giovedì 10 marzo 2016

Se l’omicidio è gay, va detto. Per dovere di cronaca

Marcello Foa




luca varani

Di solito non mi occupo di fatti di cronaca, però in questo caso faccio un’eccezione e mi riferisco al terribile omicidio di Luca Varani. La versione che è stata diffusa all’inizio e che ha creato enorme sensazione è quella che il ragazzo sia stato ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato “per vedere l’effetto che fa”. Col passare delle ore però sono emersi altri aspetti tutt’altro che secondari.

I due omicidi non erano semplici amici, erano gay. Ma non tutti i giornali lo hanno scritto. Non tutti i giornali hanno scritto che facevano pesante uso di stupefacenti, di cocaina e di GHB meglio nota come la droga dello stupro. Non tutti i giornali hanno scritto che la vittima avrebbe accettato un incontro omosessuale in cambio di 100 euro.

Soprattutto Repubblica ha brillato per ipocrisia e omissioni. Non una riga su questi aspetti. Ma perchè? Perchè non raccontare tutti i dettagli raccolti dai cronisti sulla base di testimonianze e delle solite confidenze degli inquirenti? Il Corriere della Sera, ad esempio, ha raccontato tutto e nei toni giusti. Repubblica invece no. E chi lo ha denunciato per primo, come Mario Adinolfi, è stato sommerso da critiche e insulti.

adinolfi

Il Fatto Quotidiano ha ripreso le sue denunce ma in modo davvero subdolo, usando tecniche ben note agli esperti di comunicazione, ad esempio facendo notare nel sommario dell’articolo che Adinolfi è l’ideatore del movimento No Gender nelle scuole ma è “un giocatore professionista di poker” e sin dalle prime righe dell’articolo che è uno degli animatori del Family Day, ma si è risposato a Las Vegas; insomma mettendo in dubbio implicitamente la credibilità dell’autore. Tecnica subdola ma sempre molto efficace, che mira a far sorgere nel lettore il pensiero: “Ah, ma è Adinolfi, un retrogrado”. Dunque, qualunque cosa scriva non ha legittimità.

Il problema è che ci troviamo di fronte agli eccessi del “politicamente corretto” che sfocia nel pensiero unico e settario. Qui non si tratta di criminalizzare i gay (ci mancherebbe altro!) ma di adempiere fino in fondo al proprio dovere di cronaca. Se questo omicidio fosse maturato sulo sfondo di relazioni eterosessuali, magari per gelosia, anche “Repubblica” avrebbe pubblicato tutto e con dovizia di dettagli. Invece in questo caso ha preferito l’omissione, totale, per ragioni fin troppo ovvie, evidenziando così un paradosso della nostra epoca.

I gay, fortunatamente, possono vivere la propria sessualità senza più nascondersi e con ampia, diffusa accettazione da parte della popolazione. E’ una conquista civile, che comporta inevitabilmente anche parità di trattamento mediatico in casi drammatici di cronaca come quello di Roma. Dovrebbe essere un requisito normale in una società libera e rispettosa. E di una stampa davvero oggettiva, davvero libera. Anche dai propri pregiudizi che sfociano in un’ingiustificata censura.

#iostoconPrisciano

Nino Spirlì



Che strano! – penso – Sentirmi lacerato nel dover scegliere fra l’amore per l’Arma e l’amore per la Libertà di Opinione!

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(Magdi Cristiano Allam e Riccardo Prisciano)

E’ una brutta sensazione. Pari a quella che provavo quando qualche coglione mi chiedeva, da bambino, “Vuoi più bene a mamma o a papà?” Senza pensare al male che mi faceva; considerato che io, Mamma e Papà, Li percepivo (e lo faccio ancora oggi che vivono in mondi separati) come un Essere Unico e Indivisibile.

Ecco: l’Arma dei Carabinieri e la Libertà, per me, sono quell’Essere Unico e Indivisibile.
E, come per me, lo sono sicuramente per tutti quei cittadini che all’Arma si rivolgono e nell’Arma sperano proprio per sentirsi difesi e garantiti nella Legge e nella Libertà.

Lo sono, sicuramente, anche per Riccardo Prisciano, nobile Maresciallo dell’Arma, che, però, in questi ultimi mesi, ne patisce certe ingiustificabili e insopportabili vessazioni.
Non scenderò nell’esposizione dei fatti: ci stanno pensando, da settimane, i social, visto che le televisioni tacciono. Ognuno, di bacheca in bacheca, sta “dicendo la sua”. Dai colleghi ai politici, dagli amici ai semplici conoscenti, fino alla gente comune, quella che di Prisciano apprezza il coraggio, la rettitudine, l’amore per la figlia, il rispetto per la Divisa, la tenacia, la sete di Giustizia.

Ciò che mi addolora e mi mortifica è che questo doloroso stillicidio fatto di punizioni, bracciodiferro, trasferimenti lontano dagli affetti e dalle necessità (gravissime) familiari, persecuzioni varie, gli arrivi da chi mai avrebbe dovuto esercitare così male la propria universalmente riconosciuta potestà! Mi auguro, da Italiano, che tutto possa trovare la giusta soluzione e Prisciano possa sentirsi, nuovamente, fiero e felice di indossare quell’uniforme che, nei secoli, ci ha uniti quanto il Tricolore. Quanto e, forse, più degli squilli dell’Inno.

