lunedì 8 febbraio 2016

Infettare o spiare un computer, lo possono fare tutti: ecco come

La Stampa
carola frediani

Dalla Germania all’Italia, come funziona Adwind, il software spia dato in abbonamento a migliaia di clienti



Un programma in grado di infettare e spiare computer, venduto a chiunque in abbonamento come fosse una sottoscrizione a Spotify o a Netflix. Facile da usare anche per persone non eccessivamente esperte, e di fatto usato da decine di migliaia di “clienti”, abbonati alla piattaforma messa in piedi da alcuni (o forse addirittura uno solo) cybercrininali.

Sono alcuni dei dettagli divulgati dalla società di sicurezza informatica Kaspersky nel corso del suo congresso annuale (quest’anno a Tenerife, Spagna). I ricercatori dell’azienda russa per tre anni hanno dato la caccia alle innumerevoli mutazioni di un malware, un software malevolo, usato per infettare e spiare computer in tutto il mondo, indipendentemente dai diversi sistemi operativi. La particolarità di questo malware – chiamato Adwind – è di essere venduto come un servizio online, con tanto di sottoscrizione (dalle due settimane a più mesi). E tutto ciò non nei meandri del cosiddetto Dark Web, ma alla luce del sole, sulla Rete in chiaro, attraverso un sito dall’aria legittima ospitato su vari domini, incluso un .org.

Secondo le stime di Kaspersky, sarebbero ben 1800 i clienti che avrebbero utilizzato questa piattaforma per attaccare vari target, a discapito di almeno 400mila utenti-vittime, individui o aziende sparse soprattutto in una decina di Paesi, dalla Germania alla Turchia, dagli Stati Uniti all’Italia. Ma che cosa è Adwind? In gergo di tratta di un RAT (Remote Access Tool), un software malevolo che sfruttando vulnerabilità del software Java (quindi potenzialmente in grado di raggiungere diverse piattaforme e sistemi operativi, Windows, Linux, OS X, Android) si installa di nascosto sul computer target e ne prende il controllo da remoto.

In particolare il programma è in grado di rubare le password degli utenti, registrare quanto digitato sulla tastiera, prendere screenshot del monitor, scattare foto con la webcam, attivare il microfono. Inoltre sembra essere invisibile alla maggior parte degli antivirus. Insomma, ha tutte le caratteristiche più importanti di un trojan e di uno spyware mediamente sviluppato.

Adwind è solo una delle più recenti incarnazioni di un programma malevolo noto come Frutas, sviluppato qualche anno fa su un forum spagnolo. Da allora ha preso nuovi nomi – AlienSpy, Jsocket, Jrat – e nuove funzionalità, ma la novità emersa in questi ultimi mesi, insieme a un maggior livello di sofisticazione, è la consacrazione di un modello di business, che lo distribuisce esattamente come fa Spotify con i propri abbonamenti. Solo che in questo caso invece di noleggiare l’ascolto di musica si affittano strumenti per hackerare computer e sottrarre dati dagli stessi.

Sia chiaro, l’idea di affittare strumenti offensivi nel mondo cybercriminale non è nuova, basti pensare a quello che avviene con le botnet – le reti di pc usate per compiere attacchi - spesso date e prese a nolo da più soggetti. Tuttavia qui abbiamo un servizio che viene utilizzato in modo piuttosto semplice da 1800 clienti. Che si iscrivono al sito, e iniziano a usare dei file infetti da mandare in giro via mail. Una volta infettate le vittime designate, si collegano ancora al servizio e al centro di comando del malware per accedere ai dati rastrellati dai target.

Gli utilizzatori sono perlopiù truffatori, scammers, che provano ad aggiornare il proprio arsenale di mail truffaldine con sistemi più avanzati, tentando di infettare un ampio numero di utenti. Ma Adwind viene usato anche per attacchi mirati, tentativi di cyberspionaggio, tanto da essere stato rinvenuto pure sul cellulare del pubblico ministero argentino Alberto Nisman, morto in circostanze misteriose nel gennaio 2015.

«L’infezione avviene è in genere attraverso un allegato .Jar, che spesso viene inviato insieme a un file pdf dall’aria legittima», spiega alla Stampa Vitaly Kamluk, ricercatore del Kaspersky Lab. «Il sito che fornisce il servizio finge di essere quasi un business legale, alla luce del sole, e sebbene sia stato sospeso più volte è sempre riemerso con un altro nome e dominio». Tra le vittime che hanno ricevuto gli allegati infetti anche molti italiani, aggiunge Kamluk. E di fatto la presenza di Adwind nel nostro Paese appare in crescita negli ultimi anni. Il malware e il servizio sono ancora attivi. E il consiglio degli esperti è di disabilitare Java quando possibile. 

