martedì 9 febbraio 2016

Ho votato cinque volte alle primarie di Milano"

Ivan Francese - Lun, 08/02/2016 - 17:34

Un servizio di Fanpage svela come fosse possibile votare in molti seggi diversi semplicemente mentendo sul proprio indirizzo di residenza



È un'accusa pesantissima quella che piove sul capo del centrosinistra milanese e che potrebbe minare la credibilità delle primarie che appena ieri hanno incoronato Beppe Sala come candidato ufficiale dei progressisti alle elezioni amministrative di giugno. Un servizio di Fanpage dimostra infatti come ieri sia stato possibile votare più volte in diversi seggi della città grazie a un accorgimento semplicissimo, quasi banale.

La giornalista è riuscita infatti a votare per ben cinque volte in altrettanti seggi diversi esibendo la propria carta d'identità su cui è indicata Genova come città di residenza. Di fronte alle domande perplesse dei rappresentanti di lista, basta sostenere che l'indirizzo di residenza non è ancora stata aggiornato, spergiurando di essersi trasferiti in una delle strade adiacenti al seggio.

Se il nome del votante non compare nell'elenco fornito dal Comune non importa, ci si può sempre "fare registrare" al momento.

"Come recita il regolamento - spiega la giornalista - i votanti devono "TASSATIVAMENTE" esibire al seggio un documento che indichi chiaramente l’indirizzo di residenza. Ma nei fatti basta dichiarare a voce di risiedere in una via limitrofe a quella del seggio per essere ammessi alla votazione, pur non risultando in elenco. È così che in meno di 60 minuti, ho votato 5 volte, ovviamente lasciando sempre scheda bianca."

Il mistero del libro che ha dato vita all’inglese di oggi

La Stampa
alessandro ballesio, roberto maggio

Custodito a Vercelli, nessuno sa come sia arrivato lì. Un team di studiosi tedeschi chiamato a risolvere il caso



Nel buio degli archivi della biblioteca capitolare di Vercelli non c’è un’Arca da salvare, ma un mistero che attraversa i secoli. E nessun Indiana Jones è mai riuscito a svelarlo. Da anni studiosi da tutto il mondo arrivano qui, nella sede della prima diocesi del Piemonte, per studiare il «Vercelli Book», uno dei più antichi e affascinanti testi in lingua anglosassone esistenti al mondo. Dicono che sia la pietra miliare dell’inglese di oggi: come una Divina Commedia o una Stele di Rosetta. Ne sono convinti gli esperti delle università più disparate che puoi incrociare in primavera dietro al duomo. Ora sono attesi professori e ricercatori di Gottinga. 

Hanno tutti due domande, ma le risposte non ci sono nonostante i progressi della scienza: come ha fatto il libro ad arrivare a Vercelli, e perché proprio qui? L’unica cosa che si sa è l’epoca: tra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI secolo il Vercelli Book è arrivato tra gli scaffali della biblioteca da uno Scriptorium - la «casa» degli antichi monaci amanuensi - dell’Inghilterra del sud-est. Ma prima del 1822 nessuno aveva capito quanto fosse prezioso. Ci ha pensato un giurista tedesco, Friedrich Blume, in visita quasi casuale, a restituirgli il rango che merita. È in antico inglese, quanto di più lontano dal latino medievale possa esistere. E contiene molta della produzione poetica di quell’epoca. Nulla da invidiare ai codici conservati a Londra, Exeter e Oxford. 

È con Blume che si è iniziato a cercare risposte. E a toccare con una certa insistenza quelle pagine fatte di pergamena, spesse come se fossero cuoio ma rese delicate dal tempo che scorre. Tanto da consumarsi, letteralmente. I segni sono buchi, cuciture con ago e filo, ma anche tentativi di restauro di maldestri artigiani del passato, che con potenti reagenti cercavano di recuperare testi che già allora non si leggevano più.

