mercoledì 2 marzo 2016

Il figlio di Nichi Vendola e del compagno: il futuro (burocratico) di Tobia in Italia

Corriere della sera

di Elena Tebano
Ecco gli scenari possibili per il riconoscimento nel nostro Paese del bambino del leader di Sel, nato in una clinica californiana con la maternità surrogata

Un solo genitore sul certificato

Tobia è figlio biologico di Eddy Testa, il compagno italo-canadese di Nichi Vendola. La prima scelta riguarda la paternità del bimbo negli Usa: la legge californiana sulla surrogata permetterebbe di registrare tutti e due come padri. «Ma la prassi delle coppie italiane è far indicare sul certificato di nascita il padre genetico come genitore unico perché così l’atto viene subito trascritto in Italia» spiega l’avvocato esperto di diritto comparato Alexander Schuster

Eddy Testa, 38 anni, compagno di Nichi Vendola (Di VIta)
Eddy Testa, 38 anni, compagno di Nichi Vendola (Di VIta)

«Ma la prassi delle coppie italiane è far indicare sul certificato di nascita il padre genetico come genitore unico perché così l’atto viene subito trascritto in Italia» spiega l’avvocato esperto di diritto comparato Alexander Schuster.

L’ipotesi del ruolo di tutore

Se Testa è il solo genitore, la coppia può cercare di ricorrere a strumenti di diritto privato per cercare di garantire in qualche modo il rapporto tra il bimbo e Vendola: per esempio indicandolo come suo tutore e dandogli poteri di rappresentanza.

Il leader di Sinistra, Ecologia e Libertà Nichi Vendola, 57 anni (Ipp/Oldani)
Il leader di Sinistra, Ecologia e Libertà Nichi Vendola, 57 anni (Ipp/Oldani)

«Si tratta però di misure sempre revocabili dal genitore», spiega Schuster. E se questi venisse a mancare, Vendola non sarebbe comunque in automatico il tutore del bambino: l’ultima parola spetterebbe a un giudice.

La stepchild chiesta dal giudice

Vendola potrebbe chiedere di adottare Tobia con l’adozione in casi particolari. Di solito non si fa subito, perché il Tribunale dei minori deve accertare il legame tra il bimbo e colui che vuole adottarlo e che l’adozione risponda all’interesse del minore.

Nichi Vendola con il compagno Ed Testa: vivono a Terlizzi (Bari) dal 2004 (Mistrulli)
Nichi Vendola con il compagno Ed Testa: vivono a Terlizzi (Bari) dal 2004 (Mistrulli)

In alcuni casi in Italia è stata concessa ia coppie dello stesso sesso. Visto che Testa è italo-canadese, Vendola potrebbe chiedere la stepchild in Canada, dove è aperta ai gay. Sarebbe così padre del bimbo in Canada, ma non in Italia.

La trascrizione per i due padri

C’è infine un ultimo scenario, il più incerto: che sia Testa che Vendola compaiano sul certificato di nascita californiano di Tobia. La Corte d’Appello di Torino nel 2014 ha disposto la trascrizione di un atto con due madri, e a Roma un simile certificato è stato trascritto sul registro dello Stato civile.

Ed Testa, Nichi Vendola e Vladimir Luxuria in piazza per i diritti delle coppie gay nel 2014 (Mistrulli)
Ed Testa, Nichi Vendola e Vladimir Luxuria in piazza per i diritti delle coppie gay nel 2014 (Mistrulli)

«Sono precedenti importanti, ma poiché il bimbo è nato con la surrogata e la valutazione del caso concreto spetta all’ufficiale di Stato civile — dice Schuster — l’esito è tutt’altro che scontato».

Vendola padre, ‘Maestro, perché Tobia ha due papà e non ha una mamma?’

ilfattoquotidiano.it
di Alex Corlazzoli | 29 febbraio 2016

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Immaginate per un attimo un colloquio tra bambini di 6-7 anni. Siamo nella classe di Tobia Antonio, il figlio di Nichi Vendola e Ed Testa, nato sabato scorso in California grazie alla maternità surrogata. Stamattina a portare il piccolo Tobia a scuola sono stati i due papà, premurosi, attenti, vigili come ogni genitore.

Gli altri bimbi hanno notato che ad accompagnare Tobia non c’è mai una mamma. La figura della madre che sono abituati a vedere accanto a ogni loro compagno manca. Non la vedono a scuola e nemmeno alle feste di compleanno di Tobia. Non c’è ai colloqui con i maestri e nemmeno in occasione della “recita” di fine anno. Qualcuno chiederà a mamma come mai. Qualcuno chiederà all’insegnante: “Maestro, perché Tobia ha due papà e non la mamma? Dov’è? E’ morta?”.

Al di là di come la pensiamo in merito alle scelte dell’ex presidente della Regione Puglia; al di là del nostro essere pro o contro la maternità surrogata, non ho ancora visto in questi giorni qualcuno che prova a fare un ragionamento su quale Italia troverà Tobia quando metterà (sempre che i due abbiamo scelto di crescere Tobia Antonio nel Bel Paese) piede in una nostra scuola. Certi interrogativi i bambini li fanno. E’ solo nell’immaginario dei perbenisti radical chic di Sinistra l’idea che i piccoli sappiano comprendere le esigenze dei grandi. Non è così. I “perché della vita”, compreso il figlio nato da una mamma surrogata, andranno spiegati.

Quando ho vissuto l’esperienza di trovarmi in classe ragazzini che avevano perso la mamma o il papà, spesso mi son trovato a dover fare i conti con domande dettate dallo loro ingenuità e franchezza: “La mamma di Alessandro non c’è più? Lui ha solo il papà?”. Qualche anno fa, sempre da queste colonne, ragionando sull’annuncio della volontà a diventare padre di Nichi Vendola provai a fare una riflessione su quanto l’Italia sia impreparata culturalmente ad accogliere questa novità.

Pochi capirono. Alcune “provocazioni” non furono colte ma tacciate di conservatorismo, bigottismo e altro ancora. In molti si stracciarono le vesti davanti ad un maestro che si interrogava su questo argomento, anche in maniera provocatoria. Gli interventi di alcuni omosessuali fecero riflettere anche chi scrive.