C’è una falla nella sicurezza di eBay: rischio phishing con le inserzioni

La Stampa
chiara severgnini

Il sito di aste online minimizza: “Non è mai stata sfruttata, abbiamo già introdotto nuovi filtri”. Ma la soluzione non convince tutti



Per una piattaforma di e-commerce nulla è più importante della sicurezza degli utenti. Ma da questo punto di vista sono tempi duri per eBay: la società di software e di sicurezza online Check Point ha reso noto di aver rilevato una vulnerabilità nella piattaforma di vendita online che potrebbe esporre gli utenti a furti di dati. eBay minimizza, ma non sembra aver ancora risolto del tutto il problema. E proprio mentre la notizia rimbalza sulle testate tecnologiche di tutto il mondo, in Italia il gigante dell’e-commerce commette una spiacevole gaffe: prima distribuisce per sbaglio un buono da 70 euro a centinaia di utenti, poi lo ritira senza avvisare gli utenti se non con un messaggio sui social. Falla di sicurezza e coupon inviati per errore non sono legati tra loro, ma insieme stanno scalfendo la reputazione della piattaforma.



Due esempi di come la falla del sistema di sicurezza di eBay potrebbe essere sfruttata per carpire dati personali con l’inganno da mobile

Il colosso delle aste online ha costruito la sua fortuna sulla fiducia dei suoi 150 milioni di iscritti. Per questo Check Point ha toccato una corda sensibile rivelando che il codice di eBay non è a prova di hacker. La vulnerabilità scoperta dai suoi ricercatori, si legge in una nota divulgata dalla società di sicurezza, «consente di scavalcare il codice di autenticazione e di eseguire script Java malevoli contro gli utenti di eBay da remoto».

In particolare, gli hacker potrebbero inserire stringhe di codice pericoloso all’interno di un’inserzione del sito di aste online: la minaccia verrebbe quindi da una pagina web apparentemente sicura, e così «i clienti potrebbero essere ingannati». L’obiettivo? Indurli a fornire credenziali o dati di natura finanziaria - è il cosidetto phishing - oppure ad autorizzare il download sul loro dispositivo di un virus travestito da contenuto sicuro.

Check Point ha informato eBay della scoperta il 15 dicembre 2015. Un mese dopo, stando a quanto sostenuto dalla società di sicurezza, il sito di aste online avrebbe risposto ammettendo «di non avere modo di rimediare alla falla di sicurezza». Quando la notizia è stata resa pubblica, il 3 febbraio, la piattaforma di vendite online ha rivisto la sua posizione e ha cercato di minimizzare l’entità del problema. In risposta a un articolo di ArsTechnica, un rappresentante di eBay ha dichiarato: «Siamo entrati subito in contatto con il ricercatore (autore della scoperta, ndr) e abbiamo implementato vari filtri di sicurezza basati sulle sue ricerche per rilevare questo exploit», ovvero la falla.

A quanto sembra quindi il problema è stato affrontato, ma probabilmente - come sostiene la BBC - non ancora risolto completamente. La portavoce per l’Italia Iryna Pavlova si attiene a quanto già dichiarato dall’ufficio centrale di eBay, limitandosi a ricordare che «i contenuti maligni sono estremamente rari sul nostro marketplace: stimiamo che siano presenti in meno di due inserzioni ogni milione. Anche il numero di frodi su eBay è il più basso di sempre, con una riduzione del 50 per cento in sette anni». Dalla portavoce arriva anche la conferma del fatto che a eBay non risulta che la falla sia mai stata sfruttata: «Non abbiamo rilevato alcuna attività fraudolenta originata da questo incidente».

In quanto ai buoni dal valore di 70 euro inviati per errore il 2 febbraio, eBay Italia assicura: «Stiamo conducendo tutte le verifiche per individuare l’origine dell’errore». La piattaforma è stata criticata soprattutto per come ha gestito la comunicazione con gli utenti: anziché contattare personalmente coloro che avevano ricevuto il buono, in un primo momento eBay si è limitata a segnalare il problema sui social il 3 febbraio. E così chi aveva già speso il coupon in alcuni casi si è accorto che non era valido solo quando si è visto addebitare 70 euro in più sul conto. Il sito di aste online ha annunciato di aver iniziato a contattare le persone solo il 6 febbraio: una brutta figura che alcuni utenti potrebbero non dimenticare.

