sabato 27 febbraio 2016

Chi controlla il codice domina il futuro

La Stampa
gianni riotta

Quando scoppiò lo scandalo metadati, la rete di comunicazioni personali raccolta dall’agenzia di intelligence americana Nsa e svelata dall’ex agente Snowden, «La Stampa» scrisse che la vera battaglia, oltre privacy e spionaggio, era sulle backdoor, porte d’ingresso riservate del software che regola telefoni e computer. Ora è scoppiata la battaglia, legale, politica e culturale, che oppone Apple a Fbi sul telefonino iPhone del terrorista Syed Riswaan Farook, che con la moglie ha ucciso 14 persone a San Bernardino.

Lo scontro conferma che accesso al software, alle cloud che conservano le informazioni, a backdoor, codici e password è l’equivalente nel XXI secolo di Khyber Pass, Via della Seta, Gibilterra, transiti strategici del passato. Chi li controlla domina il futuro.

Non abboccate alle opposte propagande. Apple non ha a cuore solo la privacy del clienti, come il suo amministratore Tim Cook proclama, né l’Fbi del direttore Jim Comey intende, con innocenza, acquisire prove contro la rete terroristica di Farook. Lo scontro, che arriverà forse alla Corte Suprema, dividendo campagna presidenziale e Congresso, è prologo di un cruciale dilemma strategico: chi comanda oggi, i vecchi Stati nazionali nati nel XVIII secolo, o impersonali network sovranazionali, aziende, lobby, gruppi di alleati?

Nel copione dell’ultimo film di 007, Spectre, l’agente segreto combatte, in nome dell’antico servizio della Regina, proprio una rete sovrannazionale dove crimine e tecnologia si fondono. Apple non è certo la Spectre, ha clienti che sono militanti appassionati fin dai tempi di Steve Jobs, ma il referendum in cui Cook s’è infilato è nitido, vi fidate più dello Stato, dell’Fbi o di Apple, marchio che definisce la vostra personalità?

È dunque fuorviante vedere nella battaglia Apple-Fbi la contraddizione Consumatore-Cittadino, mi schiero con il Brand o con la Bandiera? Molti americani non sanno come schierarsi, il 51% sta con Fbi, 38% con Apple, 11% incerti, perché, lo ha scritto bene Jeff Kosseff di Techcrunch http://goo.gl/ , nessuno apprezza che la polizia faccia capolino nei messaggini, ma nessuno vuole attentati Isis protetti dalla petulanza di Silicon Valley.

Apple osserva che, aprendo la «porta sul retro» all’Fbi o dando accesso ai codici, schiuderebbe a pirati informatici e terroristi pericolose scorciatoie. Fbi ribatte, invocando una legge del 1789, l’All Writs Act firmato di pugno dal presidente Washington, che non richiede accessi illimitati ma giusto una mano, che Apple sblocchi il cellulare di Farook. In realtà, Apple sa che oggi iPhone e il sistema iOs sono solidi, non più come ai tempi del kit russo Elcomsoft, bastavano 1500 euro e si guardava ogni iPhone. Ed Fbi sa altrettanto bene che il procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance, ha già pronte 175 richieste per leggere la memoria di cellulari che bloccano inchieste in corso.

È duello politico e culturale, la tecnologia fa da pretesto per ingenui e sentimentali. L’Fbi limita le richieste al minimo, e sceglie il caso estremo di Farook, per suscitare simpatia nella pubblica opinione, Apple parla di privacy e si fa appoggiare dai rivali di Facebook, Google, con la sola eccezione del prudente Bill Gates di Microsoft. Consapevole della posta in gioco, l’azienda dei Mac chiama a rappresentarla l’avvocato Theodore Olson, ex viceministro Giustizia che ha persuaso la Corte Suprema a far vincere Bush contro Gore nel 2000, ma poi ha ottenuto dalla stessa Corte via libera ai matrimoni gay.

L’avvocato Marc Zwilliger http://goo.gl/Dn8QU7 lavorerà su diritto e cibernetica, ad Olson tocca combattere la battaglia politica, come ai tempi in cui consigliava il presidente Reagan sullo scandalo Iran-Contras. Nessuno potrà mai accusarlo di essere tenero con i terroristi, la terza moglie, Barbara, morì nelle stragi dell’11 settembre.

È in ballo il nostro futuro: le mega aziende sono nazionali o «nuvole», cloud eteree anche nel diritto non solo in informatica? Impossibile deciderlo alla luce remota Destra-Sinistra, il populista Trump e la senatrice liberal Feinstein stanno con Fbi, Clinton e Sanders non si pronunciano per non dividere la base incerta. Se Apple e Google invocano status sovrannazionali per non pagare tasse in un certo Paese, la sinistra insorge contro di loro, se lo fanno in nome della privacy li difende con passione.

