sabato 12 marzo 2016

Attenti, un malware per Android minaccia i conti bancari online

repubblica.it

Si chiama Spy.Agent, si  camuffa da Adobe flash player e sottrae le credenziali dell'utente

Attenti, un malware per Android minaccia i conti bancari online

ROMA - conti bancari online a rischio intrusione. I ricercatori di Eset, il più grande produttore di software per la sicurezza digitale dell'Unione europea, hanno scoperto un particolare malware per Android che può sottrarre le credenziali degli utenti che accedono ai loro conti bancari attraverso i dispositivi mobili. Fortunatamente - sottolinea Eset - questo malware è ancora in fase di sviluppo.

Se le prime versioni erano semplici, e i loro fini malevoli facili tutti da identificare, le versioni più recenti presentano avanzate funzionalità di codifica e offuscamento. La campagna scoperta dai ricercatori interessa per ora 20 delle maggiori banche di Australia, Nuova Zelanda e Turchia, ma l'attacco è talmente vasto che potrà essere facilmente indirizzato verso qualsiasi altra banca.

Il malware, rilevato dai sistemi di sicurezza Eset come Android/spy.Agent.Si, si presenta alle vittime come una falsa schermata di autenticazione della loro applicazione bancaria e blocca lo schermo fin quando non si inseriscono nome utente e password. Usando le credenziali rubate - avverte Eset - i ladri possono autenticarsi da remoto al conto delle vittima e trasferirne i soldi. Possono addirittura dirottare i messaggi sms indirizzati al dispositivo infettato ed eliminarli.

Questo consente alle transazioni fraudolente di superare l'autenticazione a due fattori basata su sms, senza che il proprietario del dispositivo sospetti di nulla. Android/spy.Agent.Si si diffonde attraverso un'applicazione flash player fasulla. Dopo il download e l'installazione, l'app richiede i diritti di amministratore sul dispositivo, per proteggere se stessa da eventuali tentativi di disinstallarla.

Successivamente, il malware verifica che ci siano applicazioni bancarie installate sul dispositivo, ed in caso positivo, riceverà dal suo server di comando e controllo delle false schermate di autenticazione per ogni app bancaria presente nel dispositivo. Ogni volta che la vittima esegue un'app bancaria, gli apparirà una falsa schermata di autenticazione davanti a quella dell'app legittima, che bloccherà lo schermo fin quando la vittima non invierà le proprie credenziali bancarie.

Un tocco di Mediterraneo con gli agrumi del Lago Maggiore

La Stampa
beatrice archesso

Nel borgo di Cannero Riviera produzione di nicchia di arance, limoni, pompelmi e cedri. La specialità “unica” è il Canarone. Oggi e domani la festa con visite e degustazioni


Gli agrumi di Cannero Riviera (foto Danilo Donadio)

Arance, cedri, limoni, chinotti, mandarini, pompelmi: non è la Sicilia o la costa del Mediterraneo. E’ Cannero Riviera, angolo baciato dal sole sul Lago Maggiore - tra Verbania e Cannobio - dove alberi di agrumi si trovano in ogni villa. 

Il microclima ideale
Cannero mantiene viva la tradizione grazie a una festa annuale che risveglia la primavera e ad azioni coraggiose che mirano a ricreare una microeconomia per il paese, 1.084 anime, abbellito dalla Bandiera arancione del Touring da quella blu per la purezza delle acque. La conca in cui Cannero si ripara gode di un microclima che rende gli inverni miti rispetto alle altre località del Lago Maggiore. Gli agrumi trovano quindi le condizioni ideali. 

«Tra il “Puncion” e la “Puncetta” (le località che delimitano la conca, ndr) si gode di una posizione privilegiata che frena i venti freddi da Nord» spiega Fiorangela Minoletti, che ha reso il giardino un museo. Una fortuna, quella del microclima, che non hanno i paesi confinanti.