Se la tempesta dei coupon sembra comunque destinata a passare, i problemi di sicurezza sono un altro paio di maniche: sono più gravi, ma anche più difficili da prevenire e risolvere. Il sito di eBay viene usato ogni giorno da milioni di utenti, e non tutti sono esperti e smaliziati conoscitori delle insidie della rete. In più il sito è una miniera d’oro di dati preziosi. Insomma, eBay fa gola ai malintenzionati, e da sempre: non sorprende che sia stata vittima di molti cyberattacchi, come quello del 2014 che ha costretto l’azienda a invitare tutti i suoi utenti a cambiare le password.

I segreti di Marte salvano i geografi dell’ex De Agostini

La Stampa
elisabetta fagnola

Novara, ora disegnano le mappe dello spazio per le scuole



A Novara, al terzo piano del palazzone che ospitava i tecnici dell’Istituto Geografico De Agostini, le stanze sono deserte. Ma cartografi e geografi che negli anni hanno rinnovato i grandi atlanti e le cartine appese nelle aule di tutta Italia, non sono andati via dalla città. Si sono messi in proprio, hanno rilevato lo storico ramo d’azienda della cartografia e ora, a poco meno di un chilometro di distanza, negli uffici di «Geo4map» lavorano su progetti nuovi: geolocalizzazione, app e atlanti astronomici. L’ultima fatica? Una mappa di Marte basata sulle ultime rilevazioni della Nasa. Anche questa arriverà presto nelle classi, per far sognare gli studenti.

«Prima dovevo aspettare sette firme perché l’idea venisse accettata, ora il vantaggio è che possiamo partire subito» racconta Stefano Giuliani, amministratore delegato di Geo4Map. Era il responsabile della cartografia di De Agostini: nel 2009 con altri otto ex dipendenti crea il primo spin-off dell’Istituto Geografico, a fine 2014 dopo una lunga trattativa firma l’accordo con cui la società degli ex dipendenti rileva l’intero reparto cartografico, il cuore dell’azienda fondata da Giovanni De Agostini a Roma nel 1901, cresciuta per un secolo a Novara, attraversata come le altre dalla crisi dell’editoria.

Così anche gli ultimi dipendenti in mobilità vengono assorbiti nella nuova impresa che nel 2015 ha fatturato 1,3 milioni di euro e punta a 1,8 milioni nel 2016: «Siamo una ventina, in pratica tutto il reparto dell’Istituto Geografico - racconta Giuliani -. Siamo piccoli, ma di fatto in Italia gli unici rimasti a occuparci di cartografia a questo livello. Volevamo che il brand della cartografia restasse Novara».

Nell’era di Google Earth e dei selfie di Samantha Cristoforetti i vecchi planisferi non bastano più. «Il 2016 - assicura Giuliani - sarà l’anno dello spazio». Lo dimostra srotolando sul tavolo la nuova mappa di Marte, «quella della Luna l’abbiamo già pubblicata e la stiamo aggiornando con le nuove scoperte».

Quella del pianeta rosso sarà la prima mappa divulgativa stampata in Italia, pensata per chi l’astronomia non la mastica tutti i giorni: «Uscirà a marzo in duemila copie, non so perché nessuno ci abbia ancora pensato. Nei prossimi decenni ci sarà il primo uomo su Marte ed è giusto che i ragazzi a scuola ne imparino già la toponomastica». E’ lo spazio il nuovo confine della cartografia e il metodo per raccontare gli altri pianeti è lo stesso usato per la Terra: «Le informazioni astronomiche ormai sono pubbliche. Si tratta di selezionarle e tradurle su carta».

Perdersi fra le pieghe del pianeta rosso è un attimo: c’è l’Olympus Mons, un vulcano alto 21mila metri, la depressione più profonda a meno 8mila «dove probabilmente un tempo c’era qualcosa di simile ai nostri mari», la pianura dedicata all’astronomo italiano Schiapparelli, i punti in cui i veicoli spaziali sono atterrati, «come la sonda Pathfinder nel 1997, quella che appare nel film The Martian per intenderci». Perché anche il cinema ha avuto la sua parte d’influenza nel lavoro dei cartografi: «Interstellar e Star Wars hanno creato una grande curiosità nei ragazzi, e sinceramente anche noi». 