Quale sarebbe, del resto, la sua colpa? La presunta islamofobia? Beh, a dirla tutta, ne siamo affetti in milioni, in Italia, in questi ultimi tempi. Perché siamo spaventati dagli attentati, dalle migliaia di morti, dalle minacce sfrontate, dalle continue invasioni, dagli imam che predicano odio, dagli sgozzamenti di cristiani, dai rapimenti di onesti lavoratori, da….

E quale altro peccato sociale, per il Maresciallo? La xenofobia? Brutta cosa, il razzismo e la xenofobia, certo! Ma leggiamo nel cuore degli italiani, e non tentiamo di vestire di morte chi di morte non si vuole vestire. E’ innegabile che questa “paura dello straniero” sia direttamente proporzionale al quantitativo di nuovi arrivi che stanno letteralmente sbarcando sulle nostre coste. Se chi ci governa da anni avesse agito ed agisse cum grano salis ed equità, probabilmente saremmo tutti più sereni nelle nostre case e potremmo pensare più al panettone a Natale e alla caprese a Ferragosto che ai burqa vaganti per le nostre strade o alle ruspe nei campi rom.

Sull’omofobia, glisso. Anzi, no. Riccardo Prisciano, con me, è amorevole e rispettoso. Vorrei ricordare a chi non lo sa che sono ricchione almeno da trent’anni. E lui lo sa. Scherziamo e ridiamo insieme. A nessuno di noi due piacciono i matrimoni gay, le adozioni gay, i gaypride, le carnevalate arcobaleno. E’ omofobia? E, allora, sono omofobo anche io (e rido!)

Non so per che partito politico voti alle elezioni, che fede religiosa professi nel proprio cuore, cosa ne pensi, lui meridionale come me, delle violenze garibaldine sui popoli del Sud, ma so che, avendo scelto di indossare la divisa di Carabiniere, deve avere una moralità pari all’onestà e al coraggio che sta dimostrando giorno dopo giorno.Grazie, dunque, Signori Generali, per aver concesso, allora e oggi, a noi Italiani di poter godere dell’esempio del Maresciallo Riccardo Prisciano.

Il resto è, sicuramente, un errore. Che si può correggere. Viva i Carabinieri. Tutti. #iostoconPrisciano

Fra me e me. Fedele nei secoli

Filosofi si nasce, eruditi si diventa, così sbancai Lascia o Raddoppia”

La Stampa
cinzia bovio

Ernesto Bovio, 94 anni, operaio novarese, fu tra i primi protagonisti tv



Per il paese era quello «strano» che leggeva libri di filosofia alla fermata dove aspettava il bus per andare in fabbrica. Ernesto Bovio oggi ha 94 anni. Operaio meccanico di Bellinzago Novarese con la quinta elementare, 60 anni fa si aggiudicò il montepremi di «Lascia o raddoppia» come studioso autodidatta di filosofia.

Fu uno dei 69 campioni, tra i 261 partecipanti selezionati su 307.906 aspiranti, l’unico a vincere nella sua materia (filosofia) nel celebre quiz, precursore di «Rischiatutto», che sarà riproposto in aprile da Fabio Fazio. «I libri sono sempre stati la mia passione – racconta - . Dagli anni Quaranta a oggi ne ho letti migliaia, anche grazie al libraio Lazzarelli di Novara che mi permetteva di pagare a rate. Decisi di partecipare al programma per mettermi alla prova».

Nessuno si aspettava un successo tale. Anzi. Dopo la prima puntata alcuni suoi concittadini avevano preparato un carro per il suo ritorno dagli studi Rai di Milano, prendendosi gioco di lui come «asino», animale per il quale il borgo contadino era noto in tutta la provincia. E invece Ernesto sbaragliò ogni previsione: «Ho vinto 320 mila lire la prima sera – racconta come se fosse avvenuto ieri -. Raddoppiai ogni volta, fino alla quinta sera, rischiando sempre di perdere tutto. Risposi correttamente a ogni domanda e alla fine vinsi il massimo».

A quel punto il paese si schierò tutto dalla sua parte. Tutti incollati davanti alle tv nei bar o – per i pochissimi che potevano permetterselo – di fronte agli apparecchi in casa propria. «Con Mike Bongiorno ci intendemmo subito – ricorda -. Per me era quello che leggeva le domande scritte dalla Commissione, anche se era lui il vero mattatore e protagonista del quiz. Non cercavo per forza la sua simpatia, anche se devo ammettere che si è sempre impegnato per mettere a proprio agio i concorrenti: ci incontrava prima in camerino e chiacchieravamo un po’.

Ho un buon ricordo di lui». Durante le puntate dal 20 dicembre 1956 al 17 gennaio 1957, gli fu chiesto di Kant, George Berkeley, Leibniz, Cartesio e di tanti altri. Di carattere riservato, non diventò un personaggio icona della trasmissione come altri, ma ricevette comunque montagne di lettere da telespettatori di tutta Italia pronti a congratularsi o a chiedergli prestiti. Non fu l’unica soddisfazione. I dirigenti della Fiat, l’azienda per cui lavorava come operaio a Cameri, pochi giorni dopo la vittoria lo promossero impiegato negli uffici di Milano.