A Vercelli, crocevia di viaggiatori già nel Medioevo, c’erano ostelli per pellegrini e mercanti che si avventuravano lungo la via Francigena, uno dei rami del cammino verso Canterbury. Da qui, nei racconti, spunta il nome dell’arcivescovo Sigerico, protagonista attorno al 990. O ancora potrebbe far parte di un lascito del vescovo Ulf di Dorchester, che durante il Concilio di Vercelli del 1050 venne accusato di non esercitare correttamente il proprio ufficio: per mantenere la carica pastorale fu costretto a consegnare un tesoro. Forse il Vercelli Book, appunto. «Il mistero non è ancora svelato - commenta Timoty Leonardi, conservatore dei manoscritti della biblioteca capitolare -, nonostante sia oggetto di continui studi. Da tanto, tanto tempo». 

Il test per capire quanto è alto il tuo livello di concentrazione

Il Messaggero

Il test della concentrazione

Quanto tempo hai impiegato a trovare la lettera "O" nascosta tra le "Q"? (Sì, ci sono alcune "O" nascoste nel disegno).

Se ci sei riuscito immediatamente, allora il tuo livello di concentrazione è alto. Se, invece, l'attenzione è stata distratta dal personaggio a lato, i livelli di concentrazione sono bassi.
Lo University College di Londra ha scoperto che le persone facilmente distratte dal personaggio dei cartoni animati hanno mostrato un più alto livello di sintomi associati con disturbo da deficit di attenzione / iperattività (ADHD). È interessante notare che a nessuno era stata formalmente diagnosticata la malattia.

Elenco telefonico, la lenta agonia che costa 30 milioni

La Stampa
lorenza castagneri

Le guide sono ormai usate solo da un utente su tre



Nei casi peggiori giacciono abbandonati negli androni dei palazzi per mesi. Quando va un po’ meglio restano tutto l’anno incartati nel cellophane in un mobile del salotto. È la lenta agonia dell’elenco telefonico, sempre più soppiantato da siti e app se c’è da trovare un contatto. Eppure, la «guida» entra ancora nelle case e nei luoghi di lavoro di 20 milioni di italiani. Proprio in questi giorni Seat Pagine Gialle ha cominciato a distribuire l’edizione 2016. Un servizio che ha un costo, che i titolari di un’utenza telefonica fissa spesso pagano a loro insaputa e che da tempo fa storcere il naso alle associazioni di consumatori.

Diciamolo subito: la spesa è irrisoria. Si aggira in media attorno ai 3 euro, che i clienti si ritrovano direttamente in bolletta. Dipende dai gestori. Per esempio, a partire dal 1° ottobre, Tim ha deciso di fissare l’addebito a 2,50 euro. Ma se moltiplichiamo questo numero per le copie di Pagine Bianche e Gialle consegnate viene fuori una cifra che si aggira tra i 30 e i 40 milioni di euro. «Che di questi tempi è assurda per uno strumento del genere», commenta Gianluca Di Ascenzo, l’avvocato del Codacons.

Secondo una ricerca di Gfk Eurisko, oggi 17 milioni di persone utilizzano Pagine Bianche e Pagine Gialle. Circa il 34% del campione. «Si tratta di popolazione spesso anziana, che non ha accesso a Internet e usa il telefono e quindi la guida per chiamare uffici comunali, cercare il medico o lo specialista di cui ha bisogno o ancora di persone che vivono in aree svantaggiate, dove le comunicazioni sono difficili», sottolineano dagli uffici della sede centrale di Seat, a Torino. Il contributo richiesto ai gestori di telefonia e di conseguenza ai clienti serve per pagare i costi di distribuzione.

La stampa degli elenchi, invece, è tutta a carico dell’azienda, che copre la spesa grazie alle inserzioni di chi ha un’impresa e vuole promuoversi nell’elenco acquistando spazi più grandi. «Rispetto a tutti i contenuti che si possono trovare in una guida, la cifra richiesta ci appare davvero minima», aggiungono ancora da Seat. Ma il Codacons sta pensando di proporre ad Agcom e al Garante della Privacy una revisione al sistema di distribuzione degli elenchi. «Si potrebbe pensare di consegnare la copia cartacea soltanto agli anziani o a chi vive in aree in cui l’accesso alla Rete è difficile. Sarebbe già una bella conquista e un gran risparmio», rilancia Di Ascenzo.