Il segreto è tradurre la cartografia tradizionale in nuove tecnologie, senza perdere nulla del passato: così mentre aggiornano lo storico Calendario Atlante De Agostini, che esce ogni anno dal 1904 per il piacere dei collezionisti, producono app legate alle carte escursionistiche da stampare su materiali ecologici, hanno ceduto a Google i dati che oggi ci permettono di orientarci in Italia con i nostri smartphone e preparano l’uscita dell’atlante dell’Unesco. Un lavoro di cartografia e diplomazia: «E’ venuto a Novara il console giapponese per assicurarsi che avessimo scritto mar del Giappone e non mare dell’Est, come lo chiama la Corea». Nessuna stranezza, precisa Giuliani: «I cartografi lo sanno bene, non c’è nulla di più delicato dei confini. Forse sarà così anche nello spazio».

Chiusi 50 siti cinesi che vendevano Moncler falsi, ma con foto originali

La Stampa

Il nome del marchio unito a termini come “outlet”, “sale”, “store”. Una volta completato l’ordine venivano inviati prodotti contraffatti


A prima vista sembravano il sito ufficiale. Gli indirizzi erano composti dal marchio Moncler unito a termini come “outlet”, “sale”, “store”, creati per attirare l’attenzione dei consumatori in cerca di prodotti a prezzi scontati. Una volta completato l’ordine, al consumatore veniva consegnato un prodotto evidentemente contraffatto. L’inganno era completato con le immagini dei piumini in vendita: foto di capi originali Moncler, illegittimamente sottratte dal sito ufficiale.

L’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale di Ginevra ha accolto il ricorso presentato da Moncler disponendo l’immediato trasferimento di 50 nomi di dominio registrati nel dicembre 2015 da tre persone di nazionalità cinese, in violazione dei diritti del marchio guidato da Remo Ruffini.

In particolare, gli arbitri internazionali, condividendo le argomentazioni di Moncler, hanno ritenuto che i tre titolari dei 50 domini erano distinti solo sul piano formale, ma, nella sostanza, celavano un unico soggetto o quantomeno erano sottoposti ad un controllo comune.

Primarie Pd a Milano, l’ironia dei social sul «voto dei cinesi»

Corriere della sera

La rete si è scatenata sulla presenza massiccia della comunità cinese ai seggi, tra accuse di brogli, ironia e sarcasmo

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Cos’è l’errore 53 dell’iPhone, la funzione che blocca i telefoni non riparati da Apple

La Stampa
andrea nepori



Se avete fatto riparare il vostro iPhone presso un centro non autorizzato da Apple, l’installazione delle versioni di iOS più recenti potrebbe bloccare il telefono senza possibilità di riportarlo alla normale funzionalità. In quel malaugurato caso a schermo comparirà il famigerato codice “Errore 53”, senza ulteriore spiegazione. Non basta una riparazione qualsiasi, però, per rendere inutilizzabile il telefono. L’intervento deve aver coinvolto il Touch ID, il sensore di impronte digitali che garantisce la sicurezza del dispositivi e serve ad autorizzare i pagamenti con Apple Pay o il download di applicazioni dall’App Store.

Migliaia di utenti hanno segnalato il problema nel corso dei mesi successivi al lancio di iOS 9 (e in alcuni casi anche prima). È stato il Guardian, nei giorni scorsi, a portarlo all’attenzione del grande pubblico, a seguito dell’esperienza del fotografo Antonio Olmos, costretto a riparare il proprio iPhone presso un centro non autorizzato durante la realizzazione di un reportage in Macedonia.Tornato in Inghilterra Olmos ha aggiornato il telefono ad iOS 9 e si è ritrovato con un “mattone”. L’iPhone che aveva funzionato perfettamente fino al giorno prima, nonostante la riparazione macedone, improvvisamente si era bloccato del tutto. Sullo schermo campeggiava il famigerato “errore 53”.

Quella che in molti hanno subito bollato come una strategia per favorire le costose riparazioni ufficiali, a detta di Apple è solo una misura di sicurezza avanzata. Lo ha spiegato un portavoce dell’azienda in una dichiarazione ufficiale rilasciata al Guardian: «Proteggiamo i dati relativi alle impronte digitali usando un’enclave sicura, che è accoppiata in maniera univoca al sensore Touch ID.
Quando un iPhone viene riparato da un centro autorizzato Apple o in un Apple Store con interventi che coinvolgono il sensore touch ID, l’accoppiamento viene ri-validato. Questo controllo assicura che il dispositivo e le funzioni di iOS relativa a touch ID rimangano sicure. Senza questo accoppiamento univoco, un sensore touch ID contraffatto potrebbe essere sostituito, garantendo di conseguenza l’accesso all’enclave sicura. Quando iOS rileva che l’accoppiamento è fallito, touch ID, inclusa Apple Pay, viene disabilitato e il telefono rimane sicuro».

