martedì 16 febbraio 2016

Armadio della vergogna, i crimini nazifascisti da oggi online

Corriere della sera

di Virginia Piccolillo

Pubblicati i documenti sulle stragi e le deportazioni durante la Seconda guerra mondiale, le carte segrete del Sismi e quelle sulla fuga di Kappler. Boldrini: «Un Paese veramente democratico non deve aver paura del proprio passato»

La presidente della Camera Laura Boldrini (Ansa)

«Via il segreto su tredicimila pagine che raccontano i crimini commessi dai nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale. Un Paese veramente democratico non deve aver paura del proprio passato». La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha commentato così su Facebook la pubblicazione di una parte dei documenti di quello che Franco Giustolisi definì l’Armadio della vergogna. Un angolo segreto di Palazzo Cesi, sede della procura generale militare, dove erano stati occultati i 695 fascicoli sulle stragi compiute dai nazisti in Italia e dai fascisti in territori occupati che il giornalista, scomparso l’anno scorso, portò alla luce nel 1994, ridando speranza alle vittime di stragi come Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Monchio e Cervarolo, Coriza, Lero e Scarpanto di poter ottenere giustizia.
Eccidi e carriere
È una storia di sangue e silenzi quella raccontata da quei documenti, che la presidente della Camera ha voluto, da oggi, online. Le prove che i responsabili erano conosciuti, ma non si volevano punire. C’è la documentazione del ministero degli Affari esteri sui fatti di Cefalonia, sulle “prepotenze” naziste a Stiria, sulle 85 fucilazioni a Castelnuovo di Val Cecina, sui crimini compiuti nella risiera di San Sabba, sugli italiani deportati in Bassa Sassonia. Sull’eccidio di duemila italiani vicino a Borek.

Sul processo al funzionario della gestapo Huck, accusato di aver impiccato 80 italiani. Ci sono le carte segrete del Sismi. Dall’appunto sulla notizia ricevuta della fuga di Kappler e il ruolo avuto in essa dall’organizzazione Odessa. Il ragno e Sei stelle. Alla lista di generali e diplomatici tedeschi che poi occuparono posti di responsabilità nello stato nazista. O di giudici che esercitavano la giustizia di Hitler e poi fecero carriera nella vita giudiziaria tedesca. Via via fino agli atti riguardanti il generale Mario Roatta responsabile di crimini altrettanto sanguinari nei territori occupati.
Ragion di Stato e processi
La commissione d’inchiesta sulle ragioni dell’occultamento concluse i lavori con due relazioni. Quella di minoranza, firmata dal ds Carlo Carli, attribuì la responsabilità alla “ragione di Stato”. «La guerra fredda - spiega oggi Carli - impose di far fronte unico contro il blocco comunista. E mettere sotto processo gli ufficiali tedeschi non avrebbe aiutato. Sul piano nazionale, poi, richiedere l’estradizione dei militari tedeschi ci avrebbe costretto a concedere quella di militari italiani che avevano compiuto crimini in Grecia o in Jugoslavia. Così il 13 gennaio del 1960 con un atto “illegittimo e illegale” il procuratore Santacroce mise su molti di quei fascicoli il timbro: “archiviazione provvisoria”.

Ma quelle carte - aggiunge Carli - erano più di 100 mila. È un buon primo passo, ma spero che, nel rispetto di tutti, vengano resi pubblici anche gli altri documenti. A partire da tutti i 695 fascicoli delle stragi come quella di Sant’Anna di Stazzema». Dagli uffici della Camera spiegano però che data la mole cartacea quei fascicoli sono a disposizione in archivio. A ventidue anni dal ritrovamento di quei fascicoli, comunque, il braccio di ferro per far comminare le pene ai nazisti sopravvissuti non si è ancora concluso. Oggi in un vertice a Monaco fra il procuratore militare Marco De Paolis e i magistrati tedeschi si discute ancora di questo.

16 febbraio 2016 | 14:38

Riprende il viaggio della mitica “Calypso” di Cousteau

La Stampa
sara moraca

La Calypso, il simbolo per eccellenza dei viaggi e delle scoperte di Jacques-Yves Cousteau, affondata nel 1996 a Singapore, si prepara ora a veleggiare nuovamente sugli oceani grazie alla Cousteau Society



La Calypso è stata un’icona dell’esplorazione e dell’oceanografia, divenuto il simbolo per eccellenza dei viaggi e delle scoperte di Jacques-Yves Cousteau. Affondata accidentalmente nel 1996 nel porto di Singapore, si prepara ora a veleggiare nuovamente sugli oceani, grazie alla Cousteau Society, che in questi anni ha condotto una vera e propria battaglia per poter vedere nuovamente la mitica nave solcare gli oceani.

Per molti anni, la difficoltà di realizzare questo progetto è stata legata a problemi di tipo economico, ma Francine Cousteau, presidente della Society, è riuscita a raccogliere un numero di sponsor internazionali sufficienti a garantire non solo la riparazione della Calypso, ma anche un miglioramento delle sue performance tecniche. La nave che “il Capitano” affittò nel 1950 al prezzo simbolico di un franco l’anno, si prepara oggi a vivere una nuova vita: le attrezzature per le ricerche subacquee e le immersioni sono state completamente ristrutturate e la nave sarà dotata anche di due nuovi motori Volvo, acquistati nel 2009.



I lavori erano iniziati nel 2007, dopo la dura battaglia legale per la proprietà dell’imbarcazione, reclamata anche da Jean Micheal Cousteau, figlio del Capitano. La Society si aggiudicò la Calypso e iniziò la raccolta fondi per poterla completamente ristrutturare. I lavori di restauro e di supervisione sulla messa a punto della Calypso sono stati affidati a Patrice Quesnel, che ha partecipato diverse volte alla Coppa America nell’equipaggio della Baron Bich e successivamente come comandante dell’Alcyone.

“L’obiettivo di Quesnel”, precisa Francine Cousteau,” sarà quello di coordinare gli aspetti logistici e diplomatici per la partenza della Calypso, prevista per fine marzo. Quesnel sta incontrando tutti i partner che hanno permesso la riuscita del progetto, curando non solo gli aspetti organizzativi, ma anche quelli diplomatici”. Tra gennaio e febbraio, gli impegni di Quesnel saranno legati alla definizione dei dettagli tecnici della ripartenza della Calypso. “Quesnel sta viaggiando tra la Bretagna e Brest, dove hanno sede la maggioranza dei partner che hanno contribuito al progetto. La Calypso ripartirà da Concarneau, uno dei principali porti della Bretagna”, continua la Cousteau. 



Il restauro ha dotato la nave delle più moderne attrezzature necessarie per la ricerca oceanografica e la biologia marina, ma non ha rinunciato ad alcune delle sezioni storiche, che erano state implementate da Cousteau stesso, come la sala per le osservazioni subacquee posta tre metri sotto la linea di galleggiamento. “La rimessa a nuovo della Calypso apre una nuova era per l’esplorazione marina”, conclude la Cousteau, “stiamo ricevendo moltissime lettere ed email di persone entusiaste del fatto che, a vent’anni di distanza, il grande lavoro del Capitano sarà finalmente portato avanti”.