Resta un problema: Tobia Antonio siederà tra i banchi di una scuola che in questi anni non ha mai parlato di omosessualità; che spesso non affronta i discorsi legati all’educazione all’affettività e alla sessualità. Il figlio di Nichi ed Ed Testa si troverà magari in un istituto dove gli insegnanti fanno i lavoretti per la festa del papà e della mamma.

In Svezia ho incontrato due donne con una figlia che frequenta la scuola: mi hanno raccontato della preparazione delle insegnanti, della capacità di accogliere la diversità famigliare. E’ un altro Stato. Possiamo sperare che l’Italia diventi come la Svezia? Possiamo augurarci che Tobia Antonio avrà degli insegnanti capaci di affrontare gli interrogativi degli altri bambini? Possiamo, oggi, garantire a Tobia una vita senza discriminazioni?

Vendola padre con maternità surrogata: caro Nichi, anche il tuo è sfruttamento di classe

ilfattoquotidiano.it
di Diego Fusaro | 29 febbraio 2016

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E quando pensi che il fondo sia stato toccato, e che più in giù non sia materialmente possibile scendere, ecco che arriva qualcuno a scavare. Ecco che il compagno Nichi ottiene un figlio mediante l’utero in affitto. Nichi ottiene il figlio per soldi, usando l’utero in affitto, pudicamente detto in neolingua “maternità surrogata”, peraltro in quell’America in cui il sistema sanitario, se sei un proletario, ti lascia morire poiché indaffarato a fabbricare figli per ricchi.

Il bambino è una merce, la donna un mero corpo da sfruttare. E Marx è morto un’altra volta, ucciso dai sedicenti sinistri al servizio del capitale vincente, della reificazione dilagante e del classismo globale. Da nobile pratica di emancipazione universale dal classismo, il comunismo diventa, ora, acquisto di bambini e affitto di donne, il meglio che la civiltà dei consumi possa offrirci.

Diciamo una cosa di sinistra, come si sarebbe detto una volta: da un punto di vista marxiano e gramsciano, l’utero in affitto è una pratica abominevole, perché usa le donne povere come merce disponibile e considera i bambini come oggetti-merce, come articoli di commercio on demand, prodotti su misura (con possibili derive eugenetiche) dal consumatore egoista portatore di illimitata volontà di potenza consumistica.

Non v’è nulla di emancipativo in questa pratica abominevole, che segna il trionfo del capitale sulla vita umana, dell’economia sulla dignità. Chi la accetta o la difende, è connivente con il classismo e con l’abietta riduzione dell’umano a merce.

Sarebbe, invece, interessante e degno di un giornalismo serio e all’altezza del suo compito andare a intervistare la donna che ha “affittato” il suo utero per migliaia di euro al compagno Nichi: capire per quali ragioni l’ha fatto, se per filantropia a pagamento, o se perché costretta dalla sua condizione economica disagiata. Se, cioè, per arrivare a fine mese si è vista costretta ad affittare il grembo al compagno Nichi. Caro compagno Nichi, diceva Carlo Marx che la lotta di classe inizia dalla famiglia, dai rapporti di signoria e servitù che in essa vengono a istituirsi.

Compagno Nichi, se paghi una donna per affittarne il grembo non sei dalla parte degli sfruttati, degli oppressi, dei lavoratori: nel conflitto di classe, hai scelto di disporti dalla parte opposta. È bene che lo si sappia, è bene che lo sappiano quanti si professano comunisti e giustificano il mercimonio dell’umano e il classismo ad esso sotteso.

Il classismo si pratica in molti modi: uno di questi è affittare l’utero delle donne povere. La reificazione si declina in molti modi: uno di questi è ridurre il corpo della donna a merce e il nascituro a merce on demand. Il capitale vince in molti modi: uno di questi è quando ci fa credere che la libertà sia la possibilità per l’individuo di fare tutto ciò che vuole, a patto che possa permetterselo economicamente.

E torna di una certa attualità ciò che diceva il marxista Ersnt Bloch: “Dio ci scampi da chi si nasconde nel compagno”.

Cibi e scadenze: come regolarsi

Corriere della sera
di Alessandra Dal Monte

Pasta, riso e farina

A Copenhagen è da poco stato inaugurato un supermercato che vende alimenti scaduti: un modo per contrastare gli sprechi, un’occasione per risparmiare (i prodotti costano la metà rispetto ai normali supermercati) ma anche una provocazione, uno spunto su cui riflettere. La domanda che sorge da questa iniziativa è tanto semplice quanto densa: si può mangiare cibo scaduto? La risposta varia a seconda del tipo di alimento. In alcuni casi non ci sono problemi, in altri sì, metteremmo a rischio la nostra salute. Di certo se un prodotto ha una data di scadenza un motivo c’è. «La data di scadenza indica il momento massimo fino a cui il produttore garantisce il mantenimento delle proprietà organolettiche dell’alimento», spiega la specialista in medicina interna e nutrizione Sara Farnetti



Alcuni alimenti, comunque, possono essere consumati anche dopo - continua Farnetti - e sono quelli che sull’etichetta riportano la scritta “da consumarsi preferibilmente entro”. Quella dicitura indica che il produttore garantisce la massima qualità del prodotto entro quella data, ma non significa che in seguito i cibi siano da buttare. Riso, pasta e farina, per esempio, dopo quella data perderanno parte delle proprietà organolettiche, ma non faranno male. Bisogna solo stare attenti alla conservazione: in luogo fresco e asciutto. La cottura, in ogni caso, elimina eventuali batteri. Questi alimenti vanno buttati solo in presenza degli insetti».

Pasta fresca

La pasta fresca confezionata ha come data di scadenza riportata sulla confezione 30 o 60 giorni. Si può consumare fino a 5-6 giorni dopo senza rischi, previa cottura


Biscotti, cracker e prodotti da forno

Essendo secchi, biscotti, cracker e grissini non presentano rischi se mangiati dopo la data di scadenza: perderanno aroma e fragranza, ma senza problemi per la salute. Bisogna solo essere certi che le condizioni di conservazione siano state corrette


Frutta e verdura

L’insalata in busta ha una scadenza di 7 giorni, ma è meglio consumarla prima, entro il quinto giorno, perché il rischio che si deteriori è alto. Per quanto riguarda i prodotti freschi, bisogna osservarli (colore della buccia, stato del picciolo, stato delle foglie) e valutare di caso in caso.

