mercoledì 10 febbraio 2016

Dagli scontrini alle multe, l’ossessione per i soldi che pesa sul Movimento

La Stampa
mattia feltri

In Rete dibattiti surreali sui rendiconti


LAPRESSE
Assegni. Una delle manifestazioni di restituzione dei finanziamenti pubblici da parte del M5S

Il motivo è: «$$$$$$$$$». Almeno secondo l’interpretazione su Facebook dell’onorevole a cinque stelle Donatella Agostinelli, a proposito di una delle tante scissioni. Precisa, diretta, senza giri di parole. Pensiero invece già più articolato per il collega cittadino Cristian Iannuzzi: «Lasciano per non ridare i soldi, sono peggio della casta».

Questa tendenza genovese del Movimento - la chiamiamo così non per dileggio, ma in ambizione sociologica - non può che discendere da Beppe Grillo. Un giorno, era il marzo del 2013, il Garante stava entrando al Quirinale per le consultazioni con Giorgio Napolitano e, ai giornalisti che lo invocavano, mimò il gesto dei quattrini; avrebbe potuto fare quello dell’ombrello, o il dito medio, e invece sfregò le tre dita sebbene non se ne sia mai capito il motivo. Una reazione spontanea, e ci sono cronisti che hanno telefonato a Grillo mentre era all’estero, e ricordano il suo rantolo di dolore: «Ma quanto mi costa?».

Se non fosse così genuino, Grillo non avrebbe capito qual è l’unica cosa che interessa agli elettori: i soldi. Il resto, dai matrimoni gay al premio di maggioranza, è fumisteria da accademia. Il problema è che le buonissime intenzioni della rinuncia parziale ai contributi elettorali, del restitution day coi parlamentari in posa per la foto dietro al maxiassegno, e poi degli scontrini delle origini, con l’andar del tempo sono diventate diagnosticabili come disturbi ossessivo-compulsivi.

Altrimenti come catalogare il seguente scambio di opinioni fra Ivan Catalano e Chiara Di Benedetto? «#tirendiconto?», «ma #renditicontote?», dove il gioco di parole è su “rendicontazione”. Poi il resto del dialogo girava su un più classico «restituisci il malloppo», «mostrami il bonifico» eccetera. Oppure, come catalogare la guerra scatenata un anno fa a Ragusa contro il concerto di Claudio Baglioni, con quel che costa, proprio mentre i cittadini dovevano raccogliere il necessario per la Tari?

Il progetto, giuridicamente stravagante, di far pagare 150 mila euro ai consiglieri comunali romani in caso di dissidenza (gli europarlamentari dovrebbero pagarne 250 mila) è l’approdo di una mania che ha portato Roberta Lombardi a chiedere on line che fare con gli scontrini del caffè perduti, che ha portato Adriano Zaccagnini (ora fuoriuscito) a promettere la restituzione del corrispettivo di un pranzo consumato al ristorante della Camera («pensavo di risparmiare»), che ha portato il deputato Carlo Sibilia a progettare il recupero dell’evasione fiscale dei narcotrafficanti.

Vivere in due in un appartamento di 60 metri ed evitare i locali più costosi del centro è encomiabile, finché non lambisce la parodia. I duelli sul filo della lama per cinquanta centesimi, o il coro «restituite i soldi anche voi», intonato come passepartout ogni giorno, e su ogni argomento, compresi quelli che non c’entrano nulla, ha portato uno dei cinque stelle meno robotici, il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, a dare un prezioso suggerimento: «Meno scontrini, più contenuti». 

La cisterna segreta dell'Appia Antica

repubblica.it
di CARLO ALBERTO BUCCI

Riforniva la guarnigione della villa dei Quintili

La cisterna segreta dell'Appia Antica

Il tesoro è nascosto sottoterra, come molte delle sorprese che il parco archeologico l’Appia antica ancora può riservare. Ma il patrimonio scoperto sotto il manto erboso del complesso di Santa Maria Nova, accanto alla villa dei Quintili, non è fatto di forzieri, monete, gioielli. Nemmeno di sculture antiche. Eppure di qualcosa di altrettanto prezioso.

E, in quanto opera di ingegneria, di tipicamente romano: un criptoportico di età adrianea, trasformato sotto Commodo in cisterna per rifornire d’acqua le terme dei suoi pretoriani e costruito con semplici mattoni che recano però impressi i segni di una straordinaria, umile storia: i marchi della fabbrica che li costruì e il nome dei consoli del 123 dopo Cristo che regnavano in quel tempo, ma anche la sigla, anonima e commovente, delle operaie che li impastarono, perfino l’impronta degli animali che camminarono sopra i conci quando erano, freschi, stesi ad asciugare.

