domenica 21 febbraio 2016

C’è un astronauta abbandonato nello spazio ed ha bisogno di 3 milioni di dollari per tornare a casa»

Corriere della sera

di Elmar Burchia

La storia (eccezionale) della mail (truffa) che chiede di salvare il nigeriano nello spazio



Totòtruffa 2.0: un astronauta nigeriano, tale Abacha Tunde, «primo africano nello spazio», è stato abbandonato dai russi in una Stazione Spaziale. Da 14 anni, o forse più. Sta piuttosto bene ma avrebbe anche voglia di tornare a casa. Per il rientro sulla terra sono però necessari almeno 3 milioni di dollari. Siete disposti ad aiutarlo? Vi aspetta una lauta ricompensa. E’ una storia bizzarra, senz’altro fuori dal mondo, quella raccontata nei giorni scorsi dai siti americani. Ed è completamente falsa. E’ una delle mille varianti della famigerata truffa alla nigeriana, che circola da metà degli anni ‘90. Alcuni la chiamano truffa dell'anticipo o «419scam», in omaggio alla legge 419 nigeriana del codice penale, infranta allegramente da oltre vent'anni.
Nigeria connection
La conosciamo bene: la mail spazzatura. Generalmente finisce direttamente nella casella dello spam, e non ce ne preoccupiamo più. I protagonisti della cosiddetta «Nigeria connection» sono spesso principi africani, uomini d'affari ed eredi in difficoltà. Il gioco è piuttosto semplice: ci contattano spiegando di avere una grossa somma che ci spetta ma - e qui sta l’inghippo - ci chiedono di anticipare dei soldi per presunte «spese burocratiche». Certo, oramai ci cascano in pochi. Tuttavia, la mail inviata da un sedicente Dr. Bakare Tund, «manager di progetti in astronautica dell'agenzia nazionale di ricerca spaziale nigeriana», è davvero creativa. E dobbiamo ammetterlo: la storia è eccezionale. Stavolta non è un principe o un riccone di un Paese africano la persona da aiutare, ma addirittura un astronauta nigeriano, il maggiore Abacha Tunde (cugino di Bakare).


Missione segreta
Dal 1990 il poveretto si trova completamente solo a bordo della stazione spaziale russa Salyut 8T per una missione segreta. È stato abbandonato in orbita dai russi dopo la sua seconda missione, al momento del crollo dell’Unione sovietica. L'autore della mail dice di voler raccogliere 3 milioni di dollari,  soldi che servono a pagare i russi e convincerli a riportarlo sulla Terra. E sì, Bakare Tund spiega che dopo tutti questi anni (14 è scritto nella mail) il cugino è ancora vivo, grazie ad alcuni voli occasionali con dei rifornimenti. In realtà, dalla fine del blocco comunista di anni ne sono passati quasi 25, ma non è l'unica incongruenza della lettera.
La ricompensa
L’astronauta, si legge nella mail, non ha problemi di soldi. Anzi. La sua paga arretrata accumulata è arrivata a 15 milioni di dollari. C’è solo un problema: in qualità di funzionario del governo il Dr. Bakare non può aprire un conto estero. Ecco perché chiede aiuto. La richiesta è che il destinatario della lettera fornisca i dati del proprio conto corrente, in modo che i parenti dell’astronauta possano fare trasferire lì il denaro arretrato. La ricompensa per chi volesse aiutare il solitario astronauta? Dopo aver detratto i costi dell’operazione, il 70 per cento del patrimonio dell’astronauta. La mail spazzatura dell’astronauta abbandonato nello spazio circola già dal 2004 e vanta parecchie varianti: una volta è il fratello a chiedere aiuto, una volta la paga arretrata accumulata è di 30 milioni e la ricompensa di 600 mila dollari. In ogni caso, viene sempre promesso un ottimo affare - a chi ci casca.

20 febbraio 2016 (modifica il 20 febbraio 2016 | 15:06)

Tre Italia e il blocco alle pubblicità Ecco che cosa cambia per la Rete

Corriere della sera

di Davide Casati

Tre e Three Uk si preparano a lanciare un sistema ad-block in grado di bloccare tutta la pubblicità. Una mossa che, se adottata da altre compagnie telefoniche, potrebbe causare enormi problemi a giganti del web come Facebook e Google



La notizia, rivelata dal Wall Street Journal, è arrivata a sorpresa. Tre Italia e Three Uk hanno annunciato di essere pronti a mettere in campo — grazie a una startup israeliana, Shine Technologies — un sistema in grado di bloccare «alla fonte» la pubblicità che arriva sui cellulari. Si tratta di una svolta potenzialmente clamorosa, scrive il Journal: perché se finora le tecnologie in grado di bloccare la pubblicità si basavano su app o plugin — l’utente scaricava software in grado di «fermare» la pubblicità, e il gioco era fatto — questa mossa fermerebbe i banner molto prima della soglia dei nostri schermi: «a livello della rete telefonica, là dove passano i dati del web».
«Perché pagare la pubblicità?»
La ragione, spiegano dalla casa madre dei due operatori, è semplice: perché gli utenti devono pagare per il traffico rappresentato non dai contenuti cui vogliono accedere, ma dalla pubblicità? Il punto è che di solito i piani telefonici prevedono una quantità di traffico dati «prepagata»: ma anche i banner pubblicitari «consumano» parte di quel traffico (addirittura il 20 per cento, secondo Tre), senza che nessuno abbia mai richiesto di vedere quegli spot.