L’albero sopravvissuto
Cannero vanta anche un prodotto unico: il Canarone, incrocio tra cedro e limone che si trova solo qui, come studi dell’università di Torino hanno dimostrato: il dna di questo frutto è unico. Perciò il Canarone è salito nel 2014 sull’Arca del gusto di Slow food e mira a diventarne un Presidio. 
Il progetto è etichettare col Presidio gli «Agrumi di giardino» una particolarità tipica di Cannero che richiama il passato, quando si coltivavano per economia domestica e commercio: tra Otto e Novecento i frutti di Cannero si smerciavano in quantità sul lago e ogni anno a dicembre per la patronale di Santa Lucia arrivava a Suna una barca carica di frutti.

«Negli Anni 80 un’ondata di gelo distrusse tutti gli alberi di Canarone eccetto uno, dal quale si riprodussero esemplari per conservare la specie. Documenti attestano che anche i Borromeo chiedevano il Canarone - spiega Maria Cristina Pasquali della Condotta Slow food Lago Maggiore -. Ora, per arrivare al Presidio, vogliamo creare un’associazione di produttori». Il Canarone rimane un prodotto di nicchia: se ne raccoglie circa un quintale a stagione. Degli altri agrumi si arriva a 5 tonnellate l’anno. L’orgoglio cannerese s’è risvegliato nove anni fa, quando il paese ha organizzato la prima edizione de «Gli agrumi di Cannero Riviera», manifestazione che parte da una mostra mercato per allargarsi via via. 

Visite e degustazioni
La nuova edizione inizia oggi e termina domani sera con due giornate di incontri, assaggi, passeggiate, musica e cene a tema nei ristoranti, dove il pesce di lago si sposa al profumo di arance e limoni a «metri zero». Quattro quintali di agrumi sono serviti quest’anno a confezionare marmellate di arance, pompelmo e composte di pompelmo e mela oltre all’Agrumotto, plumcake con le scorze. In questo periodo si ammirano giardini con alberi carichi frutti un po’ ovunque. Si trovano anche la particolare «limetta di Roma», il pomelo, il calamondino (che nasce da Fortunella e mandarino) e il «cedro della Cina». 

La sorpresa della neve
La neve settimana scorsa ha fatto temere il gelo ma le piante si sono salvate e i frutti caduti hanno creato una scenografia che pare voluta. Panoramico sulla spiaggia c’è il «Parco degli agrumi», con una cinquantina di piante di 20 varietà tra cui la «Mano di Buddha». L’agrumeto si visita come un museo a cielo aperto. «Con la festa di marzo i canneresi hanno ripreso ad amare la coltivazione degli agrumi - dice Elisabetta Minoli, vice sindaco -. L’obiettivo è ricreare una microeconomia d’élite». Il primo passo è già avvenuto: la manifestazione ha portato a quadruplicare le coltivazioni degli agrumi nei giardini. A Cannero i frutti non solo si mangiano, ma si indossano. Foglie di Canarone, arance e cedri sono diventate gioielli grazie ad artigiane che con il rame hanno ricavato spille, orecchini e ciondoli d’oro.

Emergenza profughi, la Svezia minaccia di portare la Germania alla Corte Ue

La Stampa

Almeno 700 persone hanno sconfinato dopo essersi registrati. E il timore è che la cifra possa aumentare



Stoccolma minaccia di portare il governo della Merkel di fronte alla Corte di giustizia europea sulla crisi dei profughi se Berlino non rispetterà il regolamento di Dublino riammettendo i migranti che, pur essendosi registrati in Germania, sono passati oltreconfine e hanno fatto richiesta di asilo in Svezia. Per ora si tratta di 700 persone, ma il timore è che la cifra possa aumentare. Lo riportano i media svedesi citando le parole del ministro svedese Morgan Johansson, al termine del consiglio Giustizia Ue.

