martedì 1 marzo 2016

L’outlet dei bambini

Francesco Maria Del Vigo



Ho provato a farmi un giro nel supermercato dei feti e ne sono uscito inorridito. Da qualche giorno non si parla d’altro: Nichi Vendola e il suo compagno Eddy sono diventati papà. Grazie a un utero in affitto. E detta così sembra una cosa quasi normale. A qualcuno fa senso, ad altri schifo. Ma ormai questa locuzione “utero in affitto” la abbiamo sentita ripetere così tante volte dalla nostra stupida politica che ci pare normale.

Sembra uno dei tanti temi su cui si accapigliano in Parlamento per dare un senso alla loro esistenza o alla loro rendita politica. “Utero in affitto”. Beh pure gli appartamenti si prendono in affitto, anche le automobili. I motorini, i quad, persino i libri e gli smoking. Insomma io sentivo parlare di questo utero in affitto ma non pensavo a cosa volesse effettivamente dire. Era un “sovrappensiero”, come nella vecchia canzone dei Bluvertigo.

Poi ho letto un trafiletto sul “Corriere della Sera” nel quale veniva spiegata alla perfezione la dinamica di questa pratica: il costo per i futuri genitori, lo stipendio della proprietaria dell’utero e della donatrice degli ovuli, nel caso ce ne fosse bisogno. E ho letto il nome della più famosa clinica che pratica questo tipo di interventi: Growing Generations. Ho digitato il nome su Google e mi sono fatto un giro di un paio d’ore in questa fabbrica di bambini. Solo così ho capito cosa è l’utero in affitto.

Solo sfogliando il catalogo delle “egg donors”, le donatrici di ovuli, mi sono trovato faccia a faccia con quello che non può non sembrare un mercato di esseri umani. Sulla home page del sito scintillano i denti di una famiglia sorridente. Tutti felicissimi e belli. Biondi, mori, lattei, olivastri, con gli occhi chiari o scuri. Tutti i fenotipi. La mercanzia è tutta in vetrina e il magazzino offre tutte le varietà in commercio. Poi si inizia la navigazione: ci sono i menù e le offerte per gli aspiranti genitori, per le aspiranti madri surrogate e per le donatrici di ovuli.

Tutto chiaro e preciso, come nelle migliori brochure commerciali. D’altronde qui si paga e si paga pure bene: sborsa tanti soldi chi vuole un nano scintillante e ne riceve altrettanto chi lo ospita durante la gestazione e chi fornisce gli ovuli. Il figlio è un bene di lusso. C’è un calcolatore che in base alle assicurazioni sanitarie e i contratti che stipuli computa immediatamente il costo dell’operazione. Come nei car configurator dei siti delle case automobilistiche: cerchi in lega, sedili in pelle, navigatore.

Ma la configurazione del nascituro è appena iniziata. Nella clinica del futuro si può scegliere tutto, basta iscriversi per iniziare lo shopping. Si parte con la scelta del donatore di ovuli: razza (afroamericano, caucasico, asiatico ecc), peso, altezza, colore dei capelli e degli occhi. Si selezionano tutti gli optional. Pura eugenetica. Il sogno di Mengele. Dopo aver smarcato tutte le voci preferite si avvia la ricerca. E, come in un macabro Facebook degli ovuli, compaiono le immagini dei profili delle donatrici.

È il social network dei cromosomi. E le donatrici ci tengono a far sfoggio delle loro ottime credenziali genetiche: book fotografico con prole al seguito per dimostrare di avere buoni lombi, video di auto presentazione e curriculum. Più ovuli hanno già dato è più sono affidabili. E più vengono pagate. Una specie di usato sicuro, di certificazione di garanzia. E fa un po’ effetto immaginare il leader di Sel che si mette a selezionare la razza, questa parolaccia che quelli come lui volevano strappare dai dizionari.

La stessa filosofia vale per le madri surrogate, cioè le donne che ospiteranno ovuli e partoriranno i bambini. La loro scelta è ancora più complessa, perché durante i mesi di gestazione dovrà interagire con i futuri genitori. Il catalogo è ampio e stilato con minuzia di particolari. Tutta l’operazione (con ovuli e madre surrogata, come nel caso dell’ex governatore, altrimenti si può anche portare un ovulo da impiantare) costa sui 145mila dollari ai futuri genitori.

Un servizio per coppie abbienti. Ma non state a preoccuparvi, per chi non ha subito tutta la liquidità il sito ricorda in continuazione che si possono finanziare sino a 100mila dollari con un tasso di interesse del 5 per cento. Un affarone. Alla concessionaria dei figli tutto è possibile. Per ora non fanno leasing ma magari prima o poi fanno anche un buy back, non si sa mai che poi il pargolo rompa i coglioni e i genitori lo vogliano riportare in clinica. Alla madre surrogata, che viene seguita passo dopo passo e stipula un minuzioso contratto legale, vanno almeno 40mila euro.

Alla donatrice 8mila dollari per la prima donazione e dalla seconda in poi 10mila. Tutto calcolato. Tutto stipulato. Tutto perfetto. Tutto normato e tutto incredibilmente anormale. Un meccanismo di ingegneria genetica perfettamente rodato. Ecco, è sfogliando questo catalogo di umanità in vendita che si capisce veramente cosa sono l’utero in affitto e la maternità surrogata, queste locuzioni si staccano dalla strumentalità della politica e assumono la tridimensionalità di una pratica che può cambiare il mondo.

Sono le meraviglie della scienza? Ma ne siamo davvero certi? Lasciamo perdere Nichi Vendola e il suo compagno, mettiamo da parte anche il fatto che queste cliniche siano utilizzate principalmente, ma non esclusivamente, da coppie omosessuali. Perché il problema non è quello, non solo quello almeno. Il problema è capire se è giusto costruirsi un figlio “sartoriale” selezionando pure il colore dei capelli e sfruttando – con la consapevolezza altrui, ovviamente – il corpo di un’altra donna.

Per soddisfare le proprie voglie, perché si è omosessuali o magari per non portarsi dietro nove mesi di pancia, oppure per non perdere il lavoro a causa della maternità, è giusto far nascere un bimbo perfetto nel ventre di una donna costretta a venderlo per fare soldi? Non è una questione di religione o di fede – che io non ho – è una questione di umanità. Perché è evidente che questo è un mercato e che, in quanto tale, risponde solo alle regole del mercato. Che sono tra le migliori in circolazione. Ma per comprare le scarpe o il ferro, non i bambini. E le donne. Una volta i più poveri erano proletari, che non avevano nulla se non la prole.

Ora che i figli sono un bene di lusso si chiameranno uteritari? Ovulitari?
Forse stiamo giocando troppo agli apprendisti stregoni, ai piccoli chimici senza accorgerci che siamo solo grandi cinici.

Un bimbo del mondo

La Stampa
Mattia Feltri



Che poi, il seme è canadese, l’ovulo è californiano, l’utero è indonesiano e tutti pensano che il bimbo sia pugliese.

Finalmente

La Stampa



La speranza della sinistra radicale di trovare un leader adesso ha finalmente un nome: il compagno Tobia. 