E poi: perché gli utenti devono vedersi sottrarre pezzi della loro privacy da banner sempre più invadenti? Tre — che in un comunicato spiega di voler fermare «la pubblicità eccessiva e irrilevante» — ha anche stilato una lista di punti cui gli investitori dovrebbero adeguarsi, per poter «passare» il filtro del suo adblocker: gli utenti non dovrebbero pagarla, la privacy dei clienti dovrebbe essere messa al sicuro, e i consumatori dovrebbero poter ricevere solo gli spot rilevanti. Tre condizioni non semplicissime: senza le quali, lo spot sarebbe «fermato» alla fonte.
Le paure dei giganti
Il punto, però, è che su questo modello di business — servizi gratuiti in cambio di pubblicità (e di accesso ai dati degli utenti, soprattutto) — si basano i giganti del Web, da Google a Facebook. Che già si erano parecchio adombrati quando, lo scorso anno, Apple aveva deciso di permettere ai suoi clienti di scaricare app in grado di stoppare la pubblicità. Ma alle quali un ad-blocker a livello di rete potrebbe causare danni ben più gravi: tanto che associazioni di categoria, come la Interactive advertising bureau Europe, parlano già del «rischio per l’indipendenza della Rete», di «violazione della neutralità del Web» e di «interferenza nel libero commercio».

Nulla di tutto questo, spiega Tom Malleschitz, chief marketing officer di Three UK: chiunque lo volesse potrebbe ripristinare le pubblicità, ma lo farebbe volontariamente. «Il punto non è eliminare gli spot, ma dare il controllo agli utenti. Il principio è quello del parental control: nessuna violazione della net neutrality». Il futuro della Rete potrebbe passare anche da questa disputa.

21 febbraio 2016 (modifica il 21 febbraio 2016 | 09:03)

Siamo tutti figli delle carte di credito e del filo spinato"

Eleonora Barbieri - Dom, 21/02/2016 - 08:17

Massimiano Bucchi e le innovazioni che hanno cambiato la nostra vita: "Alcune, come la tastiera, nascono dalla tradizione. Altre la capovolgono"



«La prima che ho scelto è la tastiera, perché la sua storia racconta qualcosa a cui non si pensa: innovare non è solo fare qualcosa di nuovo, richiede un rapporto con la tradizione».Quindi la tastiera, appunto, è la prima delle «innovazioni che hanno cambiato la nostra vita» di cui parla Massimiano Bucchi (professore di Scienza, tecnologia e società all'Università di Trento) nel suo libro Per un pugno di idee, da poco pubblicato da Bompiani (pagg. 359, euro 13).

Che cosa c'entra la tastiera con la tradizione?
«La tastiera ricalca uno dei primi modelli di macchina per scrivere. Lo inventò un giornalista, era il 1868: fece questo prototipo per scrivere più velocemente e all'inizio lo impostò come avremmo fatto tutti, con le lettere in ordine alfabetico».

Non andava bene?
«No, perché battendo rapidamente sui tasti le lettere si accavallavano. Allora disegnò una disposizione su tre livelli, con una sequenza che minimizzasse le possibilità di scontro. Ed è quella che ancora abbiamo sulla tastiera perché, ormai, l'abbiamo memorizzata tutti».

Altre innovazioni però rompono decisamente con il passato.
«Creano abitudini nuove. Per esempio l'audiocassetta, che è collegata a un'altra innovazione, il walkman: la prima ha portato la musica ovunque, anche nei Paesi più sperduti e ha permesso di creare le prime compilation, le antenate delle playlist; il secondo ha introdotto un modo nuovo di ascoltare la musica e una abitudine come la condivisione».

Con le cuffie «a metà»?
«Certo, si ricorda Il tempo delle mele? E ha inaugurato il multitasking: ascolti la musica in giro, facendo altro. Poi ci sono innovazioni grandiose che nascono grazie all'imitazione, anziché all'originalità».

Ci sono invenzioni non originali?
«Innanzitutto, l'innovazione è più di un'invenzione: fra le tante, potenziali invenzioni, ogni tanto qualcuna incontra un cambiamento epocale. È il caso della Moka, la caffettiera inventata da Alfonso Bialetti nel 1933 e, da allora, praticamente mai modificata. Un simbolo di italianità, esposto anche al Moma di New York».

E non è originale?
«Bialetti voleva creare uno strumento per fare il caffè che tutti potessero utilizzare facilmente, a differenza della napoletana. Ed ebbe l'idea osservando le lavandaie che facevano percolare la lisciva... insomma, per imitazione».

Fu subito un successo enorme. Come mai?
«Ci sono innovazioni che vengono accolte subito dai consumatori, come la Moka. In altri casi accade il contrario: la tecnologia è disponibile, ma la società non la usa, non è ancora pronta al cambiamento che comporta. Come la cintura di sicurezza».

Quando è nata?
«Fu brevettata da un francese ai primi del Novecento, ma ci vollero almeno cinquant'anni perché la società percepisse il problema della sicurezza. Le case automobilistiche non erano interessate, i primi codici stradali sono degli anni Sessanta. Tutto merito della testardaggine di alcune persone: un assicuratore, che voleva risparmiare sui premi della sua compagnia; e un avvocato, il futuro candidato alla presidenza Usa Ralph Nader, che fece la battaglia di opinione pubblica. Fu una innovazione collettiva».

Ci sono casi contrari, in cui c'è l'idea, ma manca la tecnologia?
«Il web. Paul Otlet, un belga visionario, di professione bibliotecario, inventò un formato di scheda bibliografica che utilizziamo ancora oggi. E nel 1910 immaginò una rete mondiale di informazioni, offrendo un servizio simile a un motore di ricerca».

E come faceva?
«Riceveva richieste via posta e rispondeva usando le sue schede, connettendo fra loro informazioni diverse: il suo sogno era una classificazione di tutta la conoscenza, voleva riuscire ad archiviare tutto, immagini, dati... Però in analogico. Gli stessi inventori del web Robert Cailliau e Tim Berners-Lee l'hanno indicato come il loro precursore».

