sabato 13 febbraio 2016

Il ragazzo della via Gluck» di Celentano compie 50 anni: petizione per salvare la strada

Corriere della sera

di Rossella Burattino

L’associazione «Amici della Martesana Greco» lancia una petizione e chiede al Comune la riqualificazione della strada, oggi in stato di abbandono e degrado



Chi intona: «Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluck», non canta soltanto una delle ballate più belle di Adriano Celentano, ma lancia un grido (di dolore) contro la cementificazione. Il 13 febbraio del 1966 «Il ragazzo della via Gluck» fu presentata al Festival di Sanremo. Il Molleggiato venne scartato alla prima serata ma ebbe un enorme successo radiofonico e smosse (per la prima volta) le coscienze ambientaliste ed ecologiste.
La rinascita
Sabato l’«autobigrafia» canora di Celentano compie 50 anni e per festeggiarla l’associazione «Amici della Martesana Greco» coglie l’occasione per lanciare una petizione promossa anche da Legambiente: «Chiediamo al sindaco e agli assessori ai Lavori pubblici e alla Mobilità e all’Ambiente la riqualificazione di via Gluck, già inserita dall’amministrazione comunale tra i beni paesaggistico-culturali ma ora in una situazione di forte degrado».

La canzone racconta la storia (vera) di un ragazzo nato a Greco al tempo in cui si correva tra i campi verdi e si respirava aria pulita e continua con la denuncia della scomparsa, sotto una valanga di catrame e cemento, di quel mondo. «Un grido di dolore — spiegano i sostenitori dell’associazione — contro un’insensata identificazione del progresso con la costruzione incontrollata, un messaggio ancora attuale, un simbolo vivo, un invito al rispetto della natura che è passato di generazione in generazione.

Quel tratto di via Gluck è abbandonato. Vogliamo che rinasca liberandola dal parcheggio selvaggio, rifacendo una nuova sede stradale, una più adeguata illuminazione e, laddove possibile, inserire alberi e aiuole». Così, dalle 15 alle 17 di sabato, davanti alla casa natale di Adriano Celentano (al numero civico 14), c’è la possibilità di firmare la petizione che supporta la riqualificazione della mitica via, meta ancora oggi di turisti e curiosi.
Vincolo paesaggistico
Nel 2013 la Giunta comunale aveva chiesto il vincolo paesaggistico per via Cristoforo Gluck (zona Nord del capoluogo lombardo, dietro la Stazione centrale). L’allora vicesindaco, Ada Lucia De Cesaris affermò: «Celentano è nato lì e ha cantato le caratteristiche identitarie e storiche di quel quartiere, il modo di essere di Milano in quel periodo. C’è ancora qualcosa in quel luogo che può essere salvaguardato». Ma il cantante, appresa la decisione, si disse contrario: «Oggi è una delle vie più brutte d’Italia».
Flash mob e mercatino vintage
Per festeggiare il compleanno d’oro, in quel giorno, nella strada milanese, sono stati organizzati diversi eventi tra musica, mercatini vintage e flash mob. Si inizia alle 10.30: al Fermo Immagine Museo del Manifesto Cinematografico si barattano dischi in vinile e fotografie con la «supervisione» del fan club «Il Celebre». Alle 16, al civico 14, è in programma l’esibizione canora dei ragazzi della Scuola Media Franceschi. Alle 16.45, ancora al Fermo Immagine, si susseguono altre performance.

Ma l’appuntamento più atteso e alle 16.30: fan e curiosi sono invitati a partecipare al flash mob «Cantiamo Il Ragazzo della via Gluck in via Gluck», promosso dall’associazione Amici della Martesana Greco e Legambiente. Cosa portare? Chitarre, tamburelli, flauti, violini, bassi, contrabbassi o qualsiasi altro strumento musicale per suonare tutti insieme. Abbigliamento consigliato: anni Sessanta. Mood: da molleggiato.

Il video de «Il ragazzo della via Gluck»

12 febbraio 2016 | 07:15


Celentano: «Tutelare via Gluck? Non sono d’accordo, è una delle vie più brutte d’Italia»
corriere della sera

L’artista ringrazia chi si è dato da fare per ottenere il vincolo paesaggistico, ma è di diverso parere

«Ringrazio gli amici della Martesana e tutti coloro che si sono adoperati per dare lustro a via Gluck, anche se, pur comprendendo la motivazione affettiva nei miei confronti, non sono affatto d’accordo che sia un bene da tutelare come area di notevole interesse pubblico». Adriano Celentano replica così alla decisione annunciata venerdì dal Comune di Milano di tutelare l’angolo della Milano vecchia cantato nella sua celeberrima «Il ragazzo della via Gluck».


«OGGI NO» - «Questo lo si poteva dire una volta quando la via Gluck era davvero un bene da tutelare - spiega il Molleggiato - come quasi tutta Milano era un bene da tutelare, per non dire l’Italia intera. Ma oggi no. Oggi la via Gluck è una delle vie più brutte d’Italia».

LA REPLICA - «Ci tengo a chiarire ad Adriano Celentano che non si tratta di una dichiarazione di vincolo per un luogo di interesse pubblico generale, ma della richiesta di conservare e preservare alcuni elementi storico-culturali che sono ancora presenti e alla base della forte identità di tipo popolare dei caseggiati di ringhiera - ha subito replicato la vicesindaco con delega all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris - ciò anche al fine di rinnovare e riqualificare la zona nel rispetto di questa importante memoria storica. Non me la sento di condividere il giudizio di Celentano sulla via Gluck, non solo per quanto già detto, ma anche per la forte partecipazione affettiva della gente che quel luogo lo vive e che con l’Amministrazione ha condiviso questo percorso».

I RESIDENTI - A favore di via Gluck si stanno muovendo da tempo i circoli milanesi di Legambiente e l’Associazione amici della Martesana. Sono 90 metri di strada, e in quel palazzo di fine Ottocento al civico 14 è rimasta solo la signora Ginetta con il marito Amedeo. Con Adriano è cresciuta ed è l’unica che in quel palazzo oggi multietnico può ancora dire di ricordare. Adriano Celentano vi abitò con la famiglia: mamma Giuditta era sartina e aveva il negozio affacciato sulla strada. L’artista però non è mai tornato nella sua vecchia casa e non ha mai mostrato interesse per le iniziative sul rilancio del quartiere.