Due milioni dal governo per il museo del fascismo

La Stampa
marco bresolin

Il progetto di Predappio, a pochi metri dalla casa del duce



Il governo Renzi ha deciso che per l’Italia è arrivato il momento di fare i conti con il passato ed è pronto a rompere un tabù che dura da oltre 70 anni: l’Italia avrà un museo dedicato al Fascismo. E già qui ci sarebbe abbastanza materiale per scatenare il dibattito storico-ideologico. Ma non è tutto, perché il museo sorgerà proprio nella Casa del Fascio di Predappio, a 500 metri dalla casa natale di Benito Mussolini.

E a poco più di un chilometro dalla cripta che conserva le spoglie del Duce, che ogni anno richiama decine di migliaia di nostalgici in camicia nera. Il dossier è nelle mani del sottosegretario Luca Lotti: due settimane fa - lontano dai riflettori - è andato di persona a controllare il palazzo sorto nel Ventennio e ha assicurato che il governo troverà i fondi che ancora mancano (due milioni di euro, pari al 40 per cento dei costi di realizzazione). Probabilmente tramite il Cipe: procedura snella e tempi rapidi.

Un passo necessario, dopo quello - decisivo - che trasferirà la proprietà della Casa del Fascio dal demanio al Comune. A dicembre lo Stato ha infatti avviato le pratiche per la cessione (a titolo gratuito) dell’edificio che negli Anni Trenta ospitava la sede del partito. A inizio marzo ci sarà la firma definitiva e si potrà partire con la fase operativa. Per Giorgio Frassineti, sindaco Pd, è un sogno che si realizza. Da anni si batte con invidiabile caparbietà per riportare la storia in quel palazzo di tre piani (con annessa torre littoria) oggi totalmente abbandonato, infestato da topi e guano.

«Vogliamo dare un contributo alla Storia del nostro Paese» dice passeggiando davanti alle vetrine dei negozi di «souvenir», che non sono certo il miglior biglietto da visita per un paese che ha l’ambizione di diventare meta di studiosi e non solo di adunate post-fasciste. Però oggi Predappio è questo. Magliette e uniformi della X Mas appese vicino ai calendari del Duce in offerta (tre per sei euro). Il body per neonati con la scritta «Per un mondo più pulito, torna zio Benito» accanto alla mazza di legno marchiata «Me ne frego».

Per avere un’idea del pensiero del visitatore-tipo basta fare un giro nel cimitero. Varcato il cancello, in fondo a destra si trova la cripta di Mussolini. Davanti all’enorme busto, sopra un banco avvolto nel tricolore, i nostalgici si inginocchiano e lasciano dediche su un quaderno. Slogan, frasi fatte. Qualche richiamo all’attualità: «Torna un po’ a sistemare l’Italia che è alla rovina. A noi, Duce», ha scritto ieri Maria Grazia Griccini da Monte Urano, nel Fermano.



«Vogliamo liberarci dagli aspetti ideologici e mettere al primo posto la storia» dice Carlo Giunchi, consulente del sindaco che da anni lavora a questo «grande centro di documentazione». Perché per l’amministrazione è ancora difficile parlare di «museo». Eppure di questo si tratterà, anche se in una forma moderna e interattiva, «non sarà una mera raccolta di cimeli». Giunchi è appena tornato da Monaco, dove un anno fa ha aperto il primo museo dedicato al nazismo. L’idea è di replicare una cosa simile anche nel paese di Mussolini. Il progetto è corposo e dettagliato: nei 2.100 metri quadrati dell’ex Casa del Fascio sorgeranno un centro di documentazione, con archivio e biblioteca.

Un’esposizione permanente (che poi sarebbe il museo), sviluppata su tre piani, mostre temporanee, un’area ristoro, un bookshop e gli uffici. Il costo totale è di cinque milioni di euro: 500 mila euro li mette il Comune, altrettanti la Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì, due milioni dovrebbero arrivare dai fondi europei attraverso la Regione e altri due li metterà direttamente il governo, che sembra più che determinato: lunedì prossimo Palazzo Chigi manderà alcuni suoi tecnici a Predappio.

Poi bisognerà trovare i fondi per la gestione, che verrà affidata a una Fondazione creata ad hoc: in Comune stanno già arrivando diverse offerte di donazioni. Ma il percorso rimane un terreno minato e le polemiche sono già dietro l’angolo. L’Anpi tiene gli occhi ben aperti. «Abbiamo collaborato al progetto e la nostra presenza è volta a garantire che non ci siano aspetti celebrativi - spiega Carlo Sarpieri, presidente provinciale dell’associazione partigiani - per questo vigileremo affinché si rispetti il massimo rigore storico-scientifico». Per il resto garantisce Palazzo Chigi.

All’anti italiana Eva Klotz 946mila euro di pensione

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Il calcolo della nuova legge regionale del Trentino che pure aveva tagliato i «vitalizi d’oro» ai suoi consiglieri. Per l’ultras alto atesina una carriera politica iniziata nel 1976

Eva Klotz a una recente manifestazione politica

«Il Sud Tirolo non è Italia»: questa frase è stata per oltre 50 anni lo slogan politico di Eva Klotz, la «pasionaria» altoatesina che chiede il distacco della provincia di Bolzano da Roma. Ma lo Stato italiano ha pochi giorni fa omaggiato Eva Klotz di un «bonus» di ben 946.175 euro, pari alla pensione maturata per la sua attività di consigliere provinciale e regionale del Trentino Alto Adige. La cifra è frutto del calcolo della pensione da politico alla luce della nuova legge votata dalla regione autonomista e che taglia del 20% circa un precedente vitalizio; che la consigliera autonomista e altri suoi colleghi si erano impegnati a restituire in seguito a una feroce polemica esplosa a proposito dei privilegi per chi sedeva nell’assemblea regionale di Trento. Ciò che era uscito dalla porta, insomma, è rientrato dalla proverbiale finestra. Eva Klotz non è l’unica ad aver intascato il vitalizio d’oro dovuto dalla nuova legge: con lei anche il trentino Marco Benedetti porta a casa 483.500 euro.
Restituire il «maltolto»
Il Trentino Alto Adige ha da anni maturato un regime pensionistico per i suoi politici di manica, per così dire, larga. Fino al 2014 la legge consentiva a consiglieri regionali e provinciali (a Trento e Bolzano le due cariche coincidono) di incassare la pensione non mensilmente ma in un colpo solo l’intera spettanza, calcolando la cifra sull’aspettativa di vita. Solo che su questa aspettativa era in precedenza piuttosto «abbondante» dando luogo a liquidazioni che in alcuni casi avevano superato il milione di euro. Nel 2014 era esploso lo scandalo delle «pensioni d’oro» del Trentino, era stata avviata anche un’inchiesta della procura che aveva indotto l’assemblea regionale a rivedere i calcoli. L’ente era riuscito anche a strappare un provvedimento in base al quale avrebbe potuto pignorare i beni degli ex consiglieri che si rifiutavano di restituire il «maltolto». Alcuni politici, tra questi la Klotz, avevano accettato di restituire la somma, in attesa di maturare nuovamente i diritti alla pensione alla luce di una nuova legge regionale nel frattempo varata.
Il nuovo traguardo
La nuova legge è entrata in vigore, ha previsto un taglio del trattamento ma ha mantenuto invariata la possibilità per i politici di incassare quanto maturato mensilmente o «una tantum», in una volta sola. La «pasionaria» altoatesina è tra coloro che hanno tagliato il traguardo della quiescenza nelle scorse settimane e ha optato per il «tutto in una volta sola». Calcoli alla mano per lei la cifra è stata di 946mila euro e spiccioli. L’ammontare è stato confermato nei giorni scorsi dalla presidente dal consiglio regionale Chiara Avanzo che ha risposto a una interrogazione in materia. La Klotz, del resto, aveva cominciato la su attività politica nel 1976, entrando poi in consiglio comunale a Bolzano quattro anni più tardi e venendo eletta ininterrottamente per tutte le tornate elettorali successive.
«Sud Tirol ist nicht Italien!»
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Il nome di Eva Klotz è una vera e propria bandiera per le comunità germanofone dell’Alto Adige. Nata nel 1953 in val Passiria, Eva è figlia di Georg Klotz, protagonista a partire dagli anni ‘50 di attentati terroristici in chiave anti italiana. la figlia ne era divenuta l’erede politica aderendo in un primo momento alla Sud Tirol Volkspartei (Svp) di Silvius Magnago ma abbandonando poi questa formazione, ritenuta troppo conciliante con il governo di Roma. La Klotz aveva in seguito formato il movimento Sud Tiroler Freiheit. Tra le iniziative per cui la nuova sigla si è resa celebre c’è la collocazione in tutti i valichi di frontiera tra Italia e Austria di cartelli con la scritta «Sud Tiroler ist nicht Italien!» («l’Alto Adige non è Italia»). Nel 2007 Eva aveva scritto una letter alla rai chiedendo che non fossero definiti «italiani» gli atleti altoatesini che partecipavano a Olimpiadi o campionati del mondo con i colori dell’Italia. Il 17 novembre ha rassegnato le dimissioni dal consiglio provinciale di Bolzano.