Se dovesse scegliere una innovazione?
«Il filo spinato. Nasce nel 1873 per risolvere un grosso problema: con l'espansione a Ovest infatti gli americani hanno bisogno di recintare il bestiame e le proprietà terriere, ma le palizzate in legno hanno un costo economico insostenibile, pari al debito nazionale».

E come viene inventato?
«Anche in questo caso, per imitazione. Della natura. Alcuni iniziano a usare una pianta texana, la maclura, che però attira insetti e cresce un po' come e dove vuole. Allora un agricoltore mette a punto una imitazione artificiale della maclura, due commercianti la vedono a una fiera e la brevettano. È solo un filo di ferro arrotolato, con le punte. Semplice e geniale. In pochi anni viene prodotto a tonnellate».

Perché ha cambiato la nostra vita?
«Senza, l'economia americana non avrebbe potuto svilupparsi come ha fatto. Non sarebbe quella di oggi. Un ruolo che si può paragonare solo a quello delle carte di credito».

Una invenzione tormentata.
«Quasi romanzesca. Nel '58 un commerciante in crisi, Stanley Dashew, sentì per caso parlare di un nuovo metodo per stampare in rilievo su plastica e pensò di utilizzarlo per le carte di credito. Che allora erano proprio di carta e quindi si rovinavano, con grossi problemi di sicurezza e affidabilità».

Come riuscì Dashew a imporre le carte in plastica?
«Si presentò dai dirigenti delle grandi banche americane con le carte coi loro nomi già stampati sopra. Fece colpo. Non solo ha consentito di risparmiare tonnellate di carta per le banconote, ma negli Stati Uniti la carta di credito è anche un mezzo di finanziamento: per dire, i giovani Brin e Page hanno usato delle carte di credito per avviare la loro società, Google...».

Morto padre Cardenal: in Nicaragua sfidò il Vaticano

repubblica.it

Era stato ministro dell'istruzione del governo sandinista. Fu sospeso "a divinis" e poi riamesso nell'ordine dei gesuiti

Morto padre Cardenal: in Nicaragua sfidò il Vaticano

Fernando Cardenal, un prete del Nicaragua che negli anni 80 sfidò l'ordine del Vaticano di lasciare il governo rivoluzionario sandinista in cui era ministro dell'istruzione, è morto ieri a Managua all'età di 82 anni. All'epoca affermò, ricorda Bbc online, che avrebbe "commesso un grave peccato" se avesse lasciato il governo sandinista. "Non posso concepire che Dio mi chieda di abbandonare il mio impegno per la gente", disse in un'intervista.

Cardenal era nato a Granada, in Spagna, nel gennaio del 1934. Personalità notissima al tempo della guerra civile in Nicaragua (1979), assieme al fratello anche lui sacerdote e poeta Ernesto,  e al sacerdote Miguel d'Escoto Brockmann, fu sospeso 'a divinis' per aver abbracciato la lotta armata con la quale il Comandante (e poi presidente) sandinista Daniel Ortega mise fine alla dittatura del dittatore Anastasio Somoza. La misura disciplinare venne tolta nell'agosto del 2014 da Papa Francesco.

Già durante la fase sandinista, prima di essere ministro dell'istruzione tra il 1984 e il 1990, Cardenal promosse e coordinò una grande campagna di alfabetizzazione, che gli valse un riconoscimento mondiale da parte dell'Unesco. Grazie a quella campagna, almeno 500.000 nicaraguensi impararono a leggere e a scrivere. Nel '97, dopo aver ripetuto un anno di noviziato tra i diseredati del Salvador, a 63 anni Cardenal fu riammesso a pieno titolo nell'ordine dei gesuiti, da cui era stato espulso nel 1984 proprio per aver fatto parte del governo sandinista.


Così Francesco perdona il sacerdote sandinista
repubblica.it
Omero Ciai


NON è la pace del Vaticano con la teologia della liberazione. Ma la revoca della sospensione "a divinis" a padre Miguel d'Escoto Brockmann, 81 anni, ex ministro degli esteri sandinista, voluta ieri da Papa Francesco è l'ennesimo segno d'apertura e perdono verso quei sacerdoti che negli anni Ottanta scelsero in America Latina l'impegno politico. Con i fratelli, Ernesto e Fernando Cardenal, Miguel d'Escoto fu uno di quei sacerdoti che con la rivoluzione sandinista del 1979 andarono al potere e subirono, in piena era wojtyliana, la dura sanzione di essere allontanati da una Chiesa molto preoccupata dall'infiltrazione marxista della Teologia della liberazione che a quei tempi faceva proseliti nei Paesi sudamericani.

Ora padre d'Escoto, che da qualche anno ha abbandonato l'impegno politico attivo, ha scritto al Papa chiedendogli di poter celebrare di nuovo l'eucarestia «prima di morire» e Francesco glielo ha concesso. «Solo un gesto umanitario», ci tengono a sottolineare in Vaticano, aggiungendo in una nota ufficiale che: «I contesti e le epoche sono diverse e che non si tratta di una questione dottrinale ma disciplinare. Quindi di un gesto di misericordia verso un sacerdote che lo aveva esplicitamente chiesto. Interpretare nel senso di discontinuità e rottura fra due pontificati rappresenta una forzatura storica».