Latte e yogurt

Il latte fresco si può consumare anche uno o due giorni dopo la scadenza (che di solito è di 7 giorni), lo yogurt può essere mangiato anche una settimana dopo la scadenza (di 30 giorni), ma più si aspetta più il contenuto in fermenti lattici diminuisce


Uova

Le uova hanno una scadenza di 28 giorni ma il consiglio è di anticiparla a venti per evitare il rischio di salmonella

Affettati

Quelli in vaschetta durano dai 30 ai 60 giorni. La scadenza va rispettata per evitare l’insorgenza di batteri

Salmone

In questo caso la scadenza va anticipata: invece dei 30-40 giorni indicati, meglio consumarlo una decina di giorni prima per evitare l’insorgenza di batteri come la listeria


Salse e conserve

Le salse come la maionese vanno consumate entro la data di scadenza, perché hanno ingredienti a rischio come le uova. Le conserve pure, per mantenere l’equilibrio degli ingredienti meglio rispettare la scadenza


Scatolame

Difficilmente le scatolette diventano immangiabili, anche dopo la data di scadenza. L’unico accorgimento è non mangiare il contenuto di quelle ammaccate perché l’ammaccatura potrebbe nascondere un foro, e quindi il prodotto non sarebbe più sicuro


Formaggi

Per quelli stagionati non ci sono problemi, fino all’insorgenza delle muffe si possono mangiare. Quelli freschi come ricotta o robiola, invece, devono essere consumati prima della scadenza indicata (di solito scadono a 25-30 giorni, meglio consumarli 5-7 giorni prima)


Succhi di frutta

La scadenza va rispettata altrimenti irrancidiscono

Germania, polemica sul libro che indaga il passato nazista di Lufthansa

La Stampa
alessandro alviani

La compagnia pubblica uno studio del 1999 ma la tempistica fa discutere: tra due settimane esce un altro testo non autorizzato

C’è voluto oltre un decennio, ma alla fine lo studio dello storico tedesco Lutz Budrass sullo sfruttamento di migliaia di lavoratori forzati da parte di Lufthansa nel periodo nazista, commissionato nel 1999 dalla stessa compagnia aerea, ha finalmente visto le stampe. Le modalità della pubblicazione, tuttavia, fanno discutere. 

L’indagine, lunga 116 pagine, viene pubblicata oggi come allegato ad un libro fotografico di 333 pagine sulla storia della Lufthansa voluto dalla società. Un testo ricco di immagini, nel quale la parola “lavoratori forzati” non compare neanche, ma si parla di “specialisti” o dell’“impiego di stranieri”, come rivela la Faz. La tempistica della pubblicazione non sembra casuale: il 14 marzo arriverà infatti nelle librerie tedesche un volume di oltre 700 pagine, non approvato né sostenuto attivamente dalla compagnia, che si annuncia come la prima indagine scientifica completa sulla storia di Lufthansa tra il 1926 e il 1955. Autore: lo stesso Lutz Budrass. 

Lufthansa ha insomma deciso di intraprendere una strada differente da quella di altre società tedesche, come Volkswagen o Audi, che negli ultimi anni hanno commissionato e pubblicato ampi studi sulla propria storia sotto il regime nazista. 

L’indagine affidata a Budrass nel 1999 sarebbe dovuta uscire nel 2001, per i 75 anni di Lufthansa. Così, almeno, aveva promesso all’autore la compagnia, che alla fine aveva però fatto marcia indietro e si era limitata a spedire gratuitamente delle copie a persone che si erano mostrate interessate a ricevere il testo. La motivazione del dietrofront: si tratta di uno studio scientifico, non di un volume rivolto al grande pubblico. Una spiegazione che suona quanto meno singolare, alla luce del fatto che lo stesso studio viene allegato ora a un libro pieno di fotografie di aerei, aeroporti e manifesti pubblicitari. 

Durante la Seconda guerra mondiale la Deutsche Luft Hansa, la compagnia dalle cui ceneri nacque nel 1955 la Lufthansa, sfruttò 10.000 lavoratori forzati, bambini compresi. Chi si ribellava, veniva picchiato o spedito nei campi di concentramento.

Il testamento di Osama: «29 milioni di dollari destinati alla Jihad»

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dalle carte sequestrate nel rifugio pakistano del terrorista saudita emergono
le indicazioni precise sull’utilizzo dei circa 29 milioni di dollari di patrimonio
E i suggerimenti alla moglie per evitare l’azione dell’intelligence Usa



WASHINGTON - Un testamento con i soldi per la Jihad. L'ossessione per ogni aspetto della sua organizzazione. Il timore che lo spionaggio USA potesse innestare microchip su parenti e mujaheddin. Questo è quanto emerge dalle carte sequestrate a Osama nel rifugio di Abbottabad (Pakistan) e rese pubbliche dalle autorità statunitensi, dozzine di documenti rilanciati dalla rete ABC.
I contatti con la famiglia
In una lettera scritta nel gennaio 2011, Osama invita la moglie Kairah, che in quell'anno vive in residenza sorvegliata in Iran, a stare in guardia quando è visitata da un medico o dal dentista. Il capo terrorista le spiega di osservare con attenzione le siringhe che usa poiché teme che le inseriscano una microspia sotto pelle, una «cimice» che possa poi permettere all'intelligence di seguirla. Non solo: la consiglia di sottoporsi ad una radiografia in modo da poter scoprire l'eventuale presenza del segnalatore. Una preoccupazione che Bin Laden nutre anche nei confronti dei suoi uomini e se ne dispiace nei dialoghi a distanza con la consorte. Contati che, nonostante la situazione, riescono a mantenere. Nei contatti epistolari annuncia che farà avere alla moglie un computer e una Sim card, in questo modo potranno comunicare e scambiarsi idee. Il leader sembra sollecitare suggerimenti per la battaglia propagandistica legata all'11 settembre.
Le pressioni su Parigi
L'aspetto era noto, ma dalle nuove carte emerge la volontà di Osama di dirigere comunque il movimento nonostante fosse costretto a vivere da recluso. Bin Laden chiede agli Shebaab somali di colpire un target francese nel caso non siano disponibili obiettivi statunitensi. Quindi ordina di uccidere un ostaggio alla vigilia delle elezioni in Francia - «quello meno importante» tra i prigionieri in mano ad al Qaeda - per esercitare pressioni sul presidente Sarkozy che rifiutava la trattativa. La cosa però non avrà un seguito: il cittadino francese sarà liberato nel 2013.