Il legale: «Se Apple perderà ci ritroveremo in uno stato di polizia»

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Intervistato dalla Cnn, Ted Olson è tornato sulla richiesta dell'Fbi. Intanto Cupertino ha portato a bordo uno sviluppatore dell'app Signal per potenziare la sicurezza dei suoi sistemi operativi



«Se Apple perderà questa battaglia ci ritroveremo in uno stato di polizia». A dichiararlo, tornando sul contenzioso con l’Fbi per lo sblocco dell’iPhone di uno degli attentatori di San Bernardino, è stato Ted Olson, legale della casa della Mela, alla Cnn. «La sicurezza dell’iPhone è una delle principali ragioni per cui molte persone ci scelgono», ha aggiunto, tradendo la volontà di Cupertino di puntare molto sulla querelle in atto anche in termini di marketing. «Ci hanno chiesto di mettere un tallone d’Achille», ha incalzato, «non ci si può appellare al terrorismo per violare le libertà civili». E ha confermato quanto dichiarato in queste ore dall’amministratore delegato Tim Cook (autore di questa lettera), che si è detto pronto ad arrivare alla Corte Suprema.
Un nuovo esperto per la sicurezza
Apple, intanto, rincara la dose e porta a bordo Frederic Jacops, lo sviluppatore che ha lavorato all’app di messaggistica criptata Signal. Lo strumento è stato utilizzato Edward Snowden, che a sua volta non ha fatto mistero di appoggiare la battaglia di Cook contro le richieste del governo. Jacobs ha annunciato la sua assunzione su Twitter. Approderà alla Mela in estate ed entrerà nella squadra che si occupa dei sistemi operativi CoreOs.

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Acido, i segreti nel cellulare di Alex Aggirato il blocco di Apple

Corriere della sera

di Gianni Santucci

L’Fbi ha scatenato una battaglia legale, mentre la giustizia italiana ha aggirato il problema rivolgendosi a una società israeliana che ha elaborato un software in grado di violare la protezione. Chat, foto e video di Boettcher consegnati al giudice



Perché l’Fbi ha scatenato una battaglia epocale contro Apple, chiedendo di «scardinare» il sistema di sicurezza che protegge l’iPhone degli stragisti di San Bernardino? La domanda trova una possibile risposta nel processo che si sta celebrando a Milano contro Alexander Boettcher, imputato per gli agguati con l’acido contro gli uomini che avevano avuto rapporti intimi con la sua amante Martina Levato. Anche Boettcher aveva un iPhone (un 5), che gli è stato sequestrato al momento dell’arresto (28 dicembre 2014), e si è sempre rifiutato di rivelare il Pin per sbloccare quel telefono. Il consulente del Tribunale di Milano ha però appena depositato un hard disk che contiene tutti i dati, le chat, le foto e i video che erano contenuti in quel cellulare.
La società di «hacker»
Come è possibile, allora, che la giustizia italiana sia riuscita a scardinare il sistema di protezione dell’iPhone che invece è un muro invalicabile per l’Fbi? La risposta è semplice: il consulente del Tribunale si è rivolto a una società israeliana, che ha una sede anche a Monaco di Baviera, che ha elaborato un software in grado di sbloccare e violare il muro di Apple. È stato possibile perché sull’iPhone di Boettcher era installato un sistema operativo iOS8: qualche mese dopo il sequestro del cellulare, gli esperti della società israeliana sono riusciti a trovare la chiave per entrare in quel sistema e hanno messo a disposizione il servizio di sblocco (così l’iPhone di Boettcher, inviolabile al momento del sequestro, è diventato un libro aperto qualche mese dopo). L’iPhone dei terroristi di San Bernardino è invece più aggiornato, e lavora con la versione successiva del sistema operativo Apple. La società israeliana, ad oggi, non ha ancora trovato il modo di infrangere questo muro di protezione più aggiornato.
Questione di mesi
Gli esperti del settore ritengono però che sia soltanto questione di mesi, e che prima o poi la società riuscirà a sbloccare anche i telefoni che lavorano con la versione successiva del sistema operativo. E a quel punto, probabilmente, l’Fbi non avrà più bisogno di chiedere aiuto ad Apple, né di appellarsi alla giustizia americana per imporre alla casa di Cupertino di aprire i sistemi di sicurezza dei suoi iPhone. In un prossimo futuro, è probabile che anche l’Fbi potrà portare l’iPhone a Monaco per ricevere, in meno di una settimana, l’intero contenuto di quel telefono, come ha fatto la Procura di Milano per il cellulare di Boettcher.

29 febbraio 2016 | 13:53

Sblocco iPhone, giudice di New York respinge la richiesta del governo

Corriere della sera

Dopo il caso di terrorismo di San Bernardino un magistrato federale rafforza
la posizione di Apple contro l’istanza dell’Fbi ai dati criptati

Il governo non può decidere lo sblocco degli iPhone. Lo ha deciso un giudice della corte di New York. Il caso riguardava un processo per spaccio di droga. La decisione del giudice James Orenstein fa seguito alla discussa sentenza di una Corte della California che aveva proibito all’Fbi di accedere ai dati contenuti in un iPhone per aiutare gli inquirenti impegnati nell’inchiesta sull’attentato di San Bernardino. Il giudice si è rifatto come precedente a una sentenza del 1789.
La posizione di Cook
Nei giorni scorsi il Ceo di Apple, Tim Cook aveva ribadito che la tutela della privacy era prioritaria. «Questo caso riguarda la sicurezza pubblica. Dentro gli smartphone che ognuno porta con sé ci sono più informazioni su ciascuno di noi che in qualsiasi altro dispositivo o in qualsiasi altro posto» aveva dichiarato. Ma si era anche offerto per istituire con le autorità una commissione di esperti su intelligence, tecnologia per discutere le implicazioni giuridiche su sicurezza, privacy e libertà individuali.

1 marzo 2016 (modifica il 1 marzo 2016 | 00:36)

Vendola S.p.A., che mossa per l’Italia

Enrico Galletti



Non vorrei sparare a zero su Vendola, sull’utero in affitto e sul suo diventare padre. C’è una cosa che però non mi quadra, e che prima ancora di non quadrarmi mi suona decisamente strana. Ed è il fatto di comprare un figlio. Un figlio non dovrebbe essere venduto (e, ovviamente, comprato). Penso inevitabilmente a tutte le famiglie che decidono di adottare un bambino, e lo fanno con tutte le pratiche burocratiche che uno stato come il nostro richiede. L’utero in affitto negli USA è ben altra cosa, che suona come il primo passo verso una ‘Fabbrica dei Figli S.p.A’.

Pagare 170.000 euro (o 130.000) una donna per l’acquisto di un figlio, non ti pone al fianco dei lavoratori, non ti rende solidale nei confronti degli sfruttati. Anzi, forse ti rende contribuente di una macchina che lo sfruttamento lo crea.

Ma sono pronto a ricredermi, non appena qualcuno mi avrà fornito una motivazione (valida) per credere che questa pratica sia da considerarsi ‘normale’, e destinata a repliche anche in Italia. Quel qualcuno, che sicuramente proverà a convincermi appellandosi al ddl Cirinnà, dovrà anche rispondere a un’altra mia domanda: se il caso di Vendola e del suo compagno prendesse piede in Italia, arrivando a dover rivoluzionare completamente l’educazione dei più piccoli?

Che ne sarà del ‘mito’ della pancia della mamma? E che ne sarà della cicogna? Per non parlare delle tante lezioni di scienze sulla riproduzione. Che ne sarà, insomma, di tutte le parole spese fino ad oggi nell’educare i bambini? Bisognerà cambiare tutto?
Il figlio di Nichi Vendola sentirà parlare in casa di diritti violati, di sfruttamento di classe, di bambini venduti in Africa a poco prezzo. Assisterà a dibattiti sui diritti delle donne sfruttate per soli 170.000 euro. O forse questi discorsi non li sentirà mai, e tanto basta.

enricogalletti7@gmail.com

I rom e l’illegalità tollerata

Corriere della sera

Caro Beppe, il Commissario Europeo per i Diritti Umani scrive a Matteo Renzi lamentando il numero eccessivo di sgomberi di campi rom. Ma perché non verifica le condizioni assurde e pericolose in cui vivono degli esseri umani (tra cui molti bambini!) nei campi irregolari che ci sono da noi? 