«La mancata» riammissione «dei richiedenti asilo che si sono registrati nel Paese sarebbe una violazione del regolamento di Dublino», ha detto Johansson, al termine del consiglio Giustizia Ue. «Se decidono di attuare questa politica «ci rivolgeremo alla Corte di giustizia» , ha proseguito sottolineando che la Svezia «ha ufficialmente contattato il governo tedesco e non è la sola: altri Stati membri sono colpiti» da questa situazione».

Da domani le nuove regole per dare le dimissioni L'addio all'azienda può diventare un'odissea

La Stampa
walter passerini

Vale solo la procedura telematica; il divorzio dall'impresa sembra un percorso di guerra

Volete dare le dimissioni dalla vostra azienda? Avete trovato un nuovo lavoro e siete in procinto di cambiare? State andando in pensione? Pensateci bene, perché vi aspetta una lunga odissea. Decorrono infatti da domani 12 marzo le nuove procedure, volute dal Job act, per dare volontariamente le dimissioni. Il percorso che aspetta i futuri dimissionari può però riservare amare sorprese. E pensare che le nuove regole sono state varate per combattere, giustamente, la vecchia pratica delle dimissioni in bianco.

Innanzitutto, per dare le dimissioni gli annunci a voce, per telefono, per e.mail o per raccomandata non valgono più. A partire da domani è obbligatorio compilare una dichiarazione telematica, anche da parte di chi va in pensione. La regola vale solo per il settore privato e, quindi, esclude il pubblico impiego. E’ necessario a questo punto ricordarsi di richiedere il Pin all’Inps e non all’ultimo minuto, perché l’operazione non è immediata. Qui si apre una doppia possibilità: secondo il decreto del 15 dicembre è necessaria una doppia autenticazione, una all’Inps e una al portale del ministero del Lavoro, Cliclavoro; secondo la circolare 12 del 2016 è sufficiente una sola identificazione, in questo caso dell’Inps.

E’ questo il primo bivio. Il secondo è quello di decidere se compilare la domanda da soli o se farsi aiutare da un intermediario (patronati e simili). Se si sceglie di fare da soli, bisogna essere abbastanza esperti di internet, se non si vuole vedere respinta la domanda, perché errata o incompleta. Del resto non tutti i lavoratori hanno dimestichezza con le nuove tecnologie o possiedono un computer. La domanda completata a questo punto arriverà all’Inps e alle direzioni del lavoro di territorio e all’indirizzo elettronico del datore di lavoro.

Siccome ci sono sette giorni per ripensarci, un lavoratore potrebbe ritirare nel frattempo le dimissioni. In questo caso si potrebbero verificare dei paradossi: se un’azienda ha proceduto alla sostituzione immediata del dipendente dimissionario con una nuova assunzione, si troverebbe a doverne gestire due, il neoassunto e il dimissionario pentito. Se inoltre il dimissionario ritenendo di aver rispettato le regole e le prassi, informali e telematiche, dovesse non presentarsi sul posto di lavoro, essendo ancora dipendente dell’azienda verrà accusato di infrazione per abbandono del posto di lavoro. E l’azienda, per tagliare la testa al toro, potrebbe persino licenziarlo per ragioni disciplinari.

Insomma, finita la guerra dell’articolo 18, che veniva accusato di essere un impedimento ai licenziamenti e quindi responsabile dell’immobilità sul posto di lavoro, con le procedure delle dimissioni telematiche rinasce uno strumento che le rende perlomeno difficili, impedendo o ostacolando la mobilità, anche quando volontaria e consensuale.

L’isola di Budelli diventa patrimonio pubblico

La Stampa
nicola pinna

Il parco nazionale vince la battaglia legale: la perla rosa della Sardegna. Dal Governo in arrivo 3 milioni per coprire i debiti dei vecchi proprietari

Non si piazzerà neanche un mattone e l’isola rosa non diventerà la seconda casa di nessun magnate. Sulla perla dell’arcipelago di La Maddalena sventolerà solo la bandiera del parco nazionale. A prescindere dalla guerra dei vincoli, uno degli angoli più belli del Mediterraneo non avrà mai un padrone. Anzi, non lo avrà più. I tempi per l’asta sono scaduti e il giudice di Tempio ha deciso che l’isola diventerà proprietà del parco nazionale: sarà presto patrimonio pubblico.