Traducendo dal gergo tecnico: un intervento non autorizzato che coinvolga il Touch ID potrebbe essere condotto per compromettere il complesso sistema che mantiene sicuro un iPhone. Poiché un riparatore non autorizzato non può operare il riallineamento fra il chip sicuro e il sensore per le impronte digitali, l’iPhone non supera i test di sicurezza di iOS e si blocca. Il consiglio di Apple per chi riceve l’errore 53 è quello (tautologico) di rivolgersi ai canali di assistenza ufficiali.

Se le insinuazioni sulla volontà di favorire le riparazioni ufficiali (come se qualche decina di migliaia di unità sostituite impattassero sui conti di un’azienda multimiliardaria) si possono derubricare a complottismo rimangono valide le critiche alla totale assenza di trasparenza. Comunicare la sicurezza all’utente comune è impresa difficile e se Apple vuole posizionarsi come baluardo della privacy e del computing sicuro, casi come questo vanno previsti e prevenuti in maniera più efficace. L’intero blocco di un dispositivo a fini di prevenzione dalle manomissioni non può essere spiegato all’utente con un codice numerico generico impossibile da interpretare.

Una funzione nascosta di iOS 9 sta consumando i dati dell’abbonamento sul tuo iPhone

La Stampa
francesco zaffarano  26/09/2015

L’Assistenza Wi-fi introdotta con l’ultimo aggiornamento è attiva senza che gli utenti lo sappiano. Ecco come disattivarla



C’è una funzione nel nuovo sistema operativo iOS 9 (e nella versione aggiornata 9.0.1) che rischia di far aumentare i consumi di traffico dati dei vostri iPhone e iPad. Si tratta dell’Assistenza Wi-fi, un sistema che permette di migliorare la qualità della navigazione da smartphone quando il segnale di casa è troppo debole.

La premessa è che si tratta di uno strumento molto utile: si tratta di un meccanismo che permette di passare da wifi a rete cellulare in automatico per avere sempre la miglior connessione possibile in fase di navigazione. Il problema è che l’Assistenza Wi-fi è impostato su attivo sugli iPhone che hanno effettuato l’upgrade all’ultimo sistema operativo. Gli utenti, quindi, rischiano di consumare il traffico dati più in fretta del solito senza accorgersene.

La buona notizia è che la funzione può essere disattivata semplicemente: basta andare su Impostazioni, Cellulare e cliccare sul pulsante alla voce Assistenza Wi-fi. Una piccola accortezza per non superare i giga del vostro piano tariffario ed evitare esborsi imprevisti.

Una Ferrari del 1957 battuta all’asta per 32 milioni di euro: è l’auto più cara della storia

La Stampa

Il modello è la 335S Spider Scaglietti. Il precedente primato era di un altro gioiello del Cavallino



Alla fine ce l’ha fatta, battendo tutti i record. Una Ferrari 335 S Spider Scaglietti del 1957 è stata venduta per oltre 32 milioni di euro, diventando l’auto più cara della storia. È stata fabbricata in solo 4 esemplari ed è uno degli ultimi modelli di Ferrari da gara con il motore anteriore. Il primato precedente apparteneva a un’altra meraviglia storica di Maranello, una 250 GTO venduta nel 2014 a 28,4 milioni di euro.

L’esemplare in questione, rigorosamente rosso Ferrari, ha un glorioso trascorso di competizioni, dalla Mille Miglia dello stesso 1957 alla 24 ore di Le Mans, fino ai Gp disputati in Svezia, Venezuela e a Cuba. E’ stata peraltro guidata da nomi storici delle gare, come Stirling Moss, Wolfgang von Trips o Peter Collins.


AFP

Il gioiello da 32 milioni di euro prende il nome dal disegnatore Scaglietti e nel 1957 realizzò il giro più rapido nel circuito di Le Mans, raggiungendo i 200 km/h, superando Maserati e Jaguar.

Primarie Milano 2016 e cinesi, l’integrazione non passa per i pacchetti di voto

Il fatto quotidiano

Profilo bloggerdi Marco Rovelli | 7 febbraio 2016

Dopo l’orrendo carpiato del Movimento Cinque Stelle sulle unioni civili, oggi contempliamo un altro mistero glorioso, quello di un “candidato della Nazione“, Beppe Sala, che porta al voto delle primarie milanesi in massa la comunità cinese, internazionalizzando dunque il voto secondo la massima: “La globalizzazione è delle merci, non delle persone; ma, eventualmente, delle persone esclusivamente nel loro aspetto di merce”. Come nel caso, appunto, degli immigrati cinesi che rispondono a un richiamo del capo della comunità: il voto non come espressione di un processo di elaborazione individuale che contribuisce a costruire una comunità, ma come risposta automatica a uno stimolo verticistico.

