venerdì 11 marzo 2016

La battaglia sui dazi per difendere l’olio d’Italia.

Corriere della sera

di Michelangelo Borrillo

L’Europa, a sorpresa, toglie i dazi sull’olio tunisino e alza le importazioni dell’extravergine. Protestano i produttori italiani, ma nel Parlamento europeo hanno votato sì anche Cofferati, l’ex ministro Kyenge e David Sassoli

Le proteste degli agricoltori a Catania per difesa del Made in Italy (Ansa)

L’aiuto dell’Europa alla Tunisia ha fatto scoppiare una battaglia alimentare in Italia. L’oggetto del contendere è l’olio, il condimento principe della dieta mediterranea e degli italiani. E ormai non più solo degli italiani, visto che gli Stati Uniti sono diventati il terzo Paese consumatore dietro Italia e Spagna, con un balzo del 250% dei consumi negli ultimi 25 anni, a 308 mila tonnellate all’anno.

La battaglia, però, è scoppiata per molto meno: il via libera arrivato ieri dal Parlamento europeo a 35 mila tonnellate in più all’anno per due anni (in aggiunta alle 56.700 già previste da un accordo Ue-Tunisia del 1995) che potranno essere importate in Europa dalla Tunisia a dazio zero. Il problema, in realtà, è più qualitativo che quantitativo: «Il tema — spiega la parlamentare del Pd Colomba Mongiello, a cui si deve l’omonima legge sull’etichettatura dell’extravergine datata 2013 — è la tracciabilità del prodotto, che significa il contenuto della bottiglia.

Il mondo delle imprese è fatto di persone per bene, ma qualcuno classifica l’olio straniero come olio italiano. E lo vende come made in Italy». Il rischio, per Mongiello, è che nonostante una legge che preveda un’etichettatura chiara e leggibile, un «nuovo contingente agevolato di olio dall’estero possa alimentare il mercato delle sofisticazioni». Per questo giovedì migliaia di agricoltori hanno partecipato alla manifestazione della Coldiretti a Catania organizzata proprio nel giorno del via libera del Parlamento europeo al nuovo olio tunisino senza dazi, grazie a 500 sì, 107 no e 42 astenuti.

E tra i sì ci sono anche quelli di europarlamentari italiani proprio del Pd come l’ex ministro Cécile Kyenge, Mercedes Bresso, David Sassoli, Sergio Cofferati (ex Pd) e Gianni Pittella, uomo del Sud: «Ho lavorato — spiega quest’ultimo — per trovare un punto d’incontro tra l’interesse nazionale e quello europeo, per ridurre al minimo l’impatto. E poi la produzione italiana non è sufficiente al fabbisogno».

Le importazioni di olio, infatti, sono necessarie. Se, però, anche il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina ha ribadito ieri di essere «fermamente contrario a qualsiasi aumento permanente del contingente di olio tunisino», qualche rischio per il mercato italiano c’è. Anche dal punto di vista economico. «L’attacco al made in Italy — spiega il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo — viene anche dalla contraffazione dei prodotti alimentari che solo nell’agroalimentare ha superato i 60 miliardi di euro, costando all’Italia trecentomila posti di lavoro».

E questo rischio economico va di pari passo con quello delle sofisticazioni. Nonostante, come ribadito dallo stesso Martina, la filiera dell’olio italiano sia «tra le più controllate in assoluto», le inchieste negli ultimi tempi non sono mancate. Come quella di Raffaele Guariniello, a Torino, che nel novembre scorso ha contestato a una decina di aziende del settore il reato di frode in commercio perché l’olio d’oliva veniva commercializzato come «extravergine» pur non essendolo.

La discriminante, a volte, può essere proprio il prezzo: sotto i 6 euro a bottiglia, secondo Coldiretti, difficilmente può trattarsi di extravergine. A meno che, appunto, non sia olio tunisino che quota mediamente 2-3 euro in meno rispetto a quello italiano.

Ma per il consumatore cosa cambia? «L’olio italiano e tunisino — spiega Maurizio Servili, docente di Tecnologie alimentari all’Università di Perugia — si differenziano per gli acidi grassi: quelli tunisini hanno un livello di acido oleico più basso». E agli italiani appaiono, per questo, meno buoni. «Ma ciò che interessa ai consumatori — sottolinea Rosario Trefiletti di Federconsumatori — è che l’olio venduto come italiano sia realmente italiano». Sebbene marchi storici come Carapelli e Bertolli non siano più di proprietà italiana ormai da tempo.

Ma sull’italianità dell’olio venduto come made in Italy giurano gli industriali di Assitol: «Il “100% italiano” — spiega Angelo Cremonini, presidente del gruppo Olio d’oliva di Assitol — è enfatizzato esplicitamente in etichetta». Diciture come miscela di oli (comunitari e/o extracomunitari) significano che l’olio non è 100% made in Italy. L’importante, quindi, è leggere e non farsi ingannare da rifermenti tricolore sulle bottiglie.