15 febbraio 2016 (modifica il 15 febbraio 2016 | 15:07)

Eva Klotz e il vitalizio d’oro «Non è un regalo dell’Italia»

Corriere della sera

di @cdelfrate

Alla pasionaria dell’Alto Adige un assegno di 946 mila euro frutto della legge della regione autonomista. «Sono soli i contributi che ho versato durante la mia attività»

Eva Klotz durante una manifestazione del suo movimento

Signora Klotz, dica la verità: pagandole una pensione di 946.175 euro tutti in una volta, l’Italia è stata generosa con lei...«Non è generosità. È stata solo applicata la legge che riguarda gli ex consiglieri: quei soldi mi spettano».Non c’è proprio verso, quando si nomina l’Italia, di ammorbidire Eva Klotz, la «pasionaria» autonomista altoatesina. Nemmeno quando le si fa notare che grazie al trattamento di fine rapporto della politica lei ha incassato in un sol colpo un assegno di tutto rispetto. Non solo lei ovviamente, ma tutti gli ex consiglieri provinciali e regionali del Trentino Alto Adige i quali, nonostante una legge del 2014 abbia sforbiciato del 20% circa il vitalizio d’oro, non hanno di che lamentarsi.
In politica dal 1980
Eva Klotz, 64 anni, la «iron lady» della val Passiria in politica dal 1980, si è ritirata dalla scena istituzionale nel febbraio del 2014: per oltre quarant’anni si è mossa tenendo fede a un solo incrollabile motto, Sud Tirol ist nicht Italien!, il Sud Tirolo non è Italia; e ancora ieri dalla sua casa ribadiva: «Se la mia terra non fosse stata ceduta all’Italia, non avrei nemmeno cominciato a fare politica». Il fatto è che nonostante questo sentimento anti italiano, ha ricevuto un conguaglio pensionistico di poco inferiore al milione di euro. Frutto della sua lunga militanza politica ma anche della generosa legge che i consiglieri di Trento e Bolzano si sono dati per garantirsi una serena vecchiaia.
«Avrei potuto ottenere di più»
Il meccanismo non è di immediata comprensione ma può essere riassunto così: maturati i diritti alla pensione, gli ex amministratori possono scegliere se incassare un tot mensile oppure se farsi pagare una volta per tutte l’intera spettanza, calcolata su una aspettativa di vita piuttosto ottimistica, diciamo così. Da lì scaturisce la cifra di 946 mila euro e spiccioli che Eva Klotz ha deciso di farsi saldare; e che con i criteri in vigore prima del 2014 (sui quali la procura di Trento indaga) sarebbe stata ancora più alta.«Lo ribadisco: non è un gesto di generosità dell’Italia verso di noi e non mi sento di avere rubato niente.

In realtà avrei potuto anche prendere molti più soldi — dice ora la fondatrice del Sud Tiroler Freheit, fuoriuscita dalla Svp perché troppo conciliante con l’Italia — perché dopo 4 legislature avevo già maturato il diritto alla pensione: all’epoca sarebbe stata di oltre 5mila euro al mese. Ma la passione per la politica ha prevalso e sono arrivata a 6 mandati prima di decidere di ritirarmi; nel frattempo la legge è cambiata ma io non faccio altro che adeguarmi alla legge: tutti quei soldi sono i contributi da me versati in questi anni, lo definisco un conguaglio e non capisco perché se ne parli tanto, adesso».
Come giudici e onorevoli
Magari perché di questi tempi l’opinione pubblica è sempre più insofferente ai privilegi della politica e vede invece traballare le sue sicurezze in fatto di stato sociale...«Capisco le difficoltà economiche delle famiglie — ribatte frau Klotz — ma se ne facciamo una questione di giustizia allora la norma deve cambiare per tutti: il trattamento economico di noi consiglieri regionali è agganciato a quello dei magistrati che a sua volta segue quello dei parlamentari dunque sarebbe opportuno che la riforma fosse generale. Vengano pagati 2.800 euro al mese per tutti e non se ne parli più».

15 febbraio 2016 (modifica il 16 febbraio 2016 | 00:40)

I primi 40 anni di Radio 105

Corriere della sera

di Roberto Rizzo

Il 16 febbraio 1976, da un monolocale al Lorenteggio iniziano le trasmissionidell’emittente che oggi è ascoltata da 4,5 milioni di persone al giorno

Uno dei primi manifesti pubblicitari di Radio 105

In una sala del Museo della Scienza e della Tecnica è ricostruito il primo studio di Radio Studio 105. Identico a quello allestito in monolocale di via Tito Vignoli, zona Lorenteggio, da dove, alle 15.40 del 16 febbraio 1976, iniziarono le trasmissioni di 105. Peccato che nessuno ricorda più quale fu il primo disco suonato, la canzone che ha dato inizio a questa storia.

Domani Radio 105, da tempo non più «Studio», tra i primi network italiani con 4,5 milioni di ascoltatori al giorno, compirà 40 anni. «Nel febbraio del 1976 affittammo questo monolocale al quinto piano di un palazzo in via Tito Vignoli, comprammo un trasmettitore da campo, ognuno portò i dischi che aveva a casa e iniziammo a trasmettere», ricorda Alberto Hazan, con il fratello Edoardo alla guida di Finelco, società che raggruppa, oltre a 105, Radio Montecarlo e Virgin Radio.
I «novantanoviani»
Gli Hazan avevano un’azienda di famiglia, Audiola, che produceva radio e autoradio. Pubblicizzavano i loro prodotti nei programmi di Radio Milano International. «Il nome 105 deriva dalla nostra prima frequenza, poi abbandonata per i 99.100 in fm», racconta Angelo De Robertis, dal 2003 direttore dell’emittente dove arrivò, come dj, nel 1981. Radio 105 non è la prima radio privata italiana ma vanta alcuni primati: la prima locale a diventare, nel 1988, nazionale, la prima «radio libera» a darsi una struttura professionale con palinsesto e programmazione musicale.

