venerdì 19 febbraio 2016

Il Papa scivola su Trump

Francesco Maria Del Vigo



Un ateo non dovrebbe parlar male di un Papa. Alla fine che cosa gliene frega? Lo so. È vero. E fa anche ridere che un giornalista si metta a criticare quello che su questa Terra è considerato il vicario di Cristo. Però è anche ridicolo che un Pontefice dica – nell’arco di dieci minuti – che non spetti a lui sporcarsi col fango della politica e poi entri a gamba tesa nelle primarie per la presidenza degli Stati Uniti. E soprattutto è un atto elettorale. Capace di spostare voti.

Perché oggi Francesco Bergoglio – nostro Pontefice – ha, di fatto, “scomunicato” Donald Trump. Francesco for president. Si candidasse lui, se lo ritiene opportuno. Invece ha preferito dire che il ricco tycoon non è un cristiano perché vuole erigere muri (per fermare gli immigrati) invece che edificare ponti. Se non ci pensa il pontefice, a erigere ponti, lo dovrebbe fare Donald Trump?

Suvvia, le guance da porgere sono due. Non di più. Il miliardario newyorchese è un folle pettinato in modo strambo, ma questo è troppo, anche per lui. E, soprattutto, dove sono finiti tutti quelli che hanno giudicato (giustamente) un’invasione intollerabile il giudizio di Bagnasco sul voto segreto sulle adozioni gay? Perché se il numero uno della Cei non può dire la sua sulla Cirinnà probabilmente nemmeno il numero uno del Vaticano dovrebbe dire la sua sulla Casa Bianca?

O forse se la chiesa si impiccia della politica di sinistra è grave, ma se mette le mani su quella della destra fa bene?
Dove sono andati a finire quelli di “libera chiesa in libero stato”?
Si andassero a nascondere. Anzi, a confessare.

Ingerenze

La Stampa
jena



«Il Papa non si immischia nella politica italiana». Anche Dio si è messo a ridere.

Apple chiede scusa e risolve il problema dell’ Errore 53

La Stampa
bruno ruffilli

Un aggiornamento di iOS 9.2.1 sblocca iPhone e iPad bloccati in seguito a riparazioni non autorizzate del Touch ID. Gli apparecchi funzionano di nuovo, ma per tutelare la sicurezza il sensore di impronte digitali è disabilitato



A suo modo, quella annunciata da Apple a TechCrunch è un’ammissione di colpa. Da oggi iPhone e iPad colpiti dal famigerato errore 53 non sono più condannati a diventare costosi fermacarte. Con un aggiornamento del sistema operativo, infatti, è possibile ripristinare gli apparecchi iOS bloccati in seguito a riparazioni non autorizzate. 

La polemica era nata in seguito a un articolo del Guardian, dove un giornalista raccontava la sua esperienza: costretto a far riparare l’iPhone rotto in un centro non autorizzato Apple perché si trovava in Macedonia, si è poi trovato fra le mani un telefono inutilizzabile. A partire da iOS 9, infatti, il sensore che legge le impronte digitali viene controllato al sistema a ogni riavvio. L’impronta digitale è di fatto una password e viene associata a quello specifico sensore e quello specifico telefono, quindi per garantire la sicurezza entrambi devono essere certificati da Apple.

Se il sensore sostituito non lo è, ecco che il controllo fallisce e l’iPhone si blocca, fornendo appunto il messaggio di Errore 53.Uno standard molto severo, che non trasmette i dati fuori dal telefono ma li custodisce in un due chip che comunicano tra loro utilizzando una cifratura inviolabile. Pensato per tutelare gli utenti, in realtà però finiva per penalizzarli, dal momento che in caso di guasto al sensore Touch ID l’unica possibilità era farlo riparare a caro prezzo in un centro autorizzato Apple. E non a caso negli Usa erano già partite le richieste di class action contro Cupertino.

Con l’aggiornamento di iOS 9.2.1 disponibile da oggi, il problema è risolto: gli iPhone che montano un touch ID non originale riprenderanno a funzionare, ma saranno disabilitate tutte le funzioni legate al sensore di impronte digitali. Quindi niente sblocco iPhone, niente pagamenti su iTunes né app di terze parti. L’aggiornamento, o meglio la patch (il sistema operativo è infatti sempre identificato come 9.2.1) è disponibile soltanto collegando l’apparecchio al computer e avviando iTunes. Apple ha rivisto il documento di supporto relativo al problema e ha chiesto scusa ai clienti, offrendo anche un rimborso per chi è stato costretto a pagare per sostituire l’iPhone bloccato con un nuovo apparecchio. 

