mercoledì 3 febbraio 2016

Figlio ucciso da un immigrato. Famiglia porta Alfano e Renzi in tribunale

Claudio Cartaldo - Mar, 02/02/2016 - 10:50

David Raggi è stato ucciso nel marzo scorso da un clandestino che "non doveva essere lì". Citati per danni il ministero dell'Interno e la Presidenza del Consiglio dei Ministri

David Raggi (27 anni) è morto, ucciso senza motivo nel marzo scorso a Terni da un marocchino, Amine Aassoul (30 anni), clandestino e con un mandato di espulsione dall'Italia mai diventato realtà. Se lo Stato lo avesse espulso davvero, se lo avesse portato al confine e rispedito al suo Paese, ora - forse - David sarebbe vivo.

Per questo la famiglia, dopo la condanna a 30 anni di reclusione per l'immigrato, ha deciso di portare in Tribunale il ministero dell'Interno, quello della Giustizia e la presidenza del Consiglio dei Ministri. La famiglia citerà Alfano, Renzi e il guardiasigilli per danni, chiedendo 2 milioni di risarcimento. La prima udienza è prevista il 6 giugno a Roma.

In particolare, scrive Terni Oggi, il ministero dell'Interno è stato citato in giudizio per non aver espulso dall'Italia l'omicida. Nonostante la richiesta di asilo fosse stata rigettata da una commissione. Il ministero della Giustizia, invece, sarebbe colpevole di non aver portato ad esecuzione un cumulo di pene che pendeva sulle spalle di Aassoul (6 anni di reclusione per vari reati).

"Aassoul non doveva essere a Terni al momento dell’omicidio – ha detto il legale – ma a questi due profili già noti se ne aggiunge un altro: chiamiamo in causa infatti la presidenza del Consiglio per il mancato recepimento della direttiva europea 80 del 2004, che prevede l’istituzione di un fondo di garanzia a tutela delle vittime dei reati gravi commessi da nullatenenti. Questa direttiva non è mai stata applicata dall’Italia, ma permetterebbe la liquidazione almeno delle provvisionali decise in sede di condanna, 400 mila euro".

"Non è l’aspetto economico ad interessarci – ha commentato Diego, il fratello di David – ma vogliamo dare un segnale perché nessuno patisca più quello che stiamo patendo noi. La colpa di quanto successo a mio fratello è dello Stato, perché sono mancati i controlli".

La lezione degli ex Br alle toghe Protesta la figlia del giudice Galli

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

Adriana Faranda e Franco Bonisoli, dissociati da circa 30 anni, invitati a parlare alla scuola superiore di magistratura insieme con Agnese Moro e Sabina Rossa

Alessandra Galli, figlia del giudice ucciso da Prima linea

Due ex militanti delle Brigate rosse — dissociati dalla lotta armata da circa un trentennio — invitati a parlare alla Scuola superiore della magistratura fanno scoppiare la polemica tra le toghe: chi si ribella e trova «assurda» questa decisione, o «ambigua»; chi invece è «contento» e la considera un’occasione da sfruttare; chi chiede di saperne di più. Ma a fare maggiormente rumore è la reazione di Alessandra Galli, magistrato e figlia del giudice Guido Galli, assassinato il 19 marzo 1980 a Milano da un commando di Prima Linea, che dice: «Sono sinceramente sconcertata. È inaccettabile il dialogo in una sede istituzionale come questa con chi ha ucciso per sovvertire lo Stato e la Costituzione alla quale noi, come magistrati abbiamo giurato fedeltà… Sono più che amareggiata».

Il seminario e gli incontri tra vittime ed ex terroristi
Tutto nasce dal seminario di tre giorni organizzato dalla scuola superiore della magistratura su «Giustizia riparativa e alternative al processo e alla pena», che si terrà da mercoledì e venerdì a Scandicci, presso la sede dell’istituto. Nella giornata di giovedì 4 febbraio è prevista una sessione sul tema: «Incontro con la giustizia riparativa: testimonianze, riflessioni, confronto», sui temi del rapporto reo-vittima; le persone offese e il processo penale; il reo, la sanzione e il reinserimento sociale. A parlarne, intorno allo stesso tavolo, Franco Bonisoli, ex membro del comitato esecutivo delle Brigate rosse nel 1978, uno dei componenti del commando che rapì Aldo Moro e uccise i cinque uomini della scorta;

Adriana Faranda, altra ex brigatista che partecipò alla gestione del sequestro;
Agnese Moro, figlia del leader democristiano assassinato;
Sabina Rossa, figlia dell’operaio comunista Guido Rossa ucciso dai brigatisti il 24 gennaio 1979;
Manlio Milano, marito di Livia Bottardi, una delle vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio 1974.

A moderare l’incontro sarà il criminologo Adolfo Ceretti (che di Guido Galli fu allievo all’università), docente alla Bicocca, uno dei coordinatori del gruppo che ha riunito negli anni scorsi ex terroristi e familiari delle vittime dei cosiddetti «anni di piombo», attraverso un dialogo costruito nel tempo, prima tenuto riservato e nei mesi scorsi portato alla luce attraverso un libro (intitolato «Il libro dell’incontro», per l’appunto) in cui si racconta questa esperienza.
Un pm di Palermo: «Perché non invitare Brusca?»
Quel gruppo aveva dei «garanti» esterni, tra cui il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, fino a pochi mesi fa direttore della Scuola superiore della magistratura. Proprio in quest’ultima veste Onida ha organizzato il seminario, pensando che fosse utile sottoporre a una platea di magistrati il cammino sperimentato da questo piccolo ma significativo gruppo di ex avversari che si sono ritrovati e hanno dialogato insieme per anni sulle rispettive esperienze, in una logica di ricomposizione sociale fuori dalle aule di giustizia. Ma al di là delle intenzioni, appena l’iniziativa è stata pubblicizzata, sulle mailing list dei magistrati s’è aperto un dibattito dove prevale lo stupore e in certi casi l’indignazione.