«All’epoca tutti copiavano quel che si faceva in Inghilterra o negli Usa — continua De Robertis —, noi eravamo più pop». Celebre, in quegli anni a Milano, un gioco: la radio chiamava un numero di telefono a caso e chi rispondeva «ascolto Studio 105» vinceva un’auto. Negli anni 80, 105 è la più ascoltata in città e in Lombardia. La rivalità con Milano International e Deejay divide gli ascoltatori come tra Inter e Milan. Gli adesivi sulle macchine identificavano l’appartenenza a questa o quella emittente. Chi ascoltava 105 era un «novantanoviano»
Nell’orbita di Mediaset
Per prima in Italia, 105 inventò il morning show, il programma del mattino, oggi il prime time radiofonico, al tempo fascia oraria ad esclusivo appannaggio dei notiziari Rai. Lo conduceva Gianni Riso e in breve divenne un successo clamoroso. Gran parte della città si svegliava con lui. Dai microfoni di 105 trasmettevano Alex Peroni e Claudio Cecchetto, Max Venegoni e Loredana Rancati, Federico l’Olandese Volante e Leopardo. Oggi i programmi più ascoltati sono «Tutto esaurito» di Marco Galli e «Lo zoo di 105» di Marco Mazzoli, mentre la radio è entrata nella galassia Mediaset che ha acquistato quote di Finelco.

Gli analisti finanziari danno per più che probabile un definitivo passaggio delle tre emittenti sotto il controllo della famiglia Berlusconi. «Quale che sarà il nostro assetto futuro mi auguro che continueremo a fare radio come in questi primi 40 anni — dice De Robertis —. Nonostante Spotify e YouTube, una ricerca Eurisko rivela che giovani e giovanissimi, i cosiddetti millenials, amano ancora questo media. E noi, dal 1976, abbiamo dimostrato di saper fare bene questo lavoro»,

Hacking di Stato, i consigli di Amnesty per difendersi

repubblica.it
di ARTURO DI CORINTO

Dall'organizzazione internazionale che si batte per i diritti umani nel mondo gli strumenti per proteggere la propria privacy online (e difendersi contro la sorveglianza di massa)

Hacking di Stato, i consigli di Amnesty per difendersi

Amnesty International, nell'ambito della campagna di denuncia sull'hacking di stato ai danni di oppositori e dissidenti, ha realizzato questa breve miniguida per le comunicazioni online sicure. Toll e app per telefonare, chattare, spedire email, file e video in sicurezza. I sei tool indicati dice Amnesty sono stati progettati per la comunicazione sicura e sono un'alternativa semplice e gratuita a quelli che si usano regolarmente.

Con un'avvertenza importante: "Nessuno strumento di comunicazione è sicuro al 100% ed esiste un'infinità di modi per intercettare o registrate ogni forma di comunicazione da parte di governi ed agenzie spionistiche. Se sei un giornalista o un attivista, dovresti considerare che questi tool sono solo parte di un piano di sicurezza personale e organizzativa più ampio. Inoltre non sono gli unici strumenti è possibile imaprare di più dal Tactical Technology Collective e dal vademecum della Electronic Frontier Foundation.

TextSecure - messaggistica
TextSecure è un'app Android il cui equivalente iPhone si chiama Signal (https://itunes.apple. com/app/id874139669). Somiglia a Whatsapp e consente la cifratura di testi, immagini, video e audiofile. L'app è open-source e fornisce la cifratura end-to-end, cosa che significa che nessun man in the middle può decifrare i file che si scambiano gli interlocutori

Redphone - per le telefonate in voce 

Redphone è un'altra app gratuita e open-source che cosente la cifratura end-to-end della chiamate in voce, e ha il vantaggio di essere un servizio Voip, fruibile via internet che quindi non consuma il credito del telefono.

Meet.jit.si - videochiamate e instant messaging
Meet.jit.si servizio gratuito e opne souce per videochiamate, videoconferenze e trasferimento file. Funziona anche per la messaggistica e funziona dal browser senza scaricare niente. Funziona anche con molteplici utlizzatori. Somiglia a Google, ma le telefonate sono cifrate end-to-end ne esiste anche una versione desktop, Jitsi scaricabile e funziona con Windows, Linux, Mac OS X and Android.

MiniLock - per la condivisione dei file
Si tratta di un plugin per il browser web che consente la cifratura dei video compresi allegati alle email e fotografie. Grazie a minilock è possibile caricare e inviare i file cifrati alla propria lista di conttatti usando il loro miniLock id, che impedisce a persone diverse dal destinatario di poterli condividere e leggere.

Mailvelope - email più sicura
Un add-on gratuito per il proprio browser web che cifra end to end la propria email e funziona anche con la webmail fornita online da terze parti come Gmail, Yahoo and Outlook. Anche questo servizio è open source e usa OpenPGP.

SpiderOak - per condividere e immagazzinare
Serve per fare il back-up dei propri file, sincronizzarli su dispositivi dicersi e condividerli solo con persone di fiducia. I file immagazzinati sono cifrati quindi neppure i fornitori del servizio possono ispezionarli. Questo servizio è a pagamento ($12 al mese) e non è ancora open source.

Amnesty: "Basta con l'hacking di Stato, denunciamolo"

repubblica.it
di ARTURO DI CORINTO

Una nuova campagna per la sicurezza di attivisti e giornalisti che usano smartphone e pc, sempre più spesso obiettivo di mercenari e hacker di regime

Amnesty: "Basta con l'hacking di Stato, denunciamolo"

INTRUFOLARSI nei computer degli attivisti per i diritti umani è una pratica comune degli Stati canaglia. A dirlo è uno studio di Amnesty international che dopo aver elencato numerosi casi di hacking di stato, avverte che tenere nascoste queste intrusioni è peggio che subirle. Molte Ong infatti, per evitare il panico tra gli stessi attivisti tengono le intrusioni nascoste e quel che è peggio non si preparano a evitarle per il futuro.

L'hacking di stato colpisce invariabilmente giornalisti, cooperanti, attivisti, avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani. Prove e denunce di intrusioni verso obiettivi civili da parte del governo cinese sono venute da Google, Adobe, Yahoo e Symantec. Molte sono state dirette specificamente verso Ong impegnate in Tibet e così via. Non si contano poi i casi riportati in Russia sopratutto dagli attivisti per i diritti gay e la difficile situazione in Egitto dove molti attivisti sono spariti proprio prima dell'anniversario delle manifestazioni di piazza Tahrir nel 2011, oggi tornata alla ribalta per la scomparsa del nostro connazionale Giulio Regeni.

Lo studio voluto da Amnesty International e realizzato da due consulenti, Morgan Marquis-Boire ed Eva Galperin ricorda che diversi di questi attacchi sono stati compiuti a danno di  singoli giornalisti in Marocco o del Bahrain usando software spia del famigerato Hacking team e anche con software ralizzato da un'azienda tedesca e commercializzato da un'omologa inglese  Ahmed Mansoor, negli Emirati Arabi Uniti, membro di Human Rights Watch, ad esempio, si è ritrovato nel computer proprio uno spyware che consentiva alle autorità di tracciarne movimenti e di leggerne le email e la stessa pratica è frequente nelle denunce contro il cosiddetto Syrian Electronic Army da parte degli attivisti siriani.