Nessuna amministrazione comunale si sognerebbe di sgomberare campi autorizzati, che, nonostante la precarietà, offrono almeno un minimo di servizi (acqua, luce, bagni). Cosa succederebbe se una comunità rom si accampasse in un prato o sotto un ponte vicino alla sede del Consiglio d’Europa a Strasburgo?

Mio figlio, 10 anni, ha legato molto con un compagno di classe rom. Mortificato, mi riferisce che il bambino, in quarta elementare, ancora non sa leggere e scrivere. Si assenta da scuola anche per mesi interi e, quando torna, racconta di essere stato a fare l’elemosina con la madre. E questo nonostante ci sia un pulmino che ogni giorno lo va a prendere e lo riaccompagna da scuola! Com’è possibile tollerare una situazione simile nel 2016 e in un paese come il nostro? 

Il destino di questo povero bambino è già segnato, e per lui non sarà possibile alcun tipo di emancipazione o di integrazione. Se io e mia moglie non mandassimo nostro figlio a scuola senza giustificazione penso che verremmo denunciati molto presto. Perché invece per i rom non si fa nulla? Mi sembra una sacca di illegalità ‘tollerata’, tanto inaccettabile quanto quella da te giustamente denunciata che si trova negli stadi la domenica.

Qual è il tuo pensiero? Ti saluto cordialmente,

Lorenzo Mirabile, LOREMI101@GMAIL.COM


Grazie della stima, caro Lorenzo. L’argomento è delicatissimo, come sai, e quasi tutti i commentatori girano prudentemente alla larga.

Ti dirò solo un paio di cose. Mi sembra evidente che il modo di vita nomade, con tutti gli annessi e connessi, mal s’adatta alla società europea contemporanea. Le prove sono continue. Le condizioni dei campi, il trattamento dei bambini, il ricorso alla piccola criminalità e così via. Certo ci sono ottime persone e generose, tra i rom. Ma questo non smentisce quello che ho appena scritto, e tutti  - purtroppo – possono constatare. 

Che fare? Innanzitutto ammettere l’evidenza, cosa che alcuni si rifiutano di fare (vedrà le lettere che riceverò dopo questa moderatissima opinione!). E poi decidere: vogliamo aiutare comunque una minoranza a lungo perseguitata? E consentirle di vivere nella società europea seguendo le proprie regole, e ignorando le nostre? Si può fare: basta essere onesti con se stessi. E  smetterla, da un lato, con le ipocrisie; e, dall’altro, con un odio che si confonde con il razzismo.

Nichi, vai a vivere in California dove non ci sono squadristi…

Emanuele Ricucci



“Non c’è volgarità degli squadristi della politica che possa turbare la grande felicità che la nascita di un bimbo provoca. Condivido con il mio compagno una scelta e un percorso che sono lontani anni luce dall’espressione “utero in affitto”. Questo bambino è figlio di una bellissima storia d’amore, la donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita. Quelli che insultano e bestemmiano nei bassifondi della politica e dei social network mi ricordano quel verso che dice: “ognuno dal proprio cuor l’altro misura” (anche se capisco che citare Dante non faccia audience)”

Queste le parole con cui Nichi ha ringraziato il suo pubblico. L’oscar come miglior comunista d’Europa, miglior alchimista, come non esempio in un ruolo da non protagonista e più brutta mammo d’Italia goes to Nichi. Ragazzi l’Oscar l’ha vinto lui. Sì, Di Caprio e Morricone, d’accordo. Uno lo sfottevano, l’altro è vecchio. L’Oscar lo ha vinto Nichi. Punto.

Pensate sia facile assemblarsi un figlio? Un pezzo qui, un pezzo lì; la gravidanza da seguire, i ruoli di cui tenere conto – soprattutto a vent’anni da oggi -, le ecografie, i selfie su whatsapp con il pigiamino azzurro in mano – ci siamo quasi! -, i dottori da sentire, le mani da incrociare davanti al caminetto, i bagagli da preparare, le telefonate da fare… Uff! Che stress! Quasi, quasi conveniva avere la patatina per farlo in natura un figlio…

Già si sente in casa il piccolo Tobia chiamare i genitori: “Mamma Nichi? Papà 135.000?”
Un Oscar non facile per un film impossibile. Nichi, che lo ha vinto anche per la peggior interpretazione di un madre. Riassumendo la situazione che ha portato al riconoscimento più ambito per Nichi Vendola. L’ex governatore della Regione Puglia è diventato mammo/a/e/i/o/u di un bambino del quale il vero padre (o padre naturale o padre genetico o santodioaiutacitu) è Eddy Testa, il quasi quarantenne fidanzato di Vendola, la madre vera (o madre naturale o..etc) è una californiana e l’utero in prestito è di un’indonesiana.

Uno spaccio folle di ovuli e spermatozoi, un cast incredibile, inscenato da un signore in lotta per la dittatura del proletariato da anni, già PCI, poi Rifondazione, poi capopopolo di SEL, ora in continua evoluzione a pugno chiuso, che per fare il mammo ha speso più di 100.000 Euro.  Un immenso gettito di umanità per un Nichi che rideva al telefono sui tumori dell’ILVA. E noi, poi, saremmo squadristi perché obbrobriosamente schifati da figuri e situazioni del genere? Fà una cosa Nichi, pigliati a Eddy, al (povero) piccolo Tobia, alla foto di Stalin, Lenin, Mao Tse Tung, Carlo Marx, Cip & Ciop, all’indonesiana, alla California, e vai dove più ti aggrada, magari lontano dall’Italia squadrista, bigotta, cafona e cattolica.

È facile fare il mammo col vitalizio degli italiani. Ciao Nichi, insegna agli angeli come si governa la Puglia.

And the Oscar goes to…

Un sussidio ai jihadisti disoccupati

Gianpaolo Iacobini



Se c’è un Paese al mondo dove il welfare funziona è l’Italia. Chiedete un po’ in giro. Informatevi. Non restate a girarvi i pollici disperati. C’è speranza per tutti. A patto che non siate italiani, beninteso.

Ajhan Veapi, trentasettenne di nazionalità macedone, incassava ogni mese dalla Regione Friuli 500 euro: era disoccupato e per legge aveva diritto ad essere aiutato. E quei soldi avrebbe continuato ad intascarli tranquillamente se qualche giorno fa non fosse finito in galera. Accusato dai Carabinieri del Ros e dalla Procura di Venezia di reclutare combattenti da inviare poi nei teatri di guerra mediorientali, tra le fila dello Stato Islamico. «Ottimo il lavoro degli investigatori che l’hanno scoperto.

Ma questo non poteva farlo né la Regione Friuli né altre regioni», s’è affrettata a spiegare la governatrice Deborah Serracchiani. Non è bastato (poteva, forse?) a togliere di bocca l’amara sensazione: il nostro è il Paese di Bengodi. A novembre, per dire, a Bolzano s’è scoperto che la sala web del carcere (sigh!) veniva utilizzata da alcuni reclusi – ovviamente rimasti anonimi – per sfogliare pagine inneggianti allo Stato islamico ed alle stragi compiute nel mondo in nome del jihad.