08 novembre 2013

Il cartone animato arabo che deride il Califfo e i suoi uomini

Anna Rossi - Ven, 12/02/2016 - 13:10

In rete sta spopolando la web-serie creata da un gruppo anonimo arabo che si prende gioco degli uomini dello Stato Islamico. Il cartone animato è stato lanciato sui social netowrk a metà gennaio


Sbarcano su Facebook e Twitter le puntate del primo cartone animato arabo che prende in giro l'Isis e il suo leader.




Per trovare in rete le cinque puntate è semplice: bisogna cercare l'ashtag #TheBighDaddyShow su Facebook e Twitter. Questo nome è un gioco di parole tra l'inglese Big Daddy (Grande papà) e l'arabo Baghdadi (il nome del califfo). La web-serie animata è seguita da migliaia di utenti che commentano le puntate deridendo il Califfo e i suoi uomini.

Il cartone animato è stato realizzato da un gruppo di disegnatori iracheni e arabi di varie nazionalità che preferisce mantenere l'anonimato per evitare rappresaglie da parte dei jihadisti. Non si sa, quindi, chi e quanti siano precisamente gli autori nè dove lavorino. Quello che hanno voluto far sapere alla stampa e a tutto il mondo è che la web-serie vuole "essere uno dei mezzi per contrastare la strategia mediatica dell'Isis". (Guarda il video)

Ultima puntata della web-serie

Vacche, pipistrelli e bachi da seta. Così l'Europa butta i nostri soldi

Domenico Ferrara Giovanni Masini - Ven, 12/02/2016 - 13:38

Da Bruxelles finanziamenti a pioggia per progetti buffi e inutili. Dai 550mila euro per gli uccelli migratori, fino ai 34 milioni per la cooperazione in Groenlandia



Pipistrelli, vacche, bachi da seta, pecore. La spending review non alberga a Bruxelles.

I soldi ci sono per tutti. Tanto li mettono i contribuenti. A loro insaputa. Perché il bilancio dell'Unione Europea sarà pure pubblico e disponibile online, ma districarsi nel ginepraio dei finanziamenti e decifrare il burocratese non è impresa da comune cittadino.«250mila euro per testare il ricorso alla gestione partecipativa dei pascoli in Kenya e Tanzania». Chiaro? Per nulla.

Di certo c'è solo l'ammontare del progetto. E che dire del milione e mezzo di euro destinato ai premi alle vacche nutrici? O del mezzo milione elargito per «l'attenuazione dell'impatto delle pale eoliche sulle popolazioni di pipistrelli e uccelli e nelle rotte migratorie»? E ancora dei 500mila euro per aiutare «i bachi da seta»? Sono alcune delle eurofollie contenute nel bilancio 2016 approvato dall'Unione Europea.

Spulciando tra le oltre duecento pagine, di bizzarrie per usare un eufemismo ce ne sono eccome. E non parliamo solo di specie animali, ma anche di progetti che a un cittadino stritolato dalla burocrazia e dalle tasse farebbero quantomeno storcere il naso. 34 milioni per la Cooperazione con la Groenlandia posson bastare? Per «creare resilienza per migliorare la salute delle comunità nomadi della regione del Sahel nella situazione post crisi» a bilancio è stato messo un milione e 200mila euro. 350mila euro invece per la «mappatura della minaccia globale della resistenza antimicrobica».

Per risarcire le vittime dei reati più gravi commessi nella Repubblica Democratica del Congo, sborsiamo 395mila euro. Per carità, anche i congolesi hanno diritto alla giustizia, ma non si capisce perché allora non possano trovarla anche i cittadini europei vittime, per dire, di errori giudiziari. Uno dei pilastri su cui si basa l'azione dell'Unione Europea è quello di sostenere le minoranze e i soggetti in difficoltà, ma non è chiaro su quali basi si decida di aiutare una minoranza piuttosto che un'altra.

Perché giusto per fare un esempio - ci sono 300 milioni destinati ai profughi della Palestina e non a quelli yazidi?

Non è dato sapere. Sempre rimanendo in tema di minoranze, nel bilancio Ue compaiono poi 900mila euro per «lo sviluppo di capacità per la società civile rom e rafforzamento del loro coinvolgimento nel monitoraggio delle strategie nazionali per la loro integrazione». 135mila euro vengono invece spesi per «ridurre le diseguaglianze in ambito sanitario per le persone lesbiche, gay, transessuali e intersessuali» mentre un milione e 150mila euro sono indirizzati alla «creazione di imprese da parte dei giovani migranti». Meritano infine una menzione a parte quei progetti che sono stati proposti dal Parlamento Ue ma che non sono stati approvati.

Si va dai 499mila euro proposti per finanziare un «nuovo discorso narrativo sull'Europa» ai 150 milioni di euro per «installare rubinetti di latte in tutte le scuole» passando per i 150 milioni da spendere per «lo sviluppo potenziale della raccolta manuale di alghe» fino ai due milioni di euro proposti per «sviluppare una dimensione europea della sport». Insomma, non bastavano gli sprechi milionari per la transumanza dei parlamentari da Bruxelles a Strasburgo o quelli delle sedi distaccate o i benefit della casta dei funzionari. Anche quest'anno l'Unione Europea non ha badato a spese. Nostre.

Iran, bloccata la app «virale» che localizza la polizia della moralità

Corriere della sera

di Viviana Mazza

«Gershad» permette agli utenti di Teheran di segnalare su una mappa dove si trovano gli agenti che spesso fermano le ragazze «mal velate», in modo da evitarli

La app Gershad, lanciata mercoledì per gli utenti iraniani, già bloccata dalle autorità