L'episodio più controverso di quegli anni avvenne all'aeroporto di Managua nel marzo del 1983 quando Papa Wojtyla alzò il suo indice ammonitore contro padre Ernesto Cardenal, inginocchiato davanti a lui, perché nonostante fosse un sacerdote aveva accettato l'incarico di ministro della Cultura nel primo governo di Daniel Ortega. Una immagine che fece il giro del mondo e fu un colpo durissimo per decine di preti che avevano abbracciato la causa dell'azione concreta per i più poveri lanciata dal teologo peruviano Gustavo Gutiérrez (ricevuto recentemente da Papa Francesco) e da Leonardo Boff. Quel giorno d'Escoto non c'era ma insieme a Ernesto Cardenal più tardi venne sospeso "a divinis" dal Vaticano.

Nicaraguense ma nato a Los Angeles nel 1933 d'Escoto, dopo gli studi di ingegneria a Berkeley, entrò in seminario e divenne sacerdote nel 1961. Nel 1975 si unì al movimento sandinista che combatteva in Nicaragua contro la dittatura di Anastasio Somoza. Con la vittoria della guerriglia, nel 1979, entrò nel governo e fece il ministro degli Esteri fino al 1990. Nei mesi di massima tensione, quando Reagan guidava la controrivoluzione dei contras in Nicaragua e Papa Wojtyla combatteva la teologia della liberazione, ad eliminarlo ci provò la Cia. Per Natale gli regalarono una bottiglia di "Bénédectine", pregiato e noto liquore d'erbe dei frati francesi, avvelenata. Non funzionò e la rivelazione del complotto provocò l'ennesima crisi diplomatica fra l'America che, fra Salvador e Nicaragua, interveniva nel "cortile di casa" centroamericano e l'esecutivo rivoluzionario allora appoggiato da Cuba e dall'Urss.

Prima e dopo il suo impegno al ministero degli Esteri d'Escoto si è impegnato nei processi di pacificazione della regione centroamericana. Alle Nazioni Unite, dove venne nominato presidente dell'Assemblea generale nel 2008, lo soprannominarono il "Mandela sudamericano". Esperto di politica estera, gran viaggiatore, d'Escoto al contrario di altri sandinisti della prima ora è rimasto fedele al movimento anche dopo il ritorno, molto più controverso, di Daniel Ortega al potere, conservando fino a qualche tempo fa un incarico di consigliere. Sulla sospensione "a divinis" e gli anni dello scontro più violento con l'imperialismo nordamericano e con Papa Wojtyla valgono le parole di Ernesto Cardenal quando a proposito scrisse che a suo giudizio il Papa si sbagliò. Non capì che la «nostra» rivoluzione non era contro un regime anticristiano come in Polonia, ma «era appoggiata massicciamente dai cristiani, in un paese cristiano, e dunque era una rivoluzione molto popolare».

LA SOSPENSIONE
Sopra, Miguel d'Escoto Brockmann, il religioso sospeso "a divinis" perché rifiutò di lasciare il ruolo di ministro degli Esteri nel governo sandinista come chiesto dal Vaticano. Di lato, Papa Wojtyla ammonisce un altro sacerdote ministro, Ernesto Cardenal, a Managua nel 1983

Papa Francesco non è così liberale come si dice

ilfattoquotidiano

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A me sembra che, come capita spessissimo da poco meno di tre anni a questa parte, le parole pronunciate ieri da Papa Francesco in una chiacchierata con i giornalisti abbiano suscitato qualche entusiasmo di troppo in tanti commentatori nostrani. A cominciare dal giudizio che Francesco ha dato del programma elettorale di Donald Trump: non cristiano, così l’ha definito il papa.

È un giudizio molto severo, ovviamente perfettamente legittimo e per tanti versi nella sostanza assolutamente condivisibile, che tuttavia non solo rappresenta una pesante invasione nella politica interna degli Stati Uniti, ma che soprattutto appare un inaspettato regalo offerto al candidato della destra xenofoba, che infatti, gongolante di gioia, ha subito replicato dicendo che il Papa dovrebbe al contrario sperare che lui diventi presidente perché sarebbe l’unico in grado di proteggere il Vaticano dagli attacchi terroristici islamisti.

Sono un omaggio a Trump quelle parole perché è come se il papa si fosse messo sullo stesso piano del politico xenofobo che l’aveva già attaccato personalmente nei giorni scorsi per via delle sue posizioni sulle migrazioni. Immagino che Trump abbia cercato la polemica con Francesco perché quest’ultimo negli Stati Uniti è percepito da tanti come un pericoloso socialista, un difensore troppo radicale degli interessi dei poveri e degli ultimi. Attaccando il Papa, Trump ha fatto mostra di essere il miglior garante delle posizioni più radicalmente conservatrici molto forti nel suo elettorato.

In altre parole, si è ulteriormente accreditato come campione dell’estrema destra attaccando un uomo che in tanti percepiscono come appartenente allo schieramento opposto. Una strategia perfettamente funzionale alla campagna per le primarie nel suo partito. Una strategia che il Papa ha in qualche modo accreditato menzionandolo esplicitamente in modo polemico, commentando per esteso le sue dichiarazioni, facendo l’esegesi del Trump-pensiero. Forse era stanco, come sostiene Michael Novak. Forse non ha resistito al desiderio di bacchettare un politico che non sopporta.

Sta di fatto che quell’intervento ha finito per assomigliare ad un battibecco elettorale. Tutt’altro effetto avrebbe prodotto un generico richiamo alla necessità di non alzare muri e barriere, facilmente estendibile anche a quei politici europei e cattolici (ungheresi e polacchi) che nel progettare il respingimento dei migranti sono ben più avanti degli americani. Nel seguito della conversazione con i giornalisti poi, Francesco è intervenuto anche sui temi di casa nostra. In particolare, ha detto che non vuole immischiarsi nella politica italiana, aggiungendo però, da un lato di aver su questo tema delegato i vescovi italiani, dall’altro di auspicare che i parlamentari cattolici votino secondo la propria coscienza “ben formata”.