Un pubblico ministero della Procura di Palermo ha commentato immaginando «una lezione di Giovanni Brusca (il killer mafioso che attivò il radiocomando della stragi di Capaci, ndr) al prossimo corso sulla criminalità organizzata», al quale ha risposto un collega: «Il corso in questi non è sugli anni di piombo, ma sulla giustizia riparativa, il paragone non c’entra nulla». Finché l’intervento di Alessandra Galli, che ha ricordato anche l’elaborazione di suo padre, professore di Criminologia, «proprio sulla tutela delle vittime e l’eventuale necessità di studiare strumenti legali di pacificazione», ha provocato molte risposte di solidarietà.

2 febbraio 2016 (modifica il 2 febbraio 2016 | 16:49)

I Millennials senza social Chi sono quei 25% senza account

Corriere della sera

di Greta Sclaunich

Hanno dai 20 ai 30 anni e hanno scelto di non avere né Facebook né Twitter
Nella loro generazione sono una minoranza, ma sono convinti della decisione

foto Ansa

«Ognuno sembrava sapere, in ogni momento quel che stavo facendo», «ci trascorrevo tantissimo tempo», «ho cominciato a sentirmi schiacciata dal vedere i dettagli della vita di tutti», «non ne ho bisogno». Per questi motivi (che, in fondo, sono tutti riconducibili allo stesso: la voglia di privacy) Lauren, Jason, Celan e Hariharan hanno scelto di non avere un account sui social network. La scelta non è così strana, come non lo sono le loro motivazioni. L’unico dato che non «quadra» è l’età: hanno tutti dai 18 ai 31 anni. Insomma, sono tutti millennials: fanno parte della generazione, nata tra i primi anni ‘80 ed i primi 2000, caratterizzata da familiarità con media e tecnologie digitali. Sono il target e la gallina dalle uova d’oro di tutti i social, da Facebook a Twitter passando per Instagram e Snapchat (i cui fondatori, per altro, fanno parte della stessa generazione).
Il 75% ha un account social
Per capire la passione dei millenials per la tecnologia basta un dato: otto su dieci, dicono le statistiche, dormono con il cellulare accanto al letto. Ma ce ne sono anche altri, di dati, che descrivono la generazione più tecnologica di sempre: due terzi ammettono di mandare messaggi mentre guidano e uno su cinque ha già postato almeno un video di se stesso in Rete. Per quanto riguarda i social, invece, un sondaggio della società di analisi Pew Research mostra che solo uno su quattro non ha un account social. Contro uno su due della generazione precedente (quella dei nati tra il 1960 ed il 1980), uno su tre dei baby boomers e la gran parte (il 94%) degli over 65.
Celan: «Mi sentivo schiacciata»
Eppure non tutti i millenials vogliono starci, sui social. Quelli che si tengono alla larga sono pochi, ma ci sono. Il Guardian ne ha trovati quattro, americani, e li ha intervistati per capire i motivi della loro scelta. Così ha scoperto la storia di Celan Beausoleil, 31 anni di Oakland, California: lavora nel sociale e a dicembre ha cancellato il suo account su Facebook perché «gran parte del mio lavoro è ascoltare la vita delle persone, e iniziavo a sentirmi schiacciata dal vedere anche i dettagli della vita di tutti sui social». C’è una cosa che le manca, però: «Mi piaceva stare seduta per ore cliccando su un profilo di un amico e da lì andare sul profilo di uno dei suoi amici, e da qui sul profilo di un altro e di un altro ancore. Alla fine mi trovavo sulla pagina di qualcuno che stava dall’altra parte del mondo, letteralmente».
Jason: «Al posto di Fb, libri ed articoli»
Jason Mathias, 26enne di Baltimora, Maryland, ha chiuso sia il suo account su Facebook che quello su Twitter nel novembre 2012. Quando aveva appena passato la ventina, insomma: «Un giorno ho realizzato che ci stavo trascorrendo tantissimo tempo. E se avessi speso quel tempo facendo altre cose?». Non solo non è pentito della sua scelta, ma ha «dimenticato in fretta l’esistenza di Facebook». Le «altre cose» che fa al posto di controllare i social? Legge libri e articoli, telefonata agli amici (invece che scrivere loro via chat). Lauren Raskauskas, 22 anni di Naples, Florida, si è prima tolta da Facebook (nel 2013) e poi da Twitter (nel 2015): «Sono molto riservata e mi preoccupo del trattamento dei miei dati», per questo «non mi piaceva il fatto che tutti sapessero ciò che stavo facendo». Almeno su una cosa ha ceduto però: ha ancora un account su Instagram, il social fotografico.
Hariharan: «Non ne ho bisogno»
E poi c’è Hariharan Rajagopalan, 18enne di Boston, Massachussetts. Lui l’account su Facebook ce l’ha, ma non lo usa. Lo ha aperto prima di arrivare all’università per contattare il suo futuro compagno di stanza, ma poi lo ha del tutto abbandonato: «Non lo uso e non lo controllo nemmeno». Le sue sorelle ci provano, a fargli cambiare idea, taggandolo nelle foto di famiglia: niente, lui continua ad ignorare il social. Si è appassionato a Twitter, però: lo usa per sapere le novità delle sue squadre preferite e le notizie di sport. Senza però aprire un account, «non ne ho bisogno per leggere i tweet».