11 marzo 2016 (modifica il 11 marzo 2016 | 01:41)

Via i dazi sull’olio tunisino, ecco chi sono i 12 eurodeputati italiani che hanno votato sì

Corriere della sera
 A cura di Salvatore Frequente


Ci sono nomi molto noti tra i 15 europarlamentari italiani che non si sono opposti all’accordo che prevede l’importazione in Europa di una quota annuale aggiuntiva di 35 mila tonnellate di olio tunisino senza alcun dazio. Secondo i dati pubblicati sul sito Vote Watch Europe, l’organizzazione no profit che si occupa della raccolta di dati sulle votazioni del Parlamento europeo, 12 italiani hanno votato favorevolmente mentre 3 hanno deciso di astenersi.

Ecco tutti i nomi.

 Mercedes Bresso. Europarlamentare del Partito Democratico, già presidente della Regione Piemonte e presidente della Provincia di Torino.
1


Sergio Cofferati eletto nel 2009 al Parlamento Europeo con il Partito Democratico, ha lasciato il partito dopo le primarie in Liguria e oggi è indipendente. È al suo secondo mandato da europarlamentare. È stato sindaco di Bologna dal 2004 al 2009 e precedentemente segretario generale della Cgil dal 1994 al 2002 (Fotogramma)
2


Andrea Cozzolino, napoletano, del Partito Democratico, è alla sua seconda legislatura. Nel 2011 vince le primarie del centrosinistra per il candidato a sindaco di Napoli. Ma viene presentato un ricorso e le primarie verranno annullate e come candidato sindaco del Pd viene scelto il prefetto e commissario Mario Morcone (Ansa)
3


Roberto Gualtieri, romano, dal 2009 è deputato europeo del Partito Democratico. Nel luglio 2014, è stato eletto Presidente della Commissione per i problemi economici e monetari al Parlamento Europeo (Fotogramma)
4


Cécile Kyenge,già ministro per l’integrazione nel Governo di Enrico Letta. Nel febbraio 2014, si candida alle Elezioni europee con il Partito Democratico e viene eletta nella circoscrizione del Nord-Est (Ap)
5


Antonio Panzeri è all’Europarlamento dal 2004 prima con Uniti nell’Ulivo poi con il Partito Democratico. È stato segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano (dal 1995 al 2003), responsabile delle politiche per l’Europa (2003-2004) e membro della direzione nazionale dei Democratici di Sinistra. (Fotogramma)
6


Massimo Paolucci, napoletano, del Partito democratico. Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto alla Camera dei Deputati. L’anno successivo si candida alle Elezioni europee e approda a Bruxelles
7


Gianni Pittella, Partito Democratico. È europarlamentare dal 1999 alla sua quarta legislatura (il Pd fece appositamente una deroga per consentirgli la candidatura). Dal 2 luglio 2014 è capogruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) al Parlamento Europeo. Dal 1996 al 1999 svolse il ruolo di deputato nazionale
8


David Sassoli, Partito Democratico. È stato vice direttore del TG1 dal 2006 al 2009. Eletto parlamentare europeo per il Pd nella legislatura 2009-2014, è stato scelto come capo della delegazione del partito all’interno dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici. Riconfermato alle Europee 2014, è attualmente vicepresidente del Parlamento europeo (Fotogramma)
9


Renato Soru, sardo, Partito democratico. Imprenditore, fondatore di Tiscali, ed ex presidente della Regione Sardegna, carica che ha ricoperto dal 2004 al 2008 quando rassegna le dimissioni. Si ricandida, per la stessa carica, con il centrosinistra il 15 ed il 16 febbraio 2009, ma vincerà Ugo Cappellacci. Viene eletto al Parlamento Europeo nel 2014 nella circoscrizione Italia insulare (Imagoeconomica)
10


Patrizia Toia è al suo secondo mandato all’Europarlamento. È stata ministro per i rapporti con il Parlamento dall’aprile 2000 al giugno 2001 con il presidente Giuliano Amato e poi ministro per le Politiche comunitarie dal dicembre del 1999 all’aprile del 2000 con il governo di Massimo D’Alema. Tra il 1995 e il 1996 è stata deputato alla Camera per il Partito Popolare Italiano mentre dal 1996 al 2006 ha ricoperto il ruolo di senatore della Repubblica (Imagoeconomica)
11


Flavio Zanonato, Partito democratico, al suo primo mandato a Bruxelles. È stato Ministro dello Sviluppo Economico nel Governo Letta dal 2013 al 2014. Precedentemente è stato per due mandati sindaco di Padova dal 2004 al 2013 (LaPresse)
12


Curzio Maltese - Astenuto - è un giornalista, scrittore, politico e autore televisivo italiano, dal 2014 europarlamentare per la lista L’Altra Europa con Tsipras
13


Elly Schlein - Astenuta - eletta nel 2014 nelle fila del Partito Democratico nella circoscrizione nord-est. Nel maggio del 2015 annuncia l’abbandono del Pd in dissenso con la linea dal Segretario Matteo Renzi. Aderisce a Possibile, il partito fondato da Giuseppe Civati.
14