Per chiarire a cosa intendesse riferirsi con quel “ben formata” ha citato il voto parlamentare argentino sul matrimonio gay e in particolare la dichiarazione di un parlamentare che disse “Preferisco dare il voto alla Kirchner e non a Bergoglio”. Cioè, preferisco votare la concessione di diritti ai gay che negargliela. “Questa non è coscienza ben formata” ha concluso Bergoglio, che in quella vicenda interpretava esattamente la parte che oggi recita Bagnasco, cioè quella di fermo oppositore delle unioni omosessuali. Del resto, pochi giorni fa, nella storica dichiarazione comune sottoscritta col patriarca russo Kirill, si lege che “la famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. […]

Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.” Insomma, almeno su questo, Francesco non è certo un innovatore, aderendo completamente, come egli stesso ha ripetuto tante volte, alla visione tradizionale della Chiesa. La novità che egli porta consiste nel non assegnare più a questi temi una priorità assoluta nella vita del cattolicesimo e a portare al contrario alla ribalta quelli dell’impegno sociale, civile e politico, che nella chiesa dei suoi predecessori erano spesso lasciati sullo sfondo, anche se mai del tutto dimenticati.

A questo ribaltamento Francesco affianca lo stile misericordioso e inclusivo dell’ospedale da campo. Quello nel quale eventualmente accogliere, quando sarà il momento, quei deputati cattolici che non votarono come desiderava il vescovo di Buenos Aires Bergoglio o quei deputati cattolici italiani che domani potrebbero votare il disegno di legge Cirinnà. La misericordia e il perdono valgono insomma per tutti nella chiesa gesuitica di Francesco. Fatta eccezione per il cattivo Donald Trump.

Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2016

Matteo, impiccati!»

Massimo Restelli – Gian Maria De Francesco

Renzi 2

Narra Giulio Cesare Croce che Bertoldo, condannato a essere impiccato dal re Alboino, come ultimo desiderio chiese di scegliere l’albero al quale offrire il collo. Il monarca, affezionato al contadino sebbene adirato per la sua salacità, gli fece la concessione. Il sagace villano scelse, dopo un lungo girovagare con i suoi boia, un albero di fragole e Alboino, divertito dallo stratagemma, lo graziò.

Anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dopo aver supinamente accettato le regole del bail-in bancario e fatto oggetto della protervia tedesca che non ammette sovvenzioni per la gestione dei crediti in sofferenza, è sostanzialmente condannato all’impiccagione. Esaminiamo brevemente le proposte di scelta dell’albero che gli sono, nel frattempo giunte.

  1. Default totale. È la ricetta suggerita a fine dicembre dal consigliere di Angela Merkel, Lars Feld. Le banche italiane non ce la fanno a gestire 350 miliardi di crediti problematici (dei quali 200 miliardi di sofferenze lorde). Meglio che l’intero Stato italiano faccia default, ripudiando i suoi 2.200 miliardi di debito, inmodo che con la Troika (Commissione Ue, Bce e Fmi) si trovi una soluzione per le sue banche che possa contemplare un aiuto di Stato alla greca.
  2. Bail in generale. È la proposta di impiccagione formulata ieri dal Financial Times. Inutile girarci attorno, le banche italiane non ce la faranno mai. Non si può guardare troppo per il sottile sulle perdite dei piccoli risparmiatori e autorizzare un bail in generalizzato all’interno del quale lo Stato potrebbe anche concedere alcuni aiuti al settore. In pratica, la prima banca da mollare sarebbe il Monte dei Paschi e poi, a cascata tutte le altre.
  3. Compiti a casa. È la soluzione prospettata dagli amici di Mario Draghi secondo cui Matteo Renzi ha fatto troppo deficit con la sua ultima legge di Stabilità indispettendo un po’ tutti. Meglio tornare a fare i «compiti a casa» tagliando la spesa pubblica e imponendo una bella patrimoniale all’occorrenza. L’Italia sarebbe così degna di fiducia dei suoi partner, ma probabilmente ancora in recessione. Ma forse un aiutino alle banche potrebbe darlo.
  4. Il pacco regalo. Visto che la GACS (garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni delle sofferenze) non serve a niente, si può cercare di addolcire la pillola. Nei veicoli per la cessione dei crediti che accedono ala garanzia pubblica si possono mettere i crediti in bonis che aiuterebbero a pagare il cedolone ai bond e la garanzia allo Stato. È la soluzione del think tank di Bruxelles (fondato da Mario Monti) Bruegel. Anche questa prospettiva è svantaggiosa: le banche si azzoppano i bilanci cedendo le sofferenze al veicolo a prezzo di mercato e si azzoppano pure il conto economico perché cedono margine di interesse sui crediti in bonis per pagare il debito.
Matteo come Bertoldo ha a disposizione anche l’albero di fragole. È la soluzione proposta da Confindustria, ma che ormai piace anche all’Abi e a Bankitalia: «Sospendiamo il bail in e rimettiamo il credito in circolo!». Nella notazione di Confindustria c’è del conflitto di interessi visto che le imprese che non ce la fanno a rimborsare i prestiti sono causa del problema, ma sorvoliamo. Ammettiamo che sia possibile impiccarsi all’albero di fragole: significa contravvenire a un’intesa europea e cominciare a mettere in discussione un sacco di accordi stipulati dal Trattato di Maastricht, al Fiscal Compact fino all’euro stesso. Sarebbe un azzardo? Deve prevalere lo Stato di necessità? Bisogna suicidarsi? Ai posteri l’ardua sentenza.