Intanto, chi non vuole più ricevere l’elenco a casa, può rinunciare contattando il servizio clienti del suo gestore. La disdetta è gratuita e può avvenire in qualsiasi momento. Quanti lo fanno? «Difficile da dire, ma il trend è in crescita», rispondono da Tim. D’altra parte, la tendenza è smaterializzare tutto ciò che può generare costi. Eppure Seat ha investito nelle guide cartacee 15 milioni di euro negli ultimi due anni. «Follia? No. Per noi questo è uno “smartbook” - raccontano - uno strumento formidabile e ancora utilissimo a molte persone anche oggi, che si integra perfettamente con gli strumenti digitali».

Regeni e ‘gli sciacalli del Fatto': anti-italiani d’Italia, uniamoci

il fatto quotidiano.it
di Guido Rampoldi | 8 febbraio 2016

Non avrei dedicato una riga alle contumelie che l’Unità mi rivolge in un articolo lungo una pagina, se non fosse per quell’aggettivo carico di storia e di presagi: Anti-italiano. I motivi per i quali sarei anti-italiano sono questi: considero indecenti sia le dichiarazioni di stima e di amicizia che Renzi rivolse al generale al-Sisi, il Pinochet egiziano, sia il tenace silenzio dell’informazione italiana su quelle dichiarazioni e, fino a ieri, sui massacri di cui al-Sisi è il principale responsabile. Con l’aggravante che do per scontata l’indisponibilità di al-Sisi a confessare ai nostri investigatori che Giulio Regeni, lo studente italiano torturato e ucciso al Cairo, è una vittima del Terrore col quale il regime di al-Sisi governa.

Ricordo di Giulio Regeni ad ambasciata Italia al Cairo

Nel riconoscermi colpevole, vorrei tuttavia fare un paio di osservazioni. Spacciare la critica al potere per un pugnalare la patria è una pratica tipica dei nazionalismi e dei regimi autoritari. All’Unità certamente ricorderanno il crimine di ‘attività anti-sovietiche’ che il Kgb abbatteva sulla dissidenza. Anche la stampa di al-Sisi spesso scaglia contro gli oppositori l’accusa di essere al servizio del nemico.

Qui non voglio fare battute facili su al-Renzi, l’Italia non è una dittatura e beccarsi una raffica di insulti è cosa assai diversa dal beccarsi una pallottola. Però segnalo che la retorica dell’anti-patria non appartiene alla tradizione del liberalismo. Nello specifico l’accusa di ‘anti-italiano’ non è di semplice utilizzo e l’imperizia può produrre effetti-boomerang. In Italia è perfettamente congrua al Partito della Nazione e all’ideologia che trascina, confusa e vaghissima se non per l’obbligo patriottico di non infastidire il manovratore.

Scrive infatti l’Unità nel pezzo di cui sopra: in seguito all’uccisione di Giulio Regeni “la richiesta di verità e di giustizia unisce la comunità nazionale e cementa l’opinione pubblica, che a sua volta si stringe intorno al governo e alle istituzioni in uno sforzo corale, determinato, fermo e solidale”. E chi non si stringe intorno al governo nello sforzo corale, determinato, fermo e solidale, è chiaramente un anti-italiano. Qui potremmo notare un certo stile Mininculpop, ed avere così la conferma non che il renzismo sia un nuovo fascismo, certamente non lo è, ma che in Italia le tragedie si ripetono sempre in farsa (dopotutto è un po’ farsesco ritrovare sul giornale fondato da Antonio Gramsci un fraseggio da cinegiornale Luce).