Non ci sarà bisogno, dunque, della colletta organizzata dai ragazzi della scuola media di Mosso (provincia di Biella) per salvare la spiaggia rosa e la macchia mediterranea che la circonda. I tre milioni chiesti dal tribunale per saldare i debiti dei vecchi proprietari (una società fallita, appunto) sono già stati stanziati dal Governo a favore dell’ente parco. «Finalmente potremo esercitare il diritto di prelazione - commenta il presidente Giuseppe Bonanno - Diventare patrimonio pubblico era la destinazione naturale per questo paradiso».

IL DIETROFRONT DEL MAGNATE
Per conquistare Budelli, il parco nazionale ha condotto una vera e propria battaglia giudiziaria. In realtà non è stato semplice, perché in Sardegna è arrivato un ospite inatteso: il magnate neozelandese Michael Harte. Ha messo sul piatto tre milioni per comprare Budelli e ha annunciato subito la realizzazione di un grande progetto di ricerca scientifica. Qui, fino al 2013, nessuno lo aveva sentito nominare, ma lui da anni gira il mondo alla ricerca di paradisi da “conquistare”. Dalle parti di Mana Island e Tiritiri Matangi, nelle Fiji e in Nuova Zelanda, ha realizzato alcuni laboratori sulla biodiversità. E la stessa intenzione aveva annunciato a La Maddalena:

«Il sogno è quello di creare un osservatorio internazionale sulla biodiversità marina: un laboratorio all’aria aperta che attiri studiosi da tutto il mondo. Il progetto non è quello di costruire». Poche settimane dopo però ha presentato anche un business plan fatto di cemento e boe per maxi yacht. A febbraio, poi, ci ha ripensato: i vincoli irrigiditi dal parco (decisione cassata in questi giorni da Ministero) lo hanno “scoraggiato” e così ha pensato bene di non versare i tre milioni promessi. È tornato a casa, ha rinunciato al progetto e il tribunale di Tempio si è ritrovato al punto di partenza. Altri magnati non si sono fatti vivi e ieri il giudice ha deciso che l’isola dovrà subito passare al parco. 

LA COLLETTA DEGLI STUDENTI
Gli studenti della provincia di Biella non hanno fatto in tempo a raccogliere i soldi necessari per coltivare il sogno di fare di Budelli il paradiso dei giovani. Le adesioni sono arrivate in pochi giorni da tutto il mondo e proprio questa settimana si stava formando il primo gruzzolo. «Adesso vedremo cosa fare, non vogliamo di certo sprecare l’entusiasmo creato intorno a una bella iniziativa di educazione civica e di sensibilizzazione ambientale - dice Giuseppe Paschetto, il professore di scienze che aveva guidato gli studenti in questo progetto - Insieme ai ragazzi e al Wwf, diventato in questi giorni nostro partner, valuteremo cosa fare.

Non escludiamo di portare avanti la raccolta di fondi per un progetto di educazione ambientale o per aiutare il parco nazionale a migliorare Budelli». Il primo sogno dei ragazzi, comunque, non potrà non essere realizzato: vorrebbero visitare Budelli e a La Maddalena avevano già promesso loro calorosa ospitalità. 

L’innocenza dei corrotti

La Stampa
Mattia Feltri

Ogni tanto escono le classifiche sulla corruzione. L’Italia di solito è penultima in Europa e settantesima nel mondo, dopo l’Uganda e il Venezuela, o qualcosa del genere. Sapete come si stilano queste classifiche? Sulla corruzione percepita. Si fanno sondaggi e interviste, si sentono professionisti e impiegati e, in base alla loro percezione, la classifica viene fuori. Ora, dopo avere letto un anno fa pagine e pagine per giorni e giorni sulla corruzione di Ettore Incalza al ministero delle Infrastrutture, e neanche un trafiletto, ieri, sul suo proscioglimento, voi che cosa avete percepito? 