Una nuova app che aiuta gli iraniani a localizzare la polizia della moralità è diventata virale mercoledì, nel giorno stesso in cui è stata lanciata, alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione islamica del 1979. Si chiama Gershad e permette agli utenti di indicare su una mappa di Teheran dove si trovi la Gasht-e-Ershad (la «Pattuglia della Guida», comunemente nota come polizia della moralità), in modo da consentire di evitarla. Si tratta di un ramo delle forze di sicurezza co-diretto dai Pasdaran e dal ministero dell’Interno, che è responsabile per gli arresti per comportamenti inappropriati in pubblico, incluse le ragazze «mal velate».
Già bloccata
I server di Gershad sono subito stati sommersi di richieste, secondo quanto ha dichiarato uno dei creatori all’organizzazione «International Campaign for Human Rights in Iran», almeno 1000 nel giro di poche ore, e la app — scaricabile solo su Android — sarebbe già stata bloccata dalle autorità iraniane. C’è anche chi teme comunque che non sia abbastanza sicura e che le forze di sicurezza possano usarla per localizzare gli utenti. Il presidente moderato Hassan Rouhani è stato eletto nel 2013 sulla base di promesse di un miglioramento economico delle condizioni di vita, ma anche con l’assicurazione che avrebbe garantito maggiori libertà personali. Alcuni dei suoi sostenitori affermano che sotto quest’ultimo aspetto non è stato fatto abbastanza, mentre invece i conservatori lamentano che l’attuale governo non fa abbastanza per tutelare la pubblica morale.
Due milioni di moniti
Secondo il portavoce della polizia Saeed Montazer al-Mahdi, durante il primo anno di Rouhani al potere, la polizia ha ottenuto 207.053 promesse scritte di donne fermate per strada senza «velo appropriato» che avrebbero rispettato la legge, mentre 18.081 casi sono stati riferiti alla magistratura e oltre 2 milioni di «donne che non rispettavano le regole» sono state ammonite.

12 febbraio 2016 (modifica il 12 febbraio 2016 | 15:54)

Molestie sessuali contro Cortana, l’assistente virtuale di Microsoft

La Stampa

Ma il software è stato riprogrammato per reagire e ora è in grado anche di rispondere a tono a richieste sconce e dichiarazioni sessiste



Cortana è stato vittima di ripetute molestie sessuali. Lo ha rivelato alla CNN Deborah Harrison, uno degli otto componenti del team editoriale che scrive i testi delle risposte dell’assistente personale virtuale di Microsoft. Cortana, come Siri di Apple , è una voce femminile e sin da quando è stata introdotta nel 2014 su Windows Phone è stata oggetto, in quanto tale, della curiosità di molti utenti che hanno manifestato interesse per la sua vita sessuale ponendo domande inappropriate, spesso con atteggiamenti volgari e molesti. 

Lo staff di Microsoft, però, ha affrontato la vicenda riprogrammando il software in modo che sia pronto a dare risposte a tono contro richieste sconce o dichiarazioni sessiste, razziste e offensive. In altre parole, Cortana è in grado di reagire e - come spiega Deborah Harrison - anche di arrabbiarsi davanti a comportamenti poco commendevoli degli utenti.

A volte, umanizzare i sistemi di assistenza digitale, dotandoli di nomi o genere (dietro Cortana c’è la voce dell’attrice Jen Taylor ), è un modo per creare un rapporto di fiducia con chi li utilizza. Tuttavia, non sempre si ottiene il risultato che si vorrebbe perché, in qualche caso, le persone si lasciano andare, magari confessando ingenuamente al programma i propri sentimenti o, peggio, arrivando agli insulti e all’uso di un linguaggio osceno e triviale.

Il team di Microsoft è attento a evitare che Cortana, presentandosi in una veste femminile stereotipata e condiscendente, possa incoraggiare interazioni di questa natura con l’utenza. Finora, l’assistente personale del colosso di Redmond ha risposto ad oltre 2 miliardi e 500 milioni di quesiti. L’azienda diretta da Satya Nadella, grazie alla sua ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia di apprendimento automatico, punta a creare un software ancora più avanzato di quelli realizzati da Apple e Google.

Apple rischia una class action in Usa per "Errore 53"

repubblica.it

Per una procedura di sicurezza, iPhone diventa inutilizzabile dopo riparazioni non autorizzate

Apple rischia una class action in Usa per "Errore 53"

Uno studio legale statunitense ha chiamato in causa Apple per l'Errore 53, quello che blocca gli iPhone riparati in centri non autorizzati rendendoli inutilizzabili. Gli avvocati dello studio legale Pcva di Seattle hanno presentato richiesta per una 'class action' presso un tribunale californiano e puntano ad ottenere un risarcimento di 5 milioni di dollari insieme alla riparazione o alla sostituzione degli smartphone degli utenti colpiti, che sono invitati ad aderire all'azione collettiva compilando una richiesta sul sito web delloo studio legale.

Balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi dopo un articolo del Guardian, l'Errore 53 colpisce le persone che hanno fatto sostituire fuori dal circuito Apple il tasto 'home' dell'iPhone 6 e 6s, che contiene il lettore di impronte digitali, o altre componenti, come lo schermo. Dopo l'aggiornamento del sistema operativo, gli smartphone diventano inutilizzabili. La riparazione non autorizzata, inoltre, fa decadere la garanzia.

Un portavoce di Apple ha spiegato che l'Errore 53 è "il risultato di un controllo di sicurezza introdotto per proteggere i clienti". Se il sensore per le impronte digitali non è abbinato alle altre componenti, l'iPhone si blocca. Gli avvocati non ci stanno, sia perché Apple non ha informato gli utenti, sia perché il fatto "viola diverse leggi a tutela dei consumatori". È come se, spiegano, dopo aver fatto sostituire l'alternatore da un meccanico locale, l'auto non si mettesse più in modo.

Questa foto disturba, meglio non pubblicarla

Marcello Foa




Notate qualcosa di strano in questa immagine?
Serbia Migrants

Questa foto, scattata il 19 ottobre 2015, ritrae un gruppo di migranti che camminano nei pressi di Berkasovo, al confine tra Serbia e Croazia. La donna, a piedi nudi, porta un bambino in grembo, uno sulle spalle e tiene per mano la figlia. Accanto a lei ci sono sette giovani con le mani in tasca.
E allora viene da chiedersi… Possibile che neanche uno di loro si sia scomodato per aiutarla? E perché la donna è scalza con un tempo orribile?

Da esperto di comunicazione mi sono chiesto: la foto è vera o è tutta una messinscena? D’istinto propendevo per la seconda ipotesi, poi però grazie a un amico ho scoperto che a scattare quell’immagine è un noto fotografo dell’Associated Press, Darko Vojinovic, nell’ambito di un reportage sui Balcani, pubblicato peraltro dal Daily Mail sulle rotte dei migranti (vedi qui).
La foto giornalisticamente è bellissima e molto significativa, però è stata ampiamente ignorata dai media. E allora il dilemma si ribalta e assume un altro significato: è stata ignorata perchè politicamente scorretta? Oppure la verità potrebbe essere un’altra. Forse nasconde una storia umana straordinaria e allora perché non indagare?