Giuliano Pisapia vota alle primarie del centrosinistra

Questa non è “integrazione”. L’integrazione non passa per i pacchetti di voti spostati da capibastone (o capiclan, o referenti “etnici”), ma attraverso una mobilitazione delle coscienze individuali che interagiscono singolarmente, e sviluppano una reale partecipazione attiva ai processi decisionali di una comunità (in tal caso, propriamente, si dovrebbe parlare di “interazione”). I voti acquisiti in pacchetti, invece, ricalcano e rafforzano le gabbie, la segregazione tra identità differenti che tali devono restare, le gerarchie interne a ogni gabbia identitaria.

Di tutto questo, però, non ci si deve stupire: è la politica moderna che funziona così, per lobby, per gruppi di interesse. Non si vede perciò perché nel settore “etnico” le cose dovrebbero andare diversamente. Stupirsene, come fanno molti giornali che in tutti gli altri casi non hanno nulla da eccepire, suona proprio come un caso di “falsa coscienza”, venata da coloriture razziste. Se Sala è, come molti dicono, espressione dei poteri forti di Milano, in questo caso non ha fatto altro che aggiungere alla lista un altro “potere forte”, che ha il dono di manovrare un assai consistente numero di voti. Ancora una volta, in folgorante stile neo-democristiano.

Primarie Milano: ‘Per favore, non truccare le carte in tavola. Grazie’

Il Fatto Quotidiano

Profilo bloggerdi Antonello Caporale | 7 febbraio 2016

Vedremo i risultati, non credo (o almeno spero) che i voti dei cinesi possano condizionare il risultato delle primarie milanesi del Pd. Leggo che la quota degli extracomunitari sarebbe molto al di sotto del dieci per cento dei votanti e sembra (sembra) ininfluente.

Quel che non si comprende (o si capisce benissimo) è che immettere voti non consapevoli in una corsa interna dove militanti e appassionati scelgono il proprio candidato significa alimentare la certezza che non c’è luogo della politica (aula del Parlamento, del Consiglio comunale e persino del circolo o della sezione) in cui si possa e si debba combattere ad armi pari.

Significa pronosticare l’idea per cui se non truffi o fai una furbata sei un povero illuso, che la nostra vita si deve per forza sporcare, la nostra passione per forza umiliare e la nostra speranza deve finire spellata e in padella. Il male che fa al Pd Beppe Sala, il candidato che avrebbe chiuso l’accordo elettorale con la comunità cinese, è troppo più alto persino del profitto che ne riceve. E chiama l’emulazione. Pensiamo a Roma o a Napoli, già teatro di indecenti trattative. Come si comporteranno i candidati locali di quelle città che hanno avuto prova che dappertutto si truccano le carte? Secondo me saranno incoraggiati a proseguire nel trucco. Così fan tutti!

La democrazia ha bisogno di energie vive e mani pulite e l’Italia deve accogliere il contributo di ciascuno, siano essi cittadini residenti, stranieri naturalizzati o persino ospiti permanenti (in fondo sono primarie di partito). L’unica condizione, quella elementare, è che cinesi e rumeni, bulgari o francesi, ganesi o egiziani scelgano liberamente se andare a votare e chi votare. Sala meriterebbe di essere escluso dalla competizione solo per aver partorito l’idea e averla messa in pratica. Espulso come un calciatore dal campo di calcio per gioco pericoloso.

Bisognerebbe appendere, davanti alle porte dei circoli o all’ingresso virtuale dei meet-up, un undicesimo comandamento: per favore, non truccare le carte in tavola.

L'alfaniano : "Faccio fatica ad arrivare a fine mese con 11mila euro al mese"

Ivan Francese - Dom, 07/02/2016 - 21:38

Vincenzo Vinciullo, che siede al parlamento siciliano per Ncd, dichiara di "faticare ad arrivare a fine mese" con uno stipendio da favola. E la rete lo prende in giro: "Vuole gli ottanta euro?"