Umberto Eco e i segreti del romanzo: così ho rivisto «Il nome della rosa»

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

I ripensamenti e l’opera di riscrittura: «La mia scelta del postmoderno oggi si sta rivelando ancora più attuale». I timori che potesse rivelarsi un flop. «Quando lo lesse il mio editore francese mi disse: la balena è troppo grande, non può stare a galla»



«Ancora un’ intervista sul Nome della rosa ! Oh mamma mia...». D’ accordo, professore, in trent’ anni ne avrà fatte tante, di interviste, ma è appena uscita la nuova edizione riveduta e corretta, avrà visto che...

«Su Internet continuano a parlare della “riscrittura” del Nome della rosa , anche se non è una riscrittura, per cui se alla fine ci saranno degli ingenui che la comperano credendola diversa, peggio per loro. Sono stati avvertiti in tutti i modi». L’ ampio salone di casa Eco guarda sul Castello Sforzesco in una giornata freddissima. Gli ottant’ anni appena compiuti passerebbero pressoché inosservati se in un angolo non ci fosse, a testimoniare i disagi dell’ età, la collezione di bastoni di cui Umberto Eco sembra molto fiero. È meno fiero della sciatica, che non lo lascia in pace da tempo.

Dunque, se parlare di riscrittura è un po’ esagerato, parliamo di revisione? «Sono cose che fa chiunque. Sugli altri miei libri, di ristampa in ristampa, man mano che arrivavano segnalazioni di lettori e traduttori, cambiavo e correggevo, ma non se n’ è accorto nessuno».

Che bisogno c’ era di rivedere un romanzo che ha avuto tanto successo?
«In massima parte l’ ho fatto per fastidio mio. Mi davano noia certe espressioni o ripetizioni. Per il lettore ho fatto piccoli aggiustamenti alleggerendo le citazioni latine, anche se avrei potuto fregarmene del lettore visto che il libro ha venduto trenta milioni di copie (ormai dicono, ma forse è la metà). Insomma, a trent’ anni di distanza, non avendolo mai toccato mi sono preso il divertimento di fare le pulizie di Pasqua».

Perché «dicono» e «forse»? Non conosce la tiratura? «No, né io né l’ editore italiano, perché all’ epoca non esistevano ancora le convenzioni con tutto l’ Est europeo, la Cina e qualche altro Paese orientale. Quindi traducevano senza dirtelo, e ovviamente senza pagare i diritti. Se non ti mandano rendiconti non sai quante copie hanno venduto, e ti devi basare su congetture».

L’ha irritata quel che ha scritto il critico Pierre Assouline su Le Monde: che lei ha voluto semplificare la lingua del romanzo per avvicinarlo ai nativi digitali? «Ma sì, era un caso di scarsa serietà: si sono messi a parlare senza aver visto il libro. Ma sa, l’ Espresso mi ha appena mandato l’ articolo di un giornale spagnolo online, dove si racconta che sono stato sorpreso in auto dalla polizia di Madrid con una prostituta, sono stato messo in carcere, mi sono ribellato... E già ci sono i commenti dei blogger alla notizia. Cosa devo fare? Andare per avvocati? Poi l’ editore spagnolo mi ha informato che si tratta del sito di due ragazzi specializzati in falsi del genere, e che nessuno prende sul serio. Per fortuna».

Che effetto le fa rileggersi? «Succede per i propri scritti quel che succede per i libri altrui. Ci sono testi di Pavese o di Calvino che ti hanno entusiasmato, ma leggendoli dieci anni dopo pensi: beh tutto qui... Poi passano ancora dieci anni, li riapri e dici: no no, sono molto belli. Dipende dall’ umore, dal clima, dall’ umidità che c’ è nell’ aria, come le sciatiche. Così, leggi una tua pagina e ti dici: guarda che roba schifosa che ho fatto, la rileggi un anno dopo e pensi: mica male. Ho riletto Il fu Mattia Pascal pochi mesi fa e mi sono detto: mah, niente di speciale. Per questo bisognerebbe impedire l’ esistenza della critica militante».

Perché?
«Perché è troppo meteoropatica. La critica accademica supera l’ occasionalità: leggi un libro anni dopo, ci lavori, ci torni sopra, lo studi... La critica militante invece dipende dal tempo che fa e dall’ umido che arriva. Una volta usciva un libro di Moravia, il direttore del Corriere lo dava a Emilio Cecchi per la recensione, ma non da fare subito: così Cecchi poteva passare anche due, tre mesi su un libro, aveva il tempo di ruminarlo. Oggi invece la recensione te la chiedono per domani, anzi ancora prima».


Veniamo alla revisione. Ha lavorato soprattutto sulle ripetizioni?
«Ho visto un curioso articolo di Giuseppe Antonelli che diceva: Eco ha tolto settatore per mettere seguace e poi però due pagine dopo ha lasciato settatore ... Ma è per quello che l’ ho fatto, per evitare la ripetizione! È normale, se hai due volte la stessa parola non è che la sostituisci due volte».

Ma le ripetizioni sono sempre un difetto da correggere?
«Nella mia traduzione di Nerval ho rispettato tutte le ripetizioni dell’ originale. Avrà avuto qualche ragione, l’ autore, se le ha lasciate: io avrei potuto migliorarlo, ma andando a orecchio mi sono accorto che lui non voleva. Vabbé che era matto, ma non così stupido da ripetere tante volte lo stesso termine senza volerlo».