Aiuto, sono finiti i Giga (come ritrovarli)

Marco Lombardo



Mannaggia, sono finiti i Giga. Sembra incredibile, vero? Ma la rivoluzione digitale porta le sue complessità, così come i nuovi device in arrivo – visti che siamo vicini al Mobile World Congress di Barcellona – porteranno nuovi problemi a chi ne farà un uso intensivo. Insomma le compagnie telefoniche attraggono sempre di più con piani flat che inseriscono più telefonate per tutti, ma poi si scopre che oggigiorno telefonare non è più il core business: bisogna appunto guadagnare sui Giga.

E se vedete bene i vari piani tariffari, l’accesso a internet viene venduto come se fosse di manica larga. Però il vestito digitale è invece sempre più corto. Insomma 1 o 2 Gb al mese stanno diventando il minimo indispensabile, ma se poi – facciamo un esempio – ti capita di spostarti in un posto dove il wifi è ancora un miraggio, ecco che resti a secco in un amen. Credetemi: personalmente ho perfino un routerino di Vodafone da 7 Gb al mese, ma la scorsa estate – avendo una famiglia affamata di connessione – sono arrivato a consumarli tutti in pochi giorni.

E allora, poniamo il caso: hai una seconda casa, non hai la rete fissa, sei senza il wifi con smartphone e tablet al seguito e magari ti devi fermare per un paio di settimane… che fai? Sono andato un po’ alla ricerca di soluzioni possibili, e scartando le offerte satellitari che ti obbligano a pagare anche quando non ci sei, ecco quel che ho trovato operatore per operatore.

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TIM Le soluzioni tablet e pc sono sostanzialmente due: Internet Start e Internet 50 Gb. Internet Start offre 2 Gb per 4 settimane e che diventano 4 Gb se sei già cliente Tim. E’ un’offerta in abbonamento e quindi ha lo svantaggio di avere un prezzo fisso anche quando non serve. C’è un prezzo di attivazione: 3 euro per nuove Sim, 5 euro per chi ha già una scheda Tim già in suo possesso, ma per i nuovi clienti c’è l’obbligo dell’acquisto di una Tim card da 15 euro. Finito il traffico disponibile si può anticipare quello delle 4 settimane successive. Internet 50 Gb dà invece 35 Gb di traffico all’anno per 99 euro, anzi per 360 giorni, con rinnovi da 89 euro. Non c’è soglia mensile e se si è clienti Tim i Gb diventano 50. Tutte e due le offerte prevedono 3 mesi gratis della piattaforma Tim Enterteinment.

VODAFONE Offerte sia in abbonamento che in ricaricabile. In abbonamento le tariffe Giga si dividono in Start (5 Gb al mese a 10 euro), Extra (10 Gb a 20 euro, ma solo 10 per chi è cliente Relax) e Maxi (20 Gb a 30 euro). Ci sono anche i pacchetti annuali: 149 per 7Gb al mese che diventano 15 Gb per chi è cliente Relax. Il rinnovo è a 129 euro. Riguardo le ricaricabili la disponibilità si dimezza, a meno che non si sia già cliente Vodafone. E per l’annuale c’è solo il taglio da 7 Gb. Tutte le offerte prevedono un anno gratis di Infinity o Chili.

TRE
E’ la compagnia che fa le offerte più innovative, a cominciare da quella da 100 Gb per un anno che riguarda gli smartphone. Ultimamente è arrivata anche la tariffa per piccole imprese e Pmi: con 15 euro al mese “Ufficio 3” offre un piano con 20 GB al mese di traffico Internet 4G-LTE e 100 MB in roaming nazionale da utilizzare con il PocketCube 4G-LTE incluso. L’offerta comprende anche una SIM per smartphone con minuti illimitati, in Italia e all’estero, SMS illimitati, 100 MB in roaming nazionale e 2 GB di Internet 4G-LTE.

