lunedì 29 febbraio 2016

Addio alle ricette cartacee del medico di famiglia

La Stampa

Dal 1° marzo le prescrizioni avverranno per via informatica. Ma per molto tempo, alla farmacia, porteremo ancora un «promemoria» a mano



La legge che manda in soffitta i blocchetti rossi del medico, ricorda la Federazione nazionale dei medici di famiglia Fimmg, è in realtà del dicembre 2015 e recepisce un decreto di più di tre anni fa. Dopo alcuni blocchi informatici, il sistema è dunque ora ai nastri di partenza. Per prescrivere un farmaco, un accertamento o una visita, il medico si collegherà da ora in poi a un sistema informatico, lo stesso visibile al farmacista che ci consegnerà pillole o sciroppi. 

Ma ricetta elettronica non è ancora sinonimo di abolizione della carta. Per ora, infatti, riceveremo dal dottore un piccolo promemoria da consegnare al bancone della farmacia, che permetterà di recuperare la prescrizione anche in caso di malfunzionamenti del sistema o assenza di linea Internet. Ma quando il sistema andrà a regime anche questo foglietto sparirà, rendendo la procedura interamente «paperless».

«Dietro i vantaggi della dematerializzazione delle ricette si cela però un rovescio della medaglia - spiega il segretario nazionale Fimmg, Giacomo Milillo -. Qualcuno ha confuso gli studi medici con quelli dei Caf, vista la mole di dati anagrafici, codici di esenzione dai ticket, adesso anche quelli di erogabilità e appropriatezza».

E in più, «il medico non potrà più contare sul supporto dell’assistente di studio e ci saranno complicazioni anche nelle procedure di coinvolgimento del sostituto medico che, per il momento, dovrà continuare ad utilizzare la ricetta rossa. Di conseguenza, avverte Milillo, «il rischio è che tutti gli oneri ricadranno sul titolare, con un aggravio di lavoro e tempo tolto alle visite». Da qui la richiesta dei medici di famiglia di «una semplificazione delle procedure, ancora possibile».

Tra i vantaggi della ricetta elettronica, rileva al contempo la Fimmg, «il risparmio sulla stampa e distribuzione delle vecchie ricette rosse e il controllo sulla falsificazione delle ricette stesse o sugli abusi conseguenti il furto dei ricettari».

In questa prima fase di avvio, fino a fine 2017, sono, però, ancora esclusi dal nuovo metodo alcuni farmaci come gli stupefacenti, l’ossigeno, le prescrizioni per erogazione diretta in continuità assistenziale, i farmaci con piano terapeutico Aifa. La ricetta elettronica, in compenso, varrà in tutte le farmacie del territorio nazionale. Questo significa che i farmaci potranno essere ritirati anche fuori dalla regione di residenza e grazie al sistema tessera sanitaria le farmacie potranno applicare il ticket della regione di residenza dell’assistito. Starà poi alle stesse regioni scambiarsi le informazioni sui medicinali prescritti e, quindi, procedere ai relativi rimborsi compensativi.

A partire dal primo marzo dovrebbe essere disponibile per tutte le farmacie il sistema di calcolo di ticket ed esenzioni della regione di provenienza di ogni cittadino. Nel frattempo, afferma la Fimmg, è già possibile usare le ricette in tutto il paese, vedendo applicati, in via transitoria, i criteri della regione in cui ci si trova. 

Ecco quanto ha pagato il figlio Tobia. Le cifre che imbarazzano Vendola

Libero

Ecco quanto ha pagato il figlio Tobia. Le cifre che imbarazzano Vendola

Negli Stati Uniti avere un figlio da una madre surrogata è facile. Basta avere i soldi. Il costo, riporta il Corriere della sera, si aggira tra i 135mila e i 170mila euro. Tanto avrà speso Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa per avere il piccolo Tobia Antonio. Una spesa che lievita se aumentano il numero dei tentativi per averlo e se la gravidanza è gemellare.