A differenza di altri tipi di software malevoli che si installano nel computer e ne danneggiano o bloccano il funzionamento, o che precedono una richiesta di riscatto, i ransomware, questi software servono a controllare il comportamento di chi quel computer lo usa e per questo si chiamano spyware. Quei software che per sbaglio, disattenzione, ignoranza, lasciamo installare sul nostro telefonino perché abbiamo cliccato sul "secure.pdf" mandato dal collega da cui aspettiamo una soffiata, invece può sia tracciare la nostra posizione in ogni momento della giornata che accedere alla lista dei contatti telefonici, leggere i messaggi e le chat e perfino registrare le nostre telefonate. 

Molti di questi software spia vengono usati per finalità legittime, per la sicurezza dello stato, ma i confini tra quest'utilizzo e lo spionaggio illegale di altri stati è sempre labile.Come si legge nel rapporto, anche in Occidente si sono verificati casi in cui l'intelligence ha spiato i difensori dei diritti umani. Ad esempio quella inglese ha intercettato le comunicazioni riservate di Amnesty International. Ma lo stesso era accaduto al Centro americano per la democrazia e la tecnologia, persino alla EFF. Nel dicembre del 2013, alcuni dipendenti della Electronic Frontier Foundation erano invece stati presi di mira da gruppi collegati al governo vietnamita.

Stessa sorte per i giornalisti dell'Associated Press, studiosi francesi residenti in Vietnam e altri blogger. Nell'agosto del 2015, si sono avute invece le prove di un elaborato attacco di phishing collegato al governo iraniano.Secondo Amnesty questi attacchi sono solo la punta dell'iceberg. Come ha raccontato in prima persona il direttore del comitato per la protezione dei giornalisti, Joel Simon, tempo addietro una semplice email di un collega coinvolto nel comitato era stata sufficiente a sollecitare il suo interesse, ma conteneva un malware molto pericoloso.

Il nome del mittente era storpiato ma assai simile al nome del collega che lo mandava, il subject riguardava la vicenda di un giornalista in Gambia in quel momento seguita dal comitato e quindi era plausibile. Tuttavia, non fu aperta, ma messa in quarantena dagli esperti prima di rivelare che il malware al suo interno era un file eseguibile che una volta lanciato comunicava con un server in Indonesia ma che conteneva commenti in cinese.

Il punto è che non tutti i giornalisti o gli attivisti hanno sui loro computer un antivirus funzionante in grado di fare un'immediata scansione dei file malevoli, e non prevedono procedure di analisi per i file compressi, i .zip, che superano l'eventuale prima barriera di protezione di molti sistemi di webmail e, drammatico, non hanno uno staff in grado di gestirli per capire se i file portano documenti scottanti o virus trojan. 

Quel che è peggio, dice Marquis è che gli attivisti e le loro organizzazioni quando si rendono conto di essere stati oggetti di un attacco, non lo comunicano per il timore di perdere la faccia e di creare sfiducia nei propri contatti. Invece bisognerebbe fare proprio il contrario, dirlo pubblicamente e attivare un network di esperti in grado di risalire alle origini del problema, offrendo a tutti i potenziali target, gli informatori sul campo e gli altri colleghi, i mezzi per difendersi.

Ora ne esistono moltissimi, facili da usare e installare, ricordando che per quanto potenti, nessun software, neanche quelli a cifratura robusta, garantiscono una sicurezza completa e totale. Motivo per cui, mentre ci si dota di strumenti come signal o altri per comunicare via sms o via voce o altri per mandarsi file dal telefonino, gli strumenti più utili sono sempre quelli di tipo open source, che consentono cioè agli esperti di verificare sempre che non contengano routine di codice che fanno fare ai nostri strumenti quello che non vorremmo.

Anche il virus informatico è vintage: il museo dei malware anni '80

repibblica.it
di DIANA OREFICE

Online una raccolta di rootkit old-school: colorati, beffardi e autocelebrativi. Si possono riprodurre o installare sul proprio computer, in tutta sicurezza, per rivivere l'emozione dei primi attacchi informatici per MS-Dos

Anche il virus informatico è vintage: il museo dei malware anni '80

UNA VOLTA erano l'incubo degli utenti, oggi strappano un sorriso. Sono i virus informatici degli anni '80 e '90, raccolti online dal Malware Museum. Niente a che vedere con i sofisticati malware di oggi, creati per fare danno, rubare credenziali e chiedere riscatti. I virus per MS-Dos, il primo sistema operativo della Microsoft, erano soprattutto una gara di stile. Schermate psichedeliche, lettere che cadono, musica e animazioni in 8-bit, fino alle più plateali autocelebrazioni.

Il Malware Museum, curato da Mikko Hermanni Hypponen dell'azienda di sicurezza finlandese F-Secure, permette un vero e proprio tour virtuale. Selezionando una delle 78 "opere", si pur assistere ad una riproduzione dell'attacco online, attraverso l'emulatore DOSBox, lo stesso che serve a eseguire vecchi giochi con sistemi operativi moderni. Oppure si pur scaricare il file e installarlo sul proprio computer. Naturalmente non c'è il rischio di infettare i dati: i malware sono stati tutti resi innocui e sono stati privati della parte di codice che corrompe il sistema.

Ma, attraverso le animazioni, si pur rivivere in prima persona quella sensazione di impotenza e derisione che i creatori di malware di una volta si divertivano a regalarci."Non avere paura. Sono un virus molto gentile" recitava Skynet. Walker, invece, faceva passeggiare un personaggio da una parte all'altra dello schermo, mentre Casino ci chiedeva di giocare a JackPot se volevamo evitare la distruzione del disco fisso. Dagli hacker italiani, un tributo alla patria: "L'Italia è il miglior paese del mondo", si leggeva su una schermata verde, bianca e rossa. L'archivio offre, per ora, solo una piccola parte della varietà dei virus esistenti per i primi pc.

Il primo del mondo a raggiungere la fama, chiamato Brain, fu creato nel 1986 da due fratelli pakistani, che volevano punire gli autori di copie illegali dei loro software. In quegli anni, i malware venivano diffusi principalmente grazie ai floppy disk, ma dagli anni '90, con la diffusione di internet, si passò alla propagazione virale di worm tramite scambio di email. Da allora, la crescita dei malware è inarrestabile e secondo il report mensile di Check Point Software Technologies, l'Italia è il quarto paese più colpito d'Europa.

Rispetto alle odierne minacce informatiche, i colorati malware di una volta sembrano ingenui ed innocenti. In realtà erano programmi comunque devastanti per i pc, che spesso richiedevano la completa reinstallazione del sistema operativo. A differenza di oggi, però, oltre al danno c'era anche la beffa

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Belgio, Nutella perde contro Choco I giudici danno ragione alla crema locale (che le assomiglia)

Corriere della sera

di Daniela Polizzi

La Ferrero perde un round nella lotta per la difesa della specialità italiana da spalmare. Il prodotto venduto dai supermercati Delhaize può continuare a chiamare il suo preparato con un nome evocativo ma non «regolamentato»



Ferrero perde contro i giudici del Belgio la battaglia per difendere il marchio della Nutella. La multinazionale italiana del cioccolato aveva a denunciato che il contenuto dei prodotti a brand «Choco», realizzati come private label dalla catena di supermercati Delhaize, non manteneva le promesse contenute nell’etichetta, in quanto in realtà privi di cioccolato. E aveva chiesto ai giudici di applicare alla catena di distribuzione una multa tra 1.250 e 100 mila euro per infrazione.