Ma la questione è un altra. Come dimostra un saggio di Andrea Borghesi che qui interpreto liberamente, da De Santis in poi i patrioti che hanno denunciato il declino dell’Italia e incitato al riscatto lo hanno sempre fatto ricorrendo ad una denuncia impietosa dei vizi degli italiani, l’opposto dello stringersi attorno al sovrano. Che poi la passione civile spesso finisse per imprigionarsi dentro forme di elitismo, non toglie che nella nostra storia il patriota autentico di solito nasce ‘anti-italiano’.

Patriottico e ‘anti-italiano’ fu certamente l’antifascismo, pensiamo a Piero Gobetti che giudicava il fascismo “l’autobiografia degli italiani” o al Silvio Trentin degli scritti su Leopardi (“In un’ora particolarmente buia, dove nulla di ciò che il mio Paese ha rappresentato pare sussistere ancora…”).
Non sono tra quelli che avvertono rischi di dittatura ma vedo aumentare la tensione tra i due poli dell’antropologia italiana, l’Anti-italiano e l’Arci-italiano. Dove gli ‘anti-italiani’ sono minoranza, un arcipelago di gruppi sparsi, piccoli, gelosi delle proprie identità, poco solidali.

Anche per questo la predominanza dell’Arci-italiano è destinata ad aumentare. Ma allora non sarebbe il caso, fratelli anti-italiani, di costruire reti e culture per unire le nostre deboli forze? Per smascherare l’anima furba degli Arci-italiani, per incendiare con la verità i loro palazzi di carta stampata prima di ritrovarci inquadrati nello sforzo corale, determinato, fermo e solidale?

Beppe, un altro drink?

La Stampa
mattia feltri




Davvero stupendo. Casaleggio e Grillo faranno firmare un contratto ai consiglieri comunali di Roma: chi trasgredisce alle regole, paga una multa di 150 mila euro. Benissimo. Secondo voi che valore ha quel contratto? Poniamo che uno non paghi la multa, Grillo che fa? Va dalla polizia e dice di avere emesso una multa da 150 mila euro, per l’autorità conferitasi? Si appella al codice civile del Pianeta Gaia? Si maschera da Equitalia? Chiede un aiuto ai Casamonica? Ci beve sopra un altro drink?

Risparmia soldi per 10 anni e compra un’ambulanza per gli animali randagi

La Stampa
fulvio cerutti

«All’inizio avevo un po’ di paura dei cani. Ora sono la mia vita. Non posso starne senza. Li terrò per tutta la mia vita». A parlare è Balu, un indiano che vive a Palu, che ha fatto dell’assistenza ai randagi una questione di vita. Facile a dirsi, ma non così facile se si vive in una nazione dove i quattrozampe di strada sono più un problema che degli esseri viventi.



Così ha avuto un’ottima idea, fatta di costanza e passione. Per 10 anni ha risparmiato soldi per fare qualcosa di davvero importante: comprarsi un furgoncino che ha trasformato in un’ambulanza per animali randagi.Per raccogliere i fondi, Balu offre il suo servizio di ambulanza anche ai proprietari di animali domestici che non possono accompagnarli in clinica per un costo di circa 15 centesimi a miglio.



Oltre a trasportare gli animali feriti, Balu, che non è un medico, spesso si trova a intervenire in prima persona: con il tempo ha imparato le basi per prendersi cura di cani e gatti, come la medicazione delle ferite o iniezioni di soluzioni saline. «Ospito dai 5 ai 6 cani randagi a casa per volta - alcuni con le zempe rotte - se non c’è spazio nei rifugi», ha detto Balu.

Molti apprezzano e ammirano il suo lavoro, ma tanti altri non capiscono il suo amore per gli animali, arrivando anche a denigrarlo. Ma lui va avanti perché i randagi sono diventati la sua vita e non la cambierebbe per nulla al mondo.

twitter@fulviocerutti

Giulio Regeni e l’ipocrisia dei vecchi tromboni del giornalismo

il fatto quotidiano
di Shady Hamadi | 8 febbraio 2016

Ci sono alcuni vecchi tromboni del giornalismo italiano che oggi, dopo aver detto per anni il contrario, scrivono che in Egitto c’è una dittatura che tortura e umilia. Questi vecchi “esperti di Medio Oriente” che ci hanno raccontato il mondo arabo dal balcone di una stanza d’albergo, aiutati da giovani traduttori sottopagati, solo ora scoprono il valore, salvo poi dimenticarselo la prossima settimana, di Giulio Regeni e, forse, di altri giovani come lui.