Con quella cifra non solo paghi il bambino ma anche la cittadinanza americana e la certezza che quel bambino sarà figlio dei genitori internazionali e che la madre surrogata non avrà alcun diritto. Per questo si parla di un giro d'affari pazzesco destinato a crescere: più di 2.000 bambini nati ogni anno, il triplo di 10 anni fa, molti dei quali per coppie straniere. La California è la meta più gettonata dai gay italiani cui la pratica è preclusa nell'Europa dell'Est, per esempio.


Sgarbi: quello appena nato non può essere figlio di Vendola
askanews

Il suo è egoismo estremo

Sgarbi: quello appena nato non può essere figlio di Vendola

Roma, 29 feb. (askanews) - "Non può essere, quello appena nato, il figlio di Vendola. Dal culo non esce niente. Vendola ha un marito ma è contemporaneamente padre. Due persone dello stesso sesso non generano, ma di cosa stiamo parlando? I bambini devono essere concepiti, educati e evoluti sulla base di ciò che la natura consente". Così Vittorio Sgarbi a Radio Cusano Campus, la radio dell'Università Niccolò Cusano, sulla nascita del figlio della coppia formata dallo stesso Nichi e dal suo compagno canadese.

"Il bambino in casi come questo diventa niente altro che lo strumento di un capriccio di due che vogliono fare il padre e la madre. Aiutare qualcuno è giusto, - aggiunge Sgarbi - il mondo è pieno di bambini poveri, profughi o abbandonati, aiutarli senza sentire l'esigenza di farne il padre è nobile. Creare un bambino invece in un percorso così capriccioso è una forma di egoismo estremo. Quel bambino è una persona che si sono costruiti a tavolino, come un peluche. E' insopportabile".

Red/Nes MAZ

A Torino un corso per smentire le bufale sul web e fuori

La Stampa
lorenza castagneri

Dalla scienza alla politica, una serie di lezioni all’università per imparare a non cascarci ed essere un po’ più consapevoli di quello che sta accadendo nel mondo. E tutti possono partecipare



È il brutto di Internet: vedere circolare senza freni informazioni false, notizie che vanno contro la ragione scientifica postate e ripostate sui social, mentre qualche esperto prova inutilmente a ricondurci alla ragione. Il peggio è che l’ignoranza di qualcuno si ripercuote sulla collettività, perché tutti votano e spesso lo fanno senza sapere con raziocinio se quello che la politica racconta potrà davvero essere realizzato e se sul serio non provocherà danni alla salute e all’ambiente ma porterà soltanto grandi benefici. 

Nasce proprio dalla volontà di dare «qualche strumento in più ai cittadini intesi come elettori», il primo corso universitario per smentire le bufale. «O meglio, per imparare a non cascarci ed essere un po’ più consapevoli di quello che sta accadendo nel mondo». Lo spiega così il suo ideatore, il professor Lorenzo Magnea, fisico dell’Università di Torino. Le lezioni si tengono al campus Luigi Einaudi, a partire da lunedì 29 febbraio, per sei settimane. Cittadini curiosi, fatevi avanti. L’accesso è libero. «Anche se, per ragioni di spazio, dovremo privilegiare gli studenti regolarmente iscritti», specifica il docente. 

Nella prima lezione si parla di come leggere i grafici, interpretare i numeri, calcolare le probabilità di vincere al Superenalotto e il margine di errore di un test clinico. «È un’introduzione. Nel corso delle altre settimane discuteremo delle nuove sorgenti di energia, delle armi nucleari, dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici, dell’Universo», rivela Magnea. Insomma, di temi che sono all’ordine del giorno, che per i fisici saranno una banalità ma che la gente comune, magari con una preparazione umanistica, fa fatica a capire fino in fondo. «Tanto che, alla fine, con la mole di informazioni che circola oggi in Rete, diventa difficile distinguere il vero dal falso».