1 marzo 2016 (modifica il 1 marzo 2016 | 16:52)

La salsiccia in punta di coltello? Esselunga le ritira dal commercio

Corriere della sera

La salsiccia in punta di coltello? Qualche volta (rarissimamente) può nuocere alla salute. E’ il caso di una serie in vendita all’Esselunga e che è stata da poco ritirata dal mercato. In un comunicato sul loro sito online invita i consumatori a riportarle. Il prodotto è salsiccia fresca di puro suino a macina grossa imballata in vaschetta con film plastico trasparente, peso netto 300/400 g ca. È realizzato dalla Agricola Tre Valli (soc. coop), e dalla Esselunga viene solo porzionato e preincartato ne i punti vendita. Il motivo di tanto clamore è dovuto al fatto che in alcune di queste salsicce (data di preincato dal 12 febbraio 2016 al 23 febbraio 2016) è stata segnalata la presenza accidentale di frammenti metallici.

Di qui l’appello proprio dell’Esselunga ai suoi clienti: «La preghiamo pertanto qualora Lei fosse in possesso di una delle suddette confezioni di non consumare il prodotto ma di riportarlo al punto vendita ove Le sarà rimborsato. Scusandoci per il disagio ringraziamo per la collaborazione. Per ulteriori informazioni contatti il numero di telefono di AIA 045/8794111»

Le donne islamiche sfidano gli imam: «Noi, libere di pedalare»

Corriere della sera

di Alessandra Coppola e Paolo Foschini

Una biciclettata «rosa» di 8 chilometri da via Padova a Porta Venezia per protestare contro le frasi pronunciate a Striscia dall’imam della moschea di Segrate

Una scena del film saudita «La bicicletta verde»

Libere di pedalare. Per otto chilometri, dall’ultimo tratto di via Padova fino a Porta Venezia, con o senza velo in testa. La scrittrice Sumaya Abdel Qader, una delle organizzatrici, spiega che «non è una biciclettata comune: a salire sul sellino saranno le donne musulmane della città». Accadrà domenica 13 marzo alle 14.30 e sarà una rivendicazione di diritti.

Del resto sembra incredibile ma anche qui in Italia, a Milano, c’è chi ritiene che una bici sia opportuna solo per gli uomini. Inadeguata — diciamo sconveniente — alle donne. Naturalmente per il loro bene, come si usa fare quando si vuole vietare una cosa a qualcuno passando anche per quelli buoni. Perché «essendo la donna una cosa sacra, una cosa di valore… Il diamante non è che lo si mette così, apparentemente… Nella Cadillac, nella Mercedes, ma non sulla bicicletta…». Oggetto prezioso da custodire e non esporre. I virgolettati sono stralci di un’intervista rilasciata da Ali Abu Shwaima, l’imam della moschea di Segrate che più tardi preciserà di essersi espresso male, all’inviata di Striscia la notizia Rajae Bezzaz.

Tra via Padova e viale Monza, Rajae raccoglie pareri di donne («Sta insegnando a sua figlia ad andare in bicicletta?»; «No, non va bene, è da maschi») e di uomini («Sua moglie va in bicicletta?»; «No, mia moglie lavora in casa, non va fuori»). Viene in mente «La bicicletta verde», quel film saudita in cui la bambina protagonista pedala di nascosto e sogna di comprare appunto quella bicicletta, simbolo della sua tentata emancipazione.

Non sono tutti retrogradi, naturalmente. Anche nel servizio di Striscia ci sono donne contente che le proprie figlie abbiano imparato a tenersi in equilibrio su due ruote e uomini che si sorprendono: «La donna è andata sulla luna e stiamo ancora a parlare di biciclette…».

Evidentemente però è ancora necessario ricordare che non sono ammesse discriminazioni di sesso e che pedalare è un diritto per tutte. «Non ne possiamo più — continua Sumaya Abdel Qader — di essere viste solo con gli occhiali dei fatti di cronaca nera o associate alle tradizioni di alcuni Paesi o nominate da estremisti fanatici che ci dicono cosa fare o no. Con questa iniziativa vogliamo dire che siamo libere di fare ciò che preferiamo. E vogliamo usare la bici per tre ragioni fondamentali. Come segno di emancipazione dai retaggi culturali; per supportare la sostenibilità ambientale; e anche per promuovere la sana attività fisica, spesso sottovalutata dalle musulmane figlie della prima immigrazione».

La manifestazione è promossa dal Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, Monza e Brianza, che il 5 marzo lancerà anche il progetto Aisha contro la violenza e la discriminazione delle donne, in particolare musulmane. Sono coinvolti nella biciclettata anche i Giovani musulmani d’Italia, l’Associazione donne musulmane d’Italia, l’Unione delle mamme musulmane e l’Aim, Associazione islamica di Milano.

Il corteo di bici partirà dalla moschea di Maria al 366 di via Padova per arrivare — ognuno con i suoi tempi — in piazzale Oberdan. Libere di pedalare al ritmo che gli va.

1 marzo 2016 | 08:25

Evasione fiscale di Google, si va verso il rinvio a giudizio

Corriere della sera

di Giuseppe Guastella

Chiuse le indagini della Procura sull’evasione da 227 milioni del colosso di Mountain View. Cinque manager nel mirino, tre di Google Ireland e due della branca italiana

La Procura della Repubblica di Milano chiude le indagini sulla maxievasione fiscale da 227 milioni di euro di cui è accusata Google. Un atto che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio che potrebbe riguardare cinque manager, tre di Google Ireland e due della branca italiana del colosso di Mountain View che hanno firmato i bilanci tra il 2009 e il 2013, periodo nel quale Google avrebbe ottenuto in Italia ricavi per un miliardo e 190 milioni di euro. Per la Guardia di Finanza di Milano, che ha svolto le indagini dirette dal pm Isidoro Palma, che fa parte del pool guidato dal procuratore aggiunto Francesco Greco, Google avrebbe avuto in Italia una «stabile organizzazione» che non sarebbe stata dichiarata.
Sul piano penale c’è solo l’Ires
Si tratterebbe, quindi, di una frode fiscale che, però, sul piano penale riguarda solo l’Ires non pagata su circa 98,2 milioni di euro di redditi, pari a oltre 27 milioni di euro. I restanti 200 milioni di evasione, invece, fanno parte del solo procedimento amministrativo avviato dall’Agenzia dell’entrate con la quale un rappresentante di Google ha già sottoscritto un «Processo verbale di constatazione>. Nelle quattro pagine dell’avviso di conclusione delle indagini compaiono i nomi degli indagati. Si tratta di John Thomas Herlihy e Graham Law, entrambi legali rappresentanti e consiglieri del cda di Google Ireland dal 2009 al 2013 con delega alla firma dei bilanci.