A studiare e a ragionare sulle storie nascoste in queste decine di forme, di punti e di segni, sono gli archeologi della Soprintendenze guidati da Rita Paris, responsabile per lo Stato dell’Appia antica. Ma a giugno arriveranno, dalla Scuola di specializzazione in restauro, gli studenti del cantiere-scuola che, diretto da Maria Grazia Filetici e da Anna Maria Pandolfi, farà scendere per il secondo anno sul campo erboso di Santa Maria Nova giovani architetti, archeologi e storici dell’arte. Che dovranno subito prendersi cura del pavimento di mosaici, a tessere nere con croci bianche, che rivestiva la parte superiore della cisterna interrata, quando si costruì il camminamento che dagli alloggi delle guardie imperiali di Commodo portava alle loro terme.

E che secoli di lavori agricoli hanno frantumato e ricoperto. “Sotto il manto erboso, ci potrebbero però ancora essere tratti integri di tappeto musivo”, spiega l’archeologo Riccardo Frontoni scoprendo il frammento venuto alla luce e ora da restaurare. Ma scendiamo i pochi gradini che portano al criptoportico-cisterna, l’aula di circa 45 metri per 6, ma ancora da misurare, liberato dalle tonnellate di detriti e carcasse di animali lasciati dal pastore che, fino al 2008, occupava illegalmente questo angolo di paradiso a poche metri dal tracciato dell’Appia antica. Le 12 “finestre” originarie, strette e scavate apposta a 30 gradi, sono state riaperte e, come d’incanto, con l’ingresso del sole, l’umidità e l’acqua sono scomparse dai muri e dal pavimento.

Usato nel Medioevo e nel Rinascimento dai frati olivetani che avevano costruito a pochi metri Santa Maria Nova, forse su una cisterna romana mai entrata in funzione, il deposito d’acqua per le terme con i mosaici dei gladiatori cari a Commodo, era entrato in funzione alla fine del secondo secolo d.C. al posto del criptoportico costruito circa trent’anni prima come deposito di derrate alimentari, ma anche della neve per fare i sorbetti.

Una delle ipotesi è che questa “cantina” servisse uno degli “alberghi” o stazioni di posta costruiti lungo la Regina viarum (in quel tratto sorgeva anche l’ustrinum, il luogo per le cremazioni). Certo è che poi, rinforzato da un muro laterale, il criptoportico fu trasformato in cisterna: rifornita prima dall’Acquedotto dei Quintili e, poi, distrutta la rete idrica dell’impero, dall’acqua piovana e dalle fonti sorgive lì indirizzate ancora nell’Ottocento per irrigare campi e orti.

Chiusi i rubinetti, e tolta adesso la massa di detriti, la cisterna è tornata a mostrare le forme semplici e perfette dell’ingegneria idraulica romana. I furti avvenuti nel medioevo l’hanno privata dei conci più grandi, i bipedali e i bessali. Ed ecco ora apparire la trama più interna e segreta dei mattoni con il marchio dei consoli Petino e Aproniano (123 d.C.). I bolli di fabbrica. E quei puntini ravvicinati, come un alfabeto Morse, attraverso cui operai, operaie e schiavi, “firmavano” i mattoni che costruirono i templi, i palazzi ma anche le cisterne della Roma dei re.

Giallo di Ustica, spunta una nuova testimone: «Quel rottame bruciacchiato che poi sparì nel nulla»

Corriere della sera

di Fabrizio Caccia

Adriana Morici, sorella di una delle 81 vittime della tragedia del 27 giugno 1980, rivela: «A Palermo, un addetto allo scalo mi fece vedere un pezzo dell’aereo caduto con un grosso buco bruciacchiato. Poi aggiunse: lo guardi adesso, che poi sparirà...»



ROMA - Che non sia finita qui, che non possa finire qui, anche dopo che sono passati quasi 36 anni, lo dimostra ciò che è successo martedì a margine della presentazione del programma di Luca Telese, “Matrix”, che andrà in onda mercoledì sera alle 23.30 su Canale 5. Adriana Morici, sorella dello steward Paolo Morici, tra gli 81 morti della strage del 27 giugno 1980, era stata invitata, insieme agli altri parenti delle vittime, all’anteprima della proiezione di «Ustica: il missile francese», il documentario di Canal Plus, di cui Mediaset ha acquistato i diritti, che sarà trasmesso mercoledì (e domenica alle 21.30 anche su Tgcom24).