Barbara Spinelli - Astenuta - è al suo primo mandato ed è stata eletta nella lista L’Altra Europa con Tsipras, partito che ha abbandonato nel maggio 2015 rimanendo come indipendente all’interno del gruppo Gue/Ngl (Ansa)
15

Tra i coltivatori siciliani: “Siamo ridotti alla fame dai pomodori marocchini”

La Stampa
amedeo la mattina

La rabbia nei campi. E oggi arriva Salvini a caccia di voti



L’enorme parcheggio dei Tir al mercato ortofrutticolo di Vittoria è semivuoto. L’aeroporto di Comiso, che una volta ospitava i missili Cruise puntati verso Est, invece sbarca turisti da mezza Europa sulle orme di Montalbano, alla ricerca della città immaginaria di Vigàta, fino a Punta Secca dove c’è la casa del commissario. «Per noi Montalbano è una manna dal cielo: dovremmo fargli un monumento», ci dice Marco Distefano, che tre anni fa ha aperto un B&B a Comiso. Due economie che convivono e stridono nel Sud-Est della Sicilia. Ma in quella principale la rabbia degli agricoltori e dei commercianti è il brodo in cui ribollono populismo e proposte fantasmagoriche.

I 5 Stelle hanno sfondato gli equilibri della provincia ragusana che in Sicilia prima era una macchia rossa nel mare democristiano, poi diventato berlusconiano. Al comune di Ragusa, da sempre governato dalla sinistra, oggi il sindaco è il quarantenne grillino Federico Piccitto. I pentastellati, che alle europee nell’isola avevano fatto il 27%, tentano di allargarsi a macchia d’olio alle amministrative di primavera. A mandare all’opposizione il Pd ci provano pure a Vittoria (70 mila abitanti), candidando un avvocato, Carmelo Giordanella, un esperto di diritto amministrativo.

In questo vulcano cerca di piantare la sua bandiera verde anche Matteo Salvini. Oggi si è fatto il giro del mercato vittoriese con il deputato siciliano Angelo Attaguile e il suo consigliere economico Armando Siri. Poi è andato a Giammichele, in provincia di Catania, per inaugurare in piazza la sede di Noi con Salvini. Il leader locale è un giovane imprenditore del marmo, laureato alla Bocconi in economia. Si chiama Rocco Zapparrata, consigliere uscente, forse candidato sindaco. «Matteo è la nostra ultima speranza. Non ci interessa se prima la Lega ci sputava in testa e ci chiamava terroni e africani. Per noi conta il programma, la flat tax al 15%, la chiusura dei confini come stanno facendo l’Austria e l’Ungheria».

In prima fila a ricevere il padano c’è anche Eugenio Cascone, un ragazzo sveglio di 25 anni che vive a Mazzarrone, a una ventina di chilometri da Giammichele. Produce uva biologica e la vende all’estero. Pure lui consigliere comunale di Noi con Salvini. Prima il suo leader era Berlusconi, ma idealmente il suo punto di riferimento è Mussolini. «Il Duce ha sbagliato solo ad allearsi con Hitler. Se oggi ci fosse lui, tutto questo casino, tutti questi immigrati non ci sarebbero. Bisogna pensare prima agli italiani e a salvare i nostri prodotti: i prezzi sono crollati a causa della concorrenza del Marocco e della Tunisia. Oggi abbiamo un leader giovane e carismatico come Salvini».

Andiamo a parlare con i loro coetanei che non si occupano di politica ma lavorano in campagna e nelle serre. La musica è sempre hard. Gesualdo Bufalino scriveva che dalla costa della provincia di Ragusa, la più meridionale d’Italia, «con i fari rivolti a cercare l’Africa, dietro un breve braccio di mare», si ha la sensazione di sentire il ruggito dei leoni. Da queste parti il solo ruggito che si sente è quello dei coltivatori di melanzane, zucchine, peperoni, arance rosse e di quello che una volta era l’oro rosso, il pomodoro ciliegino e il piccadilly. Sugli scaffali della grande distribuzione continentale viene venduto a 3-4, fino a 6 euro al chilo; i produttori lo svendono a 30 e a 70 centesimi, in base alla qualità.

Le famose arance rosse sono vendute a 10-20 centesimi al chilo per l’industria della spremitura oppure lasciate cadere per terra a marcire. «E si riesce a venderle a questo prezzo - spiega Raffaele Aliotta - perché abbiamo i neri del Cara di Mineo che prendono 15 euro al giorno. Un italiano ce ne costa 70. I braccianti sono alla fame e a Roma parlano di utero in affitto». «Mi alzo tutte le mattine alle 4, con la pioggia e con il sole - racconta Fabio Cilia - e non riesco a vendere il mio piccadilly a più di 60 centesimi al chilo: non ci copro le spese». Fabio ha 30 anni, sta scaricando le cassette di pomodoro. «I nostri signori politici hanno aperto al Marocco dove i prodotti vengono trattati con il ddt e hanno costi che sono la metà.