Il corso prova a mettere dei punti fermi. Saranno lezioni di “Fisica per cittadini”. L’ispirazione è venuta dall’insegnamento tenuto all’Università di Berkeley dal professor Richard Muller, autore anche di “Physics for future presidents”, che riassume le nozioni di base di Fisica che dovrebbe conoscere un candidato alla Casa Bianca e, come lui o lei, tutti quanti noi. «Perché soltanto se siamo cittadini informati, non tecnici, ma con poche conoscenze solide, riusciamo a muoverci meglio nei meandri di Internet e il nostro voto non può essere manipolato. È una strada stretta. Sarebbe più facile affidarsi a pochi “tecnici” che prendano decisioni anche per noi. Ma a quel punto non ci sarebbe più democrazia». 

L’Antitrust tedesco: “Servono nuove leggi contro il monopolio di dati personali online”

La Stampa
federico guerrini

Fusioni fra servizi complementari, come Facebook e WhatsApp, possono portare a inedite concentrazioni di potere



Il garante della concorrenza tedesco ha messo in piedi una task force per adattare la legge nazionale sull’Antitrust all’era di Internet; un’era in cui la posizione di predominio di un’azienda, non si misura solo in termini di profitti. Non di rado, il vero capitale di una società che opera in questi settori, è invece la community di utenti che adopera i suoi servizi, e il corrispettivo portfolio di dati personali. Un assioma evidente per gli addetti ai lavori, che è stato però per anni tralasciato da politici e legislatori, abituati a pensare ancora secondo schemi di pensiero novecenteschi. 

A confermare che qualcosa sta cambiando ci sono diversi indizi, fra cui appunto un’intervista rilasciata dal presidente dell’antitrust tedesco, Andreas Mundt, al giornale Sueddeutsche Zeitung. Secondo il funzionario, al momento di considerare l’ammissibilità o meno di una fusione fra due società Internet, l’organo di garanzia dovrà in futuro anche considerare fra gli asset delle aziende anche la quantità di informazioni sugli utenti da esse detenute. 

L’analisi di Mundt prende le mosse da una delle acquisizioni che hanno fatto più rumore negli ultimi anni: quella di WhatsApp da parte di Facebook. Ben diciannove miliardi di dollari, tanto ha sborsato il social network per portarsi a casa l’applicazione di messaggistica, un’app, si badi bene, che in quel momento non godeva (e non gode tutt’ora) di ritorni economici apprezzabili. Evidentemente però, per Zuckerberg si è trattato comunque di un buon affare. 

Oggi WhatsApp ha più di un miliardo di utenti, le cui conversazioni e la cui “rubrica telefonica” sono tecnicamente a disposizione del patron di Facebook. “Quanti utenti ci sono, e di cui quali dati si parla? Queste sono le migliori categorie di misurazione quando si tratta di definire la concorrenza su Internet”, ha detto Mundt alla Sueddeutsche Zeitung. 

Da un lato, come sa chiunque abbia provato almeno una volta ad abbandonare Facebook, la grande concentrazione di utenti agisce di fatto come un meccanismo di lock-in: si può benissimo disertare, ma dove andare, se tutti gli “amici” sono lì? Improponibile un travaso verso altri lidi. Un altro aspetto, che Mundt non tocca, ma che è strettamente correlato a quello della concorrenza, è la privacy. Quali collegamenti è possibile far emergere, con quanta precisione si possono tracciare ritratti degli utenti, quando si vanno a mescolare i dati provenienti da servizi fra loro complementari come Facebook e WhatsApp, ma anche Google e YouTube, o Hotmail e Skype (entrambi di Microsoft)? 

Già si iniziano a levare le prime voci preoccupate sulla più stretta correlazione e lo scambio di dati fra i primi due di questi colossi. D’accordo, WhatsApp diventerà completamente gratuito (si risparmiano 89 centesimi, che diamine!), ma quale prezzo? 