Sull’argomento da anni ci si divide aspramente: fu un missile oppure una bomba nascosta nella toilette dell’aereo a buttar giù il Dc9 Itavia? La signora Morici, martedì, alla fine della proiezione, mentre erano tutti intenti a scambiarsi pareri intorno al ricco buffet, ci ha confidato: «Il giorno dopo la strage, mi pare, con mio marito Giuseppe, andammo a Palermo per il riconoscimento della salma di mio fratello.

E in aeroporto ricordo un capo scalo, ma forse era un semplice addetto, non era neanche in divisa, si avvicinò a noi e ci disse di seguirlo. “Venite con me, vi faccio vedere io”, ripetè queste parole, accompagnandoci davanti a un pezzo dell’aereo precipitato. E subito notammo questo buco, un grosso buco nel metallo che intorno era tutto bruciacchiato. “Guardatelo bene ora - ci disse l’uomo - perché poi sparirà...”. Noi restammo di sasso. Ma è quello che accadde realmente».

La tavoletta del wc dell’aereo Itavia, chiaramente integra 
La tavoletta del wc dell’aereo Itavia, chiaramente integra

La signora Morici aggiunge che in 36 anni è la prima volta che le capita di narrare l’episodio. Semplicemente, perché nessuno era mai andato prima d’ora a parlare con lei. Un piccolo tassello, il suo, che a pensarci bene s’incastra alla perfezione nel racconto del giornalista francese di Canal Plus, Emmanuel Ostian, autore dell’inchiesta che vedremo stasera sul grande mistero ancora insoluto del Dc9 Itavia precipitato improvvisamente, lungo la rotta Bologna-Palermo, a largo dell’isola siciliana di Ustica.

Un’indagine minuziosa, partita dalle rivelazioni tra il 2007 e il 2008 dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che parlò per la prima volta di «un missile» che colpì per errore quella notte il Dc9, un missile lanciato da «un aereo» decollato da una portaerei francese. Secondo Cossiga, la portaerei in questione era la «Clemenceau», ma il giornalista Ostian ha appurato che si dovesse trattare della «Foch» e aggiunge che forse l’obiettivo dei francesi era quello di abbattere un Mig libico - appiattitosi furbamente sulla rotta del Dc9 italiano - su cui viaggiava l’acerrimo nemico, il Colonnello Muammar Gheddafi.

L’inchiesta documenta le reticenze del governo francese, i troppi silenzi e depistaggi anche italiani che circondano questa strage. E ai sostenitori della tesi opposta, quella dell’esplosione provocata da una bomba piazzata nella toilette dell’aereo, Ostian risponde con le foto esclusive da lui ritrovate dopo una ricerca faticosa e appassionata in mezzo ai faldoni dei milioni di documenti declassificati sulla strage. Foto della tavoletta del water perfettamente integra. Che se davvero nella toilette del Dc9 ci fosse stata una bomba, non si spiega proprio come l’asse del bagno possa essere sopravvissuto alla deflagrazione.

Il Dc9 ricostruito con i rottami  
Il Dc9 ricostruito con i rottami

9 febbraio 2016 (modifica il 9 febbraio 2016 | 22:18)

Il Papa e quei 1.142 missionari contro i peccati più difficili da assolvere

Corriere della sera

di Luigi Accattoli

Più di mille sacerdoti inviati nel mondo da Francesco per i peccati per cui è prevista la scomunica

Il Papa invia nel mondo i «Missionari della Misericordia»: li ha inventati lui, sono 1.142, avranno il compito di aiutare la cattolicità a riscoprire il sacramento della Confessione e avranno la facoltà di assolvere dai peccati «più gravi»: delicta graviora, nel linguaggio del diritto canonico. Si tratta dei peccati contro i sacramenti e di altri a loro assimilati per gravità: uso sacrilego delle ostie consacrate e loro consacrazione da parte di chi non ne ha facoltà, atti di violenza fisica contro il Papa, assoluzione del complice di un peccato sessuale, ordinazione illecita di un vescovo e ordinazione a prete di una donna, violazione del segreto confessionale e del segreto del conclave, atti di pedofilia da parte di un membro del clero.
Cinque peccati
Francesco ha parlato martedì pomeriggio ai «missionari» che sono venuti da tutto il mondo e ora darà loro il «mandato» per esercitare il loro compito dovunque saranno chiamati dai vescovi. Compito – ha detto ieri – che «caratterizza il Giubileo e permette in tutte le Chiese locali di vivere il mistero insondabile della misericordia del Padre». Con il «mandato», saranno specificate le facoltà di cui disporranno. Martedì Francesco non ne ha parlato e dunque per prevederle occorre attenersi a quanto aveva scritto nella Bolla di indizione del Giubileo, l’aprile scorso: «Saranno sacerdoti a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica, perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato».