E noi paghiamo il soggiorno agli immigrati. Finirà che i barconi li prenderemo noi per andare a lavorare in Africa». A Vittoria, in quello che era uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Italia, dieci dei 74 box sono stati chiusi dal tribunale fallimentare. «Ha visto quanti tunisini e musulmani ci sono in giro?», ci chiede Giorgio Puccia, presidente dei concessionari del mercato . «Un giorno potremmo trovarceli armati e noi italiani non potremo uscire di casa». Frontiere chiuse, migranti che affogano in mare, fuga dalle guerre? «Che ce ne frega: la guerra ce l’abbiamo a casa nostra», risponde Giuseppe Zarba, proprietario di un magazzino di fronte al mercato.

Scuote la testa, «né Grillo né Salvini sono i salvatori». «Ora, il 14 marzo, aspettiamo di vedere cosa combina il nostro ministro Martina alla commissione Agricoltura in Europa. Vogliamo che vengano applicate le norme di salvaguardia, che blocchino le importazioni dal Marocco. Non vogliamo pagare le cartelle esattoriali perché qui c’è una situazione simile alla calamità naturale». Giuseppe fa una pausa. «A noi le chiacchiere sulla Tunisia da aiutare perché ci sono i terroristi non ci interessano. I terroristi diventeranno i siciliani per l’esasperazione». 

Olio tunisino senza dazi, Pittella: "Ho votato sì perché non ci danneggia e per solidarietà"

repubblica.it
intervista di Giulia Santerini

pittella

L'ok a 35mila tonnellate di olio in più dalla Tunisia in Europa senza dazi è arrivato dal Parlamento europeo con l'appoggio (anche) degli italiani. "Ma ci siamo battuti perché questa fosse una misura non permanente e con la certezza che si tratti solo di olio che viene solo dalla Tunisia". Due misure "concordate con il Consiglio dei ministri".

Il capogruppo all'europarlamento dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) Gianni Pittella tiene a sottolineare questi due punti. Con una premessa: "L'olio tunisino in entrata non incide sulla produzione italiana ed europea che non è sufficiente al fabbisogno". E una nota di principio: "Non si può essere solidali solo a parole con un paese che rischia l'infiltrazione dell'Is"

Snowden: l’FBI mente, ecco come potrebbero sbloccare un iPhone

La Stampa
andrea nepori

L’autore delle rivelazioni che hanno fatto scoppiare il caso Datagate sullo sorveglianza di massa ad opera della NSA interviene ancora sul caso Apple-FBI: i federali sanno come sbloccare quel telefono senza l’aiuto di Cupertino



L’FBI non ha fatto quanto possibile per sbloccare l’iPhone del terrorista di San Bernardino prima di richiedere l’aiuto forzoso di Apple attraverso il mandato di un tribunale federale. È il consenso condiviso dalla comunità internazionale degli esperti di cybersicurezza. Ora anche Edward Snowden, che aveva già espresso la sua posizione a favore di Apple, ha rincarato la dose.

«L’FBI ha sostenuto che solo Apple ha i mezzi tecnici [necessari a sbloccare l’iPhone di San Bernardino]», ha detto Snowden con un intervento alla conferenza sulle libertà civili ’Blueprint for Democracy’. «Con tutto il dovuto rispetto... è una stronzata!»

COSA CHIEDE L’FBI
I federali non hanno chiesto ad Apple di sbloccare direttamente il telefono di Syed Farook. Tramite il mandato di un giudice federale hanno intimato all’azienda di creare una speciale versione di iOS che rimuova alcune delle misure di sicurezza del sistema operativo, come la funzionalità che blocca del tutto l’iPhone dopo l’inserimento del decimo pin errato consecutivo. Tim Cook, AD dell’azienda, ha detto che l’FBI vuole costringere Apple a creare l’equivalente software del cancro.

Un software che nelle mani sbagliate potrebbe rendere totalmente insicura la piattaforma iOS per milioni di utenti. Per chiedere il mandato, l’FBI ha dovuto convincere un giudice federale dell’impossibilità di condurre l’operazione di sblocco senza l’aiuto di Apple. Ed è proprio questo il punto su cui si concentrano le analisi di numerosi esperti di sicurezza, evidenziate anche da Snowden con il suo intervento e su Twitter. Possibile che il Bureau, con il budget e le conoscenze tecniche che ha a disposizione, non sia stato in grado di tentare strade diverse?

LE POSSIBILI SOLUZIONI
Fra le numerose soluzioni teoriche descritte da vari esperti di sicurezza Snowden ha segnalato quella proposta dal ricercatore della American Civil Liberties Union (ACLU) Daniel Kahn Gillmor, che La Stampa ha intervistato nei giorni scorsi.

«Quando iOS decide di cancellare i dati dell’utente per il limite dei dieci inserimenti del pin è stato raggiunto», spiega l’esperto in un articolo tecnico sul sito della ACLU, «[il sistema] non cancella effettivamente tutti i dati presenti sul disco, [...] ma distrugge la chiave che protegge i dati, rendendoli illeggibili in maniera permanente».