Insomma, la solita Italietta. Che s’indigna se le parole non sono da educande, che da del razzista a chiunque osi mettere in dubbio il buonismo da operetta e poi chiude gli occhi di fronte al peggio che c’è. L’iracheno Majid Muhamad, presunto terrorista ammanettato a Bari il 10 dicembre nell’ambito di un’altra inchiesta, si concedeva anche il lusso di scherzarci su.

«Se vuoi vivere qui», diceva strafottente al telefono ad un amico mentre la Digos lo intercettava, «è meglio che tu vada a Bolzano: ti pagano la casa anche se non lavori. Fai come ha fatto Mullah Kawa: lui ha pagato l’affitto solo per sei mesi. Dopodiché ci hanno pensato i servizi sociali. Gli paga tutto il Comune. Gli passano pure un mensile per lui, la moglie e i figli».

Il commento finale? Scrivetelo voi. Io non trovo più parole.

Trovato fossile di una iena maculata L’Indiana Jones del Po: «Una rarità»

Corriere della sera

di Gilberto Bazoli

Il reperto è stato rinvenuto durante un’escursione da Simone Ravara, direttore del Museo paleoantropologico di San Daniele Po: «Incredibile pensare a branchi di iene che si muovevano a caccia di grandi erbivori nella Pianura Padana»



Il Po ha restituito un altro pezzo di preistoria: il fossile dell’osso sacrale di una iena maculata. «Un’assoluta rarità», dicono gli esperti del Museo paleoantropologico di San Daniele Po (Cremona), dove il reperto è ora custodito. Il fossile è stato rinvenuto l’estate scorsa, nella zona di Gerre de’ Caprioli, dal direttore del museo, Simone Ravara, durante un’escursione insieme con altri membri del Gruppo naturalistico paleontofilo. Una specie di Indiana Jones del Grande Fiume. L’osso è stato studiato, per la sua tesi, da Antonio Fumarola, laureando alla facoltà di Scienze della Natura e dell’Ambiente dell’Università di Parma.
Reperto del Quaternario
Secondo il docente di Paleobiologia che insegna nello stesso ateneo, Davide Persico, si tratta di una scoperta straordinaria «in termini di parte anatomica ma, soprattutto, di specie di appartenenza: è incredibile pensare a branchi di iene che si muovevano a caccia di grandi erbivori nella Pianura padana durante il Quaternario». L’esemplare a cui apparteneva l’osso era un adulto di grandi dimensioni che poteva raggiungere un peso massimo di 90 chilogrammi. Come le iene di oggi. Il fossile andrà a costituire una nuova sezione del museo di san Daniele Po accanto alla tibia di leopardo e alla mandibola di lupo.

28 febbraio 2016 | 19:21

Schengen in vendita, ma serve il sì del Vaticano

La Stampa
sandra riccio

Il castello che ha dato il suo nome al trattato sulle frontiere Ue ceduto a una società tedesca per 11 milioni. Ma la Santa Sede deve dare il via libera definitivo. Una delle torri è stata disegnata da Victor Hugo



Schengen addio. Se lo storico trattato che ha abbattuto i confini in Europa scricchiola, in Lussemburgo il suo destino è già deciso. E’ così per la storica dimora che ha dato il nome al patto tra gli Stati europei. Pochi sanno, infatti, che Schengen è anche un castello, una delle più antiche residenze d’Europa, con oltre un ettaro di giardino e stanze a non finire. Nel 1985 ha riunito l’Europa di allora per la firma del patto di Schengen. Ora la residenza di charme cambia proprietario e mette fine al suo passato leggendario. Per 11 milioni di euro, non una cifra particolarmente esorbitante, finirà nel patrimonio di Regus, una multinazionale tedesca che offre spazi di lavoro e business center. Diventerà quindi un banalissimo centro di formazione internazionale e dirà addio alla politica e alla diplomazia internazionale.

Una storia che risale al 1390
L’affare non è però ancora definitivo. Serve, infatti, uno speciale via libera che dovrà arrivare da Roma, più precisamente dalla Città del Vaticano. È fin qui, infatti, che arriva la proprietà della dimora, dal 1932 nelle mani di una congregazione cattolica, la Congregatio Sororum a Sancta Elisabeth (Csse), un istituto religioso femminile di diritto pontificio fondato da quattro donne nell’Alta Slesia nel 1842, e che tra i suoi possedimenti conta numerosi altri immobili. Pochi però possono vantare una storia così ricca. Il passato del castello di Schengen va indietro nel tempo fino al 1390. Nei secoli fu crocevia di nobili e illustri nomi europei. Tra questi anche quello di Victor Hugo che nel 1971 ne disegnò addirittura una delle torri. 

Addio al silenzio degli arbitri, sta per cadere uno storico tabù del calcio

La Stampa

La svolta nel prossimo campionato. L’annuncio di Nicchi: «Ci siamo vicini, ora c’è un clima di serenità adeguato. Restano da eliminare le polemiche inutili»



A partire dal prossimo anno anche gli arbitri avranno la possibilità di parlare in tv: ad annunciare la svolta storica è il presidente dell’Aia, Marcello Nicchi, intervenuto a “Gr Parlamento”. Quanto è vicina questa possibilità? «Non ci siamo lontani - risponde il presidente dei fischietti italiani - Manca un passaggio, cioè quello di continuare e smorzare ogni forma di polemica che non serve a niente. La prima cosa da rimuovere poi è che possano parlare prima che si sia espresso il giudice sportivo, ovviamente senza interferire sulle sue decisioni». «È un discorso in via sperimentale - ha aggiunto Nicchi - Se continua questo clima di serenità, in cui si parla delle partite e si eliminano finalmente le polemiche dal mondo del calcio, non è escluso anzi è probabile che dal prossimo anno due o tre arbitri vengano a parlare dopo la partita». 

“CLIMA SERENO”
Dopo aver promosso a pieni voti la conduzione di Gianluca Rocchi, ieri sera nel derby d’Italia («molto concentrato e sereno, un bella prestazione e i calciatori lo hanno messo in condizione di arbitrare bene»), Nicchi si è detto «contento di come i giovani arbitri crescono velocemente. Il clima è sereno e le polemiche quasi del tutto azzerate: significa che tutti siamo cresciuti nei rapporti e nello stare insieme - ha aggiunto - lasciando poi ai critici e a quanti non hanno mai messo piede in un campo di calcio di esternare le proprie critiche senza valore».

TECNOLOGIA IN CAMPO
Quanto alla tecnologia, Nicchi si è dichiarato possibilista sull’estensione della tecnologia (al momento applicata al `gol non gol´) ma con un distinguo: «Attenzione a non confondere la tecnologia con la moviola. Se vogliamo parlare di tecnologia da applicare, se ne può parlare per vedere se la palla è uscita dal fondo o dal fallo laterale; si può applicare alla linea del fallo da rigore per vedere se un fallo è avvenuto dentro o fuori l’area, ma solo a tutte le situazioni di gioco fermo, perchè si può chiedere alla tecnologia se un fallo è dentro o fuori l’area, ma non se è o meno fallo».

CAMBI DI REGOLAMENTO
Tra le cose che potranno essere migliorate o modificate, Nicchi infine ventila la possibilità di rivedere l’espulsione del portiere in caso di fallo in area per chiara occasione da rete: «Sulla cosiddetta tripla sanzione sono stato un precursore e fui d’accordo con Buffon che andava eliminata questa schifezza, perchè per me è una schifezza, perchè siamo costretti a cacciare il portiere, lasciare la squadra in dieci, oltre la squalifica per la prossima gara. C’è solo da fare questa modifica ma ci sono ancora delle opposizioni».