Sono stati selezionati su autocandidature da parte dei singoli sacerdoti, avanzate in accordo con i vescovi o i superiori della famiglia religiosa di appartenenza. Il Codice di diritto canonico ne indica cinque di «peccati riservati» al Papa, che sono i primi cinque tra quelli che ho elencato sopra. A essi Benedetto XVI ha aggiunto gli ultimi due che riguardano il segreto del Conclave e il peccato di pedofilia.
Scomunica
Si tratta, in sostanza, di peccati per i quali è prevista la scomunica «riservata alla Sede Apostolica», che cioè può essere tolta solo dal Papa. Quando uno confessa – poniamo – d’aver rubato ostie consacrate o d’aver registrato una confessione inserendo una microspia in un confessionale, viene avvertito dal confessore che quel peccato lui non lo può assolvere e che occorre rivolgersi alla Penitenzieria Apostolica, che è un organismo della Curia Romana. Ebbene, questi missionari avranno la facoltà piena di assoluzione, la stessa della Penitenzieria, cioè del Papa in persona. Questa figura del «missionario della Misericordia» non era mai comparsa nella storia della Chiesa. Adesso sapremo come sarà definita dal punto di vista «canonico», come cioè verrà inserita nel contesto delle leggi della Chiesa.

9 febbraio 2016 (modifica il 9 febbraio 2016 | 23:07)

Il vescovo e il ladro ucciso a Chioggia «Quel risarcimento è come un furto»

Corriere della sera

Il prelato contro il giudice: il tabaccaio che ha sparato si difendeva da un’aggressione

Monsignor Adriano Tessarollo, per mestiere e per vocazione, fa il vescovo di Chioggia; crede nella giustizia divina e in quella degli uomini. Ma se la prima non ammette critiche, almeno per un ministro di Dio, le decisioni della seconda non hanno il dogma dell’infallibilità. E così, riflettendo sul caso del tabaccaio padovano Franco Birolo, condannato per aver ucciso un ladro entrato nel suo negozio, a 2 anni, 8 mesi e 325 mila euro di risarcimento, monsignor Tessarollo ha espresso ciò che meno ti aspetti da un pastore di anime: «Quello che il ladro non è riuscito a rubare da vivo, il giudice lo ha tolto, completando il furto alla famiglia. Si rischia di trasmettere il messaggio: violenti, scassinatori e ladri, continuate la vostra criminale attività». Parole scritte in un editoriale su La nuova scintillasettimanale della diocesi.
La polemica
Apriti cielo, è il caso di dire: un vescovo che parla come un sindaco della Lega! «Ma per carità: è solo che io ascolto anche il comune sentire della gente e così è nata quella riflessione» replica monsignor Tessarollo, che nei modi e nel tono della voce non è certo un «pistolero»; anche se si narra che anni fa, da parroco, stese con un «diretto» un malintenzionato sorpreso a rubare in canonica. «Questo signor Birolo — prosegue — non è nemmeno mio parrocchiano. Ma ho letto della sua vicenda, di quella del benzinaio Stacchio, dell’altra col ladro che durante un furto è stato morso da un cane e fa causa al padrone del cane. Possibile che chi commette un reato si senta in diritto di arrivare a tanto?».
«Il diritto a difendersi»
Un sentimento che ha portato il prelato, che è stato anche responsabile delle politiche per l’immigrazione nella Cei del Triveneto e oppositore delle sparate leghiste su crocifisso e Islam a scrivere sulla Nuova scintilla argomenti come questo: «Un padre di famiglia, un imprenditore, un lavoratore ha diritto di non vedere la sua casa violata, compromessa la sua attività, derubati i suoi beni, minacciata la quiete sua e dei suoi familiari. La vita delle persone non è solo fisica, ma un complesso di realtà tra cui la libertà, il progetto di vita, la sicurezza... basta che uno si presenti senza armi perché gli sia assicurata l’incolumità mentre lui viola i diritti degli altri? Si pensi a quanto baccano si sta facendo per i diritti civili non riconosciuti!...Abbiamo ancora a che fare con leggi scritte 40-30 anni fa in un certo clima culturale e politico: ci vuole coraggio a dirlo».
«Una tassa a vita per essersi difeso»
Ma il Vangelo non dice «porgi l’altra guancia?»...«Le Sacre Scritture le conosco bene e vi dico che vanno contestualizzate. Quel tabaccaio non voleva far del male, ha avuto una reazione emotiva e non sarà contento di aver ammazzato. Ma dovrà pagare una tassa di mille euro al mese per 27 anni per essersi difeso. È una condanna che mette sottosopra la famiglia del derubato e un vitalizio per la famiglia del ladro!». Però così si corre il rischio di scatenare una corsa alle armi, alla vendetta.