Il Tribunale del commercio belga non ha accolto la tesi di Ferrero argomentando — secondo quanto riportato dalla stampa — che Delhaize non insinua che il cioccolato sia un ingrediente dell’alimento, ma che lo utilizza per indicare il gusto o il sapore che gli attribuisce e che comunque la parola «choco» non è regolamentata. Nel Paese europeo dove si difende la purezza del cioccolato — il Belgio — i giudici hanno decretato che un grande supermercato può vendere con il nome «Choco» la propria crema da spalmare a base di nocciole, ma priva del tutto di cioccolato.

Anche se il prodotto evoca al consumatore, con l’immagine e l’imballaggio, l’italianissima Nutella. Secondo il tribunale del commercio di Bruxelles sostiene che il nome va inteso come diminutivo di «chocoladepasta», con il quale vengono indicate le creme spalmabili a base di cacao in polvere, zucchero e olio vegetale.

Secondo gli addetti ai lavori si tratta dell’ennesimo esempio del cosiddetto «Italian sounding» che colpisce, in modo trasversale, l’industria e la produzione agricola italiana, dove produttori e consumatori spesso sono i grandi perdenti. Basti pensare alla varietà del pomodoro «San Marzano» venduta sempre in Belgio e che secondo la stessa Commissione europea, «non è appannaggio dei produttori italiani» se coltivata al di fuori dell’area geografica delimitata dalla Dop «Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino».

15 febbraio 2016 (modifica il 15 febbraio 2016 | 14:07)

Il luogo più amato dai milanesi? Vicolo dei lavandai batte il Duomo

Corriere della sera

di Maria Egizia Fiaschetti

Su 4 mila lettori il 22,6% ha incoronato primo nella classifica dei preferiti lo scorcio sul Naviglio Grande. Seconda la Cattedrale. Un altro simbolo, Sant’Ambrogio, superato da Santa Maria delle Grazie. In coda, i giardini della Guastalla e il ponte delle Sirenette


(Fotogramma)

È l’acqua la cifra identitaria di Milano. La più iconica. Dato significativo, proprio quando si riaffaccia - non solo in funzione elettorale - l’ipotesi di riaprire i Navigli. Il sondaggio lanciato sabato su Corriere.it per eleggere il più amato tra 11 luoghi del cuore ha incoronato vincitore - non senza sorprese - vicolo dei lavandai. Lo scorcio che prende il nome da un lavatoio degli anni Cinquanta ha scalato la classifica con il 22,6% (a votare sono stati circa 4 mila lettori), battendo piazza Duomo, seconda al 18,9%. Possibile che un angolo, tutto sommato, minore abbia conquistato il cuore dei milanesi più della Cattedrale? Che il pittoresco abbia avuto la meglio sul sublime?

A voler leggere il risultato in chiave manzoniana, è come se il pubblico avesse voluto premiare la storia con la s minuscola: non i grandi disegni - umani o sovrannaturali - ma la quotidianità con la sua anima popolare. Probabile che, a orientare le scelte, sia stato anche un altro aspetto: la ricerca di un tratto glocal, quintessenza della milanesità. Non che il Duomo non rappresenti la città, ma proprio per il suo forte impatto simbolico assume una veste universale, di immagine per eccellenza nella quale si riconoscono tutti. Vicolo dei lavandai offre una spigolatura diversa, della Milano che fu: cartolina un po’ nostalgica, forse, ma che rivela il bisogno di riscoprire riti e tradizioni perduti. Di immaginare come fosse la vita delle donne chine sul «brellin» di legno, armate di «palton» (pasta a base di cenere, sapone e soda).
Un’altra sorpresa: Santa Maria delle Grazie
Terza - risultato, anche questo, per nulla scontato - Santa Maria delle Grazie: la chiesa gotico-rinascimentale, con il 12,2% dei consensi, supera Sant’Ambrogio, in settima posizione (6,2%). Probabile che, a fare la differenza, sia stata la presenza di un capolavoro assoluto come «Il cenacolo» di Leonardo da Vinci: il secondo sito italiano, dopo le pitture rupestri della Valcamonica, a essere inserito nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Doppiata di un punto, la basilica che custodisce le spoglie del santo protettore di Milano, da piazza Gae Aulenti (6,3%): nel precedente sondaggio sui grattacieli, tra l’altro, la più votata era stata proprio la torre Unicredit.

Quarto il Castello Sforzesco (7,6%), seguito da via Brera (7,1%) e villa Necchi Campiglio (5,6%). In coda la Darsena (5,2%), riqualificata per Expo 2015 con la pedonalizzazione di piazza XXIV maggio e l’apertura del mercato metropolitano. Possibile che il nuovo assetto, accolto con entusiasmo e animato da continue iniziative, piaccia meno, circa un quarto dei voti assegnati a vicolo dei lavandai? Agli ultimi posti, infine, i giardini della Guastalla (4,9%) e il ponte delle Sirenette (3,3%).

15 febbraio 2016 | 16:24

E' di Cremona la Stakanov del Parlamento italiano

Corriere della sera

Cinzia Fontana (Pd) ha partecipato a 15.312 votazioni su 15.313



Si stupisce dello stupore degli altri: «Non sono una rarità, faccio solo il mio dovere». Cinzia Fontana, 52 anni, cremonese, deputato del Pd, si conferma lo Stakanov del Parlamento: ha partecipato a 15.312 votazioni su 15.313. Il record assoluto di presenze alla Camera: il 99,99 per cento. Una gavetta lunga, la sua, quasi d’altri tempi. Laureatasi in Lingue e Letterature straniere, ha militato nel sindacato, prima come semplice funzionaria, poi da responsabile dei pensionati e, infine, come segretaria organizzativa della Cgil di Cremona. Parallela alla carriera sindacale, è corsa quella politica, anche questa partita dal basso. Nel 1989 è diventata vicesindaco di Vailate, il piccolo paese dov’è nata, e nel 1994 è stata eletta sindaco. È disponibile, ma non ama troppo i riflettori. Per questo la sua candidatura, nel 2006 per l’Ulivo, alla Camera destò sorpresa.

Da allora ci ha preso gusto, con il bis, stavolta al Senato, nel 2008 e il tris, di nuovo a Montecitorio, nel 2013. Membro della Commissione Finanze e Tesoro, è una renziana che però cerca il dialogo con i bersaniani, dalle cui file proviene. L’anno scorso ha sottoscritto, con un’altra settantina di parlamentari dem, l’atto di costituzione della corrente «La sinistra è cambiamento, per una primavera democratica». Un «ponte», promosso dal ministro alle Politiche agricole Maurizio Martina e dal sottosegretario alle Riforme costituzionali Luciano Pizzetti (cremonese pure lui), tra il presidente del Consiglio e i «dissidenti» interni. Secondo il monitoraggio costante dell’associazione Openpolis, Fontana è in testa alla classifica delle presenze sin dall’inizio della legislatura.

Nel 2015 ha fatto addirittura meglio, con il cento per cento. Mai un ritardo o un giorno di malattia: «Sono stata fortunata». La settimana scorsa ha saltato la sua prima votazione, quella sulla legge «Dopo di noi», per garantire l’assistenza ai disabili anche dopo la scomparsa dei genitori. C’è però una spiegazione: «In realtà, ero al mio posto anche quel giorno, ma si è inceppato il pulsante per votare». Minimizza sul suo impegno: «È una non notizia, mi sorprende che sia considerato una cosa straordinaria e non la normalità.