WhatsApp: stop aggiornamento per smartphone obsoleti

Claudio Torre - Lun, 29/02/2016 - 13:45

Chi ha uno cellulare ormai superato rischia di dover rinunciare all'aggiornamento di WhatsApp. Il colosso della messaggistica su smartphone ha fatto sapere che entro la fine dell'anno smetterà di aggiornare le versioni della sua applicazione sui sistemi operativi più obsoleti



Chi ha uno cellulare ormai superato rischia di dover rinunciare all'aggiornamento di WhatsApp.
Il colosso della messaggistica su smartphone ha fatto sapere che entro la fine dell'anno smetterà di aggiornare le versioni della sua applicazione sui sistemi operativi più obsoleti. Quali saranno i modelli coinvolti?

Ecco una breve lista: tutti i sistemi BlackBerry, compreso l’ultimo OS BB10, Nokia S40; Nokia Symbian S60; Android 2.1 e Android 2.2; Windows Phone 7.1. In questo momento non è possibile quantificare quanti saranno gli utenti coinvolti. Di fatto nel caso di un aggiornamento obbligatorio dell'applicazione di proprietà di Zuckerberg, rimarrebbero senza chat sullo smartphone all'infinito.

"È stata una decisione difficile", si legge sul comunicato, "ma quella giusta per fornire alle persone un miglior modo per restare in contatto con amici, famiglia e cari attraverso WhatsApp. Dunque consigliamo a chi è in possesso di questi device di aggiornarli a un nuovo Android, iPhone o Windows Phone entro la fine del 2016".

Huawei, Lenovo e Xiaomi: la telefonia sarà cosa loro?

Corriere della sera
di PAOLO OTTOLINA

I nuovi modelli dei leader asiatici sono sempre più concorrenziali. L’Europa è già sparita dalla scena, negli Usa c’è solo la Mela e...

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Ne resterà solo uno? Come nel film Highlander anche il mercato degli smartphone è una lotta a eliminazione. In uno scenario estremamente competitivo, l’asse si sposta sempre di più a Oriente. O meglio in Cina, che occupa stabilmente tre dei primi 5 posti tra i produttori che vendono di più: Huawei (7,3% del mercato nel 2015 Gartner), Lenovo-Motorola (5,1%) e Xiaomi (4,6%). Davant i c i sono Samsung (22,5%) e Apple (15,9%), unica occidentale. Per entrambe però si profila un anno complicato.
Le posizioni
L’azienda coreana ha chiuso bene il 2015 ma nell’anno le sue quote sono scese (-2,2% per Gartner, -1,7% per Idc), anche se le consegne globali sono moderatamente salite, superando i 320 milioni di pezzi. Per il 2016 è l’azienda stessa a parlare di «difficoltà a sostenere il livello degli utili a causa della domanda globale più debole sull’IT». Continuerà lo snellimento del portafoglio prodotti, che era diventato fin troppo ampio. Si punterà di più sui servizi, con Knox (sicurezza) e Pay, creati sotto la guida del nuovo numero uno della divisione Mobile, D.J. Koh. Al Mobile World Congress hanno debuttato i top di gamma Galaxy S7 e S7 Edge. Un bel colpo di immagine è stato l’ospite dell’evento, Mark Zuckerberg, che ha rilanciato l’alleanza sulla Realtà virtuale. Il settore è pionieristico ma chissà che l’asse con FB non diventi strategico anche per allentare i lacci dell’alleanza con Google. E alle Olimpiadi di Rio Samsung sarà, come già a Londra 2012, tra i main sponsor.

Come Samsung, anche Apple dovrà fare i conti col raffreddamento della fascia alta di mercato. La Cina che frena è un altro problema per Tim Cook che, secondo i rumor, avrebbe dato già ordine alle fabbriche asiatiche di rallentare la produzione dell’iPhone. A metà marzo l’azienda di Cupertino è attesa al lancio di un nuovo iPhone più economico (anche se non low cost, prezzo intorno ai 500 euro). Prosegue la diversificazione: Apple Watch secondo Idc ha venduto (in 9 mesi) 11,6 milioni di pezzi. Meno di alcune stime ma, visti gli alti margini, quanto basta per compensare il calo di altri prodotti come gli iPad. Oltre il 90% degli utili globali dell’industria degli smartphone è della Mela.
In salita
Il futuro sembra decisamente promettente per Huawei: nel 2015 è decollata, con vendite cresciute del 53%. Merito di un brand che acquista riconoscibilità e dell’attacco a due punte: oltre al marchio principale, funziona bene anche Honor, con buoni prodotti venduti a prezzi aggressivi sfruttando l’online (ma in Italia è sbarcata anche in alcune catene di elettronica). L’ultimo nato, Honor 5X, sarà tra i probabili bestseller dell’anno. Huawei ora si allarga a settori finora non battuti: come i pc, con il nuovo ibrido MateBook che usa Windows 10.

Lenovo ha chiuso un anno difficile, in cui ha scontato le difficoltà dell’acquisizione di Motorola. Per ripartire punta su due marchi: Moto, che prende il posto di Motorola, e Vibe (Lenovo). Nel frattempo proseguono le economie di scala e le razionalizzazioni, mentre in estate debutteranno gli avveniristici dispositivi Project Tango, sviluppati insieme a Google, capaci di analizzare l’ambiente reale grazie all’uso di nuovi sensori. Un passo nel futuro che mostra il potenziale nella ricerca dell’azienda guidata da Yang Yuanqing.

Infine Xiaomi, ancora un oggetto misterioso dalle nostre parti ma leader di mercato in Cina. Liquidata spesso come clone cinese di Apple, l’azienda creata meno di 6 anni fa da Lei Jun ha costruito un solido ecosistema software, con una enorme community che contribuisce agli aggiornamenti dell’interfaccia MiUi (installata su oltre 170 milioni di terminali). L’altro pezzo della strategia è nella costruzione di una galassia di startup.

Xiaomi vende di tutto, dai purificatori d’aria ai pupazzetti di peluche. Il gioiello della corona è Segway, le «bighe elettriche» acquisite lo scorso anno. Proprio al Mobile World Congress di Barcellona Xiaomi ha tenuto il primo evento europeo per il top di gamma Mi5: una presentazione per pochi intimi, nulla di paragonabile a quella faraonica di Samsung, ma le parole dal palco di Hugo Barra (strappato da Lei Jun a Google nel 2013) fanno intuire che l’assalto ai mercati extra-cinesi arriverà, a partire dagli Stati Uniti. Con l’obiettivo di vendere più telefoni di fascia alta.

Al di sotto della top 5 cresce la quota dei cosiddetti others, il calderone degli altri marchi: supera il 44%. Lì dentro si trovano anche nomi con quarti di nobiltà per il settore. Da Lg a Sony, da Microsoft a Htc. Di queste è la prima ad avere più chance di restare in scia alle 3 cinesi: a Barcellona ha rilanciato con il G5, primo smartphone modulare e il know how dell’azienda negli schermi a tecnologia Oled (i più promettenti per il futuro) è un punto di forza. Microsoft ha snobbato Barcellona e Windows 10 su smartphone non decolla.