Il primo è stato anche presidente di Google Italia dal 21 maggio 2008 al 11 marzo 2010, mentre il secondo è stato direttore finanziario di Google per l’area Europa, medio Oriente e Africa e componente del cda di Google Italy dal 21 maggio 2007 all’11 marzo del 2010. Indagati anche Ronan Aubyn Harris, legale rappresentante e consigliere di amministrazione di Google Ireland dal 2009 al 2013 e sottoscrittore dei bilanci 2010-2012, John Kent Walker jr. e Daniel Lawrence Martinelli, che sono stati presidenti del Cda di Google Italy, il primo dall’11 marzo 2010 al 2 marzo 2012, il secondo dal 2 marzo 2012 fino ad oggi. Per loro l’accusa, appunto, è non aver dichiarato al fisco italiano i redditi conseguiti da Google Ireland ltd, attraverso la «stabile organizzazione occulta».

29 febbraio 2016 (modifica il 29 febbraio 2016 | 19:39)

San Bernardino, il marito di una sopravvissuta dalla parte di Apple

Corriere della sera

di Martina Pennisi

La moglie è stata colpita tre volte. Lui, però, decide di sostenere la casa della Mela nel braccio di ferro con l’Fbi: «Ritengo improbabile che ci siano informazioni preziose su quell’iPhone 5C»



Sua moglie, Anies Kondoker, ha quasi perso la vita nell’attentato terroristico di San Bernardino del dicembre del 2015. È stata colpita tre volte. E lui ha deciso di schierarsi dalla parte di Apple nel contenzioso contro l’Fbi. «Ritengo improbabile che ci siano informazioni preziose su quell’iPhone 5C», ha scritto l’uomo, Salihin Kondoker, in una lettera al giudice Sheri Pym ottenuta e pubblicata da Buzzfeed. «Né io né mia moglie vogliamo crescere i nostri figli in un mondo in cui la privacy è compromessa in nome della sicurezza. Questo caso avrà un impatto in tutto il mondo. Il software chel’Fbi chiede ad Apple (per decrittare il telefonino dell’attentatore, ndr) sarà sfruttato per spiare persone innocenti», spiega Kondoker in un giorno molto particolare, martedì 1° marzo, quello della prima audizione al Congresso sul caso.
«Sostengo Apple»
«Sostengo Apple e la decisione che ha preso», afferma senza mezzi termini convinto del fatto che se gli attentatori hanno distrutto i loro telefoni personali lo hanno fatto per una ragione precisa. «Perché qualcuno dovrebbe archiviare i contatti relativi a un attacco su un dispositivo che può essere controllato dalla Contea (di San Bernardino, ndr)», prosegue spiegando che anche sua moglie aveva un telefono aziendale messo a disposizione della Contea il cui segnale Gps o l’account iCloud erano facilmente tracciabili.
La sentenza di New York
Per Cupertino, contro cui si sono invece scagliati altri parenti delle vittime, si tratta della seconda buona notizia delle ultime ore. Lunedì 29 febbraio, il giudice di New York James Orenstein ha respinto un’altra richiesta dell’Fbi alla Apple di decriptare l’iPhone di uno spacciatore. La partita in atto, che vede la casa della Mela contrapposta all’esecutivo americano dopo il rifiuto di intervenire sul Melafonino di uno degli attentatori, si gioca anche e soprattutto sul campo dei precedenti e questo non sarà da sottovalutare. Anche perché Orenstein ha fatto direttamente riferimento al All Writs Act del 1789 che dà alle corti federali la possibilità di «emettere tutti i mandati necessari od opportuni in aiuto delle loro giurisdizioni e in accordo con gli usi e i principi della legge». E che è stato messo sul tavolo per fare pressioni a Cupertino.
Il coltellino svizzero e la spada gigante
Il britannico Guardian ha dato una rappresentazione efficace della datata legge definendola un «coltellino svizzero che l’Fbi vuole trasformare in una spada gigante». Secondo la sentenza di 50 pagine del giudice di New York (qui il testo pubblicato dal Nyt), applicarla per questioni legate a privacy e tecnologia «vorrebbe dire tradire il nostro patrimonio costituzionale e il diritto del nostro popolo a una governance democratica». Bisognerebbe, incalza, basarsi sulle decisioni dei legislatori di oggi e non reinterpretare una norma risalente a 227 anni fa per colmare le lacune del Communications Assistance for Law Enforcement Act. Il governo è pronto a fare ricorso.
Lo scontro al Congresso
La sentenza newyorkese arriva poche ore prima dell’intervento al Congresso, in due momenti diversi, del capo dell’Fbi James Comey e del direttore dell’ufficio legale di Cupertino, Bruce Sewell, chiamati a testimoniare davanti alla commissione Giudiziaria della Camera.
La posizione di Cook
Chiara da tempo la posizione dell’amministratore delegato della Mela Cook, per cui la tutela della privacy dei suoi clienti è prioritaria (qui la sua lettera tradotta in italiano). «Questo caso riguarda la sicurezza pubblica. Dentro gli smartphone che ognuno porta con sé ci sono più informazioni su ciascuno di noi che in qualsiasi altro dispositivo o in qualsiasi altro posto» ha dichiarato. E si è offerto di collaborare con le autorità per istituire una commissione di esperti su intelligence, tecnologia per discutere le implicazioni giuridiche su sicurezza, privacy e libertà individuali, bollando l’approccio di Obama in materia come debole. Sul piede di guerra anche il legale della Mela, Ted Olson: «Se Apple perderà questa battaglia ci ritroveremo in uno stato di polizia».