Si tratta semplicemente di rispettare le elettrici e gli elettori. Ciò che fa la maggioranza dei miei colleghi, persone per bene che portano avanti il loro dovere alla Camera o al Senato, in Commissione, sul territorio. Un comportamento serio trasversale a tutti gli schieramenti». Eppure il vento anticasta soffia sempre forte. «È vero, ma gli assenteisti sono la minoranza. Casi, comunque, scandalosi e da condannare».

Prima nella partecipazione ai lavori parlamentari, l’ex sindacalista entrata in politica è, invece, solo 408esima sul fronte produttività, il calcolo relativo al numero di proposte di legge presentate, interventi, interrogazioni. «Gran parte della nostra attività non si misura sulla quantità di ordini del giorno proposti ma si svolge dietro le quinte, è fatta di studio di documenti, di rapporti con i ministeri, di contatti con le commissioni.

E tutto questo non si vede. L’importante è portare a casa il risultato». Da qualche mese la medaglia d’oro delle presenze ha un incarico in più: è delegata d’Aula. «Sono quella che corre avanti e indietro tra l’emiciclo e il Transatlantico e che, con il pollice in giù o in su, indica come votare sui più diversi provvedimenti, con relativi emendamenti, ai trecento componenti del mio gruppo. Ecco perché non posso non esserci». Ma Cinzia Fontana c’era anche prima.

15 febbraio 2016 | 07:27

Citroen, la sua filiale è un pezzo di storia

repubblica.it

Organizzata a Milano nella storica sede di Via Gattamelata una mostra fotografica che racconta l'avventura italiana della casa automobilistica 
Citroen, la sua filiale è un pezzo di storia

Una mostra di fotografie per raccontare un secolo di Citroen nella storica sede milanese di via Gattamelata. Per aprire una filiale in Italia, André Citroën convocò il suo amico Mario di Carrobbio che dirigeva la filale francese dell’Alfa-Romeo a Parigi. Nei primi mesi del 1924 Citroën incontrò Nicola Romeo, “patron” dell’Alfa, e il 5 agosto fu sottoscritto un atto di vendita che assegnava all’industriale francese una parte dei possedimenti Alfa nella zona del Portello, a Milano.

Si trattava di un grande terreno di circa 55.000 metri quadri, di cui 20.000 occupati da officine che furono dell’Isotta-Fraschini. A poca distanza, c’erano le fabbriche dell’Alfa che disponevano di fonderie e altri impianti che potevano servire sia la casa italiana che la nuova filiale di Citroën.I lavori di sistemazione dei fabbricati iniziarono rapidamente e prima della fine del 1925 l’area era stata completamente ristrutturata con l’installazione di una moderna catena di montaggio, del tutto simile a quella della fabbrica francese di Quai de Javel, a Parigi.

Anzitutto grandi spazi e tanta luce. André Citroën era convinto che la qualità dei suoi prodotti fosse diretta conseguenza della qualità della vita dei suoi operai per i quali voleva ambienti confortevoli, puliti e salubri. Tutto l’impianto era riscaldato, nastri trasportatori e convogliatori aerei riducevano la fatica e il rischio per le maestranze.Nella fabbrica, sempre sul modello di quella francese, c’era una fornita infermeria, con ambulatori medici specialistici. Anche la mensa serviva operai e impiegati con identico menù.

In Italia, Citroën decise di costruire inizialmente due modelli di vettura: la piccola 5HP, che da noi si chiamava “Tipo 5” e la più grande 10HP, per noi la “Tipo 10”. Nel 1929 fu avviata la produzione delle C4 e C6, quest’ultima, nel nostro Paese, fu chiamata “Lictoria Sex”. Una “Lictoria” speciale, in allestimento Coupé de Ville, fu costruita per Pio XI. Decorata senza risparmio d’oro zecchino, arredata in “stile ‘700 veneziano”, l’auto fu costruita con il lavoro volontario delle maestranze di Milano e consegnata al Papa con una cerimonia solenne. Nel 1930, il blocco delle importazioni dei componenti meccanici, che arrivavano da Parigi, portò gradualmente alla fine dell’attività di assemblaggio.

Nell’agosto del 1943, durante il bombardamento di Milano che distrusse gli impianti dell’Alfa-Romeo, la sede italiana della Citroën fu gravemente danneggiata, con incendi molto estesi e il crollo di gran parte delle belle coperture in vetro e acciaio volute da André Citroën. Nel dopoguerra la ripresa fu molto lenta, sia per la gravità dei danni subiti dallo stabile che per le difficoltà dovute al contingentamento dell’importazione di vetture estere. L’azienda milanese intraprese la produzione di stampi: oggetti delicatissimi e di grande precisione, la qualità degli stampi “made in Milano” era rinomata.

Dal 1955, con l’arrivo della DS e soprattutto dal ’58, con l’introduzione del Mercato Europeo Comune (MEC) e il conseguente crollo delle barriere doganali, le vendite di Citroën nel nostro Paese crebbero esponenzialmente. Nel 1968, la Società Anonima Italiana Costruzione Automobili lasciò il posto alla nuova Citroën Italia SpA che passava definitivamente dal settore produzione al commercio autoveicoli.

Il successo delle vendite dei modelli ID e DS in Italia, permise all’allora direttore generale Gerard Vion di accantonare una cifra sufficiente a ristrutturare la sede di Milano.Tra il 1969 e il 1970, gli uffici furono temporaneamente trasferiti in via Bergognone e la vecchia sede fu completamente demolita.Al suo posto fu edificato un modernissimo edificio che riuniva gli uffici con le direzioni, l’officina ed il magazzino ricambi ed un grandissimo salone di vendita che si affacciava sia su via Gattamelata che su viale Teodorico.

Il 4 dicembre 1970, alla presenza delle autorità italiane e francesi, la nuova sede di Citroën Italia SpA veniva presentata alla stampa italiana e francese che poteva ammirare ambienti moderni e luminosissimi, che sarebbero certamente piaciuti ad André Citroën. Quindici anni dopo furono rinnovati la facciata e gli interni per la nuova immagine Citroën con colori bianco e rosso, mentre nel giugno del 2015 è stato inaugurato il DS Store.

Show Citroen a Milano: 92 anni di storia

Cimitero-museo Monumentale, degrado e incuria: dall’angelo spezzato al Fontana sparito

Corriere della sera

di Francesco Cevasco

Sculture e mosaici abbandonati. Un’asta per finanziare i lavori di restauro Lo sfregio alla storia Un’opera di Canova del 1817 va perlomeno pulita



Salvate il soldato Nicostrato. È la nuova mission della Associazione amici del Monumentale. Il Monumentale è uno dei cimiteri più belli al mondo. Un museo a cielo aperto che non ha niente da invidiare a quelli di Praga, Parigi, Recoleta a Buenos Aires, Staglieno a Genova e Skogskyrkogården a Stoccolma. Adesso del soldato Nicostrato Castellini Baldissera va salvata la memoria. Garibaldino, eroe della Terza guerra d’indipendenza, riposa al Monumentale.

Nel cimitero che a novembre festeggerà il centocinquantesimo compleanno è lì fin dal primo giorno. E il suo solenne monumento è stato il primo lavoro di un artista comparso al Monumentale. Il sarcofago del soldato è protetto da un angelo scolpito da Luigi Giberto Buzzi, scultore realista (che nel suo realismo risolve il dilemma del sesso degli angeli: l’angelo che custodisce Nicostrato è femmina). Ma adesso l’angelo è ferito: ha un’ala spezzata. Bisogna riattaccargliela. E bisogna anche consolidare il sepolcro.