Per molti analisti è possibile un disimpegno dalla produzione diretta dei dispositivi, affidandosi ai partner come Hp, che ha appena lanciato l’Elite x3, una sorta di anello di congiunzione tra telefono e pc. «Ma attenzione a stabilire gerarchie, perché il ricambio nel settore è velocissimo — spiega Carolina Milanesi, capo analista di Kantar Worldpanel —. La soglia d’ingresso è molto bassa e a differenza del mercato dei pc degli anni Ottanta, è possibile fare profitti trovando spazio in una nicchia. Un caso è quello della francese Wiko, ad esempio».

29 febbraio 2016 (modifica il 29 febbraio 2016 | 17:00)

La responsabilità politica del medico di campo nazista

Corriere della sera

di Andrea Nicastro

IL 14 marzo ci sarà l’udienza per il processo a Hubert Zafke, in servizio ad Auschwitz



Forse Hubert Zafke non ha mai spinto nessuno in una camera a gas. Dice che ad Auschwitz curava solo i raffreddori delle altre SS come lui. Forse. Ma per il nuovo orientamento della Giustizia tedesca anche questo ex nazista ormai 95enne potrebbe essere colpevole dell’omicidio degli ebrei uccisi durante i suoi mesi di servizio nel campo di sterminio. Giuridicamente la questione è complessa. L’accusa segue l’esempio di un primo processo del 2011 e parla di concorso in strage, di «funzione accessoria, ma indispensabile» al reato. Insomma non importa se Zafke non ha ucciso con le sue mani.

Se si fosse rifiutato di curare le guardie, se il cuoco non avesse cucinato, se il piantone si fosse girato dall’altra parte, l’Olocausto si sarebbe fermato. Più che su un solido concetto giuridico, i processi agli ultimi nazisti paiono una dichiarazione politica di responsabilità collettiva. Tardiva forse, proprio quando non c’è ormai quasi più nessuno da punire, ma comunque importante. Come frattura con il passato e più ancora come testimonianza davanti al futuro e a chi, con sopravvissuti e carnefici tra noi, pensa di negare le atrocità hitleriane.

Settantadue anni fa, il giovane Zafke aveva il suo ufficetto ad Auschwitz sulla strada che i prigionieri ebrei erano costretti a percorrere per entrare nelle camere a gas. E, forse, tra i tanti con la stella di David, il soldato vide anche la piccola Anna Frank. Ieri il medico di famiglia ha evitato che Herr Zafke si presentasse a processo. «L’imputato non è trasportabile perché affetto da eccesso d’ansia e pulsioni suicide». Più esplicito ancora il figlio dell’ex nazista: «Mio padre è alla fine della sua vita, lasciatelo in pace». Il giudice ha rinviato l’udienza al 14 marzo. Quel giorno ci sarà un perito del tribunale ad affiancare il medico di famiglia. Due sopravvissuti, quasi altrettanto anziani, aspettano la chiamata per poter testimoniare. Per non dimenticare.

29 febbraio 2016 (modifica il 29 febbraio 2016 | 20:19)

Il film «Spotlight» e il sequestro Orlandi: prova dei legami con Boston

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

Spunta un verbale della moglie del supertestimone, con un possibile messaggio in codice: «Ero in America tra l’agosto e il novembre 1983». Dove? Nella città dello scandalo sessuale raccontato dalla recente pellicola sui giornalisti del Boston Globe



In queste ore in cui produttore, attori e regista festeggiano l’Oscar e tantissimi spettatori, all’uscita dei cinema, pensano con ammirazione al team di giornalisti del Boston Globe ribattezzato «Spotlight» e all’inchiesta che nel 2001 rivelò al mondo il più grande scandalo di pedofilia nella storia della Chiesa, una nuova traccia riapre l’enigma della «ragazza con la fascetta». Emanuela Orlandi, figlia del messo pontificio Ercole, sparì a Roma nel giugno 1983.

Il giallo appassiona da decenni l’opinione pubblica, ma lo scorso autunno l’inchiesta è stata archiviata, nonostante nel 2013 un supertestimone (il fotografo Marco Accetti) si fosse accusato del rapimento. Nulla da fare, è stato il verdetto del gip, erano solo fantasie di un soggetto «smanioso di protagonismo». E’ anche vero, però, che tanto materiale investigativo è rimasto inesplorato. Vecchi atti istruttori, denunce, interrogatori.

Compreso il verbale dei carabinieri che oggi finisce sotto i riflettori proprio perché conferma i collegamenti con lo scandalo di Boston. E che, incrociato con una pista già in parte svelata dal Corriere, consente di riconnettere i fili della vicenda, aggravando la posizione del reo confesso, allo stato attuale accusato solo di calunnia e autocalunnia.
La morte di Josè
Josè Garramon, travolto e ucciso a 12 anni
Josè Garramon, travolto e ucciso a 12 anni

Il nuovo indizio non era facile scovarlo, per una semplice ragione: non è agli atti dell’inchiesta Orlandi (che riguarda anche Mirella Gregori, l’altra quindicenne sparita 33 anni fa), ma nelle carte di un giallo parallelo, quello sulla morte del dodicenne Josè Garramon, investito da un furgone a Castelporziano nel dicembre 1983. L’intreccio è complesso, attenzione: sette mesi dopo la scomparsa delle ragazze, a travolgere il ragazzino uruguayano, figlio di un funzionario delle Nazioni Unite, fu proprio Accetti, non si sa se solo al volante o con una donna al fianco.

Né all’epoca né in seguito, però, emersero collegamenti con la sparizione di Emanuela e Mirella. Accetti era un giovanotto di famiglia benestante, animato da velleità artistiche, cresciuto in istituti religiosi e, per reazione, anarcoide, ribelle, anticlericale. Il processo si concluse con la condanna a poco più di due anni per omicidio colposo e omissione di soccorso. Un incidente, insomma. Intanto, in quei mesi, le indagini sulla Vatican connection procedevano in modo frenetico.

Le telefonate del cosiddetto «Amerikano» al centralino della Santa Sede e le lettere di rivendicazione (alcune spedite da oltreoceano) ai giornali rilanciavano la richiesta di «scambio» tra la figlia dell’addetto pontificio e Alì Agca, l’attentatore del papa due anni prima. La pressione mediatica era spaventosa. Wojtyla lanciò otto appelli per la sua giovane concittadina. I servizi segreti dell’Est e dell’Ovest erano mobilitati h24, anche per sfruttare il torbido affaire nell’ambito della Guerra Fredda...
L’autodenuncia del fotografo
Un’immagine della ragazza scomparsa in volo su piazza San Pietro
Un’immagine della ragazza scomparsa in volo su piazza San Pietro

Pausa. Salto in avanti. I decenni passano, il tormento delle famiglie continua e l’attenzione sull’inchiesta Orlandi-Gregori, tra nuovi scenari e improvvise accelerazioni, resta alta: la pista turca, il depistaggio di Bolzano, la banda della Magliana, il boss De Pedis sepolto a Sant’Apollinare, le rivelazioni dell’amante di «Renatino» sul rapimento di Emanuela... Ecco, arriviamo al 27 marzo 2013.

Il cerchio sembra ormai chiudersi attorno a vecchi gangster e ritorsioni di tipo economico (i soldi sporchi transitati per lo Ior) quando, all’indomani dell’elezione di papa Bergoglio, Marco Accetti si presenta in Procura e si autoaccusa: racconta di aver partecipato al doppio sequestro con il ruolo di telefonista, per conto di un gruppo di laici ed ecclesiastici «progressisti», in prevalenza francesi e lituani, interessati a contrastare, con ricatti e pressioni, la politica anticomunista di Wojtyla. «Mi sono fatto avanti oggi - aggiunge davanti agli inquirenti – perché, con un papa non curiale, la verità può finalmente esser detta».