Oggi, nonostante gli acciacchi dell’età, Bovio continua a occuparsi di filosofia. Nella casa-studio che si è costruito con la vincita massima di 5 milioni 120 mila lire (l’equivalente di cento stipendi mensili da operaio), di volumi ne custodisce circa 5 mila. Legge ancora e scrive moltissimo. Ora si sta concentrando sulla sua ventesima opera intitolata «Gli insegnamenti della metafisica». Sono tutti lavori inediti, tranne un testo pubblicato autonomamente su «La filosofia integrativa».

Da sempre mette il suo pensiero nero su bianco usando vecchie macchine per scrivere. Finora ne ha già consumate quattro, che il figlio Gianni, architetto, ormai fatica a trovargli scovando online i modelli di seconda mano e i nastri di ricambio rimasti. Bovio tuttavia non ricorda proprio da cosa sia scaturito il suo grande amore per la filosofia: «Come disse Socrate, filosofi si nasce, eruditi si diventa».

Qui viveva (a nostre spese) ​l'imam che ci vuole morti

Claudio Cartaldo - Gio, 10/03/2016 - 10:34

L'imam somalo arrestato a Campomarino era ospite in una struttura d'accoglienza nell'agriturismo "Happy Family" con piscina e la spiaggia a due passi



L'imam somalo arrestato ieri a Campomarino non solo sembrerebbe essere un terrorista pronto a tutto.Ma è anche un ingrato.

Perché le prediche contro l'Occidente, contro l'Italia e l'invito a farsi esplodere a Roma, le realizzava nel bel agrivillaggio "Happy Family" in provincia di Campobasso. Dove non mancava nulla: piscina, ombra di alti pioppi, sala ristorante, palestra, campi da calcetto, da bocce e criket, una rete da pallavolo e anche il parcheggio. (Guarda la gallery) Tutto incluso, sul conto - ovviamente - degli italiani.

Il 22enne è un richiedente asilo che è fuggito dalla struttura che lo accoglieva per andare a Roma a fare un attentato. "Cominciamo dalla stessa Italia, andiamo a Roma e cominciamo dalla stazione", diceva nei suoi sermoni. E ancora: "La guerra ancora continua Charlie Hebdo era solo il precedente di quello che sta succedendo adesso". Infine: "c'è una strada più semplice, quella di attrezzarsi e farsi saltare in aria, che è la via più semplice".

Ecco, questo raccomandabile imam non solo spillava i soldi degli italiani, facendo spendere allo Stato 35 euro al giorno per la sua accoglienza. Nel frattempo addestrava gli altri migrandi al Jihad. L'Isis in riva al mare di Campomarino. Se si va a guardare il sito della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza, Cooperativa Pianeti Diversi, si ottengono tute le informazioni relative alla vita all'interno del centro.

Non solo le possibilità di svago prima elencate, il villaggio turistico è anche a pochi passi da mare e appena 7 chilometri dal centro di Campomarino. Una pacchia. Il centro - si legge nel sito - "gode di una piacevole posizione all’ombra di un bosco di pioppi ad alto fusto ed è a pochi passi dal mare". Ed ha "31 abitazioni con ingresso autonomo e bagno privato per complessivi 100 posti". Tutto ben tenuto e tutto spesato. Un sogno. Considerando che se un normale cittadino vuole andarci in vacanza deve sborsare una bella cifra.

Tra i comfort offerti c'è anche il servizio di lavanderia e la "pulizia giornaliera e periodica dei locali e degli arredi". Poi colazione, pranzo e cena nella sala ristorante, con "menù non in contrasto con i principi e le abitudini alimentari degli ospiti" rispettando "tutti i vincoli costituiti da regole alimentari dettate dalle diverse scelte religiose". Non manca proprio nulla. E, ovviamente, c'è anche una sala preghiera. Quella dove l'imam somalo inneggiava alla conquista di Roma e al terrorismo.
Viene da chiedersi, allora, come abbia fatto a diventare il capo-religioso della struttura.

Chi lo ha autorizzato? "L'imam anziano - racconta a ilGiornale.it una fonte autorevole - si era stufato e ha ceduto lo scettro del potere a questo giovane somalo. Per evitare disordini gli hanno fatto fare come gli pareva". "In pratica - aggiunge - i responsabili del centro, o meglio i boss della Coop che hanno la gestione del centro, lo avrebbero in qualche modo "nominato" imam".

Sinistra italiana: "I cappellani militari costano allo Stato sei milioni di euro l'anno. Li paghi la Chiesa"

repubblica.it
di AGNESE ANANASSO

I deputati presentano un'interrogazione parlamentare al ministero delle Finanze e della Difesa

Sinistra italiana: "I cappellani militari costano allo Stato sei milioni di euro l'anno. Li paghi la Chiesa"

Se i cappellani militari venissero pagati dalla Chiesa invece che dal ministero della Difesa, lo Stato risparmierebbe 6,3 milioni di euro l'anno. È la stima che i deputati di Sinistra italiana hanno riportato nell'interrogazione parlamentare rivolta al ministro delle Finanze e al ministro della Difesa, che ha come primo firmatario Gianni Melilla, per chiedere a che punto sono arrivati gli accordi tra la Difesa e l’Ordinariato militare.