Inoltre, chi sottoscrive “Ufficio 3” può attivare fino a 5 ulteriori SIM ricaricabili per i propri collaboratori o familiari, con minuti e SMS illimitati e 2 GB di Internet 4G-LTE, al costo di 10 euro al mese ciascuna. Però, tornando al problema precedente, come si fa? Gli abbonamenti con wifi sono tre: il Web Night&day a 20 euro al mese con 30 Gb e navigazione notturna illimitata (da mezzanotte alle 8), il Web Night da 15 euro con 8 Gb e sempre la notte illimitata, il Web Light da 5 euro al mese (in offerta) da 3Gb.

Tutto in rete Lte. Interessante, secondo me, la parte dei piani ricaricabili, che per chi vuole solo la Sim mette a disposizione Super Internet Extra (3Gb mensili a 5 euro), la 8Gb a 10 euro e la 30 Gb a 25 euro. Ma soprattutto, per la casistica di cui abbiamo parlato, la Super Web 100 che dà 100 ore mensili di navigazione a 15 euro. Molto interessante con le due solite riserve: la copertura di “3” ( che sta aumentando però) e il fatto che non c’è il blocco per chi supera la soglia. E chi non sta attento poi rischia di trovarsi cifre sgradevoli da pagare.

WIND
Anche in questo caso ci si divide in abbonamento e ricaricabile. Per gli abbonamenti i tagli sono da 4, 8 e 15 Gb mensili, con costi da 9, 14 e 19 euro. Per le ricaricabili c’è un 5 Gb da 9 euro, a cui si possono aggiungere 1, 3 o 5 Gb con 3, 6 o 9 euro in più.

Detto insomma quanto sopra: avere altre idee?

Giulio Regeni mandato allo sbaraglio dai suoi docenti inglesi

La Stampa
federico varese

Il ragazzo era un outsider senza protezione: chi ha approvato la sua tesi di dottorato sapeva a quali rischi andava incontro



Sono stupito e deluso per la piega che ha preso il dibattito sulla morte di Giulio Regeni. Mentre in Italia si discute dell’ipotesi che il giovane friulano fosse una spia, il mondo accademico inglese assolve sé stesso. Va detto chiaramente: Giulio era uno studente che cercava di scrivere la tesi di dottorato, come tanti altri. Se fosse stato una spia, sarebbe stato avvertito e protetto da qualche apparato. Al contrario, e più prosaicamente, era uno studente mandato allo sbaraglio in un contesto estremamente pericoloso. I suoi docenti devono assumersi la responsabilità di quella scelta. Hanno approvato un tema di tesi che sapevano avrebbe messo in grave pericolo la vita di Giulio, come purtroppo è avvenuto.

Perché siamo vulnerabili
La vicenda di Regeni mi tocca da vicino perché i nostri percorsi accademici e di vita sono molti simili. Anch’io, come Giulio, sono stato uno studente liceale presso i Collegi del Mondo Unito (io in Canada e lui negli Stati Uniti). Entrambi siamo stati ispirati da quella esperienza a esplorare il «vasto mondo» con un’attenzione particolare per i più deboli e le vittime delle ingiustizie. Entrambi abbiamo seguito un corso di M. Phil a Cambridge. Anch’io ho fatto una tesi di dottorato basata su un lungo lavoro sul campo (nel mio caso in Russia) e su un tema pericoloso (nel mio caso, la mafia).

Quando sono diventato un docente all’Università di Oxford ho cominciato a seguire diversi studenti che, come Regeni, fanno a loro volta ricerche su temi complessi e potenzialmente pericolosi, come ad esempio il crimine informatico o il traffico illegale delle tigri. Spesso le persone che incontriamo faticano a credere che la nostra unica motivazione sia capire il mondo, anche nei suoi aspetti più indegni. La nostra dignità intellettuale consiste nel mettere la ricerca accurata e analitica al di sopra di tutte le altre considerazioni. Siamo vulnerabili proprio perché non abbiamo alcun rapporto con agenzie di spionaggio o governi di sorta.

Non abbastanza attivista
Per questa ragione i docenti che approvano e seguono le tesi di dottorato hanno una responsabilità particolare nei confronti dei loro studenti. Le due relatrici (supervisors) di Regeni erano ben consapevoli del rischio che avrebbe corso. In diverse interviste, Anne Alexander e Maha Abdelrahman ci raccontano come la morte dello studente faccia parte di una più ampia strategia del regime di intimidire, torturare e uccidere attivisti, sindacalisti e studiosi, e giustamente stigmatizzano la deriva autoritaria di Al Sisi.