@martinapennisi
1 marzo 2016 (modifica il 1 marzo 2016 | 13:55)

Mio marito mi ha lasciata con i nostri 14 figli”

La Stampa

La super mamma di Noventa Padovana chiede aiuto in tv: “Devo fare tutto da sola” La loro era una delle famiglie più numerose d’Italia



Sono ancora una delle famiglie più numerose d’Italia, ma non più così unita come un tempo. Alessandra Bortoletto, la super-mamma con 14 figli, ha dichiarato oggi che il marito Ferruccio Calò l’ha lasciata da due anni, mollandola con la montagna di figli che vanno dai 2 ai 24 anni. Davanti alle telecamere di Tagada di La7, la super mamma ha confessato: «Mio marito se n’è andato e la bimba più piccola non ha mai conosciuto il padre. L’amore tra due persone adulte può anche finire, ma non quello per i figli».

Mamma Alessandra ha dovuto imparare a fare tutto da sola. E se già prima i sacrifici erano tanti, immaginiamoci oggi. «Mio marito non ha voglia di partecipare a tutto questo - ha detto la super mamma. Se devo prendere delle decisioni, chiedo ai miei figli più grandi». La numerosissima famiglia abita nel Padovano. È balzata agli onori della cronaca qualche anno fa, quando il marito aveva denunciato la sua difficile condizione di super papà, all’epoca con tredici figli, che stava per essere licenziato dalla ditta di trasporti per cui lavorava.

Qualche polemica con il Comune, accusato di non dare una mano (ma le istituzioni hanno sempre negato, parlando di contributi da parte dei servizi sociali, della casa trovata per la famiglia e dell’impegno dell’assessorato al lavoro per trovare un impiego a padre e figli più grandi) e qualcuna di più con i vicini, evidentemente non molto contenti di avere la numerosa e obbligatoriamente chiassosa famiglia dall’altra parte del muro.

Brasile: cancro, droga e sfruttamento. Ecco come hanno distrutto un Paese

ilfattoquotidiano.it
di Mauro Villone | 1 marzo 2016

pernambuco9

La nostra tanto vituperata (anche da me stesso) civiltà capitalista e borghese ci ha dato moltissimo. Moltissimi europei hanno avuto un’educazione solidissima sia a scuola che in famiglia. Mentre nella maggior parte del pianeta vive gente in una stramerda tale da non riuscire più a tirarsi fuori nemmeno con programmi speciali, poiché ormai sono privi dell’educazione basilare sia scolastica che familiare. Non sanno fare letteralmente 2+2. Non hanno la minima idea di cosa significhi avere una famiglia con la quale ti trovi a cena la sera.

Mentre da una parte ci stiamo interrogando sullo sfacelo del mondo occidentale, dall’altra occorre considerare che lo sradicamento totale, talvolta proprio causato dall’avvento della tecnologia, è un disastro. Lo “sviluppo” in Brasile ha distrutto il territorio per piantare canna da zucchero che serve a generare biomasse per la produzione di energia. Le piantagioni sfruttano il terreno all’inverosimile, le compagnie sfruttano i lavoratori con paghe da fame, la lavorazione della canna inquina i mari.

Alla canna da zucchero si affiancano centrali idroelettriche le quali, oltre ad avere devastato il territorio, anche con eventi disastrosi come quello recente nel Minas Gerais, hanno tolto l’acqua a intere popolazioni, indigene e non. Mentre il governo, quando non è impegnato a rubare i soldi della Petrobras o dei contribuenti, si preoccupa di far fare sempre più soldi ai ricchi, anche dando credito al consumo alla classe media di ignoranti mal pagati, che non hanno accesso a una vita davvero di qualità, ma non hanno nemmeno più le tradizioni e il legame col territorio di un tempo, devono solo consumare e basta.

Completano il quadretto i culti evangelici, i veri demoni di questo sistema allo sbando. Ormai hanno invaso il Brasile in maniera capillare: non c’è favela, comunità, quartiere, paesino, che non abbia la sua brava congrega con canti, danze e sermoni per onorare il Signore. Chiedono soldi agli adepti senza tanti complimenti, in cambio salvano folle adoranti dalla droga, dalla disoccupazione, dalle malattie, grazie ai miracoli. Sostituiscono vecchie schiavitù con quella imposta da loro: non si può più sambare, danzare, fare il carnevale, scopare, bere, divertirsi, meditare, godere. Solo adorare il Signore e….pagare la congrega. Il Signore vuole così.

L’apoteosi di questo fenomeno è lo Show da Fé di Romildo Ribeiro Soares, fra i predicatori televisivi il maestro incontrastato: lui si fa chiamare “Misionario”. Soares non è certo un improvvisato sprovveduto, figlio di un muratore battista, già da piccolo mostrò accese inclinazioni religiose. Conosce a menadito ogni versetto della Bibbia e imbonisce platee affollatissime con tournée in tutto il paese, oltre che con quotidiane apparizioni televisive, con le sue brave canzoncine marketing-religiose. È addirittura un grande, una specie di Berlusconi della fede.

Ha soldi a non finire, con un impero mediatico impressionante sbarcato persino a Miami, dove è record di audience. E la gente ci crede, paga e rinuncia a tutto pur di salvarsi il culo dalla crisi massacrante che sta rovinando il paese o per salvare il figlio dall’alcol o la droga, altre due piaghe inarrestabili.

E veniamo alla salute. Cancro e ciccia in Brasile. Nel paese, a differenza di dieci o venti anni fa, ciò che salta all’occhio del visitatore non è più la gnocca, bensì la ciccia. I tanto sbandierati 20 milioni di nuovi “classe media” non sono altro che poveracci nuovi schiavi ai quali hanno insegnato a mangiare patatine e altre schifezze, innaffiate da birra di bassa qualità e bibite gassate a fiumi. Il risultato sono i panzoni che tutti potranno ammirare se verranno per le Olimpiadi a Rio. Ma non basta.

I poveri milioni di ciccioni hanno ormai il colesterolo e la pressione alta e una quantità di altre patologie verso le quali sono stati inoltre istruiti ad avere paura. Sono così diventati, oltre che schiavi di alimenti-veleno, anche schiavi degli esami e dei medicinali, smerciati come noccioline nelle farmacie supermercato. Gli “esperti” dichiarano che il cancro sarà la principale causa di morte dei brasiliani dal prossimo anno in avanti. (Quando le cose sono fatte bene i risultati arrivano). E dicono che hanno bisogno di più “tecnici” per intervenire chirurgicamente sugli schiavi-macchine ormai in totale balia del sistema.