2 febbraio 2016 (modifica il 2 febbraio 2016 | 11:17)

L’Islam e la lezione di Scola ai giornalisti. “L’Italia introduca una festa musulmana”.

Carlo Franza



Mi verrebbe da dire che da oggi l’Arcivescovo Scola non è più il mio vescovo, ma la carità cristiana e la misericordia mi impongono di perdonare, e dunque non lo dico. Eppoi ho presente quelle parole di Cristo in Croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Dico questo non perché io non sia più cristiano, anzi lo sono più di prima e lo grido con tutta la mia voce in gola, compreso l’esempio e la testimonianza -ho in testa la Chiesa del grembiule di Tonino Bello- ; ma l’aver sentito dalla sua bocca parole di sottomissione dell’Italia all’Islam mi ha molto molto infastidito.

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E questo dopo aver partecipato in prima persona al Convegno-dibattito per giornalisti (30 gennaio ore 10,30) dal titolo “Comunicazione e Misericordia” all’Istituto dei ciechi a Milano. Il dibattito parte sull’Islam. Ecco le parole di Scola dette a tutta l’assemblea dei giornalisti, me compreso- in sala i borbottii erano significanti- eccole : «In una società plurale come la nostra occorre che ciascuno si dica, si narri e si lasci narrare». Poi, ha aggiunto: «Non si deve rinunciare ai propri simboli ma includere anche quelli degli altri. Per cui, ad esempio, mentre salvaguardiamo i simboli e le feste cristiane, se nelle scuole aumentano i bambini musulmani bisogna prendere qualcuna delle loro feste ed inserirle nella dimensione pubblica: spiegare, non vietare».

Avevo e avete sentito bene. Il Cardinale Scola arcivescovo di Milano, molti palmi lontano dal Vescovo Ambrogio e dal Vescovo Carlo Borromeo e dal Vescovo Schuster, eccolo con uscite da lasciare l’amaro in bocca. Mi sono detto, ma questa chiesa dove vuole andare a parare? E Scola a insistere sul “meticciato” e sul no alla laicità alla francese.

Il Cardinale Scola dovrebbe preoccuparsi delle vocazioni che mancano alla grande nella chiesa cattolica o pensa di accogliere qualche imam in seminario, per supplenza? E dovrebbe preoccuparsi anche degli insegnanti di religione che nella sua grande diocesi, e penso ai licei di Milano, in classe non parlano di Cristo ma di altri argomenti che col vangelo hanno poco a che fare o addirittura indirizzano gli alunni in sala video a vedere film in attesa che passi l’ora preposta.

Nella Chiesa mancano gli esempi di Cristo. Ed allora ripensi alle nomine dei professori di religione cattolica! E’ una vergogna inaudita. Ecco perché oggi l’Italia e l’Europa vanno verso la scristianizzazione, anzi viaggiano a gonfie vele. Ecco in cosa dovrebbe interrogarsi il Cardinale Scola, e non pensare a dettare ordini allo Stato italiano nel dover inserire una festa musulmana nel patrimonio culturale del paese Italia.

E quale festa dovrebbe inserire lo Stato Italiano, quella del Ramadan? Ma per carità, che se la celebrino i musulmani in casa loro o in moschea, nulla a pretendere dallo Stato italiano laico. Lo sa bene il Cardinale dello sgozzamento dei cristiani, della lapidazione delle adultere, delle infibulazioni delle bambine, della poligamia imperante fra i musulmani, dell’impiccagione degli omosessuali, delle molestie e degli stupri come nel caso di Colonia, ma al cardinale vescovo questo non piace ascoltarlo. Mi sono detto – visto che Scola era fra i papabili- per fortuna non l’abbiamo avuto Papa. Se dovessimo seguire le indicazioni di vescovi come Scola e altri sparsi lungo la penisola, l’Italia delle prossime generazioni sarebbe di fatto istupidita, paurosa, succube dell’Islam.

Il Cardinale Scola rispetti il Concordato e segua l’insegnamento del “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. L’Italia è cristiana, altre feste non ci appartengono, qui in Italia si fa ed è così. Qui è morto Pietro  Primo Papa e Primo Apostolo. Su questioni di Stato Scola non intervenga, diversamente abbandoni l’abito talare e faccia politica; e se a lui piace di più l’Islam si faccia crescere la barba e invece di predicare il Vangelo ammaestri con il Corano (Ma Scola darà le dimissioni a novembre 2016 per raggiunti limiti di età. Deo gratias!).

E chiudo, altri colleghi come Borgonovo e Socci, fra i tanti, hanno lamentato con parole dure l’intervento di Scola, ed ancor più ampio si faccia il dibattito. Ai giornalisti, laici e cattolici, il compito di sottolineare l’identità dello Stato Italiano.