Ma allo stesso tempo ammettono di aver approvato uno studio che ben sapevano avrebbe messo in pericolo Regeni, senza avere alcuno modo di proteggerlo, proprio perché il giovane italiano era un outsider, non abbastanza attivista per essere protetto e creduto da tutti gli attivisti, e niente affatto spia per essere protetto da altri apparati (va ricordato che neppure i regimi più autoritari vanno in giro a trucidare le spie straniere). Quando Regeni scriveva di sentirsi in pericolo, i suoi docenti avrebbero dovuto immediatamente convincerlo a tornare a Cambridge.

È inoltre estremamente pericoloso rimanere così a lungo in uno stesso luogo.Due aspetti ulteriori meritano di essere sottolineati. Da una parte, i nostri dipartimenti sono costretti a compilare moduli e formulari che certificano la sicurezza dei nostri studenti (risk assessment forms). Questa cultura della certificazione serve alle istituzioni accademiche per lavarsi le mani: basta dimostrare di aver seguito le procedure e la responsabilità di quello che succede agli studenti passa ad altri.

La burocratizzazione del rischio ha soppiantato il buon senso. Nei consigli di dipartimento non si discute dei casi di tesi che pongono rischi davvero seri, e invece si costringono studenti ad esempio italiani a compilare moduli kafkiani per aver il permesso di tornare nella loro città natale per condurre una ricerca sul campo sugli asili nido. Esattamente come chi parte per l’Egitto e vuole studiare l’opposizione legata ai Fratelli musulmani. 

«Capire», non «credere»
Il secondo aspetto preoccupante consiste nella pratica di molti studiosi di incoraggiare i loro studenti a «scegliere una parte», a schierarsi e quindi a diventare in qualche modo loro stessi attivisti sul campo. Dobbiamo insegnare ai nostri studenti che la ricerca condotta per il dottorato non deve essere confusa con l’attivismo e che l’importanza del capire deve sempre essere superiore a quella del credere. Tutti noi scegliamo certi temi di ricerca perché vogliamo contribuire a creare un mondo migliore. Da giovane anch’io mi sentivo uno «spirito attivo che abbraccia il vasto mondo», come ebbe a dire il Faust di Goethe. Ma da docente debbo farmi carico dei rischi che corrono i miei studenti e non fare l’eroe per interposta persona. 

Mele, banane, cocco: l'indovinello che impazza sul web

Anna Rossi - Gio, 18/02/2016 - 12:03

Partendo da alcune informazioni, riesci a risolvere l'ultima somma?



Un altro rompicapo sta facendo letteralmente impazzire la rete. Secondo voi qual è la risposta esatta?
Se avete a disposizione questi dati, riuscite a risolvere anche l'ultima operazione?
  • 1 mela + 1 mela + 1 mela = 30
  • 1 mela + 1 ciuffo di banane + 1 ciuffo di banane = 18
  • 1 ciuffo di banane - 1 noce di cocco = 2
L'indovinello è stato condiviso milioni di volte e ogni giocatore ha provato a dare la sua risposta.
C'è chi sostiene che la risposta sia 15 (la mela vale 10, le banane valgono 4 e il cocco 1),
mentre c'è chi sostiene che la somma valga 14 perché nell'ultima operazione le banane del mazzo sono meno.
E voi, di che linea di pensiero siete?

Scalfari insulta i poveri: "Sono come le bestie"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 18/02/2016 - 10:59

Il fondatore di Repubblica intervenendo a Soul, la trasmissione di Tv2000: "Gli uomini hanno bisogni primari come gli animali. E i poveri, salvo pochissimi, non hanno bisogni secondari"



Diceva Indro Montanelli, che alla sinistra i poveri piacciono talmente tanto da volerli aumentarli di numero.
 
La massima espressione di questa sinistra, diventata poi salottara e radical chic, è il fondatore di Repubblica: sua eccellenza Eugenio Scalfari. Il quale, però, alla veneranda età di 91 anni ha capito che in realtà i poveri gli fanno anche un po' schifo. Puzzano, come le bestie.