Con una gigantesca unica operazione si devastano milioni di persone, messe a lavorare per guadagnare il sufficiente per curarsi con i veleni prodotti dallo stesso sistema che produce gli alimenti-veleno, venduti agli stessi poveracci a caro prezzo. Poi terrorizzati e convinti di avere bisogno del sistema per salvarsi. Magistrale.

Anche se di sicuro non è che in Italia o altri paesi sia molto meglio.Istruire a una alimentazione migliore, meditazione e cultura, respirare in luoghi non devastati dalla polluzione, sognare solo per sognare, anziché bere birra alle 8 del mattino è troppo alternativo. Anzi no, renderebbe molto meno ai luridi e renderebbe meno schiavi i poveracci.

E soprattutto, silenzio assoluto sul fatto che le sopravvissute comunità di indios il cancro non sanno nemmeno cosa sia. Quello che c’è di meraviglioso nel paese, il suo popolo e la natura, sono seriamente a rischio. Il futuro che tanto aspettavamo è arrivato. E supera davvero le più rosee aspettative.

Ecco Raspberry 3, il micro-pc con WiFi e Bluetooth integrato a meno di 40 euro

La Stampa
andrea nepori

In occasione del quarto compleanno della Raspberry Foundation arriva sul mercato un nuovo modello del mini-computer Linux più venduto



A quattro anni dal lancio del primo Raspberry Pi e a distanza di un anno dall’introduzione del modello 2, duplice successo da 8 milioni di unità vendute, arriva sul mercato il Raspberry Pi 3, l’ultima versione del computer Linux tascabile più famoso del mondo. 

Raspberry Pi 3 è 10 volte più potente del primo modello e più veloce di circa il 50% rispetto alla versione 2, grazie al processore ARMv8 a 64-bit da 1,2 GHz, integrato in un nuovo SoC Broadcom. La quantità di RAM è sempre di un 1GB.

La vera novità del nuovo modello è l’integrazione del Wi-Fi e del Bluetooth 4.0 LE. Per collegarsi a Internet non è più necessario utilizzare un cavo LAN (anche se l’opzione rimane) e si può finalmente connettere una tastiera Bluetooth, che il sistema sarà in grado di riconoscere in automatico. Una caratteristica che rende il nuovo Raspberry particolarmente versatile per le applicazioni nel campo della domotica e dell’Internet Of Things.

Novità anche per l’alimentazione a 5V, che ora può supportare alimentatori fino a 2,5 Ampere e consentire così il collegamento diretto di accessori USB particolarmente energivori. L’unica grossa differenza rispetto al Raspberry PI 2 è la posizione dei LED di segnalazione, spostati per fare spazio all’antenna WiFi. Per il resto il Raspberry 3 condivide lo stesso fattore di forma del predecessore ed è compatibile con la maggior parte delle custodie pensate per il modello precedente.

Il prezzo del mini-computer è rimasto invariato. Raspberry Pi 3 costa 35$, qualche euro in più in Italia, dove si potrà comprarlo online per cifre che si aggirano attorno ai 40€, qualcosa in più se si decide di acquistarlo con un kit completo che includa cavi, alimentatore e apposito involucro. Sempre che lo stock iniziale di 300.000 pezzi non finisca subito, come nel caso dei primi 100.000 Raspberry Pi Zero, versione micro che sulla carta dovrebbe costare solo 5€ ma che, a causa dell’enorme domanda, non si riesce a trovare per meno di 50€ di seconda mano.

Un prezzo sensazionale per un computer abbastanza potente per essere utilizzato come un PC desktop per operazioni più complesse e avide di risorse. La terza versione è forse quella che più di ogni altra invera la missione della Raspberry Foundation, cioè distribuire in tutto il mondo un computer piccolo ed economico con cui bambini e ragazzi possano avvicinarsi all’informatica e alla programmazione.

Onorevoli "sbadati" alla buvette? Ecco i controllori dello scontrino

Giovanni Neve - Mar, 01/03/2016 - 16:57

La ditta che ha in appalto i servizi di ristorazione della Camera è costretta a piazzare i "controllori dello scontrino"



Dimenticanza, disinvoltura o fretta. Sta di fatto che s'è sempre qualcuno che dimentica di saldare. E allora la ditta che ha in appalto i servizi di ristorazione della Camera è costretta a piazzare i "controllori dello scontrino".

Tutto inizia quando Montecitorio affida ad una ditta esterna l'appalto per il ristorante interno e, soprattutto, della buvette, storico bar a due passi dall'Aula cui hanno accesso i deputati, i loro ospiti, i giornalisti parlamentari e una buona parte del personale di Montecitorio. Luogo di smistamento di caffè e cappuccini, ma anche del chiacchiericcio informale che spesso precede veri e propri accordi politici, o magari qualche storica litigata.

Qualche settimana fa, analizzata con cura la contabilità, si sono accorti che ci sono troppe consumazioni non pagate, nonostante la regola preveda che chiunque, prima di ordinare al banco, debba mostrare lo scontrino. Come in un qualsiasi, normalissimo bar romano: c'è tanto di targhetta sul bancone di zinco che, assieme alle graziose boiserie d'epoca, fa tanto atmosfera belle epoque.

Ora, la regola è osservata con scrupolo da molti. Ma non tutti. Perché i conti non tornano. E pare proprio che ci sia una percentuale (piccola, ma assai significativa) di distratti, che entrano, ordinano, consumano e poi vanno via senza perfezionare l'operazione.

La ditta è così corsa ai ripari in un modo che promette di essere efficace: richiamando dietro e davanti i banchi della buvette i dipendenti della Camera che fino a non molto tempo fa si occupavano direttamente della ristorazione. Discreti, ma inflessibili e soprattutto grandi conoscitori di volti, nomi e storie degli avventori. Loro il compito di osservare, constatare e, nel caso, intervenire per ripristinare l'ordine naturale delle cose.

Cuba libera il calcio

La Stampa
giulia zonca

Reyes è il primo giocatore a firmare un contratto da professionista e a giocare all’estero senza dover scappare


Un giocatore cubano ha cambiato nazione senza scappare. Ha firmato un regolare contratto che lo lega a una squadra di calcio messicana e la terza divisione non è mai stata così affascinante.
Per Maykel Reyes è una nuova frontiera, nessuno nato a Cuba ha avuto questa possibilità dal 1961 a oggi. Chi ha lasciato la lega amatori, ha salutato pure il Paese.