Questo significa, in altre parole, che l’FBI potrebbe aggirare il limite clonando la memoria flash del telefono per poi ripristinarla dopo il decimo inserimento del pin errato. Un’idea molto simile a quella che il parlamentare Repubblicano Darrell Issa aveva esposto al direttore del Bureau, James Comey, durante l’udienza davanti alla Commissione Giustizia, la scorsa settimana. Comey non aveva saputo rispondere alle domande di Issa, né aveva saputo confermare se un simile tentativo fosse stato fatto prima di emettere il mandato nei confronti di Apple. Kahn Gillmor non si è limitato a delineare la teoria ma ha descritto per filo e per segno il modo in cui si potrebbe modificare l’hardware di un iPhone 5C per mettere in pratica questa tecnica di sblocco.

Jonathan Zdziarsky, noto iOS hacker, ha delineato sul suo blog ulteriori metodi che l’FBI avrebbe potuto perlomeno tentare prima di rivolgersi a Cupertino. Si poteva utilizzare un emulatore della memoria Flash, oppure smontare il chip in cui è salvato l’identificativo unico (UID) usato dal dispositivo per calcolare la chiave crittografica, o ancora, più semplicemente, cercare di scoprire il pin analizzando i filmati delle telecamere di sicurezza che possono aver ripreso Syed Farook nei mesi precedenti all’attentato. Infine l’FBI avrebbe potuto rivolgersi alla NSA o alla CIA per forzare direttamente la codifica di alcuni specifici file estratti dal telefono in forma criptata.

INCOMPETENZA O GIOCO POLITICO?
Il fatto che l’FBI avrebbe potuto operare lo sblocco in autonomia non è un semplice dettaglio né un mero esercizio tecnico per esperti. Se cosi fosse, infatti, sarebbe evidente che il Bureau ha imbastito l’intero caso solo ed esclusivamente per creare un precedente finalizzato ad indebolire la crittografia su dispositivi di comunicazione di largo consumo. Una prospettiva, già ampiamente denunciata dai difensori delle libertà civili, indigesta anche al Congresso, che non vede di buono occhio le forzature del potere esecutivo su questioni su cui dovrebbe pronunciarsi prima di tutto il legislatore.

Le soluzioni proposte sono difficili da eseguire e sicuramente costose. All’FBI, però, non mancano né le risorse economiche né le conoscenze necessarie per metterle in pratica. In alternativa ci sono decine di agenzie di sicurezza e analisi forense che offrirebbero i propri servizi più che volentieri per provare a forzare la sicurezza di un iPhone. Come fatto notare anche dallo stesso Zdziarsky il Bureau non ha contattato nessun esperto di sicurezza esterno, nonostante sia chiaro che molti ricercatori abbiano più di un’idea su come approcciare il problema.

Perché? Le ipotesi possibili sono due: la totale incompetenza dei tecnici del Bureau, già colpevoli di aver modificato la password iCloud del terrorista dopo il sequestro del telefono, oppure la volontà di creare un precedente, convincendo un giudice federale della necessità di un mandato. Materia, in entrambi i casi, per un’indagine parlamentare che faccia luce sulla condotta dell’FBI. 

L’appello: «Eredità di Verdi e Puccini: siano svelate le carte segrete»

Corriere della sera

di Giuseppina Manin

In Italia ricchezze straordinarie in balia dell’estro dei proprietari. Cinquanta esponenti della cultura scrivono a Mattarella: «diritto allo studio di un patrimonio nazionale»



Il tesoro di Verdi, un baule stracolmo di schizzi e di appunti inediti, è serrato a chiave nella sua villa di Sant’Agata, inaccessibile a chiunque per l’ostinato rifiuto degli eredi. Il tesoro di Puccini, rinchiuso nella sua villa di Torre del Lago, è evidentemente mal custodito, visto che dall’inventario originario mancano una serie di importantissimi documenti. Patrimoni nascosti, dispersi, sequestrati a ogni controllo, a ogni consultazione di studiosi e musicisti. Beni privati certo, ma di interesse pubblico. Il loro inestimabile valore artistico e culturale in un Paese normale cadrebbe immediatamente sotto la tutela dello Stato, garante della loro conservazione e accessibilità. Invece, da noi quelle ricchezze straordinarie restano in balia dell’estro dei proprietari. Che ne dispongono a loro inappellabile capriccio.

Uno scandalo denunciato a più riprese, finora senza esiti. A tentare di scuotere l’apatia della pubblica amministrazione è una lettera, promossa dalla rivista Classic Voice (che la pubblicherà nel suo prossimo numero) dove una cinquantina di personalità della musica e della cultura si rivolgono al presidente Mattarella e al ministro Franceschini per denunciare la gravità di tale situazione, unica nel mondo occidentale, e affermare il diritto allo studio e alla ricerca su quei due nostri, grandi compositori. Tra i firmatari, Riccardo Chailly e Daniel Barenboim, Antonio Pappano e Daniele Gatti, Maurizio Pollini, Placido Domingo. E poi Claudio Magris, Dario Fo, Massimo Cacciari, Andrea Camilleri…

Questa incuria tutta italiana stride violentemente con quel che accade all’estero, dove la documentazione relativa ad autori quali Bach, Mozart o Wagner è immediatamente consultabile da chi ne faccia richiesta, anche on line. Con esiti non solo di approfondimento storico ma anche di nuove letture musicali. Non c’è quindi da stupirsi se l’archivio di Claudio Abbado sia finito a Berlino dove avrà una collocazione adeguata e in più una nuova vita culturale. Mentre in Italia nessuno ha alzato un dito per cercare di assicurarselo.