Ci viene da pensare che il pensiero del Direttore fosse indubbiamente più intelligente di quanto non sia sembrato. O forse no. Anzi, sicuramente no. Sentite: intervenendo alla trasmissione Soul in diretta sabato e domenica su Tv2000 (la tv della Chiesa), Barbapapà si infila nel sapiente ragionamento sulle virtù degli uomini e dei poveri. "Gli uomini hanno bisogni primari - dice - come gli animali". E fin qui, nulla da eccepire. Ma Scalfari voleva arrivare altrove. "I poveri - afferma senza un briciolo di vergogna - salvo pochissimi, non hanno bisogni secondari".

Traduzione per noi "poveri" ignoranti: tutti gli uomini hanno istinti animali, i ricchi possono godere anche di quelli secondari (come la ricerca di Dio) mentre i poveri no. Si fermano ai primi. Come le bestie. Penserete: è uno scivolone dovuto all'età. Ma non è così. Infatti di fronte alle obiezioni della conduttrice Monica Mondo ("Il desiderio c'è anche negli ultimi") , Scalfari ha rincarato la dose: "Lei pensa?". Si sarà anche offeso che la Mondo abbia osato ribattere a colui il quale ha continui colloqui con papa Francesco. I poveri, insomma, sono solo "gente che non sente contraddizioni".

Solo alla fine Scalfari fa un piccolo passo indietro, ammettendo che forse un piccolo "bisogno secondario" anche i poveri possono svilupparlo: "I coltivatori delle Americhe erano neri e cantavano e da lì deriva il jazz". Poco, ma è già qualcosa. Di più non ci si poteva attendere nella "seconda lettera di Eugenio Scalfari ai poveri". Anzi no, solo ai ricchi. Tanto i reietti non leggono mica: è un bisogno secondario.

La vita di mio figlio morto è ancora nel telefonino, ma ora Cupertino nega il mio diritto ai ricordi"

repubblica.it
di LAURA MONTANARI

"La vita di mio figlio morto è ancora nel telefonino, ma ora Cupertino  nega il mio diritto ai ricordi"

"Quando guardo quel telefonino spento penso a una porta chiusa, Apple mi sta negando una parte dei ricordi di mio figlio, le ultime foto che ha scattato, le ultime conversazioni con gli amici. E tutto perché non conosco i quattro numeri del codice di accesso". Leonardo Fabbretti, 56 anni, è un architetto di Foligno.

Ha scritto una lettera a Repubblica per raccontare la sua storia e quella di suo figlio Dama, scomparso lo scorso settembre. "Dama a era con noi dal 2007, da quando lo avevamo adottato dall'Etiopia - racconta al telefono - , era orfano e aveva vissuto un anno in strada. Due anni fa gli è stato diagnosticato un osteosarcoma e dopo cicli di chemioterapie e tanta sofferenza, cinque mesi fa ci ha lasciato. Qui nella cameretta ho il suo cellulare, un iPhone 6 e non posso accenderlo, lo trovo così ingiusto..."

Ha chiamato la Apple?
"Certo. Ho contattato il numero verde. Più volte. Sono stati gentili, hanno aperto la pratica, mi hanno fatto le condoglianze, ma mi hanno detto che serviva il codice di accesso per poterlo accendere".

E lei non lo conosce?
"No, Dama lo cambiava spesso come fanno i ragazzi... Ma lui mi aveva dato l'accesso al cellulare con l'impronta digitale... io pensavo potesse bastare quella. Invece una volta spento ho scoperto che bisogna comunque immettere quel maledetto codice. Dentro il suo cellulare ci sono le ultime fotografie che Dama ha scattato: per me sono preziose, sono i suoi ricordi. Non posso accettare che mi siano tolti".

Non aveva fatto un backup?
"Sì, ma l'ultimo è di tre mesi prima della sua scomparsa. Foto e contenuti precedenti io ce li ho, mi mancano invece quelli degli ultimi tre mesi che si trovano soltanto sull'apparecchio".

Lei cosa ha fatto?
"Ho cercato in rete dei programmi pirata che promettono di entrare nel sistema e sono al massimo riuscito a scaricare la sua rubrica telefonica, nient'altro. Però non voglio che la storia si chiuda così".