Almeno 30 giocatori sono fuggiti e si sono trasferiti negli Stati Uniti, non certo per il successo planetario o per guadagni immensi solo per poter sfruttare il proprio talento. Hanno usato viaggi, trasferte, tornei all’estero per pianificare una vita alternativa, hanno fatto la valigia e non sono più tornati indietro. Maykel invece si è mosso libero e sereno e può rientrare quando vuole, soprattutto può giocare in nazionale, una squadra che fatica a scalare la classifica Fifa proprio perché le sue stelle non hanno mai avuto la possibilità di fare esperienze importanti in campionati competitivi.

Reyes e il compagno Abel Martínez, che deve ancora debuttare, hanno raggiunto il Cruz Azul a gennaio dopo uno stage di prova e sono ovviamente rimasti bloccati nella burocrazia. Essere pionieri è sempre una fatica. Dubbi, scartoffie, passaggi mai attraversati che non possono certo trasformarsi in pratiche abituali al primo colpo.

La macchina congelata da 55 anni non è ripartita subito e il fatto che Reyes sia una stella di Cuba non ha aiutato. Gli sportivi più importanti stanno su una lista protetta e per muoversi hanno bisogno di permessi extra. La storia si è incastrata nei timbri. I due hanno aspettato, Martinez attende ancora, ma Reyes ha messo insieme 35 minuti con la maglia di un club di professionisti. Un momento chiave per la distensione. E per gli stipendi futuri. 

Un giocatore pagato dallo stato a Cuba riceve circa 20 dollari al mese, in Messico il salario medio nelle categorie inferiori è di 325 dollari al mese. Cuba è già fuori dalle qualificazioni per i Mondiali del 2018, non ha un pass per la Coppa America ed è abituata a stare fuori dalle grandi competizioni. Sono rimasti ai margini a guardare gli altri giocare a pallone perché chiusi nel proprio campo non potevano far crescere il movimento.

Rayes ha tirato i primi calci all’aperto e ha dato l’esempio: non sta ancora in una grande squadra, ma è già una grande mossa.

Kilt e suoni di cornamuse, la Scozia è sul Lago Maggiore

La Stampa
beatrice archesso

Nel Verbano un paese fondato dai guerrieri delle Highlands


C’è un’enclave scozzese nel cuore dell’Europa. Le emozioni di Braveheart rivivono tra le valli ossolane a il Lago Maggiore, in un paesino di mezza montagna, con kilt, cornamuse, whisky e stemmi originali. La patria del Clan perduto è a Gurro, paese di 230 anime arroccato in val Cannobina, nel Piemonte che confina con la Svizzera: qui i costumi tipici delle alpigiane si mischiano con il gonnellino scozzese.

Riferimenti alla Scozia si avvertono ovunque, a Gurro. Risalita la valle con una serie di tornanti, il paesino appare di fronte con una manciata di case che si scaldano a vicenda nei lunghi inverni. Un cartello riproduce lo stemma d’origine e in piazzetta è il «circolo degli scozzesi» ad accogliere i visitatori e a fare da punto di ritrovo dei residenti. I paesani, bambini inclusi, nel corredo posseggono i kilt, che si divertono a indossare nei giorni di festa, in occasione di cerimonie comandate e sovente anche la domenica mattina.

«L’origine scozzese del paese risale alla battaglia di Pavia del 1525. L’esercito francese di Francesco I, di cui facevano parte anche le Guardie Scozzesi, venne sconfitto dalle truppe dell’imperatore Carlo V. I superstiti si avviarono verso i valichi alpini, passando il Lago Maggiore e risalendo la val Cannobina» racconta il sindaco di Gurro Valter Costantini.

La neve li fermò proprio a Gurro - lungo una via già usata da Giulio Cesare tra la Gallia Cisalpina e Transalpina - in attesa della primavera. Gli scozzesi rimasero più a lungo, perché a Gurro trovarono una fortezza difensiva naturale e l’ambiente montanaro ricordava le Highlands d’origine. La permanenza dei reduci in val Cannobina spiega perché nei registri parrocchiali di Gurro compaiono nomi scozzesi e il dialetto comprende circa 800 parole d’origine gaelica.

I nomi Steven e Gibi, diffusi in val Cannobina, non sarebbero altro che l’equivalente italiano di Stephen e Gibb, oppure il cognome Patritti deriverebbe da Patrick. C’è anche una canzone in dialetto che fa riferimento al mare («sono figlia di un bel mar» dice un verso) in tempi in cui gli abitanti di Gurro al massimo conoscevano il vicino Lago Maggiore. «Nelle strutture portanti delle case di Gurro, inoltre, travi a forma di croce di Sant’Andrea richiamano un elemento tipico delle antiche architetture scozzesi» aggiunge Adolfo Nicolussi, direttore del Museo etnografico.

Con le ricerche storiche degli Anni 60 il colonnello scozzese Robert Gayre of Gayre and Nigg barone di Lochoreshyre volle dimostrare l’appartenenza dei gurresi al Clan. Terminati gli studi e convinto dell’origine firmò il «Bando di adozione», dove si legge che «accertato che gli abitanti di Gurro sono discendenti di scozzesi staccatisi dal Corpo delle Guardie reali di Francia, sono riconosciuti come Setta del Clan Gayre. A essi spettano tutti i diritti tipici», tra cui «vestire i tartan del Clan con i relativi stemmi». Il kilt è dunque diventato il «secondo vestito» degli abitanti, accanto ai tradizionali costumi femminili caratterizzati dalle ampie gonne a fiori con grembiuli e merletti.

L’affiliazione avvenne nel 1973, in presenza del barone Gayre of Gayre and Nigg. In occasione dell’evento, filmato dalla Bbc per produrne un documentario, furono donati il kilt ufficiale del Clan e la sporran originale (la borsetta di pelle e pelo vero utilizzata come portaoggetti e per evitare che il kilt si sollevi). Oggi la divisa è custodita al Museo etnografico del paese, insieme a 700 oggetti antichi e oltre 4.000 foto di storia e tradizioni del paese. Il colore ufficiale del Clan è il verde, predominante del tartan dei kilt dei Gayre.