Carlo Franza

Voto segreto, perché è un rito da rottamare

La Stampa
ugo magri

Da oggi parola al Senato. Ma le ultime manovre hanno nulla a che vedere con le unioni civili, né tantomeno con le adozioni gay. Rispondono ad altre logiche e inquinano il tema su cui il Senato dovrà decidere

Cominciano le votazioni in Senato sulle unioni civili. Ma per provare il brivido della suspense dovremo attendere un’altra settimana, quando arriverà al pettine l’art.5 sulla «stepchild adoption». Lì è sicurissimo che verrà chiesto lo scrutinio segreto, e non si può escludere a priori qualche imboscata degli avversari di Renzi, che potrebbero approfittarne per complicargli la vita. 

Chi si intende di trame parlamentari, però, sostiene che potrebbe accadere pure il contrario. Per esempio: quando nessuno li vede, un po’ di centristi potrebbero correre in aiuto del premier e votare a favore della legge che ufficialmente combattono. Lo farebbero in cambio delle numerose poltrone che, guarda combinazione, hanno appena ricevuto nel rimpasto. Sia come sia, tutte queste oscure manovre non hanno nulla a che vedere con le unioni civili, né tantomeno con le adozioni gay. Rispondono ad altre logiche e inquinano il tema su cui il Senato dovrà decidere. Ecco una prima ragione per cui sarebbe giusto votare alla luce del sole.

Ma ce n’è un’altra, più importante. E si riassume nell’interrogativo «se non ora, quando?». Anziché nascondere il voto, i senatori dovrebbero sentirsi onorati di poter dire finalmente la loro su una questione alta e nobile come le unioni civili. Che li eleva parecchio al di sopra delle normali meschinità. E guai se avessero paura di farlo sapere: il voto segreto venne introdotto come difesa dal re, che poteva offendersi. Ma oggi c’è Renzi, e con tutto il rispetto non incute lo stesso terrore. Se il Senato si ostinerà a mantenere questo rito arcaico e poco trasparente, darà un argomento in più a chi lo considera un ente inutile, da sopprimere col referendum costituzionale.

Lo Stato dice che il fumo uccide. Ma allora perché vende le sigarette?

La Stampa
ferdinando camon



Non fumo, ma mia moglie fuma. E i figli? Fumano, naturalmente. Se trovano due esempi in casa, uno buono e uno cattivo, i figli seguono il cattivo. Quanti soldi hanno sprecato finora i miei figli, in sigarette? Tanti. Potrebbero piantare causa alla madre e farseli rimborsare. Testimonierei in loro favore. Nella loro educazione la presenza della sigaretta accesa è stata perenne, fin da quando erano piccoli. Anche in auto, durante i viaggi. Il vano dove sta l’accendisigari era sempre aperto, e l’accendisigari sporgeva come un’offerta: bastava allungare la mano ed estrarlo per accendersi la sigaretta. Un nostro amico morì di cancro ai polmoni, fumava sempre anche guidando, e nella sua famiglia chiamavano l’accendisigari «il killer». Ma io credo che chi muore di cancro ai polmoni non venga ucciso da un killer. È lui che si suicida. 

Quando in Italia si decise la svolta, «basta pubblicità al fumo», anzi «facciamo pubblicità contro», e comparvero le prime scritte contro le sigarette, ammiravo uno slogan violento (anche troppo, lo riconosco) che diceva così: «Comincia dalla prima sigaretta / il lento suicidio dei coglioni». Non fu mai diffuso. Che peccato. Sarebbe stato la vendetta di noi non-fumatori, che in una società di tutti fumatori eravamo considerati dei semi-viri. La distinzione cominciava nelle scuole superiori: i ragazzi fumatori erano ragazzi doc, e le ragazze andando con loro andavano sul sicuro, i ragazzi non-fumatori chissà cos’erano, le ragazze che si mettevano con loro rischiavano.

Quando vado a Los Angeles e giro in auto (ho un figlio là), passo volentieri per la strada dove si alza una statua che raffigura un uomo con la sigaretta in bocca: l’uomo è dritto in piedi, vestito alla cow-boy (il cow-boy è più macho dell’impiegato), la sigaretta gli pende dalle labbra, ma pende proprio, nel senso che è curva, come se fosse molle. Lo slogan non c’è, ma è chiaro: «Fuma, e ti ritroverai impotente». Padronissimo, ognuno di noi, di voler fumare e quindi diventare impotente, o insomma vedersi ridotta la potenza. Ma non padrone di fumare in auto con minori. L’impotenza, o la minor potenza, degli adulti è una loro scelta, ma la potenza dei minori è un loro diritto.

Per non parlare dei feti. Ormai sappiamo che i feti, mesi prima di nascere, sentono la musica che la madre ascolta, gli americani dicono di aver perfino registrato all’ecografia che se sentono musica rock i nascituri muovono i piedini, mentre se sentono musica classica muovono le mani. È stato affermato che, se prima di nascere hanno sentito più volte una canzone e dopo nati la risentono, ebbene, la riconoscono. Sarebbe molto bello se fosse vero. Ma comunque, è bruttissimo che appena nati sentano il sapore di fumo che hanno sentito prima di nascere. La madre incinta non fuma, se ama il figlio che verrà. E dopo non fuma, se ama il figlio appena venuto.