Per tornare a Verdi, poter avvicinarsi alle carte imprigionate dentro le mura inespugnabili di Sant’Agata, potrebbe, come ha dichiarato il musicologo Fabrizio Della Seta, cambiare molte idee sulla interpretazione verdiana. O addirittura risolvere un vecchio enigma relativo all’opera che mai vide la luce, Re Lear. Si dice che Verdi avesse rinunciato perché i personaggi del Re e del Fool li aveva già affrontati nelle figure di Filippo II nel Don Carlo e di Oscar nel Ballo in maschera. Voci autorevoli sostengono invece che tra le gemme del baule di Busseto ci sia anche quella partitura, forse completa, per voce e pianoforte. Se confermata, la scoperta sarebbe una vera bomba nella storia della lirica.

Il tempo delle mele mature

La Stampa
massimo gramellini

Sophie Marceau ha rinunciato alla massima onorificenza francese, la Legion d’Onore, perché nei mesi scorsi il presidente Hollande l’aveva consegnata di nascosto anche al principe ereditario dell’Arabia Saudita. In un mondo dove molti cultori del pensiero elastico sono disposti a lappare i glutei di una giuria intera pur di sgraffignare un premio di latta da esibire nelle loro tronfie biografie, l’idea che Marceau abbia scansato l’agognata corona per ragioni di principio suona arrogante, provocatoria, bizzarra. In una parola: meravigliosa.

L’Arabia Saudita è stata definita con qualche ragione «un’Isis che ce l’ha fatta». Si tratta di una monarchia teocratica che ha partorito l’ala più oltranzista dell’Islam, quella wahabita, germe di tutti i fondamentalismi. Solo l’anno scorso ha ordinato 154 esecuzioni capitali, sottopone i dissenzienti a sedute pubbliche a base di frusta e mortifica le donne al punto che durante l’incendio di una scuola femminile la polizia religiosa impedì ad alcune studentesse di mettersi in salvo perché nella concitazione non avevano fatto in tempo a recuperare il velo.

Sono questi bei personaggi che l’Occidente considera clienti e alleati fedeli, mentre dà la caccia ai terroristi allevati da loro. La Ragion di Stato impone di chiudere gli occhi e nascondere la mano, come ha fatto Hollande nel premiare il principe saudita. Invece un’attrice può ancora permettersi il lusso di esprimere la sua umanità senza lasciarsi intaccare dal cinismo. Deve avere coraggio, però. Evidentemente la ragazzina del «Tempo delle mele» è diventata una donna tosta. Chapeau, Marceau.

Il prezzo della società civile

La Stampa
mattia feltri

1

Coi cinquanta miliardi di euro rubati da giudici tributari, commercialisti, avvocati, imprenditori e professori universitari, nelle periferie di Napoli ci facevano cinquanta miliardi di voti.

Una sentenza storica: "La Germania paghi per le vittime dei nazisti"

Gianpaolo Iacobini - Ven, 11/03/2016 - 08:28

Il tribunale di Ascoli ordina un rimborso di oltre 600mila euro agli eredi di due internati in campo di concentramento. Strada aperta a una pioggia di ricorsi



Ascoli - La Germania deve risarcire gli eredi dei civili vittime dei nazisti. Enza Foti, giudice in servizio alla sezione civile del Tribunale di Ascoli Piceno, la storia l'ha riscritta con l'inchiostro del diritto.

E con una sentenza che non mancherà di far discutere ha fissato un principio dirompente: la Repubblica Federale Tedesca, quale ente succeduto al Terzo Reich, è responsabile dei crimini e dei reati commessi dai soldati tedeschi contro le popolazioni inermi nel corso della seconda guerra mondiale. La magistrata marchigiana era stata chiamata a vagliare la richiesta avanzata dai familiari di Guido e Neutro Spinozzi, Mariano Vulpiani e Bruno Alessandri, nel 1944 deportati nei campi di concentramento senza più fare ritorno alle loro case di Castignano e San Benedetto del Tronto. L'avvocato Lucio Oliverio, in nome e per conto dei discendenti, aveva chiesto un risarcimento di 2 milioni di euro, citando in giudizio il governo di Angela Merkel.

Che però non s'è neppure costituito, disconoscendo la giurisdizione italiana. Il tribunale è comunque andato avanti e la Germania contumace a rifondere il danno patrimoniale (non anche quello esistenziale). In soldoni, 636.000 euro. Poca roba, rispetto ai 279 miliardi vantati dalla sola Grecia per danni di guerra. In effetti, a preoccupare la Cancelliera, più che la somma, è la crepa aperta dal tribunale ascolano, che fa di Berlino la legittima erede (senza facoltà di beneficio d'inventario) del Führer. Una pronuncia che, dovesse diventare giurisprudenza, potrebbe avere ripercussioni oggi inimmaginabili ma ben presenti al Bundeskanzleramtsgebäude.