"Dal 1984, anno nel quale è stato siglato il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, manca una revisione dell’intesa sullo status dei cappellani militari" si legge nell'interrogazione. La vecchia intesa, che risale ai Patti Lateranensi del 1929, è stata parzialmente modificata nel 2014, quando è stato raggiunto un accordo tra il ministro della la Difesa e il nuovo ordinario militare, l’arcivescovo monsignor Santo Marcianò, per cui è stato accettato il principio che i cappellani militari rinuncino ai gradi. Infatti nelle forze armate ci sono 173 tra cappellani generali, colonnelli, e capitani. Graduati "armati" solo di tonaca e crocifisso perché il loro ruolo è fornire "assistenza spirituale" ai militari.

20 milioni di euro l'anno complessivi. "Ma questo non vuole dire che non rappresentino un costo per le casse dello Stato, la stima è di una ventina di milioni di euro all’anno" spiegano i deputati . "Nel 2013, ad esempio, al ministero della Difesa la cura spirituale dei militari impegnati in missione è costata quasi 17 milioni di euro, cifra che comprende gli stipendi, le pensioni e il mantenimento degli uffici. Solo questi pesano 2 milioni di euro l’anno".  Il cardinale Angelo Bagnasco, vescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, dal 2003 al 2006 è stato comandante dei cappellani, ed è stato automaticamente nominato generale di corpo d’armata (oggi tenente generale), con uno stipendio adeguato al grado. E con una pensione altrettanto "adeguata", anche se lui sostiene di devolverla in beneficienza.

Stipendi e pensioni. I cappellani in attività sono 134 e i loro stipendi, equiparati a quelli dei generali, ammontano a 6 milioni e 300 mila euro. Sul fronte pensionistico nell'interrogazione si fa presente che è possibile fare solo una stima approssimativa perché anche l'Inps non ha ben chiare le somme erogate. L’importo annuo lordo del trattamento pensionistico dei cappellani dovrebbe ammontare a circa 43 mila euro lordi a testa. Considerando che i cappellani che sono andati in pensione negli ultimi 20 anni sono 156 l’importo complessivo è di 6 milioni e 700 mila euro.

I baby pensionati. I cappellani però risultano dei privilegiati rispetto ai dipendenti "normali" e ai militari pari grado perché possono andare in pensione in anticipo e ritrovarsi con una signora pensione: "Il prelato, che ha la stessa busta paga di un generale di brigata in congedo, ha diritto a una pensione fino a 4 mila euro al mese, anche se ha prestato servizio per soli 3 anni, compiuti i 63 anni, età per la quale un generale di brigata si può congedare, avendo maturato il vitalizio" scrivono i deputati di Si.

Un pinguino per amico

La Stampa
massimo gramellini



Tra i gesti d’amore che tengono in piedi questo pianeta sfuggendo ai radar dei media tarati sul male, ogni tanto ne affiora in superficie qualcuno. L’Independent ha raccontato la storia di João, un pescatore brasiliano in pensione, che camminando sulla spiaggia si imbatté in un pinguino intriso di petrolio.

Decise subito di legarlo a sé dandogli un nome, Dindim, ma impiegò una settimana a togliergli il catrame dalle piume e parecchi mesi a rimetterlo in sesto con scorpacciate di sardine.
Quando Dindim ebbe recuperato le forze e mutato le piume, João lo restituì alle onde del mare per consentirgli di raggiungere la sua base in Patagonia. Succedeva nel 2011. Ma da allora, ogni estate, Dindim percorre ottomila chilometri per tornare alla spiaggia brasiliana in cerca dell’amico pescatore. Appena riconosce la sua sagoma raggrinzita dagli anni e dal sole, lancia un suono stridulo: il suo personalissimo inno alla gioia. E da lui, e solo da lui, si lascia avvicinare e toccare.

La gratuità dell’amore genera gratitudine, almeno nei pinguini. Non è buonismo. Pinguinismo semmai. E umanesimo, voglio sperare. In fondo, dall’Isis a Wall Street, tutte le comunità disumane e «dispinguine» hanno un tasso di ferocia misurabile dalla distanza che separa i loro gesti da quelli di Dindim e João. 

I ciclisti israeliani onorano Bartali Ad Assisi per ricordare il «Giusto»

Corriere della sera

di Marco Gasperetti

Il campione toscano salvò più di 800 ebrei durante l'occupazione nazista
facendo la staffetta in bici. Israele lo ha dichiarato Giusto tra le nazioni