Con il computer le pulizie di Pasqua sono anche troppo facili. «Il primo romanzo che ho lavorato al computer è stato Il pendolo , ma con un sistema di scrittura che non consentiva il controllo. L’ isola del giorno prima invece l’ho scritto in Word e sia pure capitolo per capitolo potevo andare a cercare le ripetizioni. Chissà cosa avrebbe fatto Manzoni se avesse avuto Word: il suo lessico era poverissimo e con le concordanze si è scoperto che bene e buono vengono ripetuti un numero impressionante di volte... Ma era la scelta stilistica di un linguaggio popolare e affabile o un accidente precomputer?».

Le piace che venga definito un lavoro di cosmesi?
«Mah, non ci trovo niente di male, se cosmesi non è caricarsi di fard, ma pettinarsi e dare una spuntatina ai baffi... Certo, quando Manzoni comincia a passare dalla Ventisettana alla Quarantana, più che di cosmesi bisogna parlare di un ripensamento. Però se si riprende in mano un libro per dare una sforbiciata qua e là, io parlerei, come tutti, di revisione».

Però i ritratti di Guglielmo e del bibliotecario Malachia hanno subìto più che un lavoro cosmetico: cambiano nell’ aspetto fisico, più lieve e meno grottesco. «Il fatto è che quando scrivevo Il nome della rosa mi compiacevo di un certo gusto citazionistico, poi diventato il segno del postmoderno, che non era ancora così diffuso. Dopo trent’ anni uno dice: diamoci una regolata... Nel ritratto del bibliotecario c’ era una citazione dal Confessionale dei penitenti neri . A distanza di tempo non mi sembrava indispensabile e l’ ho tolta. A Guglielmo ho tagliato i ciuffi di peli giallastri alle orecchie, ma non c’ entra il fatto che volevo farlo somigliare a Sean Connery, come è stato detto».

E allora perché questo lavoro di forbici?
«Colpa di Sherlock Holmes. Mi sono pentito infinitamente di avere insistito troppo agli occhi del lettore sul richiamo a Sherlock Holmes con il cognome di Guglielmo da Baskerville. Non ne avevo bisogno, mi ci stavo divertendo ma provocava troppe analogie, dunque gli ho tagliato i peli delle orecchie. Ecco, se questa è cosmesi, va bene. Sono gli unici ritratti che ho cambiato. Li ho resi più indipendenti da altre fonti non indispensabili. In fondo, perché dovevo fare questi ritratti neogotici avvalendomi della trascrizione dell’ abate Vallet? Ora sono più medievali».

Ha ridotto anche gli elenchi: sta venendo meno la sua passione per le liste?
«L’elenco deve avere le sue dimensioni giuste. Il libro del telefono è troppo lungo, non lo metterei nell’ Ulisse . Ho alleggerito l’ elenco della Coena Cypriani : nell’ 80 avevo il gusto di scoprire questo testo incredibile, cogliendo tutti i riferimenti, ma per il lettore normale era uno scoglio un po’ difficile da superare. Non volevo finire come Mozart a cui Giuseppe II rimproverò: troppe note».

Un romanzo nato in piena temperie postmoderna e diventato simbolo di quella cultura: come va letto oggi che il postmoderno è al tramonto?
«Prima obiezione: è proprio vero che non è più nell’ aria? Solo dopo il romanzo, scrivendo le Postille , sono andato a leggermi John Barth, Donald Barthelme, i teorici del postmoderno, e mi sono reso conto che evidentemente era quello lo Zeitgeist . Ora mi pare difficile dire che sia stata superata quella fase: l’ hanno superata forse tanti narratori commerciali, tornati al racconto dei sentimenti, ma Freedom di Franzen non è forse postmodern? Bisognerebbe pensarci su. Seconda obiezione: ammettiamo pure che gli elementi del postmoderno, il citazionismo, il lavoro meta- meta- eccetera, non corrispondano più ai tempi, però un’altra delle condizioni del postmoderno — e su questo ha scritto su di me, per esempio, Linda Hutcheon — è il doublecoding , una forma di scrittura che a un livello strizza l’occhio a un lettore colto, a un altro livello si rivolge a un lettore più ingenuo che non coglie la strizzata d’ occhi».

Facciamo un esempio.
«Una scena che si può definire tipicamente postmoderna è la scopata di Adso in cucina. Si tratta di un collage di brani di mistici medievali che parlavano di visioni di Dio, ma messo lì in quel contesto sembra che alludessero al sesso, il che peraltro era vero. Infiniti lettori l’ hanno presa come una bellissima descrizione di un amplesso e basta, compreso Jean-Jacques Annaud che ne ha fatto un orgasmo senza teologia. Insomma, c’ è un gioco di doppia codifica. Anche un quadro di Max Ernst si può guardarlo come fosse un’ opera surrealista alla Dalì, senza rendersi conto, con un brivido in più, che si tratta di un collage di pezzi preesistenti».

Del resto, postmoderno o no, lo sanno tutti che la letteratura si fa anche sulla letteratura... «C’ è una famosa battuta degli anni 60: Pasolini sa che il romanzo è morto ma non va a dirlo in giro per non far dispiacere alla mamma. Il lettore si spaventa se vai a dirgli che Omero citava degli aedi precedenti. Ci sono cose su cui la gente si impaurisce. Ricordo che una volta da Maurizio Costanzo c’ era Vanni, il nipote, molto simpatico, di Leopardi: parlava di quando il prozio Giacomo andava al casino. A sentirlo in tv la gente si è scandalizzata, non poteva accettare un’ ovvietà così offensiva. Ma certo che Leopardi andava al casino! Siccome poveretto non era bellissimo, se la cavava così. Allo stesso modo non si può accettare che Ariosto non facesse altro che citare i poeti precedenti, ma la letteratura si parla addosso molto più di quel che si pensa».