Ricordo di Giulio Regeni ad ambasciata Italia al Cairo

Ci sono decine di giovani, ragazze e ragazzi, che hanno studiato all’estero e che svolgono la professione di giornalisti in Medio Oriente. Scendono in strada; parlano arabo – lingua sconosciuta per gli esperti di mondo arabo con i capelli brizzolati – e vedono, osservano, le sfumature di un mondo troppe volte banalizzato e appiattito in: dittatori (male minore) e terroristi.

E’ evidente che Regeni, un altro giovane di questa generazione di trentenni che riceve per un articolo qualche decina di euro e un “se non ti sta bene puoi andare“, aveva provato – inascoltato – a mettere in risalto la resistenza della società civile egiziana di fronte alla repressione di una dittatura spietata, descritta fino al giorno prima del suo omicidio come “necessaria alla stabilità dell’area, utile nella lotta al califfato e protettrice di cristiani, quindi laica”.

Fra i commentatori che oggi puntano il dito contro il regime di al Sisi, più di uno aveva elogiato “il colpo di Stato”, perché “al Sisi è laico mentre i fratelli musulmani vogliono imporre la legge divina”. Una parte della nostra opinione pubblica, abituata al piattume, all’assenza di un reale dibattito sul Medio Oriente che coinvolga intellettuali arabi e una sana, vera, conoscenza della Storia di questa parte del mondo, non aveva fatto altro che elogiare questi vecchi tromboni. Non si è ancora capito che la società civile araba cerca una via oltre il regime e il fondamentalismo.

Le dittature, in casa degli altri, vanno sempre bene se portano avanti i nostri interessi. Così, non pareva strano sentire Matteo Renzi, intervistato da Barbara Serra su al Jazeera, dichiarare “penso che al-Sisi sia un grande leader. […] In questo momento l’Egitto può essere salvato soltanto dalla leadership di al-Sisi, questa è la mia opinione personale. Sono orgoglioso della nostra amicizia e lo aiuterò a proseguire nella direzione della pace perché il Mediterraneo senza Egitto sarà senza dubbio un posto senza pace”.

Francamente, spero che la terribile sorte di Giulio Regeni, al quale mi sento profondamente vicino, ci insegni ad apprezzare giovani come lui, a dar loro credito e ascolto; a smettere di credere che esistano dittature buone (perché utili). E’ altrettanto evidente che la politica reale, come un certo giornalismo di destra, non vede l’ora che questa storia venga dimenticata. Sta a noi trarne il maggior insegnamento. Sta a noi rimanere vicini alla famiglia e rivendicare, insieme a loro, giustizia.

Dopo 72 anni arriva la lettera dal campo di concentramento

repubblica.it

Quando Mario Pasin - 85 anni di Villorba, nel trevigiano - ha aperto la porta di casa al postino è tornato indietro di settant'anni. Settantadue per l'esattezza. "Ho una lettera di Ferruccio", ha esordito l'uomo porgendogli una cartolina ingiallita datata cinque novembre 1943. La storia è stata raccontata dalla Nuova Venezia: la lettera era stata spedita dal campo di concentramento di Luckenwalde, 52 chilometri a sud di Berlino, dal fratello, catturato dai nazisti a Lancenigo. "Caro padre - si legge nella missiva - trovandomi qui io sto bene e cosi spero sia di voi. Tutti voi mi farai sapere come va da quelle parti, non pensare per me che me la campo. Speriamo presto di riabraciarsi un bacio a tutti tuo Ferruccio".