La memoria delle imprese di «Ginettaccio», al secolo Gino Bartali, non si cancella mai. E non solo per i successi sportivi che sono diventati anche capitoli di storia e le epiche sfide con Fausto Coppi, ma per quel cuore grandissimo e quel coraggio infinito che spinsero questo campione infinito a fare la staffetta (sempre sulla amatissima due ruote) per salvare tantissimi ebrei perseguitati dai nazifascisti. Per questo Bartali è stato dichiarato «Giusto tra le nazioni» da Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah.
I «pro» di Israele
Tra pochi giorni, il 20 marzo a Firenze, a rendergli omaggio per la prima volta nella storia del ciclismo, saranno anche i corridoi del Cycling Academy Team, la prima e unica squadra professionistica israeliana. E questi atleti domenica 20 marzo ripercorreranno il tragitto tra Assisi e Firenze che il campione percorse per portare, nascosti nella canna della bicicletta, i documenti falsi per salvare più di ottocento ebrei perseguitati. L’evento è stato organizzato quattro giorni prima «Settimana Internazionale Coppi e Bartali» che si svolge dal 24 al 27 marzo. «E’ un onore e un dovere rendere omaggio a Bartali e a tutti gli italiani che hanno messo in pericolo le loro vite per aiutare i compagni ebrei nei momenti più bui della Seconda Guerra Mondiale», ha commentato Ron Baron, presidente e fondatore del Cycling Academy Team.
«007» in bici
Durante l’occupazione tedesca Gino Bartali accettò di fare la staffetta (i documenti falsi per dare una nuova identità agli ebrei venivano nascosti nel telaio della bicicletta) aderendo a un’attività segreta pensata dal rabbino di Firenze Nathan Cassuto e dall'arcivescovo della città Elia Angelo Dalla Costa. Bartali non ne parlò mai in pubblico e soltanto nel 2005 l’allora presidente della Repubblica, il livornese Carlo Azeglio Ciampi, conferì alla moglie la medaglia d’oro postuma al valor civile. Poi, nell’ottobre del 2011, la decisione di Israele d’inserire il campione toscano tra i Giusti dell'Olocausto nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova e infine nel settembre 2013 la dichiarazione di «Giusto tra le nazioni» dello Yad Vashem.

9 marzo 2016 (modifica il 9 marzo 2016 | 16:39)

L'attrazione fatale del Pool per la sinistra

Stefano Zurlo - Gio, 10/03/2016 - 08:27

La gente, che correva ad adorarli sotto le finestre del Palazzo di giustizia piacentiniano, gridava «Di Pietro- Davigo-Colombo andate fino in fondo».
 


Missione compiuta: in fondo a sinistra. Fatta a pezzi la Prima repubblica, gli alfieri del Pool hanno preso il posto di quelli che prima ammanettavano. Un'attrazione fatale o, più banalmente, una seconda vita dopo aver esaurito l'adrenalina disponibile per l'esistenza in toga. Chissà. Autorevoli commentatori hanno scritto che questo salto dall'altra parte della barricata autorizza inquietanti letture retrospettive di quell'epopea che, in tre anni, dal 92 al 94, cambiò la storia d'Italia. E lanciò in orbita i post comunisti.

Percorsi differenziati, una prospettiva comune, quasi una tendenza irresistibile: l'ultimo ad essere tentato è Gherardo Colombo che peraltro ha già lasciato la magistratura da un pezzo, ha visitato, con le sue lezioni sulla legalità, più scuole di Matteo Renzi, è stato presidente della Garzanti e consigliere d'amministrazione della Rai. Ora potrebbe scendere in campo come bandiera della sinistra-sinistra per il Comune di Milano. Si vedrà.E però il destino sembra compiersi. Cominciò il più scalpitante del gruppo, Antonio Di Pietro: neanche il tempo di togliersi la toga, ammaccata dalle inchieste di Brescia, e via di corsa verso il Parlamento. Fu la destra a corteggiarlo, ma fu poi la sinistra, più strutturata e seducente, a reclutarlo paracadutandolo nel collegio sicuro del Mugello, rosso che più rosso non si può.

Il Tonino nazionale, che era arrivato con le sue inchieste fin sulla porta di Botteghe oscure, si ritrovò senatore nel partito di D'Alema e Occhetto che aveva provato, invano, a scandagliare. Cortocircuiti di quell'intreccio perverso fra politica e giustizia. Ministro del governo Prodi, senatore, deputato, ancora ministro, fondatore dell'Italia dei valori. Il curriculum del Di Pietro numero due è chilometrico e pare una smentita su tutta la linea alla predicazione purissima di Piercamillo Davigo, il più intransigente fra gli Intoccabili di Mani pulite, che ripeteva davanti alle continue offerte di poltrone e laticlavi:

«Un arbitro non può entrare in campo e giocare la partita».Invece, dopo Di Pietro anche Gerardo D'Ambrosio, il coordinatore del Pool, non seppe resistere alle sirene del Palazzo. E fu eletto senatore, sempre nel Pd. Certo, D'Ambrosio era già in pensione e la brillante carriera da Pm si era conclusa per via anagrafica. Ma anche in questo caso non si può non avvertire un retrogusto di disagio. Lo stesso che scatterebbe se Colombo dovesse buttarsi nella mischia. Una scelta scansata solo da Davigo, ancora oggi in prima linea ma dentro la magistratura, e da Francesco Saverio Borrelli, troppo innamorato della propria posizione per cedere alle lenticchie di una poltrona in Parlamento.

Filosofi si nasce, eruditi si diventa, così sbancai Lascia o Raddoppia”

La Stampa
cinzia bovio

Ernesto Bovio, 94 anni, operaio novarese, fu tra i primi protagonisti tv

Per il paese era quello «strano» che leggeva libri di filosofia alla fermata dove aspettava il bus per andare in fabbrica. Ernesto Bovio oggi ha 94 anni. Operaio meccanico di Bellinzago Novarese con la quinta elementare, 60 anni fa si aggiudicò il montepremi di «Lascia o raddoppia» come studioso autodidatta di filosofia.

Fu uno dei 69 campioni, tra i 261 partecipanti selezionati su 307.906 aspiranti, l’unico a vincere nella sua materia (filosofia) nel celebre quiz, precursore di «Rischiatutto», che sarà riproposto in aprile da Fabio Fazio. «I libri sono sempre stati la mia passione – racconta - . Dagli anni Quaranta a oggi ne ho letti migliaia, anche grazie al libraio Lazzarelli di Novara che mi permetteva di pagare a rate. Decisi di partecipare al programma per mettermi alla prova».