Nei corridoi della Cancelleria il tema è da sempre considerato scottante. Certo, agli occhi del mondo Frau Merkel non ha mai nascosto (avrebbe potuto?) le vergogne teutoniche. «Ricordiamo tutti i perseguitati dal nazionalsocialismo, deportati e uccisi: è un crimine contro l'umanità che non si può dimenticare», diceva nel gennaio del 2015, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. Nei fatti, tuttavia, ben altro è stato l'orientamento seguito: nel 2012, accogliendo un ricorso presentato proprio dalla Germania, la Corte internazionale di giustizia dell'Aja ordinò il blocco dei risarcimenti per deportati e vittime delle stragi naziste, certificando l'immunità degli stati sovrani.

Ma quando la partita sembrava ormai chiusa, il contropiede fulminante. Con la Corte Costituzionale a stabilire, nel 2014, l'impossibilità per il diritto internazionale di escludere la giurisdizione italiana per danni derivanti da crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati in terra italica. Ora che la macchina della giustizia s'è rimessa in moto, la questione è destinata a diventare anche politica.

Inevitabilmente: tra l'8 settembre del 1943 e l'aprile del 1945, a cavallo tra l'armistizio e la liberazione, furono circa 15.000 gli italiani massacrati o deportati dai nazisti. «L'Italia intende affrontare insieme alla Germania tutti gli aspetti che derivano dalle dolorose vicende della seconda guerra mondiale, in una prospettiva di dialogo e tutela delle istanze di giustizia delle vittime e dei loro familiari», tuonava già nei giorni del governo dei professori l'allora ministro degli esteri Giulio Terzi.

Parole al vento. Adesso tocca a Matteo Renzi. Cosa farà il premier per indurre la Germania a rispettare le sentenze?

Boldrini e la desinenza della Crusca.

Antonella Grippo



L’ Accademia della Crusca sottrae la parola all’ignominia del giogo “sessista”   e  decreta la morte della neutralità delle istituzioni.

Et voilà Madame la Presidenta.
Boldrini esulta.

Del resto , nello stesso giorno,  alle tartarughe delle Tanzania è stato riconosciuto il diritto inalienabile di  consumare gratuitamente uno spray in grado di debellare il più fastidioso dei pruriti ascellari.

La mia “misoginia” non ha più scuse : deve uscire dalla clandestinità.

Una dissennata casualità  biologica, colpevole origine della  mostruosa teologia dell’appartenenza di genere, mi costringe ad esperire , mio malgrado,affinità  accidentali con alcuni paradigmi del “femminino politically correct”. Non è che se produci ovociti, in virtù di un mero incidente naturale, devi, ipso facto, operare transfert rispetto a boldrinici totem da discount, picerniane figurine o,nella peggiore delle ipotesi, serracchianici  feticci formato tessera.

Parimenti, non basta situarsi a bordo di un Tampax  per dirsi somiglianti, nonostante Civati.
L’ apriorismo uterino,in realtà, risulta essere categoria dello spirito che informa l’Opera Omnia  di certa Mannoia Fiorella, sublime esegeta dei silenzi omertosi delle scaffaliste dell’ Upim.  Kant non c’entra una mazza, sia ben chiaro. Così come io non sono “dolcemente complicata, sempre più emozionata”.

Mi riconosco,al contrario, iconoclasta, blasfema e maschista. Non c’è mistica da gamete che tenga. Men che meno quella che mi pretenderebbe assimilata al Verbo di  Laura,presso il quale non si rinviene il benché minimo indizio di Simone de Beauvoir. Neanche con l’impiego del fiuto di  mille cani molecolari.

Ad ogni buon conto,” l’epica battaglia ” per la conquista dell’ agognata desinenza (a) può dirsi compiuta. Chi se ne fotte ,poi, se si tratta di  battaglia di retroguardia, piuttosto rafferma , dal momento che rispolvera rancidi arnesi linguistici del peggiore  separatismo  ovulare. Siamo alla “secessione del lessico”. Con la complicità della Crusca , da intendersi quale prodigioso rimedio per la stipsi che affligge il  ” fallocratico glossario italico”.

Il ghetto è servito.

L’altra metà del cielo derubricata ad un quarto di tettoia.

A quando la  lettura obbligatoria  alla  Camera dei Deputati di classici  del tipo “Le due orfanelle” , “La muta di Portici “, “Lamento aurorale di una carmelitana scalza abbruzzese “ ?

Dostoevskij?  Troppo testosteronico. Ragazze, non scherziamo.! Mannaggia. Se solo fosse nato, grazie alla procreazione assistita, da una cellula di Matilde Serao impiantata nella tromba di Falloppio di Carolina Invernizio…….