O no? «C’è chi mi ha chiamato “vescovo giustiziere” ma non ho incitato nessuno ad armarsi. La mia riflessione era rivolta alla giudice: volevo fare in modo che anche a lei arrivasse il “sentire” del popolo». Alla giudice Beatrice Bergamasco, autrice della sentenza, qualche eco del sentire popolare è arrivato, visto che è soggetta a tutela in seguito a minacce. Ma ieri ha ribadito il suo punto di vista con le motivazioni della condanna di Birolo: «Non ha mostrato ravvedimento e non ci sono i presupposti della legittima difesa».

9 febbraio 2016 (modifica il 10 febbraio 2016 | 07:52)

Un dibattito fuori dalla Storia

La Stampa
massimo gramellini

Da oggi il Senato si esprime sulle unioni civili e si divide sull’adozione del figliastro, che gli ossessionati dall’inglese chiamano stepchild adoption. Renzi, qui in versione di sinistra, ha deciso di non stralciarla dal disegno di legge Cirinnà, affidando la responsabilità di una eventuale bocciatura ai cattolici intransigenti del suo partito e a quelli del movimento Cinquestelle, cui Grillo ha lasciato libertà di coscienza.

Il rispetto per la buona fede di chi avversa l’adozione del figliastro è fuori discussione. Accanto agli opportunisti, ai moralisti incoerenti e ai talebani, la piazza del Family Day ospitava tante persone che sono sinceramente e profondamente convinte che i figli possano crescere solo con genitori di sesso diverso. Riconoscono che le famiglie cosiddette naturali non siano esenti da disfunzioni in grado di dare lavoro a psicanalisti e cronisti di nera, ma difendono il principio della loro unicità. E in nome di quel principio ritengono giusto vietare l’estensione di certi diritti, cioè di certe possibilità, ad altri esseri umani.

I fautori della conservazione parlano, però, come se il disegno di legge in votazione al Senato plasmasse dal nulla una nuova realtà. Non è così. La «Cirinnà», con grave ritardo rispetto al resto d’Europa, si limita a regolare una situazione già esistente. In Italia ci sono centinaia di creature con un solo genitore biologico che ha un compagno o una compagna del suo stesso sesso. Cosa succederebbe se il genitore morisse e l’adozione del figliastro da parte del partner non entrasse in vigore? Che quei bambini e adolescenti verrebbero strappati alla famiglia che li ha cresciuti e ributtati sulla giostra degli orfanotrofi.

Prima di dare qualsiasi risposta è sempre utile capire quale sia la domanda. E qui la domanda è: quei bambini vanno tutelati, sì o no? Se uno ha la forza di dire no, ha una posizione diversa dalla mia - il che può essere un titolo di merito - ma anche da quella della stragrande maggioranza delle nazioni occidentali, dove l’adozione del figliastro è da tempo un’ovvietà che non ha affatto disintegrato la famiglia tradizionale, tanto è vero che in quei Paesi nascono molti più figli che nel nostro. E forse nascono perché l’attenzione verso la famiglia tradizionale si esprime in politiche fiscali e servizi sociali adeguati. Non limitandosi a impedire ad altre famiglie di esistere.