Nessuno si aspettava un successo tale. Anzi. Dopo la prima puntata alcuni suoi concittadini avevano preparato un carro per il suo ritorno dagli studi Rai di Milano, prendendosi gioco di lui come «asino», animale per il quale il borgo contadino era noto in tutta la provincia. E invece Ernesto sbaragliò ogni previsione: «Ho vinto 320 mila lire la prima sera – racconta come se fosse avvenuto ieri -. Raddoppiai ogni volta, fino alla quinta sera, rischiando sempre di perdere tutto. Risposi correttamente a ogni domanda e alla fine vinsi il massimo».

A quel punto il paese si schierò tutto dalla sua parte. Tutti incollati davanti alle tv nei bar o – per i pochissimi che potevano permetterselo – di fronte agli apparecchi in casa propria. «Con Mike Bongiorno ci intendemmo subito – ricorda -. Per me era quello che leggeva le domande scritte dalla Commissione, anche se era lui il vero mattatore e protagonista del quiz. Non cercavo per forza la sua simpatia, anche se devo ammettere che si è sempre impegnato per mettere a proprio agio i concorrenti: ci incontrava prima in camerino e chiacchieravamo un po’. Ho un buon ricordo di lui».

Durante le puntate dal 20 dicembre 1956 al 17 gennaio 1957, gli fu chiesto di Kant, George Berkeley, Leibniz, Cartesio e di tanti altri. Di carattere riservato, non diventò un personaggio icona della trasmissione come altri, ma ricevette comunque montagne di lettere da telespettatori di tutta Italia pronti a congratularsi o a chiedergli prestiti. Non fu l’unica soddisfazione. I dirigenti della Fiat, l’azienda per cui lavorava come operaio a Cameri, pochi giorni dopo la vittoria lo promossero impiegato negli uffici di Milano.

Oggi, nonostante gli acciacchi dell’età, Bovio continua a occuparsi di filosofia. Nella casa-studio che si è costruito con la vincita massima di 5 milioni 120 mila lire (l’equivalente di cento stipendi mensili da operaio), di volumi ne custodisce circa 5 mila. Legge ancora e scrive moltissimo. Ora si sta concentrando sulla sua ventesima opera intitolata «Gli insegnamenti della metafisica». Sono tutti lavori inediti, tranne un testo pubblicato autonomamente su «La filosofia integrativa».

Da sempre mette il suo pensiero nero su bianco usando vecchie macchine per scrivere. Finora ne ha già consumate quattro, che il figlio Gianni, architetto, ormai fatica a trovargli scovando online i modelli di seconda mano e i nastri di ricambio rimasti. Bovio tuttavia non ricorda proprio da cosa sia scaturito il suo grande amore per la filosofia: «Come disse Socrate, filosofi si nasce, eruditi si diventa».

Mussolini nella Grande guerra Ferito sì, ma non così gravemente

Corriere della sera

di ANTONIO CARIOTI

Colpito da schegge per lo scoppio di un lanciabombe nel febbraio 1917, il futuro Duce non tornò più al fronte. Ma forse ricevette un aiutino: le lesioni non erano tanto serie

Mussolini in ospedale a Milano

Mussolini fu ferito, come Garibaldi. Su questo non ci piove. Ma le lesioni riportate al fronte dal futuro Duce nel corso della Prima guerra mondiale erano tali da giustificare il suo permanente allontanamento dalle trincee e il ritorno alla condizione civile? Oppure il direttore del «Popolo d’Italia» fu oggetto di un trattamento privilegiato, deciso per consentirgli di proseguire sul suo giornale l’impegno a favore della guerra?

La questione per molto tempo non si è posta: tutti i biografi del Duce confermavano che il colpo era stato pesante. Forti dubbi sono stati però sollevati nel 2002 dallo storico irlandese Paul O’Brien. E ora a riaprire il caso è Mimmo Franzinelli, nella postfazione a un documento storico che a lungo è stato ignorato e adesso sta conoscendo invece una notevole fortuna editoriale: il diario nel quale Mussolini raccontò la sua esperienza bellica ai lettori del «Popolo d’Italia».

L’edizione curata da Franzinelli è pubblicata con il titolo Giornale di guerra 1915-1917 dalla Libreria Editrice Goriziana (pp. 217, € 22). Si chiama allo stesso modo la versione edita da Rubbettino e curata con grande attenzione da Alessandro Campi (pp. 336, € 16). Mentre il Mulino ha scelto di riproporre la stessa opera mussoliniana, a cura di Mario Isnenghi, con il titolo Il mio diario di guerra (pp. 236, € 18). Tutti e tre i volumi saranno presentati congiuntamente sabato 12 marzo a Predappio, terra natale di Mussolini: insieme ai tre curatori partecipano il sindaco della città romagnola, Giorgio Frassineti, e lo storico Marcello Flores. Coordina Maurizio Ridolfi.