E in presenza di una donna incinta non si fuma. Si potrebbe andare avanti: neanche in presenza di figli in età infantile o minorenni. In treno è assurdo che si fumi nelle toilette, dove il fumo impregna l’abitacolo indelebilmente. Adesso le scritte sui pacchetti saranno più chiare: «Il 90% del cancro ai polmoni è dovuto al fumo», «Il fumo può uccidere il feto», «Il fumo causa ictus», segue foto del fumatore in carrozzella. Capirei se fosse una campagna che l’Organizzazione Mondiale della Sanità rivolge ai venditori di sigarette. Ma è una campagna dello Stato, venditore monopolista di sigarette. Allora, perché le vende?

fercamon@alice.it

Tutelata la privacy dei cittadini europei, c’è l’intesa con gli Usa sul trasferimento dei dati

La Stampa

Il nuovo accordo verrà costantemente monitorato e rivisto per verificare il suo effettivo funzionamento

Accordo raggiunto in extremis ma nei tempi previsti sul nuovo quadro legale per tutelare la privacy dei cittadini europei i cui dati personali vengono trasferiti negli Usa. L’intesa, che va a sostituire il decaduto «Safe Harbour» invalidato dalla Corte Ue dopo il caso Schrems che aveva vinto contro Facebook, è stata annunciata dalla commissaria Ue alla giustizia Vera Jourova.

Tre i pilastri del nuovo meccanismo di tutela: forti obblighi per le società che trasferiscono i dati personali e per il governo americano, con l’introduzione per la prima volta di un meccanismo di compensazione per i cittadini Ue, e un’effettiva protezione dei diritti dei cittadini europei come richiesto dalla Corte di giustizia. 

Fondamentale sarà anche il carattere dinamico del nuovo accordo, in quanto verrà costantemente monitorato e rivisto per verificare il suo effettivo funzionamento.

Forse stai ospitando in casa un Wi-Fi pubblico senza essertene accorto

La Stampa
lorenzo longhitano

Anche da noi gli operatori si stanno già muovendo, ma all’estero la situazione è più spinosa, con abbonati non abbastanza informati di cosa avviene nel loro router



Entro la fine dell’anno prossimo un’abitazione su tre condividerà la connessione Internet di casa con perfetti sconosciuti. Lo prevede uno studio di Juniper Research sul fenomeno dei router residenziali sfruttati per le connessioni pubbliche. La pratica si sta diffondendo ormai da mesi tra i maggiori operatori Internet del panorama globale: questi, per potenziare la propria infrastruttura Wi-Fi pubblica (e rendere più allettante il passaggio ai propri servizi per i futuri clienti) utilizzano una particolare categoria di punti di accesso a costo zero sparsi per tutto il territorio, ovvero i router già installati nelle case dei propri abbonati.

Secondo questo principio gli apparecchi installati in uffici e abitazioni si trasformano in hotspot urbani e condividono la connessione a Internet con i passanti che hanno un contratto con il loro stesso provider. Il meccanismo, garantiscono le società, è sicuro: crea sullo stesso router due reti completamente separate che non interferiscono tra loro e privilegiano la connessione residenziale. Nonostante le rassicurazioni, però, in un’epoca di attenzione crescente ai temi della privacy e della protezione dei dati il fenomeno può destare preoccupazioni, soprattutto se si considera, sempre secondo la ricerca di Juniper, che entro la fine del 2020 soluzioni del genere saranno adottate in 366 milioni di case in tutto il mondo.

In Italia pioniera di questo approccio è stata Vodafone, che in questo modo può già vantarsi di avere a disposizione dei suoi clienti 14 milioni di punti di accesso a livello globale. La società a dire il vero propone di entrare a far parte di questa Rete condivisa su base volontaria e tramite un’iscrizione; Fastweb per la sua WOW FI prevede invece un’attivazione automatica, ma la possibilità di rinunciare a far parte della comunità resta a portata di clic.

All’estero, come emerge dallo studio di Juniper Research, l’approccio degli operatori si sta facendo sempre più aggressivo: negli Stati Uniti in molti casi gli utenti vengono coinvolti nella condivisione senza esserne stati messi chiaramente al corrente e senza quindi avere la possibilità di sottrarvisi. Per i provider del resto si tratta di uno stratagemma di potenziamento delle infrastrutture troppo conveniente per rinunciarvi, costi quel che costi.

Luisa Spagnoli, l'arte del cioccolato: "Così realizzo il vero 'Bacio'"

Giuseppe De Lorenzo - Mar, 02/02/2016 - 08:12

Luisa Spagnoli è pronipote della capostipite della famiglia che ha inventato il "Bacio Perugina". Ha rispolverato le ricette originali e dato vita a un nuovo artigianato italiano



“Ero a casa con mio padre, ho indossato la divisa storica delle operaie della Perugina e gli ho chiesto di insegnarmi a realizzare tutti i nostri cioccolatini”. Incontriamo Luisa Spagnoli, 51 anni, nella sua villa in Umbria. È una degli eredi della famiglia che ha fatto la storia del cioccolato italiano, creando l’azienda che vanta tra le sue creature il famoso “Bacio Perugina”. A febbraio apre un suo laboratorio per riportare in Italia la bontà del cioccolato lavorato a mano.

Da una piccola bottega artigianale iniziò anche la storia della Perugina. Fondata dai bisnonni, in azienda hanno lavorato anche il nonno e al padre di Luisa. Dal 1988 è in mani straniere, ceduta agli svizzeri della Nestlé. Ma il lascito della famiglia Spagnoli, le sue ricette, i segreti e i sapori della cioccolata sono passati di padre in figlio, fino ad arrivare a Luisa. “Forse sarà solo un caso, ma oltre al nome, da mia bisnonna ho ereditato anche la passione per i cioccolatini”. (guarda il video della realizzazione del Bacio)

Pochi metri quadri di cucina e due soli macchinari. Il resto della stanza è occupato dalle materie prime e dalle belle scatole rifinite. Semplice ed essenziale. “Quando nacque il “Bacio Perugina” - racconta Luisa - non esistevano nemmeno i termometri: per sapere se il cioccolato era alla temperatura giusta per glassare i prodotti, alle operaie bastava poggiare il mestolo di legno sulle labbra”.