Ma anche restando sul piano squisitamente economico, le perplessità non mancano. Una volta che un cartello di detentori di dati assume una tale forza, quali sono davvero le possibilità per altre aziende di entrare nel gioco ed accaparrarsi la loro fetta di utenti? Mundt e i suoi, per la verità, tenevano già conto di questi aspetti, ogni qual volta dovevano pronunciarsi su un’acquisizione o una fusione. L’assenza di norme chiare tuttavia, rendeva tali pronunce facilmente attaccabili in tribunali. Ora l’antitrust sta lavorando per chiudere la falla. 

Il bimbo di Vendola

La Stampa
mattia feltri



Ognuno penserà legittimamente, se dentro le categorie del rispetto, quello che crede del figlio avuto da Nichi Vendola. Che sia una cosa giusta o che sia sbagliata. A me viene in mente che nessuna legge ha mai arginato l’uomo.

Vegano? Giammai! Al pecorino e al miele non rinuncio…

Nino Spirlì



Certo, e come no, onore alla zucchina romana e alla cicoria pugliese. Medaglia d’oro ai broccoletti calabresi e ai carciofi siciliani. Viva i cardi del Piemonte e il radicchio trevigiano. Ma… Il Parmigiano? Il Pecorino Crotonese? Il Puzzone? La Fontina, il Caciocavallo Molisano? E i mille e mille altri nobilissimi formaggi italiani?

E quel miele di zagara che arriva dalla mia Piana? O quello, amaro, di corbezzolo, di ciceroniana memoria, che dalla Sardegna sbarca sul continente? E le freschissime uova delle galline di mia nonna Concetta, di zia Mela e zia Rosina, che io consumavo già da bambino a fianco al corbello dentro al quale venivano deposte?

E quel cielo di salumi che mi stava sopra la testa, quando andavo a trovare i nonni in campagna? Salsicce, soppressate, lardi, pancette e capocolli… Un affresco dal profumo inebriante che sembrava scendere direttamente dal Paradiso in Terra come premio per la mia fede di bambino. Avevo gli occhi che brillavano e mi partiva una risata argentina quando papà ne staccava un filo per mangiarlo insieme a me. E quel filo erano almeno quattro salsicce mezze secche e mezze no…

Avvolto in un caldo cappottino, riscaldato dal maglione che mi faceva mamma coi ferri e la lana, mi sentivo un principe, orgoglioso dei miei guanti e della mia sciarpa multicolori.

Oggi come allora, pur privo della favola del passato, godo della dolcezza del miele d’agrumi che non deve mancare mai sulla mia tavola. Di quel senso materno che mi avvolge ad ogni boccone di buon formaggio che riesco a mandare giù, nonostante lo spauracchio di trigliceridi e colesterolo. Godo, sì godo, della compagnia cameratesca di un tagliere di salumi e di un buon bicchiere di rosso, magari un Gaglioppo calabrese…

Come potrei mai diventare vegano e maritarmi con la tristezza della rinuncia ad un maglione di pura lana, ad una bistecca appena scottata sulla brace, ad un’insalata di mare o ad un cartoccio di linguine allo scoglio, ad uno zabaione col marsala, a quella cintura di pelle che mamma, che prega Dio e non sa di vegetarismi, mi regalò per il compleanno?

E in nome di cosa, poi, della più grande ipocrisia mai immaginata e praticata? Eh, sì! I vegani non si cibano di animali, loro derivati e prodotti del loro lavoro. Né degli animali di terra, né di quelli di acqua. E non si vogliono contaminare con nulla che riporti alla fatica, allo sforzo, all’impegno, all’azione di alcun essere che non sia vegetale. Infatti, non si coprono neanche con la lana o la seta, e, di eccesso in eccesso, arrivano alla bugia.

Glielo spiegate Voi, per favore, ché io con loro non ci parlo, che le piante nascono dalla terra e che la terra è concimata da tonnellate di merda di miliardi di animali di ogni dimensione? E che, dunque, se non si possono consumare uova, latte, bava, e derivati, nemmeno la santa cacca, che viene assorbita come quasi unico cibo dalle radici, dovrebbe essere utilizzata.

Perché anche quella è frutto di organismo animale, eccome! E, dunque, come la mettiamo? I pazzi e gli stolti siamo ancora noi? O coloro che ingoiano fogliame e fanno finta che non ci scorra sangue dentro?