Ferruccio - scomparso nel 1981 - è arrivato a casa ben prima della sua cartolina, aggrappato sotto un treno che dalla Germania lo aveva portato a Verona, e di lì alla sua Villorba (Treviso). "Quando papà tornò a casa era il settembre del 1945 - racconta la figlia Anna - Sembrava un barbone, coperto di stracci, mani e piedi congelati. Era alto un metro e ottanta, pesava trentasette chili". Non si è ancora capito dove sia stata la cartolina in tutti questi anni: se alla fine ha trovato la via di casa, è stato soprattutto per merito del postino. La lettera porta infatti l’indirizzo di Pietro, padre di Ferruccio e di Mario, in via Batisti a Villorba; quella casa non c’è più, ma il portalettere è un amico di famiglia e si è subito rivolto al fratello superstite

Cartoline dal passato: la lettera dal campo di concentramento arriva dopo 72 anni
Cartoline dal passato: la lettera dal campo di concentramento arriva dopo 72 anni
Cartoline dal passato: la lettera dal campo di concentramento arriva dopo 72 anni
Cartoline dal passato: la lettera dal campo di concentramento arriva dopo 72 anni
Cartoline dal passato: la lettera dal campo di concentramento arriva dopo 72 anni

Ogni foto ha un suo Dna, la nostra app lo rintraccerà”

La Stampa
fabrizio assandri

La scoperta del team del Politecnico di Torino studiando viaggi su Marte. Il coordinatore del progetto: “Proteggerà il diritto d’autore e scoverà chi commette reati con gli scatti”



Ognuna delle 350 milioni di immagini che ogni giorno sono condivise solo su Facebook, senza contare Twitter e Instagram, ha un’impronta digitale. Un’anima che la rende unica. Un segno, che un team del Politecnico di Torino sta rintracciando nella marea di dati lanciati sul web.

Lo fanno usando la stessa tecnologia messa a punto per le immagini della missione che volerà su Marte. Lo scopo è trovare la macchina, il tablet o lo smartphone che hanno scattato proprio quella foto e, di conseguenza, scovare chi c’è dietro l’obiettivo. Un modo per fermare l’uso illegale o il furto di proprie immagini, e per farci sentire più sicuri quando, sui social, ne pubblichiamo una o quando concediamo il nostro like.

«Le applicazioni di questa ricerca possono essere molto diverse, a partire dalla difesa del diritto d’autore in rete, che quasi nessuno rispetta - dice Enrico Magli, docente di Telecomunicazioni che coordina il progetto “Toothpic”, a cui lavora un gruppo di sei persone tra ricercatori, dottorandi, assegnisti di ricerca -. Tutti pubblichiamo immagini che non sono nostre, spesso senza nemmeno porci problemi, anche quando ci sono tutti gli usi distorti del caso, per esempio quelli commerciali. O anche solo per vantarsi di essere l’autore di un bello scatto rubandolo a un altro utente, come spesso avviene ad esempio su Flickr».

Ma come si fa a riconoscere l’origine di una foto? Grazie agli errori. «I difetti di fabbricazione dei sensori dei dispositivi lasciano su ogni immagine un’impronta diversa per ogni macchina foto o cellulare, come fiocchi di neve che non sono mai perfettamente identici». Il problema affrontato da Magli è come far sì che questi difetti siano confrontabili su larga scala. Finora, l’impronta delle fotografie «non era comprimibile: questo impediva di fare ricerche su banche dati enormi. Noi abbiamo sviluppato una tecnologia che riduce questo Dna di mille volte e consente ricerche su database, così da permettere di applicarlo ai social network».

Magli era già al lavoro sul tema della compressione dei dati, ma per i satelliti, con un altro progetto, iniziato nel 2011. Si occupa di processare informazioni a vario livello e ha portato, tra l’altro, a un algoritmo che verrà impiegato per la raccolta delle immagini nella missione dell’Agenzia Spaziale Europea su Marte nel 2018. L’applicazione alle macchine foto non era prevista nel progetto iniziale. È una sua estensione. «L’idea è nata un po’ per caso, quando abbiamo sentito parlare di questi temi a una conferenza. Tutte le idee migliori nascono per caso» dice Magli.