Un modo per dire che possedere strumenti sofisticati non è sufficiente. E non bastano nemmeno le ricette giuste. “Utilizzo quelle che mi sono state tramandate. Ma ogni anno le materie prime tendono a cambiare i loro sapori. Il segreto sta nel capire cosa bisogna aggiungere per rendere il prodotto un’opera d’arte”.

Oggi Luisa produce tutta la gamma di cioccolatini storici degli Spagnoli. I nomi sono diversi, perché i marchi Perugina sono proprietà della Nestlé. Così sono stati chiamati come i componenti della famiglia: per fare un esempio, il ‘Bacio’ è diventato “nonna Luisa”, in onore di chi l’ha inventato. Della storia del “Bacio”, però, Luisa conserva il libro dei detti celebri da cui venivano pescate le frasi d’amore che ancora oggi accompagnano il cioccolatino. Ce lo mostra con una certa gelosia.

La stessa che si nota mentre crea i suoi “nonna Luisa”. Prima realizza l’impasto di burro di cacao, granella di nocciole e cacao al 70%. Poi aggiunge lo zucchero, perché “il cioccolato senza zucchero è come un’orchestra senza direttore”. Infine, con mani esperte, crea le palline sopra cui poggia una nocciola intera. L’ultimo atto è la doppia glassatura fatta a mano, con una speciale forchetta in una vaschetta di cioccolata fusa. “Lo glasso due volte - afferma orgogliosa - affinché, quando lo si mette in bocca, si possa sentire il rumore del cioccolato che si rompe”.

In attesa dell’inaugurazione, il marchio del nuovo laboratorio è pronto, pensato insieme ai figli che la sostengono nell’avventura. “Sopra la scritta ‘Spagnoli’ abbiamo voluto mettere una rosa - racconta Luisa - perché mio padre era convinto che i nostri cioccolatini avessero la stessa fragranza e la stessa bellezza di un fiore”. Una parte della storia della Perugina è stata narrata dalla fiction Rai dedicata a Luisa Spagnoli, la capostipite. “Ho partecipato anch’io. Ero lì per accompagnare mia figlia. Mi sono presentata e il regista mi ha voluto con sé. Ho raccontato alcuni aneddoti e insegnato all’attrice come realizzare il ‘primo’ Bacio nel modo più vicino possibile a come è realmente accaduto”.

Ha deciso di rispolverare l’esperienza accumulata dalla famiglia nella produzione di cioccolata anche per un motivo affettivo. “Il mio ‘nonna Luisa’ non è solo buono - conclude -, ma porta con sé una lunga storia. Vorrei che chi lo assaggia possa in qualche modo assaporarla”. Per questo sul muro campeggia il ritratto della bisnonna. Per ricordare che l’artigianato italiano d’eccellenza è vivo. E si trasmette di padre in figlio.

Ma quanto inquina Internet?

La Stampa
paola bolaffio

Una email di 1 mega comporta l’emissione di circa 19 grammi di CO2; un’azienda con 100 dipendenti che mandano 33 messaggi al giorno, emette circa 13,6 tonnellate all’anno solo per la posta elettronica. Come 13 viaggi andata e ritorno da Parigi a New York in aereo

E’ più ecologico un post di facebook con tanto di foto, o un rapido tweet di meno di 140 caratteri? Un’email o un video su youtube? Calcoli complicatissimi: le variabili sono tante, compresa quella dell’alimentazione del tuo computer e del tuo modem. Ma se ipoteticamente dipendesse solo da Facebook, da Twitter, da Google, Yahoo o Apple, la risposta sarebbe questa: la mela è la più green, il suo approvvigionamento energetico è tutto da rinnovabili.

Anche Yahoo non se la cavava male, con il 73% di rinnovabili rilevato nel 2014 da Greenpeace. A seguire, Facebook (49%) e Google (46%). Maglia nera, l’anno scorso, a Amazon, e grigia a Twitter, che ha evitato di fornire tutti i dati. Ma quanto inquina internet? Se fosse un Paese, la sua domanda di energia elettrica sarebbe attualmente al sesto posto. Tanto per dire: un’email di 1 mega comporta l’emissione di circa 19 grammi di CO2; un’azienda con 100 dipendenti che mandano 33 messaggi al giorno, emette circa 13,6 tonnellate all’anno solo per la posta elettronica. Come 13 viaggi andata e ritorno da Parigi a New York in aereo.

I dati di quest’anno non sono ancora usciti, ma si prevedono variazioni. Almeno per Facebook, che dà prova di voler raggiungere il 100% in tempi brevi, dando notizia ogni due per tre di nuovi green center in Oregon, in North Carolina, Texas, Svezia… l’ultimo il 25 gennaio in Irlanda, a Clonee, vicino Dublino. Sarà alimentato al 100% da energia eolica, come il centro aperto nel 2013 a Luleå in Svezia (alimentato con energia da fonte idroelettrica), e partirà tra il 2017 e il 2018 grazie all’investimento di 200 milioni di euro.