La contrapposizione tra guelfi e ghibellini del sesso è fuori dalla Storia e ormai anche dalla cronaca. In una democrazia i diritti non si elidono, si aggiungono. Concederne alle coppie gay non significa sottrarne a quelle etero. Significa prendere atto della vita vera e delle sue diversità. Avendo coscienza che certi processi sono ineluttabili e vanno solo armonizzati e regolati. La macchina dei diritti civili prevede il freno, ma non la retromarcia. 

Multe

La Stampa


Se Renzi facesse come Casaleggio, Bersani morirebbe di fame.

Bologna: dipendenti del Comune in assemblea 158 volte in un anno

Corriere della sera
di Dario Di Vico

Il sindaco ha scoperto che solo nel 2015 i dipendenti municipali si erano riuniti praticamente una volta ogni due giorni lavorativi. Interrotti i servizi di pubblica utilità

Virginio Merola (Ansa)
Virginio Merola (Ansa)

Grazie all’improvvida scelta dei vigili di convocare un’assemblea sabato scorso proprio durante l’attesissimo derby calcistico dell’Appennino, Bologna-Fiorentina, il Comune guidato da Virginio Merola ha tirato fuori i tabulati e ha scoperto che nel solo 2015 i dipendenti municipali avevano convocato 158 assemblee retribuite in orario di lavoro. Praticamente una ogni due giorni lavorativi — all’80% nei settori dei servizi sociali, della scuola e della polizia locale — con la conseguente interruzione dei più elementari servizi di pubblica utilità. I motivi di cotanta necessità di discutere e dell’impressionante sequenza di adunate sono sostanzialmente due: a) l’elevata conflittualità dei dipendenti del Comune di Bologna che spesso il lunedì pomeriggio presidiano le sedute del consiglio comunale con striscioni e megafoni; b) la frammentazione della rappresentanza sindacale che oltre ai confederali di Cgil-Cisl-Uil vede la nutrita presenza di Usb, Cobas e Adi.

Accordo sindacale del 1996
Ciascuna di queste organizzazioni in virtù di una nota posta in calce a un accordo sindacale del ’96 può convocare le proprie assemblee retribuite, anche se non ha firmato il contratto che regola le prestazioni di lavoro. In sostanza può tirare il sasso nascondendo sempre la mano, non assumendosi mai la responsabilità di trattare e mediare. E confondendo così il Comune di Bologna con la Comune di Parigi. Ci sono voluti 20 anni perché quella nota, scritta quand’era sindaco Walter Vitali, venisse rimessa in discussione, infatti dopo il vulnus del derby-senza-vigili l’amministrazione comunale ha preso il coraggio a due mani e ha imposto ai sindacati non una clamorosa abiura bensì «di applicare per quanto riguarda le assemblee retribuite il contratto nazionale di lavoro» e di conseguenza di stabilire che a convocare le assemblee sia la maggioranza delle Rsu.
Pratiche di buon senso
Nessuna violazione quindi dei diritti sindacali ma solo il richiamo a pratiche di buon senso che non contrappongano continuamente i lavoratori ai cittadini. La vicenda si presta a diverse considerazioni a partire proprio dal fatto che i dipendenti
— in verità non solo sotto le Due Torri
— sono sovrarappresentati e gli utenti invece non hanno voce. Ma forse il record delle 158 assemblee fa emergere anche un costume politico locale che si può sintetizzare con quell’espressione così ricorrente nei discorsi dei politici petroniani, «da queste parti facciamo così».

Solo che una volta l’affermazione suonava come una rivendicazione della qualità della vita amministrativa e culturale della città. Per dirla con gli inglesi, delle best practice di Bologna. Oggi invece quel «facciamo così» evoca la politica dello struzzo. Così pensando di evitare rogne ci si è accorti solo nel febbraio 2016 che nell’anno precedente era stata convocata un’assemblea ogni due giorni: forse nessuno aveva tenuto il conto perché tanto il Bologna nel 2015 militava in serie B.

9 febbraio 2016 (modifica il 10 febbraio 2016 | 07:57)

Salvini attacca la Rai: "Vergogna, pagare Elton John per esaltare le adozioni gay"

Sergio Rame - Mer, 10/02/2016 - 08:53

Anche quest'anno il Festival assume una connotazione politica. Salvini all'attacco: "Strapagare Elton John, per esaltare le adozioni gay, è una vergogna"

"Strapagare Elton John, per esaltare le adozioni gay, è una vergogna. 