Temo di conoscere la risposta: perché qualunque foto che esca dal Mainstream tende ad essere ignorata dai media e siccome la tendenza implicita nella maggior parte delle redazioni è quella di non esasperare le reazioni sulla questione degli immigrati, quasi tutti hanno preferito rinunciare non solo a pubblicarla ma persino a tentare di capire le circostanze. Meglio pubblicare le solite foto sui migranti. si vive meglio e non si corrono rischi.

E’ il conforto del conformismo.

Il Paese delle leggi in ostaggio

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Nei rapporti tra magistratura e politica, come in altri ambiti, vince la corporazione

La prova di quanto sia difficile in Italia fare certe riforme è nei cassetti della commissione Giustizia della Camera. Lì, in attesa della seconda lettura parlamentare, è sepolta una legge approvata dal Senato quasi due anni fa: martedì 11 marzo 2014. Si tratta di un provvedimento in grado di toccare nervi sensibili, perché regolamenterebbe in modo ben più rigoroso di oggi il rapporto fra magistrati e politica. Stabilisce, per esempio, che il magistrato non si possa candidare dove ha esercitato nei cinque anni precedenti. E in ogni caso può farlo solo se è in aspettativa da almeno sei mesi.

Ancora: i giudici non eletti non accedono per cinque anni a uffici della stessa circoscrizione elettorale. Mentre gli eletti non possono tornare a svolgere le funzioni ricoperte prima di candidarsi. Hanno solo facoltà di scelta fra Avvocatura statale, ministero della Giustizia o Corte d’appello, ma con l’inibizione territoriale quinquennale. Il minimo sindacale, insomma, in un Paese ammorbato dalle polemiche sull’uso politico dei tribunali. E che su questo esista una condivisione generale, lo stanno a dimostrare le 25 firme di senatori di centrodestra e centrosinistra al testo unificato della legge uscita dal Senato. Il che avrebbe lasciato supporre un percorso spedito anche alla Camera. Invece no.

Il testo è arrivato a Montecitorio il 13 marzo 2014; l’esame è cominciato il 24 giugno successivo e da allora la commissione Giustizia si è riunita con quel provvedimento all’ordine del giorno soltanto quattro volte. L’ultima, il 16 dicembre 2015, nove mesi addirittura dopo la precedente riunione del 12 marzo. Da allora sono trascorsi altri due mesi e tutto tace. Tutto ciò dovrebbe far riflettere innanzitutto chi si ostina a difendere senza se e senza ma il bicameralismo perfetto come fosse l’estrema garanzia del sistema democratico e non invece, quale purtroppo spesso si è dimostrato, un comodo meccanismo per inceppare le riforme.

Ma questa storia mette in luce un aspetto forse ancora più rilevante delle nostre «non regole» istituzionali. Presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, onorevole del Partito democratico, è infatti un magistrato. Vale a dire esponente di quella particolare sottocategoria, i giudici scesi in politica, colpita proprio dalla legge di cui stiamo parlando.

Un dettaglio come tanti analoghi, nel nostro Parlamento, sempre liquidati con troppa sufficienza. Tanto è vero che nella medesima commissione Giustizia presieduta da un magistrato, siedono ben 26 avvocati (su 44 membri!) che potrebbero lì, in teoria, scrivere leggi a vantaggio dei propri assistiti. Come del resto già avvenuto in passato. Dettagli ritenuti insignificanti, che invece segnalano con fragore l’assenza di uno dei principi fondamentali della politica: l’opportunità di certe scelte.

Nessuno può vietare a un giudice di candidarsi alle elezioni, ovvio. Sarebbe contro la Costituzione.
Ma è opportuno che a un magistrato politico sia affidata la guida della commissione Giustizia? E che la maggioranza dei suoi membri sia composta da avvocati in attività? I cittadini non possono sapere se in casi come questo, frequentissimi, esistano reali conflitti d’interessi. Ma devono pretendere che ogni loro rappresentante sia al riparo dal pur minimo sospetto. Ecco perché la forma, certe volte, è anche sostanza.

11 febbraio 2016 (modifica il 11 febbraio 2016 | 21:22)

Un autistico non può fare il sindaco

La Stampa
gianluca nicoletti

Il caso di Roma serve solo ad alimentare una visione irreale del problema

La politica capitolina rimette in campo il vecchio format dell’autistica candidata. Rattrista e deprime vedere per la seconda volta il ripetersi di un escamotage propagandistico. Non serve altro che alimentare una visione irreale dell’autismo, oltre che confermare la volontà istituzionale a privilegiare lo spettacolo alla sostanza.

Sono addolorato nel dovere prendere una posizione così intransigente riguardo a questa storia che coinvolge una ragazza con cui condivido sulla pelle ogni giorno i problemi e le difficoltà. Non riesco però ad accodarmi a tutti quelli che hanno applaudito alla nuova candidatura di Chiara Ferraro alle primarie del Pd per il sindaco di Roma, invece che tirare fuori il solito santino, sarebbe stata un’occasione per dare segnali alle famiglie sulla volontà di lavorare a cercare di colmare l’immensa lacuna culturale in cui versa il nostro paese riguardo la neuro diversità.

Invece vedo molta superficialità nelle voci che parlano di una candidatura che servirà “a dare voce ai malati di autismo”. L’autismo non è una malattia, l’autismo non si contrae, dall’autismo non si guarisce. L’autismo è una modalità di esistenza condivisa da un numero altissimo di persone, che non hanno voce perché nella maggior parte dei casi non parlano, perché hanno enormi problemi cognitivi e non concepiscono la relazione con gli altri umani secondo le regole sociali approvate dai più.

A rappresentare gli indicibili autistici in Italia non potranno essere che le persone che hanno la responsabilità della loro vita decorosa e possibilmente felice. Il problema dell’autismo non è certo che degli autistici non si parli, se ne sta parlando tantissimo, ma ancora troppo spesso oltre alla rappresentazione spettacolare, edificante o commuovente, il loro destino è quello di sparire come fantasmi una volta adulti. Metterne uno nei manifesti elettorali non salverà gli altri.

Non si dà voce all’autismo rilanciando la favola dell’autistica che sogna di essere candidata. Già avvenne al tempo della “Lista Marino” in cui Chiara fu lanciata come possibile candidata al ruolo di consigliere comunale. Non trovavo giusto che fosse fatto allora e ancora meno giusto trovo sia continuare a farlo per le primarie.