Si è rivolto alle associazioni dei consumatori?
"Le ho provate tutte. Ho scritto a un'associazione di avvocati e mi hanno detto che secondo loro ci sono gli estremi per una causa. Ho chiamato degli amici ingegneri, degli smanettoni, mi sono rivolto pure a un negozio romano specializzato in materiali informatici... farei qualsiasi cosa pur di poter riaccendere quel cellulare, mi può capire? Sono passati cinque mesi da quando Dama ci ha lasciato e sapere che ho qui cose che lui ha scritto o foto che ha scattato e che non posso leggere e vedere lo trovo terribile... disumano. Mi negano i suoi ricordi".

Però esiste un problema di privacy. Può essere che Dama non volesse farvi leggere le sue conversazioni?
"Lo escludo, Dama mi aveva dato l'accesso tramite l'impronta digitale e ingenuamente ho pensato che bastasse quella. C'ero entrato altre volte, lo avevo usato io il suo cellulare. Poi quando mio figlio ci ha lasciato, dopo qualche giorno, sono andato a riaccenderlo e ho immesso dei codici familiari che in passato abbiamo utilizzato, date di nascita, ricorrenze, compleanni..."

Invece?
"Erano sbagliati e ad un certo punto il cellulare si è disattivato ed è apparsa la scritta iPhone disabilitato".

E lei ha chiamato Apple.
"Al call center ho spiegato quello che era successo, avevo la fattura dell'acquisto, 900 euro. Tutto regolare. Loro sono stati comprensivi, dispiaciuti, ma irremovibili".

Adesso cosa farà?
"Continuerò la battaglia per recuperare i dati dell'iPhone di mio figlio, non mi arrenderò. Era anche minorenne, io ho il diritto di accedere a quel telefonino. C'è dentro un po' della vita di Dama e non voglio che mi sia sottratta così. Mi hanno detto che l'unica operazione possibile è resettare l'apparecchio, ma così perderei i dati, si cancellerebbero i contenuti. I vecchi telefonini avevano due codici legati alla Sim, il Pin e il Puk, dimenticando il primo si poteva accedere con il secondo".

Ha visto cosa è successo in America...
"Capisco la privacy ma mi chiedo se all'interno di un iPhone disabilitato ci fosse la password per bloccare l'esplosione di una bomba atomica piazzata dai terroristi a Roma, cosa facciamo? La facciamo esplodere?"

Nel caso Apple non cambiasse linea?
"Se non volesse farmi recuperare i dati chiederei i danni, da devolvere in beneficenza all'Associazione Centro Aiuti per l'Etiopia attraverso la quale io e mia moglie Roberta abbiamo adottato Dama".

McAfee: "Decripterò l'iPhone di San Bernardino gratis. Così Apple non dovrà inserire una backdoor"

repubblica.it
di ROSITA RIJTANO

Il magnate della sicurezza (e candidato alle presidenziali Usa 2016) scende in campo nel braccio di ferro che vede impegnati il giudice federale di Los Angeles e il Ceo di Cupertino

McAfee: "Decripterò l'iPhone di San Bernardino gratis. Così Apple non dovrà inserire una backdoor"

JOHN McAfee, stravagante magnate della sicurezza nonché candidato alle presidenziali Usa 2016 del Partito Libertariano, scende in campo nel braccio di ferro che vede impegnati il giudice federale di Los Angeles e il Ceo di Cupertino, Tim Cook. Perché l'ordinanza del tribunale californiano intima alla Mela di fornire all'Fbi l'assistenza tecnica necessaria a decrittare i dati contenuti nell'iPhone5c di Syed Rizwan Farook: uno dei due killer che lo scorso due dicembre hanno assaltato un centro di assistenza a San Bernardino. Ma McAfee non ci sta affatto. E si offre di decifrare personalmente il telefono. Gratis. "Così Apple non avrà la necessità di inserire una back door nel suo prodotto", titola il suo intervento pubblicato dal sito di notizie statunitense Business Insider.