Come reagirono i suoi colleghi universitari al successo del Nome della rosa?Invidia?
«Intanto vorrei precisare che è solo dopo il romanzo che ho ricevuto 38 lauree ad honorem e quindi pare che i colleghi universitari l’abbiano presa bene. Caso mai sono i non universitari. In Italia, per ovvie ragioni qualcuno ha detto: ma questo faceva il cameriere in un bar e ora ha messo su un happy hour ! Non era invidia, era non accettazione del vicino di casa. Anche perché in casa si conosce un’ infinità di mie attività zuzzurellone, come il Diario minimo e quelle cose lì, mentre all’ estero appaio solo come autore di libri seri. C’ è poi un’ altra caratteristica italiana. Se negli Stati Uniti Philip Roth vende molti libri, questo non ne diminuisce l’ immagine che la critica se ne fa. Potrei mostrarle — ma bisognerebbe tirare giù dei faldoni — almeno due signori molto noti che appena uscito Il nome della rosa ne hanno scritto un peana, e quando il libro è arrivato alle 200 mila copie hanno scritto tutto il contrario. Se fosse rimasto entro le 5.000 copie sarebbe stato un capolavoro».

Davvero nessuna invidia?
«No, sarà odio culturale, non invidia. Sono alieno dall’ attribuire all’ invidia ogni forma di dissenso, altrimenti sarei peggio degli invidiosi».

È vero che lei temeva che Il nome della rosa di ventasse Il nome della resa, cioè che fosse una débâcle editoriale?
«È stata una bellissima battuta, credo, di Luciano Mauri, che in quanto distributore era interessato alla tiratura. O forse, guardi, è anche possibile che l’ abbia inventata io: viene così facile che può averla fatta chiunque. È vero che a tavola con amici dissi che potevo dare il mio romanzo a Franco Maria Ricci per la sua Biblioteca Blu, un’ottima e dignitosissima sede. In effetti il libro, dal momento in cui l’ ho finito ed ero pronto a darlo a Ricci, mi ha preso la mano. Sono successi alcuni episodi. Primo: nella presentazione annuale i librai ne prenotarono 80 mila copie sulla fiducia o per curiosità. Secondo: io dicevo che non volevo darlo alla Bompiani, perché essendo il mio editore mi sembrava troppo facile, e volevo sottometterlo al giudizio di altri editori. Tre giorni dopo mi chiama Giulio Einaudi: mi hanno detto che scrivi un romanzo, te lo prendo subito.

Poi mi telefona (se ben ricordo) Paolini da Mondadori: è vero che hai scritto un romanzo? Lo prendiamo. A quel punto era inutile fare la mammoletta, non c’ era più gusto né a farlo vedere ad altri né a farlo con Ricci. Allora l’ ho dato da leggere a Vittorio Di Giuro, direttore di Bompiani. Fu lui il primo a pronunciare le parole magiche: ne faccio trentamila copie. Terzo: era la prima volta che scrivevo un romanzo e volevo il parere degli amici. Ho speso 500 mila lire, che allora erano tantissime, per fare le fotocopie. Neanche sotto tortura farò i nomi di persone non ignote che mi dicevano: sì, ma è troppo lungo e pesante, così non può funzionare, devi ridurlo della metà. François Wahl, del Seuil, che era allora il mio editore francese, mi scrisse: Cher Umberto, la baleine est trop grande, elle ne peut pas nager . La balena è troppo grande, non può stare a galla... ( Ride di gusto, Eco ). Ero in buona compagnia, Vittorini ha respinto Il Gattopardo , Bompiani Via col vento e Lolita ...».

E, dopo averlo stampato, ha gettato al macero Il tamburo di latta... Lei era alla Bompiani: ricorda come andarono le cose? «Ero voltato dall’ altra parte. Essendo all’ epoca condirettore editoriale, sono tenuto alla riservatezza».

Si dice che il suo romanzo abbia cambiato la letteratura italiana. È d’ accordo?
«Sono l’ ultima persona a poter rispondere. Ma sa, trent’ anni sono pochi. Bisogna aspettare almeno 150 anni per avere una visione esatta. Poi, scusi, ci sono libri che possono apparire provocatori, ma che non cambiano la letteratura. Prenda Gli indifferenti: casca come un sasso in mezzo allo stagno, ma possiamo dire che nei dieci-vent’ anni dopo i narratori italiani hanno cominciato a scrivere come Moravia? No. Continuavano a scrivere come Virgilio Brocchi. Forse Il nome della rosa ha incoraggiato alcuni romanzi storici. Prima c’ era qualcosa di Malerba, un Chiusano... dopo ne sono usciti a decine: evidentemente ha dato l’ impressione che quel filone poteva essere perseguito. In fondo in Italia, diversamente che nel mondo anglosassone o in Francia, non c’ era una tradizione di romanzo storico, ci si era fermati all’ Ottocento. Ai tempi di Manzoni sono uscite cose illeggibili, come si fa a leggere oggi Margherita Pusterla o L’ assedio di Firenze ? I pochi buoni romanzi storici, l’ Alfiere di Alianello o i Viceré , prima che uscisse Il Gattopardo era come se non esistessero».

È vero che il titolo del romanzo è saltato fuori all’ ultimo?

«Avevo tirato giù una decina di titoli, tra cui il primo era Delitti all’ abbazia e il meno ovvio era Blitiri, un termine usato dai logici medievali per indicare una parola senza senso. Il nome della rosa è venuto fuori all’ultimo, proprio pensando all’esametro finale: e come facevo vedere la lista agli amici, tutti mi indicavano quello. In fondo piaceva anche a me perché non c’ entrava niente col libro, benché poi tutti abbiano cercato di darne interpretazioni sottili».

20 febbraio 2016 (modifica il 20 febbraio 2016 | 10:02)