Un autistico a basso funzionamento non è in grado di svolgere una funzione pubblica, non è in grado di fare politica, non è in grado di partecipare attivamente agli impegni di un amministratore. Non è un buon servizio alla causa dell’autismo costruire l’ennesima fiction sull’autismo. Non si può chiedere ai cittadini di votare un candidato che non potrà mai realmente rappresentarli in un ruolo pubblico, equivarrebbe a dire “tanto è per finta” e di finzioni è piena la fantacronaca che parla di autistici mirabolanti. Per i nostri “normali” autistici non serve un “re travicello” che ci rappresenti, da parte dei futuri amministratori ci aspettiamo solo impegni concreti.

Cattolici e ortodossi, le differenze e tutto quello che hanno in comune

Corriere della sera

di Luigi Accattoli

Le due Chiese da cinquant’anni hanno avviato un processo di avvicinamento del quale fa parte l’incontro di venerdì a Cuba tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill

La Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse sono le più antiche e le più simili tra loro per dottrina e per organizzazione tra tutte le comunità cristiane, rispetto poniamo a quelle anglicane, luterane, riformate, metodiste, battiste, pentecostali. Ma hanno anche differenze che impediscono loro la «piena comunione», cioè di celebrare insieme l’Eucarestia. Da cinquant’anni hanno avviato un processo di avvicinamento del quale fa parte l’incontro di venerdì a Cuba tra il Papa e il Patriarca di Mosca.
Una è singolare e l’altra è plurale
La Chiesa Cattolica è una per dottrina e governo, pur essendo distinta in «riti» e «conferenze episcopali» regionali, nazionali e continentali. La sua unità è rappresentata dalla figura del Papa. Le Chiese Ortodosse sono 17, tutte professano la stessa dottrina ma sono indipendenti tra loro quanto al governo, cioè «autocefale»: ognuna facente capo a se stessa; riconoscono un primato d’onore al Patriarca di Costantinopoli. Chiesa Ortodossa vuol dire «Chiesa che segue la retta dottrina». Chiesa Cattolica vuol dire «Chiesa universale». Nei primi secoli erano appellativi di tutte le Chiese, ma nel secondo millennio sono divenute denominazioni contrapposte.
Ambedue sono Chiese mondiali
La Chiesa Cattolica conta un miliardo e 254 milioni di battezzati ed è presente in tutto il pianeta, con massima densità in Europa e nelle Americhe e minima in Asia. Le Chiese ortodosse sono originariamente Chiese nazionali, hanno in totale 250 milioni di battezzati e sono presenti principalmente nell’Europa Orientale e in Medio Oriente, ma tramite l’emigrazione hanno oggi filiazioni in tutti i continenti
Quello che hanno in comune
Hanno in comune: la Bibbia, i sacramenti, la dottrina dell’episcopato e del sacerdozio, le leggi (i «canoni») dei primi sette Concili ecumenici (detti «Concili della Chiesa indivisa»: la Chiesa Cattolica ne ha poi «celebrati» altri 14 che non sono riconosciuti dall’Ortodossia), il «Credo apostolico», la venerazione di Maria e dei santi, il culto delle reliquie.
Le principali divisioni
Tre sono le divisioni principali: sulla figura del Papa, sulla disciplina del matrimonio, sui dogmi mariani (Immacolata Concezione e Assunzione in Cielo) e su ogni altra dottrina o legge definite – cioè proclamate – da Roma e dai suoi Concili dopo la separazione del 1054 (Scisma d’Oriente). Al Papa le Chiese dell’Ortodossia sono disposte a riconoscere un primato d’onore ma non un primato di giurisdizione, cioè di governo. La giurisdizione nelle Chiese Ortodosse spetta al Sinodo, cioè al “collegio” di tutti i vescovi di ogni singola Chiesa; per il rapporto tra Chiese spetta al Concilio (o Sinodo) Panortodosso che riunisce tutti i vescovi di tutte le Chiese. Una riunione di tale Concilio – mai più convocato dopo l’ottavo secolo – è prevista per giugno a Creta. Per le Chiese Ortodosse il matrimonio è unico come per la Chiesa Cattolica, ma con varia regolamentazione tutte praticano una “benedizione” delle seconde nozze per il coniuge incolpevole della rottura del primo matrimonio.
Rottura e riavvicinamento
Dopo le reciproche scomuniche del 1054 (Scisma d’Oriente), l’Ortodossia e la Cattolicità restano separate e in contrasto totale fino alla metà del secolo scorso. Le scomuniche sono state abrogate (formalmente: «Cancellate dalla memoria e dal seno della Chiesa») con una «dichiarazione comune» di Paolo VI e del Patriarca di Costantinopoli Atenagora il 7 dicembre 1965 (l’8 dicembre si chiudeva il Concilio Vaticano II; il 5 gennaio 1964 Atenagora e Paolo VI si erano incontrati a Gerusalemme).

Da allora molti passi di avvicinamento sono stati compiuti e dal 1980 è attiva una «Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica Romana e Le Chiese Ortodosse». In caso di necessità c’è il riconoscimento reciproco dei sacramenti e del culto: un cattolico può fare la comunione in una celebrazione ortodossa e viceversa. Non è più considerato un ostacolo l’inserimento nel “Credo” da parte di Roma dell’affermazione che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio, oltre che dal Padre (questione detta del «Filioque»), inserimento mai accettato dagli ortodossi: si è adottata la soluzione pragmatica di utilizzare, nelle celebrazioni ecumeniche, cioè comuni, testi del Credo precedenti a tale inserimento (che è del quinto secolo).
La Chiesa Ortodossa Russa
La Chiesa Ortodossa Russa che è governata dal «Patriarcato di Mosca e di tutte le Russie» è la più numerosa di tutte le Chiese Ortodosse: conta circa 150 milioni di battezzati, che rappresentano i due terzi dell’intera Ortodossia. Oltre che in Russia è presente in tutte le Repubbliche ex sovietiche e ha comunità dell’emigrazione nell’Europa Occidentale, nelle Americhe, in Giappone, in Australia, in Nuova Zelanda. A Cuba c’è una comunità di immigrazione che risale a prima della Rivoluzione d’Ottobre. In questi giorni Kirill sta compiendo una visita a quella comunità. Le più numerose dopo quella russa sono le Chiese Ortodosse di Romania, Bulgaria, Grecia, Serbia.