Ma è il Festival della canzone o un comizio politico?". All'indomani della performance di Elton John a Sanremo, Matteo Salvini attacca duramente la Rai. I nastri arcobaleno dei cantanti e le parole del baronetto inglese scatenano una polemica senza fine. Perché, ancora una volta, a far parlare non sono le canzoni ma la connotazione politica che viene data al Festival.

Nessuna frase sulle unioni civili né sulle adozioni per le coppie gay. Ma, dal palco del teatro Ariston di Sanremo, Elton John ha comunque espresso la propria felicità di avere avuto figli. "Oggi mi diverto moltissimo - ha detto - non avrei mai pensato di diventare papà e di avere la vita che ho avuto". Prima di lui molti artisti si sono esibiti esponendo nastri arcobaleno. Da Noemi ad Arisa, da Enrico Ruggeri ai Bluvertigo a Irene Fornaciari, tutti sul palco dell'Ariston coi colori delle associzioni che sostengono i matrimoni e le adozioni per le coppie omosessuali.

"Che c'è nella mia borsa? Diritti uguali per tutti", ha scritto Noemi su Twitter poco prima di interpretare la sua canzone, La borsa di una donna. Laura Pausini, invece, ha chiuso la sua performance con un appello: "La parola Simili (nome del nuovo album, ndr) rappresenta un fatto importante per me, ovvero essere uguali e differenti, rispettare le persone che incontriamo anche se sono diverse da noi - spiega la Pausini - mi piace pensare che le persone simili possano proteggersi e non dividersi".

La politicizzazione del Festival è stata apprezzata solo dalle associzioni omosessuali che hanno pubblicamente ringraziato le star per aver esibito i nastri arcobaleno in solidarietà alla battaglia sulle unioni civili. "Questa forma di comunicazione - ha commentato Franco Grillini, presidente di Gaynet Italia - è di grande importanza proprio perché avviene nei giorni in cui si discute e vota il ddl Cirinnà in un Senato dove abbiamo ascoltato interventi omofobi e razzisti".

Quelle donne inghiottite dalle foibe

Luca Gallesi - Mer, 10/02/2016 - 08:29

In un saggio il dramma dei testimoni delle stragi



Femminicidi e profughi: una terribile accoppiata che dovrebbe suscitare unanime pietà e mobilitazione da parte del vasto popolo dei sedicenti difensori dei diritti umani, pronti ad accogliere qualsiasi poveraccio che sbarchi sulle nostre coste (purché garantisca lauti guadagni alle cooperative che lo prenderanno in gestione) e a condannare senza pietà e senza appello qualsiasi maschio abbia osato maltrattare una femmina (della cui verità nessuno può dubitare).

Peccato che la compassione e l'interesse verso donne e profughi svanisca immediatamente se gli uni e gli altri appartengono e una categoria non protetta, quella delle centinaia di migliaia di italiani e di italiane che alla fine della guerra, solo per il fatto di non essere slavi, sono stati massacrati, umiliati, violentati e costretti all'esilio dalle loro terre e dalle loro case, per essere accolti, in Italia, a sassi e sputi perché tacciati di fascismo. L'Unità del 30 novembre 1946 commentava così la tragedia dei nostri compatrioti:«Non riusciremo mai a considerare aventi diritto all'asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città.

Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime».

La firma è di Piero Montagnani, a cui sono intitolate vie e piazze delle nostre città, e il giornale, fondato da Antonio Gramsci, è lo stesso che oggi piange «sulle povere vittime dei naufragi, le centinaia di bambini che continuano a perdere la vita nell'Egeo a causa della brutale indifferenza della UE e Turchia». Per spezzare la cortina del silenzio di oggi e la barriera di odio di ieri la Biblioteca storica del Giornale propone ai suoi lettori il saggio

La vera storia delle foibe. Una grande tragedia dimenticata, di Giuseppina Mellace, insegnante e scrittrice che ha raccolto documenti e testimonianze su una tragedia ancora poco conosciuta, nonostante l'istituzione ufficiale di un Giorno del ricordo il 10 febbraio, sancitocon la Legge n.ro 92 del 30-3-2004, dopo 57 anni di voluto silenzio ufficiale, una ricorrenza ancora troppo poco sentita dalle scuole e dalle istituzioni.

Quella delle foibe fu una tragedia fatta di morti e di perseguitati, di vittime inermi che hanno subito brutalità indicibili e di criminali che l'hanno fatta franca, un dramma sanguinoso, a cui bisogna, però, aggiungere un'altra violenza, quella del genocidio culturale che da settant'anni tenta di spezzare le radici culturali di un popolo che fu italiano secoli prima che l'Italia nascesse, e che, oggi, è vittima di una memoria mutilata.