Torniamo alla questione del ferimento. Il 23 febbraio 1917 durante un’esercitazione di tiro presso il lago di Doberdò, sul Carso, un lanciabombe esplode e uccide cinque soldati italiani: tra i presenti c’è anche Mussolini, che viene investito da una pioggia di schegge. Alla moglie Rachele scrive che le sue ferite «sono leggere». E due mesi dopo, quando viene trasferito in un ospedale di Milano, le sue condizioni sono definite «buonissime» da un referto medico. «Al suo capezzale si alternano personaggi illustri», osserva Franzinelli. E dal giugno 1917 Benito riprende appieno la direzione del «Popolo d’Italia», avviando una frenetica attività polemica.

Il 24 luglio 1917 la chiusura di tutte le ferite viene constatata dal medico Ambrogio Binda, che prescrive a Mussolini due mesi di convalescenza. Ma poi il 1° agosto quei mesi vengono misteriosamente e indebitamente allungati fino a dodici. Di fatto in trincea il futuro Duce non tornerà mai. Eppure, nota maliziosamente Franzinelli, non doveva essere poi così menomato, visto che nell’estate 1917 trovava le energie per sedurre la giovanissima dattilografa Bianca Ceccato, il cui memoriale, pubblicato sotto pseudonimo molti anni dopo, testimonia «vitalità e passionalità» del futuro dittatore.

Insomma, sembra molto probabile che le autorità militari considerassero Mussolini ben più utile a Milano che al fronte. E abbiano preferito sgravarlo da ogni obbligo in divisa per averlo al loro fianco nella battaglia propagandistica. Meno plausibile l’ipotesi, avanzata da O’Brien e riportata da Franzinelli, secondo cui il vero problema di salute per Mussolini non sarebbe stato il ferimento, ma una sifilide contratta da giovane. Va ricordato infatti che l’autopsia condotta sul cadavere del Duce nel 1945, dopo la sua uccisione, non riscontrò traccia di quella malattia venerea.

Ottomila euro per un vecchio caccia L’Albania vende i gioielli militari

Corriere della sera

di Leonard Berberi - lberberi@corriere.it

Tirana mette all’asta quaranta jet, sovietici e cinesi, costruiti tra il 1950 e il 1977. L’interesse dei collezionisti (e dei musei) di mezzo mondo

Uno dei caccia militari messi all’asta all’aeroporto di Tirana

Il più fortunato potrà portarsi a casa un Mig per ottomila euro. Resterà da capire poi cosa ci farà dal momento che il caccia di fabbricazione russa non solo richiede spazio, ma non riesce più a volare. Ma tant’è. Per gli appassionati e i musei sono un tesoro. Per il «proprietario» un peso di cui disfarsi il prima possibile. Il governo albanese mette all’asta i suoi vecchi gioielli (militari) di famiglia e per una base di partenza che si aggira tra gli 8 mila e 13 mila euro. Sono per ora quaranta jet — sovietici e cinesi, costruiti tra il 1950 e il 1977, acquistato per far vedere all’Occidente capitalista che il «Paese delle aquile» faceva sul serio, usati per poco e ora nel lento processo di arrugginimento — che andranno nelle mani di chi saprà offrire di più.
«Contattati anche dall’Italia»
Il ministero della Difesa fa sapere che gli interessamenti non mancano. Per questo ha dovuto — per ben due volte — rimandare l’asta, mentre buona parte dei velivoli militari è parcheggiata a mezzo chilometro dalla pista dell’aeroporto della capitale da dove decollano i velivoli civili. «Ci hanno contattati dall’Italia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Francia e da altri Stati», dice la ministra Mimi Kodheli. Il listino — mentre il dicastero sta ancora decidendo la nuova data — prevede sei Yak-18, tre Mig-15, tre Uti-Mig, quattro Mig-17, quattro Uti-Mig 17, dieci Mig-19, sei Mig-21 e quattro elicotteri Mil Mi-4. Tutti «riposano» non solo allo scalo di Tirana ma anche nelle basi militari di Kuçova e di Gjadri.
Il collasso della dittatura
Quando il regime comunista di Enver Hoxha collassò nel 1990 le forze armate albanesi disponevano di quasi duecento caccia, una quarantina di elicotteri e quattro aerei Ilyushin IL14. Questi ultimi — usati per trasportare gli alti funzionari — sono stati venduti qualche anno fa. Mentre il collasso del Paese nel 1997 per colpa delle piramidi finanziarie e l’assalto ai depositi militari ha portato gli albanesi a distruggere sette Mig e a rivenderne le parti. Ma è il 16 settembre 2004, quando un velivolo si è schiantato portando alla morte del pilota (il 35esimo incidente mortale), che l’allora esecutivo decide di dire addio ai jet militari di cui alcuni ora hanno più di mezzo secolo. Anche perché — fanno notare gli esperti — i Mig richiedono 54 litri di carburante al minuto per volare. Con i soldi ricavati dall’asta il ministero della Difesa vorrebbe modernizzare il suo reparto militare dal momento che l’Albania fa pure parto della Nato.

Ex dipendente compra uno spazio sul giornale: "Grazie Esselunga"

Libero
09 Marzo 2016

Ex dipendente  compra uno spazio sul giornale:

Una lunga lettera. Un avviso a pagamento grande quasi quanto una pagina sul quotidiano economico "Italia Oggi". Così un ex dipendente della catena di supermercati "Esselunga" ha voluto ringraziare oggi il patron Bernardo Caprotti. "Devo un grande ringraziamento e riconoscenza ad un grande uomo" è l'incipit del messaggio. "Lasciandomi guidare dall'istinto ma con un certo imbarazzo - prosegue - lo faccio attraverso le pagine di un giornale". (...) "Ho trascorso in Esselunga anni fondamentali per la mia formazione..." (...). "L'ho lasciata molti anni fa l'Esselunga, ma non l'ho mai dimenticata".