Guadagna oltre undicimila euro lordi al mese ma afferma di "faticare ad arrivare a fine mese".
Pur vivendo in Sicilia, non esattamente il luogo più caro d'Italia per costo della vita. Eppure l'alfaniano Vincenzo Vinciullo, parlamentare all'Assemblea regionale di Palermo per Ncd parlando ai microfoni di Tagadà su La7 ha lanciato quello che solo il buonsenso impedisce di definire un allarme: "Le posso assicurare che, che con quello che prendiamo, abbiamo come tutti i comuni mortali difficoltà ad arrivare a fine mese, avendo anche una famiglia numerosa".

Parole che stridono con i dati sugli stipendi degli onorevoli che siedono a Palazzo dei Normanni, che ogni mese ricevono ventidue milioni delle vecchie lire. Non proprio uno scherzo.

La dichiarazione dell'onorevole ha scatenato l'ironia della giornalista Tiziana Panella, che ha lanciato una "colletta" per aiutare Vinciullo con gli 80 euro di Renzi. Un'idea subito ripresa dal popolo della rete, lesto a rilanciare sui social network l'hashtag al vetriolo #unacollettapervinciullo.

Agli attacchi che gli sono giunti soprattutto dal M5s Vinciullo ha risposto però piccato: "Io provo vergogna ogni qual volta incontro gente che mente spudoratamente, sapendo di mentire".

Qualcosa non torna nella fine di Regeni

Livio Caputo



La maggior parte dei media, soprattutto se orientati a sinistra, tende ad accusare la polizia, o i servizi segreti egiziani della tragica fine del ricercatore italiano Giulio Regeni. La tesi ha una sua logica: il giovane, oltre a preparare la tesi per il suo dottorato, era attivamente coinvolto con la resistenza al regime del presidente Al Sisi, aveva contatti con personaggi  entrati e usciti dalle prigioni e, pur non essendo accreditato come giornalista con le autorità (cosa che gli avrebbe garantito un minimo di tutela) scriveva articoli contro il governo per “Il Manifesto” e una agenzia on-line vicina ai Fratelli Musulmani.

Inoltre, sembra che sul suo cellulare avesse nomi e recapiti di varie persone legate alla resistenza con cui era entrato in contatto nel corso delle sue ricerche. Era, cioè, un bersaglio ideale per una polizia politica tra le più brutali ed efficienti del mondo arabo, anche perché gli egiziani diffidano in modo particolare degli stranieri che si impicciano attivamente dei loro affari interni.

C’è tuttavia qualcosa che non quadra in questa ipotesi che, sia pure con molta cautela (vedi l’intervista al Corriere dell’ambasciatore Massari) sembra condivisa anche dalle nostre autorità. Che interesse avevano le autorità egiziane ad arrestare, torturare e fare ritrovare il cadavere di un giovane italiano proprio nel momento in cui si trovava al Cairo una delegazione di 60 imprenditori capeggiati dalla ministra Guidi con l’obbiettivo di investire nel Paese e migliorare gli scambi commerciali?

E, forse ancora più importante, nel momento in cui l’Occidente si prepara, in collaborazione con l’Egitto, a tentare di cacciare l’ISIS dalla vicina Libia? E’ possibile, naturalmente, che nella circostanza una branca dei servizi abbia agito di propria iniziativa, tenendo all’oscuro i vertici del Paese. E’ accaduto, e continua ad accadere, in Paesi ben più progrediti ed avanzati dell’Egitto. Ma se anche fosse così, che senso aveva “scoprire” il cadavere martoriato del giovane in un momento tanto delicato, quando sarebbe stato semplicissimo farlo sparire per sempre sotto le sabbie del deserto?

Ma se a compiere il delitto non sono stati poliziotti stupidi o troppo zelanti, chi può essere stato? Un sospetto è legittimo: nemici di Al Sisi, che vogliono screditarlo agli occhi dell’Occidente per prepararne eventualmente la caduta. Per i tanti avversari del regime, questo tragico episodio può essere di grande utilità. Perciò, dobbiamo stare attenti a non cadere nella (eventuale) trappola. Dobbiamo cioè evitare che il brutale assassinio di un giovane senz’altro generoso e intelligente, ma che forse nella sua attività è andato un po’ più in là di quanto dovrebbe fare uno straniero in un Paese difficile e diffidente come l’Egitto, comprometta un rapporto che per l’Italia è molto importante.

Non lasciamoci cioè governare dall’emozione, aspettiamo che l’inchiesta – cui del resto partecipano anche nostri funzionari, faccia il suo corso e non prendiamo decisioni affrettate. A meno (e sembra improbabile) che vengano accertate precise responsabilità dei vertici governativi, la nostra politica estera non deve cambiare per questo.