12 febbraio 2016 | 13:25

Il mea culpa di Lula Cosa è rimasto del mito?

Corriere della sera
di ROCCO COTRONEO

L’ex presidente ha ammesso: «Commessi degli errori». Il Paese si divide in due,i comici lo prendono in giro per le piscine. E mezzo Paese aspetta il suo arresto

Lula con Dilma Rousseff (Ap)

RIO DE JANEIRO - Nell’ultimo video diffuso sui social del suo partito, Lula indossa una t-shirt bianca e dell’antica rabbia ha solo la raucedine e lo sguardo intenso nella telecamera. Tenta a suon di eufemismi di schivare la tempesta perfetta che lo ha colpito e forse ha provocato la fine della sua traiettoria politica: sono stati commessi «errori», dice, ci sono «avversità momentanee». La maglietta, spiega chi capisce di comunicazione, serve per parlare ai suoi, quelli di sempre, gli umili, gli ultimi del Brasile, immenso Paese povero e ingiusto, ma sempre meno di quando vi apparve un tal Luiz Inácio Lula da Silva, arrivato fino alla Presidenza per fare giustizia.
La presidente Dilma al 5%
«Oggi ci vogliono distruggere perché diamo fastidio, perché i conservatori non accettano la nostra forma di governare per il popolo, e in odio ai tanti lavoratori che per la prima volta hanno potuto accedere alle cariche pubbliche». Il Pt, o Partido dos Trabalhadores, fondato da Lula negli anni della dittatura militare e ora al potere ininterrottamente dal 2003, rischia di venir spazzato via. Ha tutta la vecchia guardia in galera o fuori dai giochi per successivi scandali di corruzione; ha una presidente al potere (Dilma Rousseff) con una popolarità che non supera il 5 per cento; è responsabile di una politica economica che ha portato il Brasile alla peggior recessione della sua storia. E ora, soprattutto, ha il suo leader unico e storico sotto attacco. Come avvenne con Craxi negli anni Novanta, gli avversari gongolano all’idea che i giudici della locale Mani Pulite stiano avvicinandosi sempre di più al «cinghialone».

Chi in Brasile odia Lula, e sono in parecchi, non sta nella pelle fino a quando non sarà provato che lui è come tutti gli altri, cioè disonesto e ladro. Decine di siti Internet, tra la politica e l’humor, campano su milioni di clic giornalieri che si aspettano una sola grande notizia: il suo arresto, finalmente. Nelle manifestazioni di piazza c’è sempre il pupazzone gonfiabile di Lula vestito da carcerato. Il giudice Sergio Moro, allievo di quelli del pool di Milano dei quali ha studiato le tecniche, è il nuovo eroe nazionale. Su Lula sono in corso almeno due indagini, come rivoli della grande inchiesta Lava Jato sulle tangenti del colosso energetico Petrobras.
Le due case dell’ex leader
Pare che in cambio di commesse gigantesche (raffinerie, navi, centrali elettriche), le grandi imprese private brasiliane non abbiano soltanto pagato mazzette da centinaia di milioni di dollari a politici e manager, ma anche favori in natura in due immobili dell’ex presidente: una riparazione al tetto, la piscina, l’ascensore, i mobili della cucina. Peggio è che nessuna delle due case è ufficialmente di Lula: la villa di campagna è di due amici del figlio (si sospetta prestanome), mentre dell’attico in costruzione sul litorale atlantico la famiglia Silva non ha mai firmato il rogito, desistendo non appena la storia è venuta alla luce.
Gli avversari
Lula afferma che in tutto il Brasile non esiste persona più onesta e specchiata di lui, perché questi furono gli insegnamenti della madre, negli anni della miseria nera, e quando lo dice gli si gonfiano gli occhi per le lacrime. Per gli avversari, al contrario, è tutta una messinscena: nessuno nella storia del Brasile aveva mai rubato tanto come il Pt. E i figli di Lula sono peggio di lui, vivono di favori, incarichi e prestiti inspiegabili. Sostengono militanti e fedelissimi che andarsi ad occupare della ristrutturazione di un bagno o di chi ha pagato una lavastoviglie è un sotterfugio perché i giudici non sono mai arrivati a dimostrare il rapporto diretto tra le grandi tangenti e le campagne elettorali di Lula e Dilma.
La procedura di impeachment
In effetti, a quasi due anni dall’inizio dell’operazione, non ci sono prove schiaccianti sul fatto che i leader ne siano personalmente coinvolti. Così stando le cose l’operazione politica che dovrebbe portare all’impeachment di Dilma Rousseff, già avviata al Congresso, non ha molte speranze di successo. E visto che l’economia prima o poi si riprenderà, ecco che la resurrezione di Lula e del Pt avrebbe chance di accadere proprio alla vigilia delle presidenziali del 2018, alle quali l’ex sindacalista è convinto di voler partecipare. Racconta chi gli è vicino che Lula è certo di poter sopravvivere alla distruzione del suo mito, rappresentata al momento da numeri inequivocabili. Secondo un sondaggio recente appena il 25% dei brasiliani lo ritiene onesto, e due elettori su tre pensano che sia corrotto quanto altri politici. Negli scandali precedenti, che pur investirono i suoi uomini e il suo partito, mai la fiducia nella persona Lula era stata pesantemente intaccata.
L’opinione pubblica
Ora la brutta storia delle case e delle ristrutturazioni lo danneggia nell’immagine, agli occhi dell’uomo comune e dell’elettore meno informato, assai di più dei grandi traffici sulle commesse, difficili da comprendere. Perché Lula ha avuto bisogno di prestanome? Cosa voleva nascondere? In quello stadio gigantesco che è l’opinione pubblica brasiliana si contrastano due tifoserie: quella del «finalmente» e quella del «complotto». Quest’ultimo, secondo il lulismo, è orchestrato dai media golpisti, quelli che a ogni tg della sera continuano a ripetere che la proprietà di campagna è grande «come 24 campi da calcio». Ai margini del derby pro o anti Lula, il quale alla fine è soprattutto un ex, restano la politica vera, l’economia, le condizioni della sanità pubblica rivelate dall’epidemia Zika. Temi meno appassionanti, senza dubbio, ma oggi paralizzati a causa di tante vicende personali.