I maestri liutai alla guerra dei «violini bianchi»

Corriere della sera

di Gilberto Bazoli

Fatti in Cina, invadono le vetrine di Cremona

Simeone Morassi, presidente Ali, associazione che raccoglie 80 liutai

Li chiamano «violini in bianco». Arrivano attraverso spedizionieri internazionali in scatoloni che contengono decine di pezzi, sono già montati e costano poco. Sono stati fabbricati in Cina, Bulgaria o Romania, ma vengono rifiniti in Italia. Una verniciatura o poco più e il gioco è fatto: li si mette sul mercato con il marchio made in Cremona. «La situazione va avanti da tempo, ma è esplosa negli ultimi tre quattro anni, bisogna reagire», dice Simeone Morassi, figlio di Gio Batta Morassi (uno dei maestri della liuteria) e presidente dell’Ali, l’associazione che raccoglie un’ottantina di suoi colleghi.
Autocertificazione
Simeone Morassi e i referenti dell’Ali hanno proposto agli iscritti, dopo mesi di discussioni, l’autocertificazione: chi firma una dettagliata pagina prestampata garantisce che il violino in vendita è stato costruito dall’inizio alla fine nella sua bottega seguendo il metodo della tradizione liutaria cremonese, interamente a mano e senza l’ausilio di macchinari. All’Ali fanno sul serio: «Il decalogo è il primo passo, chi non dovesse sottoscriverlo verrà allontanata. Non escludiamo per il futuro azioni più restrittive».

Mentre i violini doc hanno in genere un prezzo oscillante tra i cinque e i venti mila euro, per quelli di serie ne bastano molto meno: dai trecento ai duemila. «I compratori, per lo più studenti di conservatorio o amatori, non sanno di acquistare un articolo assemblato per gran parte altrove — continua Morassi —. Sia chiaro, non siamo in presenza di un fenomeno illegale, ma di una concorrenza sleale che costituisce una seria minaccia per la nostra liuteria, quella che è stata riconosciuta dall’Unesco bene immateriale dell’umanità».
Giro d’affari
Quantificare il giro d’affari che ruota intorno a questo mercato parallelo è difficile, ma si parla di alcuni milioni di euro all’anno. Un altro liutaio molto apprezzato, Alessandro Tossani, conosce bene i violini cinesi perché li seleziona personalmente per poi proporli con l’etichetta «Tossani Studio Series». Tutto alla luce del sole. È stato uno dei pionieri della battaglia in difesa della qualità artigianale.

«Ben venga l’autocertificazione, anche se io andrei oltre affidando a un istituto terzo il compito di compiere le verifiche nelle nostre botteghe. Ma molti miei colleghi sono dei puri e non vedono di buon occhio i controlli perché sono molto gelosi del loro lavoro, che considerano un’arte». Allo stesso tempo Tossani non demonizza la liuteria che viene da lontano. «Con il passare degli anni quella cinese è migliorata sia sotto l’aspetto tecnico sia acustico, ed è ora in grado di offrirsi a chi cerca un ottimo secondo strumento e non ha voglia di spendere troppo».
I prezzi
In questa guerra tra custodi della tradizione e ragioni dell’economia non è facile trovare un liutaio che ammetta di ritoccare violini stranieri. La ricerca porta alle vetrine di Edgar Russ, austriaco che ha studiato e si è trasferito in riva al Po. «Io sono uno di quelli, non ci trovo eticamente niente di male perché faccio tutto in modo trasparente», non ha problemi a dire Russ. «Ho diversificato la produzione in tre linee: strumenti da maestro usciti interamente dalle mie mani; costruiti nel mio laboratorio (ho sei collaboratori) e sotto la mia guida: comprati fuori, principalmente in Germania, verniciati e messi a punto qui, seguendo le mie indicazioni.