Il progetto “ToothPic” ha ottenuto un finanziamento dall’Unione Europea di 150 mila euro, ha già avviato la richiesta di due brevetti, uno sulla tecnologia di compressione dei dati, l’altro sull’utilizzo dell’impronta fotografica su larga scala. «Entro tre mesi contiamo di realizzare il prodotto finale, un motore di ricerca pubblico che scovi l’autore delle foto - dice Magli - ma prima dovremo vedere quali norme dobbiamo rispettare per non violarla noi, la privacy». Poi, il team creerà una start-up, per mettere in commercio «la nostra tecnica di compressione delle impronte digitali».

Ma il diritto d’autore non è l’unico campo di applicazione di questi studi. «Un fotografo ci ha contattati perché lo aiutiamo a ritrovare la sua macchina foto» racconta Magli. Non solo: da un lato si possono scoprire molte informazioni per aiutare la polizia postale, in una ricerca tra milioni di immagini, per sapere se la persona che sta indagando è autore di altre immagini illecite. Ma c’è anche un uso più «positivo»: la ricerca punta a trovare il modo di abolire le password per entrare in un qualsiasi sistema: ci si potrà identificare caricando una foto con la nostra «impronta digitale». E, sulla base dell’impronta, si può anche fare amicizia. «I social network potrebbero proporci, quando ci piace una foto, di entrare in contatto con il suo vero autore».

Siria, i crimini dello Stato islamico in cifre

il fatto quotidiano
 di Riccardo Noury | 8 febbraio 2016

Passati per le armi, decapitati, lapidati, scaraventati giù dall’ultimo piano dei palazzi, bruciati vivi.
Così, nei 20 mesi trascorsi dall’istituzione del califfato, lo “Stato islamico” ha ucciso 2114 civili , tra cui 78 bambini e 116 donne, in Siria: persone già di fatto ostaggio in quei territori, giudicate colpevoli di apostasia, offesa all’Islam, adulterio, spionaggio, omosessualità. Almeno una donna è stata uccisa per aver cercato di fuggire dal marito violento.

Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, il centro di informazioni sul conflitto siriano con base a Londra, spesso accusato di faziosità quando fornisce dati sui crimini commessi dalle forze governative e che, forse, ora sarà giudicato maggiormente credibile.I dati si riferiscono solo alla Siria e non anche all’Iraq, dove come sappiamo lo “Stato islamico” ha compiuto una vera e propria pulizia etnica e religiosa contro yazidi, cristiani, curdi, turcomanni e altre minoranze.

Isis-675

Non includono, inoltre, gli stranieri (giornalisti, cooperanti e altri civili) decapitati o eliminati in altro modo brutale, così come sono esclusi dal conteggio i “non civili” uccisi: soldati dell’esercito regolare, membri di milizie filo-governative e combattenti di altri gruppi armati di opposizione, come al-Qaeda nel Levante e il Fronte al-Nusra.

Lo “Stato islamico” ha compiuto anche vari massacri: tra questi, 939 arabi sunniti uccisi nella zona di Deir Ezzor, 223 curdi a Kobane e nel vicino villaggio di Barkh Notan e altre 46 persone nel villaggio di Al-Mab’oujeh.Il resoconto dell’Osservatorio è stato chiuso prima dell’ultima strage rivendicata dallo Stato islamico: 71 morti in un attentato contro un mausoleo sciita nella capitale Damasco.

Lo “Stato islamico” ha anche compiuto assassini tra le sue fila: 422 persone passate per le armi per diserzione, spionaggio ed “estremismo” religioso (come l’attribuzione di caratteristiche divine ad alcune figure sacre dell’Islam).