"Lavoro con un team composto dai migliori hacker del pianeta", afferma spavaldamente McAfee. "Partecipano alla Defcon di Las Vegas (una delle conferenze hacker più importanti del mondo ndr) e sono delle leggende nelle loro comunità locali, come HackMiami. Sono tutti dei prodigi con talenti che sfidano l'umana comprensione. Per circa il 75% si tratta di ingegneri sociali. Il resto, programmatori incalliti. Mi mangerò la scarpa durante lo show di Neil Cavuto, se non dovessimo riuscire a rompere la crittografia del telefono di San Bernardino". Nella lettera rivolta direttamente all'Fbi, il fondatore della nota e omonima azienda di antivirus parla di un "giorno nero" e "dell'inizio della fine dell'Usa come potenza mondiale". 

Il motivo, spiega, sta nel fatto che il governo non ha ascoltato i consigli degli esperti del settore: i creatori della "colla" capace di tenere insieme tutto l'universo cibernetico. E "se dovesse conseguire successo nell'ottenere questa back door, potrebbe averla per tutta la crittografia, e così il nostro mondo come noi lo conosciamo, finire. Nonostante i proclami dell'Fbi, che promette di proteggere lo strumento, noi tutti sappiamo che è impossibile. Ci sono mele marce ovunque e ciò che è necessario è che si trovino nel governo Usa. Poi: qualche milione di dollari, qualche bella donna (o un uomo), un giro in yacht ai Caraibi potrebbe essere tutto quello che serve ai nostri nemici per avere pieno accesso ai nostri segreti".

Una situazione davanti a cui lui, che alla cyber sicurezza ci ha dedicato la vita e di cui si auto definisce una leggenda, non può stare a guardare. E che, a suo avviso, l'Fbi non sa risolvere in altro modo: dato che i migliori hacker a livello globale non lavorano al suo interno per via del reclutamento troppo attento al codice d'abbigliamento e al comportamento: tatuaggi, piercing e affini. Da qui la sua offerta all'ente investigativo di polizia federale. "Decripterò le informazioni del telefono di San Bernardino, con il mio team", conclude McAfee. "Useremo prima di tutto l'ingegneria sociale, ci impiegheremo tre settimane. Se accetterete la mia offerta, non dovrete chiedere ad Apple di piazzare una back door nel suo dispositivo, il che rappresenterebbe per l'America l'inizio della fine".

Vero è che nell'ordinanza del tribunale non si parla espressamente di back door. Ma della possibilità di disinnescare il meccanismo di reinizializzazione del dispositivo. Tuttavia, come ci fa notare l'hacker fondatore di The Fool, società che si occupa di reputazione online, Matteo Giovanni Paolo Flora, di back door tecnicamente si tratta. Cioè di "un modo per aggirare le protezioni di sicurezza e concedere un attacco a forza bruta delle password, sovvertendo i meccanismi di sicurezza". Apple, quindi, secondo lui la sta ponendo come "una questione di principio" correttamente. E concorda con McAfee: "Aprire una voragine come questa non è un bene per la democrazia. Al contrario, indebolire la privacy è il viatico ad un mondo peggiore di quello che conosciamo".

Stragi di Stato, Associazioni Vittime: "Ministeri e 007 hanno sabotato la desecretazione prevista da Renzi"

repubblica.it
di ALBERTO CUSTODERO

E tra le carte dell'intelligence versate all'Archivio Centrale dello Stato spunta un documento nel quale un servizio segreto straniero avvisa quelli italiani: "Giovanni Ventura agente del Sid negli anni della Strage di Piazza Fontana"

Stragi di Stato, Associazioni Vittime: "Ministeri e 007 hanno sabotato la desecretazione prevista da Renzi"

"Ministeri e servizi segreti hanno sabotato le procedure per declassificare gli atti sulle Stragi di Stato". A due anni dalla "direttiva Renzi" che ha deciso di rendere pubbliche le carte sugli anni della strategia della tensione, le associazioni "Familiari delle vittime" insorgono.

"Speravamo di trovare finalmente la verità - dice Paolo Bolognesi, deputato pd e presidente delle associazioni dei familiari - ma hanno desecretato solo carte inutili. In particolare i servizi segreti si rifiutano di fornirci i fascicoli personali dei singoli protagonisti di quei processi, impedendoci di fatto di avere le informazioni necessarie per trovare i responsabili delle stragi".