La decisione ultima toccherebbe alla politica, ma la gente non si fida più dei leader e, vista la campagna Casa Bianca 2016, come dar loro torto? Aspettatevi dunque lunga battaglia ed esito incerto, prima di capire chi comanda nel nostro futuro, se un Presidente, un Poliziotto, un Giudice, un Manager o magari un Computer Intelligente.

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Niente più monetine ai poveri. Il Comune di Roma adesso vuole i soldi della fontana di Trevi

La Stampa
giacomo galeazzi e ilario lombardo

A rischio la convenzione tra il Campidoglio e la Caritas: in ballo un milione l’anno. La rabbia dei volontari: “Ci trattano come se fossimo quelli di Mafia Capitale”


La Fontana di Trevi, progettata da Nicola Salvi in stile rococò, è adagiata su un lato di Palazzo Poli. Fu realizzata tra il 1732 e il 1762 da Giuseppe Pannini e appartiene al tardo barocco

Euro, dollari, rubli, sterline, yuan e yen. I milioni di turisti che arrivano in Italia, a Roma, e sorridenti lanciano le monetine nella Fontana di Trevi, non sanno che quegli insignificanti (per loro) spiccioli sono un prezioso aiuto per i poveri. Un automatismo che potrebbe finire schiacciato dalle esigenze di cassa del Comune e stravolto per sanare altri buchi di bilancio o coprire altre spese. 

Da anni il rito che mescola superstizione e romanticismo, per chi amante della Città Eterna compie quel gesto nella speranza di ritornare a Roma, è coperto da una convezione tra il Campidoglio e la Caritas diocesana della Capitale: i soldi raccolti finiscono in opere di beneficenza per indigenti, malati e senzatetto. Così sarà fino al 2017 e anche dopo se verrà rinnovata la convenzione. Si tratta di circa un milione di euro l’anno, una cifra che dal 2010 è stata sempre in aumento fino al 2014, quando sono partiti i lavori di restauro della Fontana, terminati a novembre.

Alla Caritas, però, sono preoccupati, perché le notizie che arrivano dal Campidoglio non rassicurano e al Vicariato, sede romana dell’organismo pastorale, lamentano l’assenza di interlocutori: «Non sappiamo con chi parlare e i soliti ostacoli burocratici non aiutano. Già non è stato per noi un bene che con il restauro il ministero abbia bloccato tutto». Il pantano politico di Roma ha fatto il resto e ha congelato anche questa decisione, lasciando però un sospetto: che il Comune voglia tenere per sé il patrimonio di monetine e dirottare le risorse altrove. 

Lo scorso ottobre poco prima della caduta di Ignazio Marino, la giunta capitolina ha approvato un provvedimento che rende il Campidoglio proprietario esclusivo di tutte le monete lanciate nelle fontane di Roma, dalla Barcaccia di piazza di Spagna al Tritone di piazza Barberini, da quella di Santa Maria in Trastevere a Madonna dei Monti. I cartelli appositamente installati dalla Sovrintendenza ai Beni culturali accanto alle opere informeranno i turisti che la raccolta servirà a finanziare il restauro dei monumenti, trasformando di fatto il lancio delle monetine in una donazione.

In quell’elenco, però, la Fontana di Trevi non c’è, proprio perché tuttora è in vigore la convenzione con la Caritas che scadrà il prossimo anno. Mesi fa la questione restò in sospeso. Poi, come si sa, tutto è precipitato. Pochi giorni dopo il provvedimento, a fine ottobre, sono arrivate le dimissioni di Marino e quasi contemporaneamente la Fontana progettata da Nicola Salvi è tornata a risplendere dopo 17 mesi di ponteggi per i lavori. 

La Caritas non ci vede chiaro e chiede una risposta che forse in pieno commissariamento non può ricevere: dovrà aspettare le elezioni e l’insediamento della nuova giunta per sapere che fine faranno le monetine, che vengono periodicamente raccolte, pulite, contate e, quando si tratta di valuta straniera, convertite in euro. 

Tra chi teme il peggio c’è Massimo Raimondi, storico responsabile delle case famiglia per i malati di Aids che la Caritas gestisce nel parco di Villa Glori: «Quei soldi sono fondamentali per tenere in piedi tutto questo – dice - . Anche perché dobbiamo ancora ricevere i rimborsi dalla Regione Lazio per i nostri servizi sociali e sanitari. A molti non è chiaro che quelle monete non vanno nelle nostre tasche, ma verrebbero sottratte agli ultimi che noi assistiamo. Dopo Mafia Capitale si fa una gran confusione. Parlano tanto di sussidiarietà e alla fine ci trattano come se fossimo Salvatore Buzzi ».