Questi pezzi costano, a seconda delle rispettive categorie, 21.000, 7.000 e 2.800 euro circa. Il mio obiettivo è piazzarne in tutto 160 all’anno, di cui 100 appartenenti alla fascia più bassa». Il liutaio low cost non si scompone. «So che alcuni colleghi non parlano bene di me perché sostengono che i prodotti fatti in serie sono una minaccia per quelli di alto livello. Io non la penso così: più violini tedeschi o cinesi ci sono in circolazione e più saranno le persone che suonano uno strumento. Il successo degli Swatch non ha messo in crisi il mercato degli orologi, così come una Smart può convivere con una Rolls-Royce o una Ferrari».

Perché il patriota Macchi va salvato dall’abbandono

Corriere della sera
di Giangiacomo Schiavi

A Roma è dimenticato, Cremona e la natìa Milano dovrebbero fare qualcosa



C’è un patriota dimenticato al cimitero del Verano, nella capitale. Un patriota al quale Milano ha dedicato una via, Cremona una lapide e Roma un monumento: Mauro Macchi. Si incontra entrando nell’ingresso principale, sul lato sinistro, a fianco di un altro padre della patria, Goffredo Mameli. Per qualche settimana, sul monumento che ricorda il suo impegno nel Risorgimento per l’unità del Paese, è rimasto appeso un avviso inequivocabile: «Manufatto in stato di abbandono». Scaduta la concessione, la società che gestisce il cimitero ha fatto partire il procedimento per la decadenza. Nessuno si era mai fatto vivo per rinnovare le pratiche: da mesi (o anni) sulla lapide non c’è neanche un fiore. Mauro Macchi forse non ha parenti e non ha eredi.

La sua, come quella di altri grandi sepolti al Verano, è la memoria di chi ha fatto l’Italia. Nato a Milano nel 1818 da un’umile famiglia, laureato a Pavia in Lettere e Giurisprudenza, legato a Carlo Cattaneo, di cui è discepolo e stretto collaboratore, Mauro Macchi diventa segretario di redazione del Politecnico, negli anni in cui il sentimento antiaustriaco raccoglie il meglio del pensiero liberale. A Milano, per la sua attività di giornalista e attivista verrà arrestato più volte: dal 1839 al 1859 organizza moti, media tra Cattaneo e Mazzini, dirige giornali e riviste, si interessa alle questioni sociali.

Dal 1860 è deputato per la sinistra; muore nel 1880 e una lapide lo ricorda così: «Mauro Macchi, senatore e povero, onorandosi di essere stato deputato di Cremona, lascia una rendita annua di 800 lire alla città affinché ne avvantaggiasse l’istruzione popolare». Salviamo il patriota Macchi dall’abbandono, dicono gli storici del Risorgimento, dopo una interrogazione in Senato. Milano e Cremona non possono fare qualcosa? E lo Stato perché non promuove un censimento sulle testimonianze del passato in stato di degrado? Il caso Macchi potrebbe non essere isolato.

10 marzo 2016 (modifica il 10 marzo 2016 | 20:52)

Maternità surrogata, dubbi etici di natura economica

Corriere della sera
di Giovanni Belardelli

Più della libertà è la necessità a rendere disponibile una donna alla gravidanza per altri



Due mesi fa il manifesto-appello di un gruppo di femministe contro la maternità surrogata non fu sufficiente ad avviare una vera discussione sul tema, forse per il timore — almeno a sinistra — che essa potesse essere d’intralcio all’approvazione della cosiddetta stepchild adoption. Fatto sta che, una volta eliminata la possibilità di adottare il figlio del partner dalla legge sulle unioni civili, proprio da sinistra sono venute serie critiche alla pratica dell’«utero in affitto». Indirettamente un ruolo importante l’ha giocato il caso Vendola, accompagnato da una diffusa sensazione che il ricorso alla maternità surrogata non possa essere ridotto a un «atto d’amore», come semplicisticamente sostenuto dal leader di Sel.