L'accusa del regista americano: "Il film La vita è bella? nacque da idea rubata"

Ivan Francese - Dom, 07/02/2016 - 20:00

Il regista Jerry Lewis accusa Benigni: "Ha lavorato bene, ma mi ha rubato l'idea dal film The Day the Clown Cried"



La Vita è bella? Fu il frutto di "un'idea rubata": a sostenerlo è il regista e attore statunitense Jerry Lewis, autore di un film mai pubblicato sull'Olocausto.In un documentario trasmesso due giorni fa dalla tv tedesca Ard, il novantenne regista ha parlato del suo "The Day the Clown Cried", una pellicola del 1972 che racconta la storia di un pagliaccio finito in campo di concentramento per aver deriso Hitler da ubriaco.

Una volta nel lager, cerca di intrattenere i prigionieri mentre vengono avviati alle camere a gas. Il film, scritto e diretto da Lewis, non uscì mai nelle sale per i ripensamenti dell'autore, vittima di "almeno venti crolli emotivi" dopo averlo visto per intero.

Una pellicola insomma che potrebbe avere quasi anticipato La Vita è bella. Di cui Lewis dice: "Benigni mi ha rubato l' idea - dice Lewis nel documentario -. Ma lui ha fatto un buon lavoro".

Prezzi alti, nessuno vuole gli aerei di Stato usati

repubblica.it
di CARMELO LOPAPA

Il caso. Arriva l'Air Force One di Palazzo Chigi, ma vanno deserte le aste per i due Falcon 900 e per l'Airbus 319 del governo

Prezzi alti, nessuno vuole gli aerei di Stato usati

Acquirente milionario cercasi, ma gli aerei blu non solleticano nemmeno gli appetiti del più capriccioso dei milionari. La vendita di Stato non decolla e i due Falcon 900 e l'Airbus 319 restano negli hangar di Ciampino.

Succede che vanno deserte in sequenza le due aste che il ministero della Difesa ha gestito per conto del governo (la prima quasi un anno fa) per far cassa, in ossequio alla spending review. Base d'asta 12 milioni ciascuno per i due Falcon (sui cinque a disposizione dell'Aeronautica militare per l'esecutivo e i vertici istituzionali) e qualcosa in più per l'ultimo messo in vendita: l'Airbus 319, pezzo forte della dismissione dei voli blu, dopo quella non proprio fruttuosa delle auto.

Ma la mancata vendita (finora) degli aerei di Stato è un vero e proprio flop. Tanto che in questi giorni gli uffici competenti della Difesa stanno mettendo a punto una nuova asta ma con base ribassata, inevitabile alla luce dei risultati. Ora che a Fiumicino è finalmente atterrato da Abu Dhabi il cosiddetto Air Force One della Presidenza del Consiglio, l'Airbus 340-500 preso in leasing dalla Etihad (costo tra i 250 e i 300 mila euro mensili) da 300 posti, con capacità di percorrenza oltre le 12 ore, ecco, ora a Palazzo Chigi hanno deciso di mettere in vendita anche l'Airbus sul quale hanno viaggiato gli ultimi sette premier, da D'Alema ad Amato, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Letta fino allo stesso Renzi.

Il fatto è che i "giocattoli" in questione, com'è facile immaginare, richiedono ingenti costi di manutenzione, oltre a quelli di acquisto (9 mila euro per ogni ora di volo). Eppure i Falcon sono dotati di dodici posti, scaldabagno, sedili in pelle, un sofà, due bagni, macchina da caffè e microonde. Ma sono datati 1999 e anche i tecnici del governo si sono accorti che sul mercato dell'usato, soprattutto americano, se ne trovavano di più recenti e a prezzi più bassi. Il governo slovacco proprio un anno fa aveva manifestato un primo interesse, salvo poi dileguarsi. Renzi di quei mezzi farebbe volentieri a meno, dato che la flotta resta comunque composta dal nuovo gigante dei cieli, due Falcon 50, un ulteriore Falcon 900, due elicotteri Agusta Aw 139 e un Airbus.

Altro capitolo le auto. Piazzate pure su Ebay ma con scarsissimi risultati. Sono rimaste in garage per il momento perfino le Maserati di rappresentanza, per non dire della flotta di Alfa 159, tutte per lo stesso handicap: hanno 300-400-500 mila km. Le Maserati vengono utilizzate per trasportare capi di governo o di Stato in visita, di tanto in tanto. Almeno si fa bella figura con un'auto italiana.