11 febbraio 2016 (modifica il 12 febbraio 2016 | 23:11)

Al governo francese non piacciono le tastiere francesi

La Stampa
luca castelli

Parigi vuole mandare in pensione la storica «azerty» (variante transalpina dell’anglosassone «qwerty») in favore di un nuovo modello che non penalizzi accenti, legature e altri elementi caratteristici della lingua francese



I francesi hanno un problema con le loro tastiere. E non si tratta di una questione irrilevante, se persino il governo ha deciso di intervenire. Il Ministero della Cultura e della Comunicazione ha incaricato l’organismo di certificazione Afnor di sviluppare un nuovo standard che permetta ai cittadini di utilizzare computer, smartphone e tablet rispettando l’ortografia della lingua.

«É praticamente impossibile scrivere correttamente in francese usando le tastiere che oggi sono commercializzate in Francia», denuncia il governo. Tastiere che da oltre un secolo seguono il modello «azerty », rispetto al «qwerty » diffuso nel resto del mondo occidentale, e che non sono mai state standardizzate: un fattore che ha permesso ai produttori di hardware di interpretarle liberamente, inventando nelle versioni per computer soluzioni diverse per raggiungere alcuni caratteri nuovi (@, €...) o comunque non previsti dal design originale della tastiera.

Il problema, si legge nel documento diffuso dal ministero parigino, non sta tanto nella disposizione delle normali lettere dell’alfabeto quanto in alcuni aspetti caratteristici dell’ortografia francese: gli accenti (con fondamentale distinzione tra gravi e acuti), le legature (œ), le virgolette caporali (« »). 
Tutti elementi che – soprattutto per quanto riguarda le lettere maiuscole – sono nascosti dietro tasti o chiavi differenti a seconda del produttore, rendendo la vita complicata ai cittadini, fino al punto di convincerli di poterne fare a meno. Con l’effetto, ammoniscono il governo e l’Académie Française, di assistere alla proliferazione di frasi che iniziano con «Ca» (al posto di «Ça») o alla diffusione della convinzione che sulle maiuscole gli accenti non siano necessari.

Storicamente molto attente alla protezione della «eccezione culturale francese», vuoi con la definizione di quote minime di canzoni di artisti nazionali da trasmettere in radio, vuoi con l’aggiornamento perpetuo del vocabolario e l’invenzione di nuove parole che possano far fronte all’invasione di termini anglosassoni (da «computer = ordinateur» a «blog = blogue»), le istituzioni transalpine sottolineano come il problema sia più facile da risolvere sui dispositivi mobili, dove già oggi – in particolare in quelli touchscreen – esistono sistemi di autocompletamento e suggerimento che facilitano la vita del francese che voglia scrivere a denominazione d’ortografia controllata.

Ma il progetto affidato ad Afnor, che è aperto a tutti e che terrà conto anche di iniziative indipendenti già in corso (come la tastiera open source Bépo , è più ambizioso di un semplice standard. L’invito è a sviluppare una nuova tastiera che venga incontro non solo alle esigenze della lingua francese, ma anche a quelle delle varianti dialettali utilizzate sul territorio nazionale (bretone, catalano, occitano, fino alle lingue polinesiane), oltre che delle lingue dei paesi vicini (la ß tedesca, il ¿ spagnolo, la Ø scandinava...). Le prime proposte di Afnor sono attese per l’estate.

Razziste, discriminatorie e inutili. Viaggio nelle ordinanze choc dei sindaci

ilfattoquotidiano
di Luisiana Gaita | 13 febbraio 2016

Dai parchi off-limits ai figli degli evasori, dal giubbotto catarifrangente obbligatorio per i migranti, fino al no ai baci omosex in pubblico. Iniziative sconcertanti puntualmente bocciate da Tar e Consiglio di Stato

Razziste, discriminatorie e inutili. Viaggio nelle ordinanze choc dei sindaci

Provvedimenti anti-Ebola, parchi off-limits ai figli degli evasori, baci tra omosessuali al bando e divieti che riguardano preghiere islamiche e kebab. Va in scena l’ordinanza che diventa discriminatoria. In Italia sono anni che avviene, nonostante la legge lo vieti e i testi vengano bocciati da sentenze di Tar e Consiglio di Stato. Come è accaduto in passato per i bonus bebè: anche i cittadini stranieri ne hanno diritto, ma fino a qualche tempo fa alcune amministrazioni hanno provato a destinarli solo a coppie di italiani.

E c’è chi invece le ordinanze le revoca. Accade a Pantelleria ad opera del primo cittadino Salvatore Gabriele che con un tratto di penna ha cancellato la normativa emanata nel 1982 l’ordinanza dall’allora sindaco Giovanni Petrillo che vietò l’esposizione di seni e nudo integrale. Il motivo? L’ostinazione delle donne non più giovani che osavano mettere in bella vista “seni che sono invece stomachevoli escrescenze flaccide e bislunghe”. Eppure nuove e sconcertanti ordinanze continuano a essere firmate, trascinandosi dietro un codazzo di polemiche, denunce e sentenze.

LE STRETTE CONTRO GLI IMMIGRATI - Un anno fa ha fatto discutere l’ordinanza del sindaco di Flumeri (Avellino), Angelo Lanza, che imponeva agli extracomunitari di indossare il giubbotto catarifrangente per consentire agli automobilisti di individuare i pedoni lungo i cigli delle strade. Ci sta. Solo che non si è mai capito per quale ragione l’esigenza valesse solo per i residenti extracomunitari. A marzo scorso il sindaco di Cirò Marina (Crotone) Roberto Siciliani, eletto con una lista civica di centrosinistra, ha ordinato alla polizia municipale di allontanare tutti gli extracomunitari dai negozi della città. Il motivo? Un paio di casi di scabbia in una scuola, ma i vigili dovevanofar rispettare l’ordinanza “nel pieno rispetto della persona umana”. Si capisce.

A luglio l’ordinanza anti-profughi firmata da Enzo Canepa, sindaco di Alassio, in provincia di Savona (seguito dai Comuni di Casanova Lerrone, Zuccarello, Ortovero, Vendone, Erli e Garlenda). Vietato l’ingresso in città “a persone prive di fissa dimora, provenienti da Paesi dell’area africana, asiatica e sudamericana, se non in possesso di regolare certificato sanitario attestante la negatività da malattie infettive e trasmissibili”. Il Viminale è dovuto intervenire per evitare che ne nascesse un pericoloso precedente. La normativa è arrivata anche in Procura, dopo la denuncia del presidente del Comitato per gli immigrati.