"Posso dire di non aver mai conosciuto il Dottore. Solo un paio di fugaci strette di mano, irrilevanti per lui ma di una certa importanza per me. Ho invece incontrato e portato con me i valori che ho apparso nella sua Esselunga: dare sempre il massimo, l'attenzione ai dettagli, il rispetto per i clienti...". (...) "Quindi semplicemente grazie Dottor Caprotti, per avermi permesso di vivere questa esperienza. Mi sentivo di farlo e, sopratutto, di doverglielo". Poi una chiusa un po' criptica: "Lei, se può, mi perdoni per ciò che ho combinato". Per la "uscita sguaiata" di cui sopra o per che altro?

#JeSuisCosentiniano

La Stampa
Mattia Feltri

Poiché “cosentiniano” è diventato un insulto, e violentissimo, e poiché deriva da Nicola Cosentino, che è detenuto da circa 850 giorni in via cautelativa, e cioè senza che nessuna condanna sia stata pronunciata, parrebbe giusto, e molto civile, ma soprattutto molto cristiano, dirci tutti cosentiniani. 

I cittadini e il diritto di contare

Corriere della sera

di Sabino Cassese

Accanto all’aumento di offerta di democrazia, all’apertura dei partiti e alla crescita sociale, si registra anche un aumento della domanda di democrazia



I votanti diminuiscono, i partiti si svuotano, i sindacati divengono afoni. Ha ragione Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera, 5 marzo 2016) nel rilevare che si apre un fossato tra cittadini e istituzioni. Il divario tra «Paese reale» e «Paese legale» — come si diceva nell’Ottocento — è un problema che si riaffaccia periodicamente, ma in termini nuovi, in tutte le democrazie. Una volta era questione di ampiezza del suffragio.

Conquistato il suffragio universale, è divenuto problema di canali di comunicazione tra società e Stato, prima tenuti aperti da partiti e sindacati (di lavoratori e di datori di lavoro). Questi hanno sempre meno iscritti, sono meno vitali, meno diffusi sul territorio. Non assicurano, quindi, quella trasmissione di domande sociali alle istituzioni che costituisce il loro compito principale.

Contemporaneamente, nelle istituzioni, c’è dovunque la necessità di un accentramento dei poteri, imposto dalla globalizzazione: basti pensare ai diversi vertici europei e mondiali, ai quali non possono certo partecipare gli interi governi e che richiedono la presenza dei soli capi degli esecutivi. Questo malessere, se non crisi, della democrazia, emerge in un momento nel quale, paradossalmente, l’offerta di istituzioni democratiche aumenta, gli stessi partiti si aprono, il «capitale sociale» cresce.

Basti pensare alla diffusione mondiale di organismi intermedi, tra Comune e Stato, chiamati Regioni, territori, comunità, per dare un’altra voce ai cittadini. Basti pensare alla introduzione di elezioni primarie, sull’esempio americano, per aumentare il tasso di democraticità degli stessi partiti (che, da strumento della democrazia, divengono essi stessi obiettivi della democrazia) e all’aumento del «capitale sociale», costituito da quelle reti di cooperazione che arricchiscono il tessuto comunitario e danno occasione ai cittadini di «svolgere la propria personalità», come dice la Costituzione.

L’apparente contraddizione si spiega in un solo modo: accanto all’aumento di offerta di democrazia, all’apertura dei partiti e alla crescita sociale, si registra anche un aumento della domanda di democrazia. Dopo un ciclo secolare o semisecolare — a seconda degli Stati — di vita del suffragio universale, i cittadini si sentono padroni e questo fa emergere la debolezza originaria della democrazia moderna: essa è in realtà una oligarchia corretta da periodiche elezioni delle persone alle quali è affidato il potere (democrazia delegata o indiretta).

Di qui la ricerca di rimedi, surrogati o alternative. I referendum, che si prestano però ad appelli al popolo di tipo gollista. La democrazia detta deliberativa, cioè la consultazione dei cittadini sulle politiche pubbliche, che però non può esercitarsi su tutte le decisioni e non può condurre a una integrale socializzazione del potere (un sogno inseguito da varie correnti del socialismo nell’Ottocento e all’inizio del Novecento). Il ricorso alla rete, con tutte le arbitrarietà alle quali si presta.

In Italia il malessere dei cittadini è più accentuato perché non funzionano male solo i rami alti, ma anche quelli bassi delle istituzioni, scuole, ospedali, università, trasporti, strade, giustizia. Ne sono un segno i periodici sondaggi sulla fiducia dei cittadini, che mettono in alto forze dell’ordine, chiesa, autorità indipendenti e molto in basso amministrazioni pubbliche, servizi a rete, corti. Giustamente Maria Elena Boschi (Corriere della Sera del 6 marzo 2016) punta su «un Paese più semplice e più giusto», perché il malfunzionamento dei rami bassi produce diseguaglianze tra chi non può fare a meno di servizi pubblici e chi ha i mezzi per evitare di ricorrere a essi.

9 marzo 2016 (modifica il 10 marzo 2016 | 00:31)