Bolognesi: "Direttiva Renzi sabotata". "La Direttiva Renzi - dichiara Bolognesi a Repubblica - è stata un atto politico positivo, ma sabotato dall'assenza di una procedura uniforme e un controllo sulle amministrazioni che hanno gestito i documenti. Da quasi due anni, come associazioni dei familiari delle vittime, denunciamo i limiti e la mancata trasparenza di ministeri e servizi segreti nel declassificare e versare gli atti sulle stragi. Non solo non ci hanno ascoltato, ma, recentemente, hanno tentato anche di raccontarci che tutto è stato fatto e bene. Una falsità".

Giovedì, 18 febbraio, alle 14,30, alla Camera, si terrà una conferenza stamoa, spiega Bolognesi, per denunciare "e provare con i fatti che è falso affermare che tutto è stato fatto bene". Alla conferenza stampa saranno presenti tutti i presidenti delle associazioni vittime delle Stragi di Stato: oltre a Bolognesi ("Bologna, 2 agosto 1980"), la senatrice Daria Bonfietti ("Strage di Ustica"), Manlio Milani ("Piazza della Loggia"), e Franco Sirotti ("Italicus"), Rosaria Manzo ("Rapido 904"), e Ilaria Moroni (direttrice Archivio Flamigni)

Casson: "Indaghi il Copasir". Tra le carte dei servizi segreti versate all'Archivio Centrale dello Stato a gennaio, spunta un documento su Giovanni Ventura, protagoniste delle "trame nere" degli anni della Strategia della Tensione, che il segretario del Copasir, Felice Casson (senatore dem) definisce "eccezionale".

Carta intestata Presidenza del consiglio, ufficio Cesis (l'ente che coordina i due servizi segreti, ora chiamato Dis), data 5 marzo 1983. "Oggetto: destra eversiva - Giovanni Ventura". Ecco cosa si legge: "Con nota 20 gennaio scorso il Sisde ha fatto qui pervenire un appunto, trasmessogli dal collegato servizio (omissis) sul latitante Giovanni Ventura.

In tale documento, è scritto che il predetto 'tra il 1966 e il 1970 ha collaborato, in qualità di consulente, con il servizio di informazioni militare italiano (Sid), e la sua consulenza riguardava la lotta anti-sovversiva di sinistra". Altri documenti collegati a questa storia non ce ne sono. Va detto che s'è sempre parlato di un rapporto con il Sid di Ventura, lui stesso non lo aveva mai nascosto. Ma i servizi lo avevano sempre negato e questo è il primo documento che ne parla in modo ufficiale.

Casson aveva conosciuto di persona, nella sua precedente attività di giudice istruttore che aveva indagato sulle stragi di Stato (Peteano) e su Gladio, Ventura. E lo aveva anche interrogato."È un documento molto interessante - spiega Casson - perché fa il punto su una delle figure principali che riguardano la Strategia della Tensione in Italia, e in particolare sulla Strage di piazza Fontana.

Di questo personaggio avevo avuto occasione di parlare in Senato con il mio vicino di banco e collega, Gherardo D'Ambrosio, e insieme avevamo convenuto che Ventura fosse una delle figure più emblematiche proprio per i rapporti che si raccontava avesse avuto con strutture dell'intelligence". "Rapporti che erano sempre stati negati dai nostri servizi.

Ora, però, scopriamo una prova ufficiale della sua collaborazione al Sid grazie a un servizio segreto straniero". "Il problema fondamentale - aggiunge Casson - sarebbe trovare tutti gli altri documenti relativi a quell'appunto. Come segretario del Copasir, porrò la questione al Comitato dal punto di vista istituzionale per individuare il servizio collegato, e rintracciare le risposte successive a quel documento che conteneva una notizia molto forte".

Basta parlare di servizi deviati. "Sarebbe ora - ha concluso Casson - di smettere di parlare di servizi deviati negli anni. Quei servizi non erano per niente deviati, rispondevano a una logica  ben precisa che era la Strategia della Tensione, quindi al collegamento tra il mondo di neofascisti e gli apparati dello Stato, oltreché con qualche forza politica".

Illeggibili i file degli 007. Ironia della sorte, gli ultimi versamenti dei servizi segreti sulle stragi sono rimasti segreti. I documenti consultabili all'Archivio centrale dello Stato di Roma sono in gran parte illeggibili. Gli studiosi che hanno tentato di consultarli non sono riusciti a leggerli in quanto non era possibile aprire sul computer alcune migliaia di pdf a causa di un non meglio precisato guasto tecnico.