Poco importa, in questo nuovo contesto, ripercorrere gli elementi portati da Accetti, dal presunto flauto della quindicenne svanita nel nulla alla dislocazione delle cabine telefoniche, dalla voce simile a quella dell’Amerikano alla dimostrazione di conoscere numerosi retroscena mai resi noti, né le ragioni del procuratore Giuseppe Pignatone nel chiedere (e ottenere) l’archiviazione, contro il parere del titolare dell’indagine, l’aggiunto Giancarlo Capaldo.
Il timbro postale
Ciò che affiora e può risultare decisivo, adesso, è un indizio mai emerso, che ci porta di nuovo a Boston, nella città dell’arcivescovo Bernard Francis Law portato in tribunale (quasi 20 anni dopo) con l’accusa di aver coperto, in quei primi anni Ottanta, gli abusi sessuali di decine di prelati. In ambienti ecclesiastici le voci circolavano, molti sapevano.

Il primo punto di contatto, scoperto dal Corriere nel 2012, era rappresentato dal fatto che una delle quattro lettere che i rapitori di Emanuela fecero partire da Boston, nella quale si annunciava l’uccisione dell’ostaggio, aveva il timbro di Kenmore Station: lo stesso ufficio postale nel quale la congrega di pedofili in tonaca aveva aperto una propria casella per contattare le vittime. Scrivendo dalla East Coast, i sequestratori delle quindicenni romane intendevano «dialogare» in codice?
Volevano forse far sapere ai loro avversari in Vaticano, in modo criptato, «attenti che siamo a conoscenza dello scandalo, e quindi vi conviene accettare le nostre richieste»? I riscontri fanno ritenere di sì, ma questa era solo una prima traccia.
La frase sibillina
Marco Accetti, oggi accusato di calunnia e autocalunnia
Marco Accetti, oggi accusato di calunnia e autocalunnia

C’è di più, infatti. Perché - e siamo alla chiave del mistero - quando nel 2013 Accetti si autodenunciò, parlando pure del caso Garramon che lo vide tragico protagonista, altri spunti si sono materializzati andando semplicemente a leggere le vecchie carte. Sono 1.300, le pagine agli atti sulla morte di Josè. In essa si trova forse un dettaglio rivelatore? Sì, c’è. E piuttosto pesante: è proprio di Boston che, a sorpresa, si parla.

L’indizio si trova nel fogli 56 e 57, corrispondenti al verbale di interrogatorio dei carabinieri della Compagnia Roma Ostia all’allora giovanissima moglie di Accetti, interrogata il 26 dicembre 1983, sei giorni dopo l’incidente in pineta. La testimone, dopo aver spiegato di essere tornata tre giorni prima da Boston, dov’era stata ospite dal fratello, in Winter St. Natick Mass, e di aver visto il marito per l’ultima volta a novembre, chiese al verbalizzante di aggiungere una frase all’apparenza superflua: «Preciso altresì che da mio fratello in America ci sono stata anche dal 2 agosto al 10 novembre, ininterrottamente».

Strana, questa aggiunta. Che senso aveva inserire una circostanza ininfluente rispetto al fatto della pineta? I rapitori delle quindicenni spedirono le quattro lettere da Boston, come verificato da Capaldo nell’istruttoria, tra il settembre e il novembre 1983. Voleva essere un messaggio a qualcuno in grado di accedere ad atti di polizia giudiziaria? Era un modo traversale di interloquire, attraverso la verbalizzazione di una testimone che potrebbe essere stata - sia chiaro - del tutto inconsapevole dell’intrigo? E infine: quell’avverbio - ininterrottamente - cosa sottintendeva?

Le domande tornano a rutilare, in questo giallo aperto da un terzo di secolo, sul quale dal Massachusetts, senza saperlo, anche la squadra «Spotlight» potrebbe aver contribuito a fare luce.
(fperonaci@rcs.it)
29 febbraio 2016 | 22:23

Califfato: i trucchi per reclutare italiane nell’Isis

Corriere della sera

di Marta Serafini

Le militanti islamiche che agganciavano su Skype le adepte del nostro Paese partivano dai pop corn, poi si parlava di fede e di Isis. Al primo approccio il tono è ironico, confidenziale. Ci si guadagna la fiducia

Una donna al computer in una foto diffusa in rete che sarebbe stata scattata a Raqqa, la «capitale» dell’Isis

Sara ha gli occhi stanchi. Di giorno lavora in un call center alla periferia di Milano. Di notte, dopo che ha messo i bambini a letto, passa le ore attaccata al suo smartphone. Facebook, Skype, Whatsapp, le mail. «Ho paura che mi arrestino solo per le mie opinioni».
La maestra Bushra
Sara (il nome è di fantasia) non è una terrorista. Ma è entrata in contatto con le reclutatrici di Isis. Il punto di partenza è il blog Storie dell’Occidente. L’autrice è Bushra Haik, la «maestra» di Maria Giulia Sergio alias Fatima, la 28enne di Torre del Greco partita per la Siria. Bushra nasce a Bologna nel 1985. Origini siriane, passaporto canadese, si trasferisce a Riad in Arabia Saudita. Lì sposa un imam. I suoceri vivono in Siria, nei territori controllati da Isis.

Bushra mantiene un legame con l’Italia, tutti la conoscono come una maestra di arabo e di Corano. Ma dalle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Paola Pirotta emerge come prepari Fatima alla partenza per la Siria. «Un uomo non dovrebbe prima salvaguardare la sua famiglia e poi partire per combattere?», chiede Maria Giulia. E Bushra: «Se tutti dovessero pensare alla famiglia nessuno combatterebbe più e lo Stato islamico sarebbe finito».
I primi approcci
Oggi sia Bushra che Fatima sono latitanti. La prima si trova a Riad dove ha dato alla luce un bambino. I suoi account Skype non sono più attivi ma sul suo blog sono comparsi nuovi post come questo: «Ero in quarta superiore. Le compagne erano diverse da me: a loro non interessava parlare di fede e a me non interessava parlare di trucco e ragazzi!». Il blog non fa mai riferimento esplicito all’Isis. Ma il filo rosso è l’esaltazione della fede come elevazione verso la superiorità spirituale. Il modus operandi è semplice. Le donne reclutano altre donne, che a loro volta reclutano altre donne. Le vittime diventano carnefici. Al primo approccio il tono è confidenziale, ironico. Ci si guadagna la fiducia. «In una lezione via Skype Bushra parlò di come fare i pop corn e poi spostò il discorso su Isis», racconta Loredana (nome di fantasia). Bushra introduce il concetto di hijra, la migrazione del Profeta, che in un’ottica di reclutamento coincide con la partenza per il Califfato.
Le allieve
Italiane, sulla trentina, le allieve quasi sempre hanno figli. Alcune, le più istruite e le meno manipolabili, si fermano ai primi discorsi. Altre, no, vanno avanti. «Spiegava quanto fosse inutile andare all’università: “Hanno successo solo le ragazze che fanno sesso con i professori”, diceva». La manipolazione mira a isolare la recluta. «Cercava di convincerci che i nostri uomini non fossero abbastanza religiosi e poi prometteva di trovarcene degli altri».