Dalla presidente della Camera Laura Boldrini all’ex segretario del Pd Pierluigi Bersani si sono dunque moltiplicate le critiche a una pratica che è accusata di ridurre a merce il corpo femminile. La senatrice Finocchiaro l’ha definita «inconcepibile», perché implica «la produzione di corpi destinati allo scambio, assai spesso economico». Parole che si configurano come un modo lessicalmente elegante per sostenere che, con essa, si finisce con l’acquistare un bambino.

Per l’ex Pd Stefano Fassina il ricorso alla maternità surrogata va rifiutato poiché i diritti individuali debbono incontrare un limite e quello di avere un figlio non è un diritto. Su quest’ultimo punto — l’insussistenza del diritto ad avere un figlio — gli fa eco sull’ultimo Venerdì di Repubblica anche un’accorta interprete del mainstream progressista come Natalia Aspesi.

Insomma, si va affermando l’opinione che essere a favore del progresso non vuol dire accettare tutto quello che la scienza consente di fare, che dobbiamo dunque interrogarci sui limiti che separano ciò che è eticamente consentito da ciò che non lo è. Si tratta di interrogativi non semplici per la difficoltà, di fronte alle prospettive straordinarie ma a volte inquietanti aperte dalle tecnoscienze, di ricorrere al vecchio armamentario concettuale basato sulla distinzione tra conservatori e progressisti, tra destra e sinistra. Un tempo questa distinzione consentiva a ciascuno, con poco sforzo, di sapere sempre cosa pensare in quasi ogni campo. Oggi dobbiamo fare a meno di quella rassicurante coperta di Linus e dobbiamo imparare a discutere nel merito di certe questioni e di certe pratiche impensabili fino a pochi anni fa.

Come sta emergendo dalle non poche critiche rivolte alla maternità surrogata, il concetto chiave da cui partire è quello di denaro. Chi intraprende questa via per avere un figlio sfoglia cataloghi di «donatrici» di ovociti o di «madri per altri» (le donne che conducono la gravidanza) che ricevono un compenso, anche se spesso mascherato da rimborso spese. Nel caso della donna che si presta alla maternità surrogata gli impegni sottoscritti in un apposito contratto con i futuri genitori sono tali — dalla dieta all’aborto nel caso di malformazioni o di gravidanza gemellare — che è inverosimile pensare possano essere accettati senza un corrispettivo economico.

L’obiezione formulata da Michela Marzano, in uscita dal Pd proprio per un dissenso su questa materia, secondo la quale una donna deve esser lasciata libera di guadagnare soldi anche in questo modo, stupisce per l’inconsistenza. Per la stessa ragione si dovrebbe lasciar libero un uomo, che magari ha dei figli da mantenere, di vendere un rene; o anche un operaio di lavorare 15 ore al giorno, come avveniva un paio di secoli fa in Inghilterra.

Come è evidente, è la condizione di necessità (economica) non di libertà che generalmente sta dietro la disponibilità di condurre in porto la gravidanza per conto di altri. Da questo punto di vista, il progetto di legge dell’Associazione Luca Coscioni, che propone di autorizzare la gestazione per altri solo a titolo gratuito, convince poco. Non soltanto perché, col ricorso al rimborso spese, rende possibile aggirare il vincolo della gratuità. Ma soprattutto perché affida quest’ultima a una scrittura privata tra le parti — la gestante e i futuri genitori — che ognuno comprende quale scarso valore possa avere.

L’unico caso in cui è lecito supporre, senza bisogno di poco verificabili autocertificazioni, che una donna si presti alla gestazione per altri mossa da motivi non venali è quello di colei che lo fa per una sorella o una figlia. Forse prevedere di autorizzare la maternità surrogata solo in casi del genere potrebbe essere un modo per trovare un ragionevole punto di incontro, al di là della ormai evanescente distinzione tra i sostenitori del progresso e i difensori della tradizione.

10 marzo 2016 (modifica il 10 marzo 2016 | 22:04)