Per finanziare questi interventi gli Amici del Monumentale hanno organizzato un’asta di opere d’arte. Rientra in un progetto importante: «Adotta un restauro». L’asta si terrà giovedì a partire dalle 18.30 alla Fonderia Artistica Battaglia in via Stilicone 10. Nei due giorni precedenti si potrà andare a dare un’occhiata alle opere: arte moderna e contemporanea, lettere e autografi, fotografie. Sono 40 lotti. A cominciare da una «Goccia» delle trenta create da Kengiro Azuma, il novantenne artista giapponese (che per fortuna non portò a termine la sua missione di pilota-kamikaze nella seconda guerra mondiale) capace di sintetizzare l’arte Zen con la lezione spaziale di Lucio Fontana.

Ma non c’è soltanto il soldato Nicostrato da difendere, al Monumentale. Molta è l’arte lì sparpagliata che merita di essere salvata. Con l’aiuto di Carla De Bernardi, presidente degli Amici del Monumentale, e del suo braccio destro Lalla Fumagalli, si può fare un giro - non virtuale, ma reale - nei 250 mila metri quadrati del cimitero. Due ceramiche di Lucio Fontana si stanno velocemente deteriorando. (Un’opera sempre di Fontana è «sparita»). La tomba dell’architetto Carlo Maciachini che pure il Monumentale lo ha progettato è in stato di abbandono. Un’opera di Antonio Canova del 1817 va perlomeno spolverata e pulita. Un Mosè Bianchi sta svanendo. E poi il tempo sta consumando mosaici, graffiti, quadri, candelabri, fotoceramiche.

Ovviamente chi indossa cognomi tipo Pirelli, Feltrinelli, Campari, Branca, Dompé, Toscanini e possiede tombe di famiglia, cappelle e monumenti di pregio, cura con passione l’immagine del proprio passato. Ma esistono anche tombe, cappelle e monumenti che non hanno più angeli custodi: «E ormai sono molte le situazioni critiche - dicono all’Associazione amici del Monumentale -. Serve, e abbiamo cominciato a farlo, un censimento di questo patrimonio dell’umanità. È anche questo un modo per contrastare “sparizioni” di opere d’arte che potrebbero un giorno ricomparire chissà dove. E purtroppo queste “sparizioni” si verificano spesso».

In pericolo ci sono capolavori voluti da chi intendeva onorare la memoria delle persone care, amate, stimate - ma, si sa, talvolta, il tempo cancella le intenzioni del cuore - e adesso, a parte i citati, cominciano a sentire il peso degli anni e di una vita spesso all’aperto maestri come Medardo Rosso, Adolfo Wildt, Francesco Messina, Luca Beltrami, Gio Ponti. Tanti artisti e loro eredi si sono impegnati per raccogliere i fondi necessari ai primi restauri (acconsentendo a stabilire quotazioni speciali, inferiori a quelle di galleria e di mercato).

Tanto per fare qualche nome - sapendo di commettere gravi omissioni - ecco, all’asta, le sculture, oltre che di Kengiro Azuma, di Maria Cristina Carlini (La monaca), Leone Lodi (lo scultore più presente sui palazzi milanesi), Margherita Del Favero (Vaso ligneo). I quadri di Tullio Pericoli (Paesaggio a memoria), Domenico Purificato (Volto di donna, in ceramica). Lettere di Maria Callas, di Riccardo Muti e di Vittorio III di Savoia (1786). Fotografie di Carla De Bernardi (la presidente degli Amici del Monumentale).

Giovanni Bombelli (Una serena giornata di sole, uno sguardo sul Monumentale), Nicola Maurelli, morto troppo giovane (Girl into the sea). Tra le sculture all’asta ce n’è anche una di un grande artista, Riccardo Piter (allievo di Wildt e Castiglioni) che al Monumentale ne ha spalmato una cinquantina. E al Comune di Aviano, dove era nato nel 1899, gli hanno dedicato un libro, ma tra poco gli dedicheranno un museo: hanno capito che le sculture durano più dei libri. Se trattate bene. Come - speriamo - al Monumentale.

16 febbraio 2016 | 07:40

Se il colore tradisce il pittore

La Stampa
elena pontiggia



Ma le opere d’arte vere sono anche un po’ false? I colori che vediamo nei quadri del passato (quelli autentici, per carità!) possono essere artefatti, o comunque non essere più quelli che avevano pensato e dipinto i loro autori? A volte sì. Può capitare che un colore invecchiando cambi, come la capigliatura di chi ha superato una certa età. Solo che in quel caso non c’è tintura che tenga, o comunque i procedimenti sono difficili.

Pensiamo naturalmente alla Camera ad Arles di Van Gogh, di cui riferisce nel giornale Vittorio Sabadin. Montagne di esegesi, di critiche, di riflessioni azzerate in un attimo, annullate dalla scoperta che il celeste vangoghiano era in realtà un viola. Ma non è l’unico caso. Prendiamo la Cappella Sistina. Un grande pittore come Burri si indignava di fronte al restauro che aveva rivelato le gradazioni chiare usate da Michelangelo: “Il gelato!

Viene fuori il gelato!”. Eppure il restauro aveva ragione. La dominante scura era un falso dovuto a polvere e sporco. Si sarà rivoltato nella tomba Picasso che, quando nel 1917 aveva visitato i musei vaticani, era passato davanti a Raffaello dicendo spavaldamente: “Beh, questo si può fare”, ma poi davanti ai blu del maestro toscano era rimasto sgomento. “Questo è più difficile” aveva ammesso. E invece quel blu non era mai esistito. Michelangelo era, per così dire, vissuto nell’età del manierismo e aveva cercato i colori più ambigui, cangianti, iridescenti, non il tono mentale che aveva incantato il padre del cubismo.

E Seurat e Signac? Una vita trascorsa a calibrare la scala dei colori, a calcolare i complementari come fossero tabelline, a misurare le gradazioni di timbri e toni e a teorizzarle. E invece tutta quella loro arte-scienza oggi è spesso inservibile, perché se si guardano certi loro quadri (per non dire tutti) i colori si sono modificati e i conti non tornano più. Per fortuna che un dipinto non è soltanto cromatismo, e la magia della Grande-Jatte, quel pigro pomeriggio in cui non succede niente tranne l’arte, rimane intatta.

A voler cercare l’autentico e l’inalterato, comunque, c’è da disperarsi. Dieci anni fa usciva a Milano il catalogo generale di Piero Marussig, protagonista triestino del «Novecento» di Sironi. I colori esibivano una dominante dorata, una sorta di verde-oro particolarmente accattivante e non mancarono acute riflessioni sulla sapienza dei pittori mitteleuropei. Peccato che l’artista non avesse mai usato quella suggestiva cromia e quel verde-oro fosse il risultato di vecchi fotocolor uniti al precoce invecchiamento di alcune tele. 

Ma ben più illustri esempi si potrebbero citare. A cominciare dalla scultura greca, che tutti, sulla scorta di Winckelmann, amiamo per il candore immacolato. E invece le statue erano colorate di azzurro, di ocra, di rosa, di carminio. Se i Greci rinascessero oggi quel bianco candeggiato non lo riconoscerebbero più. Insomma, è come per le traduzioni: l’importante è che siano valide. Ma non pretendiamo a tutti i costi la fedeltà.