Libia, l'accusa di una tunisina: "Per gli italiani pagato riscatto"

Chiara Sarra - Gio, 10/03/2016 - 22:39

In un video una donna del commando parla di "soldi del riscatto" bruciati nella sparatoria in cui sono morti Failla e Piano



"Nell'altra macchina c'erano i soldi del riscatto. Hanno deciso di incendiarla e uccidere gli ostaggi perché nessuno doveva metterci le mani sopra". Basta questa frase, estratta dal racconto di una tunisina coinvolta - pare - nella sparatoria in cui sono morti Salvatore Failla e Fausto Piano a sbugiardare Matteo Renzi e Paolo Gentiloni che da giorni negano il pagamento di un riscatto per i quattro tecnici della Bonatti rapiti in Libia.

A rivelare il video, pubblicato sulla pagina Facebook Sabratha218, è Corrado Formigli durante la puntata di stasera di Piazzapulita andata in onda su La7. Nel filmato appare una tunisina che faceva parte del commando di sequestratori.

La donna, in quello che sembra quasi un interrogatorio di polizia, racconta i momenti concitati dell'assalto: "Abbiamo visto una zona in pianura, ci siamo andati con le macchine per appartarci e mangiare qualcosa, il pasto era pronto. Finito di mangiare siamo tornati nelle auto, quando uno dei ragazzi ha cominciato a gridare: I ribelli! I ribelli!", dice, "Subito dopo hanno iniziato a sparare. I nostri hanno gridato:  

Fermi, mettiamoci d'accordo". I ribelli, pensando fosse una trappola, hanno ripreso a sparare". E ancora: "Una pallottola ha colpito mio figlio. Non mi hanno fatto scendere dall'auto per portarlo in ospedale. La sparatoria diventava sempre più intensa. Sono riuscita a scendere dalla macchina e mi sono un poco allontanata. Nell'altra macchina c'erano i soldi del riscatto. Hanno deciso di incendiarla e uccidere gli ostaggi perché nessuno doveva metterci le mani sopra

L'ultima spesa folle dell'Ue? Limousine e divise per gli autisti

Domenico Ferrara - Gio, 10/03/2016 - 13:17

Il Parlamento Ue si prepara ad aumentare il budget destinato al parco delle vetture con autista a disposizione degli eurodeputati. Il costo? 10 milioni l'anno



Le limousine non bastano mai. Tanto le pagano i contribuenti. Il Parlamento europeo si prepara ad aumentare il budget destinato al parco delle vetture con autista a disposizione degli eurodeputati.

Attualmente il Parlamento Ue spende 6,8 milioni di euro all'anno per il servizio di trasporti dei membri di Bruxelles e Strasburgo. In base alla proposta di riforma - presentata a gennaio da Klaus Welle, segretario generale del Parlamento - verranno aggiunti 3,7 milioni, arrivando a 10,5 milioni. Di questi, una parte dell'extra budget, verrebbe destinata alle nuove uniformi degli autisti (due completi, uno estivo e uno invernale, scarpe, cintura e un set di camicie), 116 mila euro l'anno per la precisione.

Inoltre, è previsto anche che nelle nuove auto venga installato un pulsante di allarme e degli scanner di sicurezza e che agli autisti vengano assegnati tablet e telefoni cellulare. Il punto è che questi ultimi accorgimenti non sono stati conteggiati nella riforma e quindi il costo annuo potrebbe lievitare ed essere ancora più alto di quello previsto.

Proprio per queste ragioni, la discussione a Strasburgo si è accesa. Ieri sera, l'ufficio dell'assemblea di Strasburgo, composto dal presidente Martin Schulz e dai 14 vicepresidenti, ha deciso di procrastinare il voto sulla riforma del servizio dei trasporti. Giustificata con ragioni di sicurezza legate alla situazione di allarme innescata lo scorso novembre dagli attentati terroristici di Parigi, la riforma - che prevede l'assunzione di 110 autisti a tempo indeterminato, che attualmente sono in parte dei "contractors" - è stata osteggiata da diversi europarlamentari.

C'è chi si chiede: "Perché abbiamo bisogno di un servizio di autista? I deputati non possono prendere un taxi come tutti gli altri?". "L'introduzione di pulsanti di panico sembra totalmente assurdo", ha scritto l'europarlamentare liberale estone Kaja Kallas, aggiungendo: "Mi sembra che avere un servizio di auto esclusivo ci renda più visibili, come obiettivi, se non altro. Quando usiamo un taxi o il car sharing, gli autisti non sanno che noi siamo eurodeputati, mentre in questo modo sì".

Gli euroscettici, tra cui il leader dell'Ukip Nigel Farage, hanno attaccato e preso di mira ancora una volta il Parlamento Ue per evidenziare le spese eccessive. "Se i contribuenti ordinari sapessero come il loro denaro viene usato in giro a Bruxelles, verrebbero a bruciare questo luogo con disgusto, l'Ue prende i soldi da coloro che non lavorano per l'UE e li dà alle persone che lavorano per l'UE", ha tuonato Farage in un comunicato. Ora resta solo da capire se la forza degli oppositori basterà a sventare la "rivoluzione".