Post scriptum
Sempre per quanto riguarda la Siria, la settimana scorsa i combattimenti e i bombardamenti dell’aviazione siriana e russa hanno costretto alla fuga decine di migliaia di abitanti dalle zone di Aleppo controllate dall’opposizione. Di fronte a questo nuovo esodo di rifugiati, fino a ieri il varco di frontiera turco di Oncupinar risultava chiuso. Con tre giorni di ritardo, l’Unione europea ha chiesto al governo di Ankara di far entrare le persone ammassate al confine, ormai 40.000, ricordando che ha promesso alla Turchia tre miliardi di euro per accogliere e assistere i rifugiati e non per tenerli fuori. Oncupinar è il varco di frontiera dove, dicono fonti indipendenti turche, passa ancora il petrolio estratto dallo “Stato islamico” nei suoi territori.

La cloche dell’aereo di Baracca nascosta al maresciallo Göring

Corriere della sera

di Riccardo Rosa

Nel ‘45 fu il fondatore della Colmar a beffare i tedeschi del Reich



Hermann Göring la voleva a tutti i costi. Il maresciallo del Reich ed ex asso dell’aviazione tedesca della Prima guerra mondiale, nel 1945 ordinò ai militari in fuga da Monza di non abbandonare la piazza se non dopo avere requisito la cloche dello Spad S VII, l’aereo su cui Francesco Baracca morì nel giugno del 1918 schiantandosi sul colle Montello, vicino a Treviso. L’attrezzatura era custodita dalla sezione cittadina dell’Associazione arma aeronautica, ma ad evitare che l’esercito tedesco razziasse uno dei simboli più sentiti dell’aviazione italiana fu un giovane imprenditore monzese, creatore di uno dei marchi sportivi più apprezzati nel mondo: Mario Colombo, fondatore della Colmar.

È una storia, questa, custodita gelosamente per anni dai soci dell’associazione areonautica brianzola, tramandata oralmente di presidente in presidente come una specie di saga vichinga fino ai giorni nostri. Fino all’attuale presidente, Andrea Licciardello, 40 anni, monzese con la passione per il volo. Se infatti la cloche-totem è ancora in città, anzi, se è uno dei pezzi più pregiati della mostra «La Grande Guerra» inaugurata la scorsa settimana al Teatrino della Villa Reale, è anche grazie all’intraprendenza della «famiglia Colmar», che salvò il cimelio. A portarlo a Monza fu un giovane tenente monzese dell’aviazione: Sandro Marelli, abile pilota di bombardieri. «Dopo che Baracca fu abbattuto — spiega Licciardello —, fu lui a recuperare la cloche da un magazzino militare e a portarla a Monza dopo il 1923 assieme ad altri resti.

Per l’associazione, che si è sempre preoccupata di custodirla, fu un momento molto importante, fonte di grande ispirazione per gli anni a venire». Alla fine della Seconda guerra mondiale, però, da Berlino arrivò l’ordine di razziarla. Durante il Primo conflitto mondiale, Göring era entrato a fare parte della squadriglia di Manfred Von Richthofen, il Barone rosso, e solo Baracca, col suo cavallino rampante stampato sulla fiancata dell’aereo, era stato in grado di rivaleggiare quanto a bravura e ardimento. L’asso di Lugo, medaglia d’oro al valor militare, totalizzò ben 34 vittorie su 63 combattimenti aerei. I nemici lo rispettavano e lo temevano e il numero due di Hitler, famoso anche per i bottini di guerra che aveva accumulato, voleva la cloche a tutti i costi.

Le truppe naziste la cercarono in lungo e in largo, ma alla fine dovettero andarsene a mani vuote. «Probabilmente i soldati tedeschi di stanza a Monza pensarono anche che avrebbe potuto rappresentare un salvacondotto in caso di guai — prosegue Licciardello —. Fatto sta che nonostante le affannose ricerche, non la trovarono. Non ne ho certezza totale, ma una delle versioni della storia è che la cloche finì nelle mani di Mario Colombo grazie a una, diciamo così, ragazzata dei figli». I Colombo sono sempre stati un punto di riferimento per l’associazione. Non erano aviatori, ma grandi appassionati e ancora oggi Mario Colombo, attuale presidente dell’azienda e nipote del fondatore, ricorda l’accaduto come uno dei racconti di guerra preferiti dal nonno.

9 febbraio 2016 | 08:09