, i bar, i mercati. Chiudete i teatri, i cinema, le farmacie». Nonostante le minacce di alcune frange, Oriana si dice sicura che nessuno oserà imbrattare o devastare o attaccare. Ma anche l'intimidazione è violenza, e con l'intimidazione il Social Forum ha ottenuto la Fortezza da Basso. Ora bisognerà difenderla, insieme col resto di Firenze, da eventuali no global desiderosi di menare le mani. Il dissenso della Fallaci è legato soprattutto a motivi ideologici. La scrittrice se la prende con i «falsi rivoluzionari, i figli di papà, che vivendo alle spalle dei genitori o di chi li finanzia osano cianciare di povertà. Di ingiustizia. I presunti pacifisti, le false colombe, che la pace la invocano facendo la guerra e la esigono da una parte sola.

Cioè dalla parte degli americani e basta». Il comitato di redazione del Corriere della Sera entra in fibrillazione. Avrebbe voluto fosse chiaro, dalla titolazione e dall'impaginazione, che la Fallaci non rappresenta la linea del giornale di via Solferino. Il fiorentino Tiziano Terzani rilascia un'intervista a la Repubblica, pubblicata il 7 novembre, nella quale per l'ennesima volta accantona la raggiunta serenità spirituale per buttarsi nella feroce polemica personale: «Il caso Fallaci non è più politico, ideologico o morale. A mio parere è un caso clinico». «Per una che un anno fa ci aveva promesso di stare zitta, mi pare che blateri anche troppo» aggiunge Terzani convinto che non si possa «gratuitamente invitare i concittadini all'odio».