Non solo sarà energeticamente green, ma anche tecnologicamente all’avanguardia sostenibile, secondo i dettami dell’Open Compute Project che prevede l’alleanza di aziende IT per la condivisione di sviluppatori e ricercatori e infrastrutture vantaggiose open source. Lanciato da Facebook nel 2011, il progetto è cresciuto piuttosto rapidamente, anche con l’adesione, tra gli altri, di Intel, Amd e Broadcom. Secondo Facebook, la condivisione di tecnologie per i data center potrebbe consentire di diminuire del 38% il consumo di energia e abbattere i costi di costruzione e gestione del 24%, migliorando le performance di sostenibilità.

Facebook vuole raggiungere il suo goal green. E vuole farlo sapere. Nella sua pagina Green on facebook tiene costantemente aggiornati i suoi fan. E’ lì che l’8 gennaio ha postato la notizia della nascita di un’altra pagina, quella che lancia i “cruscotti” virtuali sui consumi energetici e l’efficienza idrica dei data center a Luleå, in Svezia, e a Altoona, Lowa: “Insieme a dashboard esistenti per i nostri data center in Oregon e North Carolina – scrivono - ora condividiamo pubblicamente le misurazioni di efficienza in tempo reale per tutti i centri operativi”. 

La strada non è facile. Non basta che le aziende IT vogliano passare alle rinnovabili. Bisogna che siano messe in condizioni di farlo. Questa è una delle criticità maggiori, secondo gli analisti di Greenpeace: alcune imprese monopoliste in campo energetico e alcuni amministratori pubblici si ostinano a frenare l’ascesa delle rinnovabili, impedendo di fatto a tanti potenziali virtuosi di percorrere il loro cammino.

Vorrà dire che, se non dovessero riuscirci, invece di Pinterest useremo la vecchia bacheca con le puntine… guarderemo fuori dalla finestra invece che su Youtube… organizzeremo quei mortali dopo-cena con proiezione delle diapositive dell’Egitto, invece di postare su Instagram… tappezzeremo frigo e scrivania di post.it per sostituire i tweet, parleremo al telefono invece che su Skype, torneremo allo schedario al posto di Linkedin e alla rubrica per sostituire Facebook… 

Renzi che fa cose”, il premier attacca la pagina di Facebook che lo prende in giro

La Stampa
marco castelnuovo



«C’è una esilarante pagina su Facebook che mi prende in giro. Si chiama “Matteo Renzi che fa cose” e ironizza sulla mia insistenza nel dire che le cose vanno fatte. La pagina è molto divertente, ma sono costretto a insistere: la concretezza, fare leggi e non chiacchiere è una caratteristica chiave del nostro Governo. Dopo anni di immobilismo finalmente siamo ripartiti grazie alla concretezza».

Il premier Matteo Renzi, ieri, ha cominciato la newsletter che usa saltuariamente per raccontare il proprio lavoro ai suoi elettori, facendo un po’ di autoironia. La pagina, che è anche su twitter (@renzichefacose), Instagram (@matteorenzichefacose) e Tumblr
(http://matteorenzichefacose.tumblr.com) è, di fatto, una collezione di «meme» che prende in giro espressioni e movenze del presidente del Consiglio. Per «meme», in questo caso, si intende un testo aggiunto a una foto e che gioca con l’immagine sottostante.

L’intento è puramente goliardico pur cercando di giocare sempre con l’attualità. Per esempio, in uno degli ultimi meme c’è una foto di Renzi che indica qualcosa al presidente iraniano Rouhani con la scritta «Lì dietro non c’è nulla», lasciando intendere che stia indicando le statue coperte. O un’immagine del premier con le mani nella testa e la scritta «Matteo Renzi ha appena scoperto di avere due esami nello stesso giorno».

Cose così. Spesso irriverenti, un po’ banali, mai cattive. L’account è celebre su Facebook. Quasi 350 mila persone seguono e condividono i post di «Renzi che fa cose». Poco meno della metà della pagina ufficiale di Matteo Renzi, che ha regalato loro un bello spot (e duemila nuovi «mi piace» in un solo giorno). I gestori della pagina ci scherzano su, ricalcando la lettera del premier: «C’è un’esilarante pagina su Facebook che ci prende in giro. Si chiama Matteo Renzi e ironizza sul dire che siamo solo una sua parodia.

La pagina è molto divertente, ma siamo costretti a insistere: non te lo mettiamo il “mi piace”». Con hashtag finale «#chiudetetutto» quasi a sottolineare l’eccezionalità di un premier che li cita. E in effetti... 

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Il telefono controlla come guidi e l’assicurazione adegua il premio

La Stampa
enrico forzinetti



Pagare l’assicurazione a seconda dello stile di guida: è il concetto su cui si fonda la usage-based insurance. Il premio non è calcolato soltanto sull’età o sugli incidenti avuti in passato dai conducenti, ma anche su come si comportano al volante. Per controllare i guidatori le compagnie assicurative stanno già utilizzando degli strumenti da installare sulla propria auto, ora però vogliono fare un salto di qualità: sviluppare delle app per smartphone.

Grazie ad applicazioni come quella che sta mettendo a punto la LexisNexis, le assicurazioni potranno conoscere l’esatta posizione del veicolo, la quantità di chilometri percorsi, la velocità tenuta, le accelerazioni fatte. Analizzando i dati raccolti verrà poi tracciato un profilo del conducente che ne descrive le caratteristiche riconoscibili di quando è alla guida.