Capisco tutto, anche la decisione di non voler partecipare allo scempio del consumo compulsivo di carne di animali allevati in batteria e derivati, ma a tutto c’è un limite.

E, soprattutto, mi rompe le balle questo snobismo razzista di certi integralisti della verzura, che aggrediscono in malo modo e senza pietà chiunque scorgano con un panino alla mortazza in mano, e, poi, fingono di ignorare che, sulla Terra, ogni foglia verde è figlia di una goccia di sangue.

Fra me e me. Invaso di latte e miele in ogni cellula, coperto di lana e seta, mentre mangio un panino con il salame fatto da me. In pace con Dio.

Amazon… e la clausola horror: «Non applicabile in caso di apocalisse zombie»

La Stampa
stefano rizzato

Il colosso dell’e-commerce nasconde una vera perla tra le righe del suo regolamento. Anche per vedere se c’è chi lo legge tutto


«Questa restrizione non si applica in caso si verifichi un’infezione virale dilagante, trasmessa da morsi o dal contatto con fluidi corporali, e che causi il ritorno dai morti di cadaveri umani in cerca di carne umana, sangue, cervelli o tessuti nervosi da consumare, fino a provocare la caduta della nostra civiltà». Sembra incredibile, ma è tutto vero. le parole che avete appena letto non vengono da un libro horror o una serie tv sugli zombie. Sono tratte dalle condizioni di servizio di Amazon. Un regolamento in 58 capitoli e circa 26 mila parole, che per ora è disponibile solo in inglese. E che regala questa perla, ad andare a leggerlo tutto tutto.

Test per utenti o marketing?
Non che negli uffici del colosso dell’e-commerce si creda al risveglio dei cadaveri e all’eventualità di un’apocalisse zombie. È solo che ai loro avvocati è venuta voglia di prendersi un po’ gioco degli utenti. E di provare a vedere se davvero esista chi si mette a leggere, comma per comma, quel regolamento chilometrico. La parte sul virus zombie che dilaga compare proprio in fondo, al comma 57.10 su 58 capitoli. Dove si parla di Lumberyard: un motore grafico gratuito, che Amazon ha messo a disposizione degli sviluppatori di videogiochi. Una novità datata febbraio 2016. E che ci lascia il dubbio: mettere - proprio lì - questa chicca sugli zombie… alla fine non sarà mica una trovata di marketing?

Di certo c’è che non è la prima volta che succede qualcosa di simile, in giro per il web. Le sorprese più o meno nascoste abbondano, nelle altrimenti grigissime pagine dedicate alle regole dei vari portali. E allora ecco che in quelle di Tumblr si fa riferimento alla «bellezza aliena» dell’attore Benedict Cumberbatch, e alla fine di quelle di Wordpress c’è un link a una pagina che non c’entra nulla. Ma il caso più famoso è quello dell’azienda finnica F-Secure, che tra le sue norme fece spuntare una «clausola erode» che obbligava (ma non davvero) a cedere il proprio primogenito per usare il wi-fi gratuito

Il cardinale Pell riconosce gli errori: migliaia di bambini molestati e abusati dai preti nei secoli

La Stampa

Nell’udienza in videoconferenza con una commissione d’inchiesta in Australia



Il cardinale australiano George Pell, prefetto degli Affari economici del Vaticano, ha riconosciuto che la chiesa cattolica ha commesso «enormi errori» consentendo che, nei secoli, migliaia di bambini fossero abusati e molestati da preti.

Testimoniando in videoconferenza da Roma con la Royal Commisson australiana che indaga sugli abusi del clero sui minor, ha ammesso inoltre che troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze». Pell è chiamato a rispondere sugli abusi commessi da sacerdoti quando era responsabile delle diocesi di Sidney e Melbourne.

«Non sono qui per difendere l’indifendibile» ha aggiunto il cardinale ascoltato in udienza in un hotel romano.