LE ORDINANZE ANTI-EBOLA – Sempre in tema di sanità, a luglio il Tar di Venezia ha accolto il ricorso presentato da alcune associazioni padovane e annullato la cosiddetta ‘ordinanza anti-ebola’ firmata dal sindaco di Padova Massimo Bitonci, che prevedeva il divieto di dimora a persone prive di documenti di identità e di regolare certificato medico. Leggi: i profughi provenienti dall’Africa. Un’ordinanza anti-Ebola è stata emanata anche da Fabrizio Sala, sindaco di Telgate (Bergamo). Il Comune ha fatto dietrofront sul provvedimento che ha spinto alcune associazioni a fare causa all’amministrazione.

SE IL PARCO DIVENTA TERRENO DI SCONTRO - Vengo anch’io? No, tu no. Così a settembre è ancora il sindaco Bitonci (con lo scopo di evitare che il parco Cavalleggeri divenisse luogo d’incontro per i circa 500 profughi presenti in una tendopoli vicina), a consentire l’ingresso ai giardini solo ad anziani e bambini fino a 12 anni accompagnati da adulti. Niente single. Pochi giorni fa, invece, Michela Rosetta, prima cittadina di San Germano (Comune del Vercellese con un buco di bilancio da 100mila euro) ha sospeso i servizi comunali a 180 famiglie non in regola con i pagamenti. Stop, quindi, anche alla mensa e all’ingresso al parco giochi. La maggior parte dei morosi è di origine marocchina, ma il sindaco ha respinto le accuse di razzismo.

NIENTE SOSTA PER I ROM – Ad aprile il sindaco di Albettone (Vicenza) Joe Formaggio ha emanato un’ordinanza vietando ai rom la sosta per ragioni igienico-sanitarie (il Comune non è dotato di piazzole per la sosta e attacchi per gli scarichi). E, guarda caso, lo ha fatto proprio l’8 aprile, giorno in cui ricorre la giornata internazionale della cultura rom. Formaggio, promotore della campagna ‘Io sto con Stacchio’ (il benzinaio che uccise un bandito che aveva tentato una rapina), non ha mai negato che lo scopo dell’ordinanza fosse quello di impedire ai rom di fermarsi, perché  “i campi nomadi sono covi di criminalità”.

VIETATI I BACI OMOSESSUALI IN PUBBLICO - Era l’estate del 2014 quando l’europarlamentare della Lega Nord Gianluca Buonanno e sindaco di Borgosesia si disse pronto a firmare un’ordinanza contro i baci omosessuali. Con tanto di multa da 500 euro a chi avrebbe osato infrangerla. Contro l’ordinanza una levata di scudi. E il sindaco di Trino Vercellese, area Pd, Alessandro Portinaro, organizzò una notte bianca dei baci. Invitando tutti, senza distinzioni. Risale al 2010, invece, la polemica sulla trincea anti-gay sul Piave. Con un annuncio choc l’allora sindaco di Spresiano (Treviso), Riccardo Missiato, ordinò di scavare un fossato per impedire gli incontri a luci rosse sul greto del fiume. “Vietati a tutti, anche agli eterosessuali” si affrettò a precisare. Anche se il provvedimento riguardava le zone maggiormente frequentate proprio dai gay.

NIENTE ELEMOSINA PER MENDICANTI E SENZATETTO – “Sequestrate l’elemosina ai mendicanti”, recitava l’ordinanza della polizia municipale di Matelica (Macerata) voluta nell’aprile del 2014 dall’assessore alla Sicurezza del Comune marchigiano Mauro Canil. Negli stessi giorni a Verona si impediva di aiutare i senza tetto portando loro coperte e cibo. Per ordine del sindaco Flavio Tosi. Con lo scopo di ‘ripulire’ alcune zone dopo le proteste dei residenti. Sulla stessa scia, pochi mesi dopo, un’ordinanza del sindaco di Pontremoli (Massa Carrara), Lucia Baracchini impose sanzioni da 25 a 500 euro per chi chiedeva l’elemosina.

KEBAB, VELO E PREGHIERA - Ad aprile scorso da Padova è partita un’altra iniziativa del sindaco: la chiusura anticipata alle 20 di kebabbari, market etnici e self service h24 nella zona della stazione. “I commercianti stiano tranquilli – ha commentato Bitonci – perché dalle 6 alle 20 potranno vendere tonnellate di quel cibo non veneto chiamato kebab”. E se è vero che non di solo pane (o carne) vive l’uomo, è altrettanto vero che già nel 2009 ad Azzano Decimo un’altra ordinanza aveva vietato la preghiera islamica.

Lo annuncio l’ex sindaco Enzo Bortolotti (Lega Nord). “Niente nenie, ritmi e rituali tribali nelle nostre città”, disse. Quattro anni prima Bortolotti aveva firmato un altro provvedimento per vietare alle donne islamiche di usare il burqa in pubblico. L’ordinanza fu annullata dal prefetto di Pordenone e poi bocciata dal Consiglio di Stato. Nonostante tutto, negli anni quell’esempio è stato seguito da altri Comuni. A Varese, sulla scia dei fatti di Parigi, è recente un’ordinanza ribattezzata ‘antiburqa’ firmata dal sindaco leghista Attilio Fontana.

LE PROVOCAZIONI - Tra le ordinanze sopra le righe c’è sicuramente quella di Davide Zicchinella, primo cittadino di Sellia, borgo medievale alle porte di Catanzaro. Il sindaco, nonché medico pediatra, ad agosto ha vietato ai suoi cittadini di passare a miglior vita. Nessuno scherzo. Con l’ordinanza numero 11 del 5 agosto ha invitato i pochi cittadini rimasti (circa cinquecento), a occuparsi della propria salute, prevedendo per loro incentivi e agevolazioni. Per tutti gli altri, sanzioni. Questione di deformazione professionale.

Risale al maggio 2014, invece, la finta ordinanza straordinaria del sindaco Tosi. Tutto partì da un servizio della trasmissione di Raitre ‘Report‘ nel quale si parlava del serio pericolo di corpose infiltrazioni della ‘ndrangheta a Verona. Il Comune rispose con una provocazione e tanti divieti (finti anche quelli): niente matrimoni misti tra veneti e calabresi, nessuna frequentazione e niente tessere di società sportive per gli atleti provenienti dalla Calabria. Meglio ribadire che è finta, casomai qualcuno la trovi una buona idea.