Attira l’attenzione anche aims-uk.org, portale dedicato alle musulmane italiane emigrate in Gran Bretagna. Tra loro, Barbara Aisha Farina, da tempo nota alle autorità. Nata a Milano, Farina si converte nel 1994, a 22 anni. Sposa l’imam Abdelkader Fall Mamour. «In anni in cui internet era poco diffuso pubblicava la rivista al-Mujahidah (La Combattente). C’era una sezione per bambini chiamata il Mujaheddino e osannava Osama Bin Laden», spiega Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull’estremismo della George Washington University.
La rete di proselitismo ha attecchito
Oggi Farina non ha smesso con le sue pubblicazioni e gestisce, tra gli altri, il blog Madrasa di Baraka. In un documento si legge: «Le personalità femminili famose nei mass media (…) sono donne depravate e corrotte (…). Che Allah tranci le loro lingue e liberi la terra e i Suoi servi da costoro». Contattata via Facebook ci ha spiegato di «non voler essere associata ad alcun gruppo radicale». E se è difficile capire dove si fermi l’attività di tipo culturale-religiosa e dove inizi quella di reclutamento, è chiaro come la rete di proselitismo abbia attecchito in Italia. L’ultimo caso quello di Meriem Rehaily, la 19enne partita dalla provincia di Padova lo scorso luglio per la Siria. Anche lei forse vittima di una reclutatrice che, promettendole il paradiso, l’ha fatta precipitare nell’inferno del Califfato.

29 febbraio 2016 (modifica il 29 febbraio 2016 | 15:11)

Una candidata autistica. Che senso ha?

Corriere della sera
di Marco Piazza

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Avevo storto il naso, apprendendo della candidatura della giovane autistica alle primarie del Pd di Roma. Avevo letto poi l’intervista ad Ileana Argentin, la deputata disabile del Pd che presiede il comitato elettorale per la candidatura di Roberto Giachetti a sindaco di Roma. In quell’intervista, sul sito del Corriere, lei difendeva e rivendicava la scelta. Le sue parole, però, continuavano a non convincermi. Nonostante l’amicizia, la stima e le tante battaglie condivise con Ileana, continuavo a dubitare. Ieri poi l’ho vista in televisione, la candidata, insieme agli altri sfidanti delle primarie romane.



Partecipava insieme a suo padre a “In 1/2 ora”, la trasmissione di Rai Tre condotta da Lucia Annunziata. Mi sono fermato ad ascoltare e ho finalmente capito cosa non mi va giù, in questa storia. Riflettendoci, poi, mi è tornato in mente un episodio di tanti anni fa, che ci coinvolse insieme, Ileana e me.

Un passo indietro per chi non ha seguito la vicenda. La candidata in questione si chiama Chiara Ferraro, ha 24 anni, frequenta un istituto agrario e lavora in una cooperativa agricola. Suo padre, Maurizio Ferraro, ha raccolto un migliaio di firme per la sua candidatura. Un numero non sufficiente, secondo il regolamento delle primarie. Da qui l’idea di “regalare” a Chiara le firme in eccesso di Giachetti e di ammetterla alla contesa.

La proposta ha trovato d’accordo gli altri cinque candidati del Pd e lo stesso coordinatore romano del partito, Matteo Orfini.  “Un passaggio di grande civiltà”, ha commentato a caldo il papà di Chiara. “Una giusta provocazione” ha chiosato Ileana. Sulla ragazza sono tutti d’accordo, suo padre in primis, nel dire che non potrebbe mai fare il sindaco. Come tutte le persone autistiche  ha bisogno di qualcuno che si prenda costantemente cura di lei. Allora perché proporla come candidata? E perché ammetterla alle primarie, arrivando anche a forzare il regolamento?

Abbozzo due possibili risposte a queste domande. La prima riguarda il padre. È stato lui, a candidarla. E non per la prima volta. Nel 2013 infatti Chiara provò ad entrare al Comune di Roma (sarebbe meglio dire che qualcun altro provò a farla entrare) come consigliere nella lista per Marino sindaco. Raccolse 500 voti e non fu eletta. A lui, al signor Maurizio Ferraro, non mi sento davvero di dire  nulla, se non di manifestare tutta la mia solidarietà.

Mi pare di vederlo, che va in giro a raccogliere le firme tra amici e conoscenti per la sua “principessa”. Lo fa per lei, per le tante persone e le tante famiglie nelle loro stesse condizioni e probabilmente anche per se stesso, per dare senso alla sua vita. E oggi è giustamente contento di avercela fatta. Ho conosciuto persone che pur di dare una speranza ai propri figli malati davano retta ad un ciarlatano che iniettava cellule staminali in un sottoscala, figuriamoci se posso criticare il padre di Chiara.

La seconda domanda, perché ammetterla alle primarie,  è invece rivolta ai politici. E qui il mio pensiero è molto meno conciliante. Che modo di fare politica è questo? Perché non lasciare le provocazioni ai familiari e alle associazioni e non limitarsi (si fa per dire) ad affrontare sul serio emergenze come quelle delle famiglie con soggetti autistici, sempre più abbandonate al loro destino e falcidiate dai drammatici tagli dei servizi sociali?

È troppo immaginare una classe di amministratori che amministri davvero e che venga a raccontarci solo dopo, a consuntivo, le cose fatte? Se Chiara non può fare il sindaco che senso ha candidarla? Possibile che non si riesca a trovare un modo più intelligente e meno pietoso per porre all’attenzione di tutti i problemi delle persone come lei? Ad Ileana, dicevo, voglio ricordare un episodio che vivemmo insieme, nel lontano anno 2000.

Lei aveva avuto l’idea (il sogno, mi disse) di organizzare una sfilata di moda con modelle disabili. Insieme ad altri amici la aiutai in questo folle progetto. Andammo a parlarne con i vertici della moda italiana. Ci accolse uno dei leader del settore, di cui non faccio il nome. “Bellissima idea – ci disse – vi daremo senz’altro il nostro patrocinio, ma dovete farla in una location diversa da quella delle sfilate ufficiali. E in un altro periodo dell’anno”.  Ci voleva tenere a distanza, e quando insistemmo, chiedendo di ammetterci “a corte” lui rispose, testuale: “Non vorrete mica mischiare la lana con la seta?”.

Fortunatamente non gli demmo retta. Coinvolgemmo personaggi più illuminati e riuscimmo ad organizzare una sfilata con una decina di modelle disabili che indossavano gli abiti delle maison più famose. Lo facemmo nella location dell’Alta moda romana, in mezzo alla settimana delle sfilate.  Fu un evento straordinariamente emozionante ripreso dai giornali di mezzo mondo. Che c’entra questa storia con Chiara Ferraro?

Quando ho letto di lei, delle firme regalate e dell’ammissione alla candidatura ho pensato ad un “contentino. Qualcosa che avrebbe fatto contenti i familiari e gli amici di Chiara. Lo stesso contentino che voleva darci quel personaggio, tanti anni fa, proponendoci di organizzare la nostra sfilata a “debita distanza” dalle modelle vere. Allora ci rifiutammo e alla fine riuscimmo a realizzare qualcosa di grandioso. Non sarebbe il caso di provarci anche oggi e di offrire a Chiara qualcosa di più credibile e realizzabile?

PS
Il padre di Chiara, con grande dignità, pur incalzato da Lucia Annunziata non ha voluto replicare all’articolo critico che Gianluca Nicoletti, il giornalista con un figlio autistico, aveva scritto su La Stampa. Sarei felice se lo facesse, qui su InVisibili. E lo sarei altrettanto se anche Ileana scegliesse di intervenire. Per spiegarmi e, magari, per farmi cambiare idea.