Treni, negozi, ascensori. Se per Fido non c'è posto

Oscar Grazioli - Mer, 10/02/2016 - 08:25

Cesare, anziano Labrador malato ma costretto in casa dai condòmini, commuove il web. E la Brambilla lancia la campagna "Sempre con me"



Se vige una regola, in questo paese di selvaggia anarchia, è che troppi politici non tengano minimamente conto di quanto gradirebbero i cittadini che da loro sono governati per una momentanea fiducia, generalmente conferita sulla base di promesse elettorali che, un tempo, si sarebbero definite «da marinaio» e oggi sono invece a tutti gli effetti «da politico».Prendete gli animali.

Sul web spopola la storia del povero Cesare, un vecchio Labrador artritico di 13 anni che, nonostante il certificato medico, obbliga i due proprietari che con lui vivono in una palazzina di La Spezia, a portarlo giù per quattro ripide rampe di scale a braccia, perché il regolamento condominiale vieta l'uso dell'ascensore ai cani. Da una parte escono sentenze che permettono di tenere il cane in condominio, poi finisce che il regolamento condominiale impedisce al cane malato di usare l'ascensore.

Tipica schizofrenia (anzi, imbecillità in questo caso) italica, cui sta cercando di mettere freno l'onorevole Michela Vittoria Brambilla che da anni porta avanti battaglie per i diritti animali. «Appoggiata anche dall'Associazione nazionale Comuni italiani - afferma la Brambilla - ho cominciato con i parchi, le spiagge e gli esercizi pubblici, per poi arrivare a un'altra rivoluzione: le Frecce di Trenitalia. Grazie all'accordo che ho firmato con le nostre Ferrovie dello Stato, oggi viaggiare in treno anche con un cane di media-grossa taglia non è più un problema».

Ed eccola ora impegnata nella campagna «Sempre con me» che ha promosso per aprire le porte dei supermercati e dei centri commerciali anche agli amici a quattro zampe. Lanciata lo scorso dicembre assieme al direttore commerciale del gruppo Conad Adriatico, che ha addirittura predisposto carrelli della spesa con spazio dedicato ai cani, l'iniziativa sta riscuotendo grande successo da nord a sud presso i gruppi della grande distribuzione che hanno risposto in modo favorevole a questa esigenza dei consumatori. Un grande successo dunque per una ventata di civiltà che speriamo non venga lasciata alla sensibilità del singolo, ma diventi una regola strutturale e nazionale.

Eppure secondo i dati del recente rapporto Eurispes, l'Italia si conferma, almeno a parole, come uno dei paesi più pet friendly. Quasi la metà degli italiani vive con un animale domestico (43,3 per cento) e in due case su dieci ce n'è più di uno. I cani sono ancora gli animali preferiti (60,8), cui seguono i gatti.(49,3).Per quanto riguarda le spese che i nostri connazionali affrontano nella gestione del pet la maggioranza dei proprietari (38,6%) riesce a non oltrepassare la media dei 50 euro al mese e oltre il 35 per cento contiene le spese entro i 30 euro.

Solo il 19 per cento spende fino a 100 euro per alimentare e curare il proprio animale, mentre una netta minoranza può permettersi una spesa maggiore, fino all'1,4 che affronta e supera i 300 euro mensili. E l'etica? Pur essendo il dato in leggera flessione, l'80,7 per cento degli italiani rimane solidamente contrario alla vivisezione e il 68,5 si dichiara contro la caccia. Uguale tendenza per chi è contrario alle pellicce (86,3), mentre aumenta fino al 71,4 chi vorrebbe abolire la pratica dell'utilizzo di animali nei circhi e chi è contrario ai giardini zoologici (54,9).

Cresce nettamente (oltre 12 punti percentuali) chi desidera una maggiore accoglienza per gli animali d'affezione nelle strutture alberghiere e si arriva a un +13 per chi è d'accordo sull'accesso degli animali da compagnia in luoghi pubblici (69,9). Dati che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che gran parte degli italiani vive in una sorta di simbiosi sempre più stretta con il proprio pet e che i cosiddetti diritti degli animali non sono più una faccenda da anziane signore che ne parlano annoiate durante il tè del pomeriggio, ma un desiderio forte che pervade l'anima dell'«uomo qualunque». Ma non di certi politici.