Con lo sviluppo di queste app si pone però il problema dell’utilizzo delle informazioni raccolte per far oscillare i premi dall’assicurazione. Driver feedback della compagnia State Farm, ad esempio, sottolinea chiaramente che i dati rilevati saranno usati soltanto per dare consigli di guida ai conducenti.

Snapshot, un famoso servizio di usage-based insurance offerto dalla compagnia Progressive, introdurrà un’app che valuterà i conducenti a seconda dei chilometri percorsi, delle fasce orarie in cui guidano e della quantità di forti accelerazioni o brusche frenate. Tutto per invogliare i clienti a comportarsi bene al volante, offrendo sconti per chi ottiene i giudizi migliori.

La lezione della Google car Le scommesse costano care

Corriere della sera
di Massimo Sideri

Sono trascorsi solo otto anni da quando l’ex professore di Stanford, Sebastian Thrun, che in seguito avrebbe guidato il progetto Google Car, pensava che fosse «impossibile» costruire un’automobile capace di procedere da sola in mezzo al normale traffico cittadino, con in più la complessità dei pedoni. Troppe variabili.

Al tempo Thrun lavorava per Google Street View, l’ambizioso progetto di mappatura del mondo, ma nel febbraio del 2008 un suo collega, Levandowski, commise un prezioso «errore»: rispose alla telefonata del produttore di «Prototype This!», un programma del network Discovery Channel che cercava un’automobile consegna-pizze automatica. In cinque settimane Levandowski e il suo team riuscirono a fare circolare per le strade di San Francisco una Prius modificata senza il conducente.

La Polizia aveva opportunamente bloccato il traffico. Ma da quel momento nessuno riuscì più a bloccare le richieste dei due fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin. «Non mi chiesero quale fosse il budget, solo quante persone dovevamo assumere» per portare avanti il progetto, ricordò successivamente lo stesso Thrun. Ora lo stesso copione potrebbe non ripetersi più: nel giorno in cui, per la prima volta, la holding del gruppo Alphabet è diventata la società più capitalizzata al mondo superando Apple, Google rischia di dimenticare la grande lezione.

L’innovazione di frontiera può essere anche un buco nero che brucia miliardi (3,5 miliardi l’anno) e può alimentare flop storici come i Google Glass. Ma senza questo spirito non sarebbe nata la più importante rivoluzione industriale del decennio, l’auto che si guida da sola. La Google Car oggi influenza le scelte di case come Mercedes, Bmw e General Motors. Ma con gli azionisti che ora sanno quali sono i business profittevoli e quanti miliardi vengono bruciati nelle other bets, le altre scommesse, la pressione sulle nuove sfide potrebbe farsi sentire. Anche per la società più capitalizzata al mondo.

2 febbraio 2016 (modifica il 2 febbraio 2016 | 22:24)

Usa e Italia, primarie a confronto: ecco perché da noi non funzionano

La Stampa
gianni riotta

Caro Riotta,
la primarie negli Stati Uniti sono una cosa seria e sentita. I candidati sono, in un modo o nell’altro, interessanti e rendono appassionante la gara tra Stati.Di fronte a un così ben strutturato sistema, sembra strano arrivare ad un paragone con le nostre primarie. Da noi i candidati scaturiscono da rivalità politiche che assomigliano a sagre di Paese. Le votazioni avvengono senza serio controllo, e subito dopo si parla di brogli.

Si è deciso di fare le primarie, ma si è dimenticato che sarebbero state necessarie le regole. Nonostante questo i nostri politici sono molto affezionati alle primarie e le usano in tutte le occasioni possibili, creando ulteriori problemi ad una politica già caotica. È proprio così difficile capire che le cose o si fanno bene, come negli Stati Uniti, o non si debbono fare, come nel nostro caso?
Luigi La Carrubba


Caro La Carrubba, le primarie più antiche in America sono datate dal saggista H.L. Mencken al 1827 e sono i repubblicani progressisti del Middle West, un secolo or sono, a brevettarle. Ha dunque ragione lei, sono un meccanismo ben rodato, creato per combattere gli accordi segreti dei potentati di partito, in gergo Tammany Hall dall’organizzazione di New York, guidata dal capo casta «Boss» Tweed che imponeva agli elettori poveri, comprati con un secchio di carbone, sindaci e parlamentari. 

Ci volle tempo perché gli elettori, liberamente, scegliessero alle primarie i leader. Nel 1952 il senatore Kefauver vince le primarie democratiche, ma il partito sceglie Adlai Stevenson, che perderà per due volte, bis nel 1956, contro Eisenhower. «Le primarie? - dirà deluso Kefauver - faticose e inutili». Ma già nel 1960 e nel 1976 due candidati non graditi a Washington, Kennedy e Carter, ottengono nomination e Casa Bianca. Le primarie funzionano perché un elettore deve registrarsi da democratico, repubblicano, indipendente, perché ci sono regole su come votare e un calendario stabilito per tempo.

I partiti hanno i loro «superdelegati» come freno, ma da 60 anni il presidente arriva dalle primarie. Si sussurra ora che, se Trump trionfasse alle primarie, i repubblicani potrebbero stopparlo con un candidato imposto dall’alto, ma non sarà facile o indolore. Da noi le primarie sono avvizzite a sinistra in farsa e a destra mai sbocciate. Troppa propaganda, zero dibattito serio. Non è, però, colpa delle primarie: è colpa nostra.

Gianni Riotta, editorialista de «La Stampa», insegna come Pirelli Chair a Princeton University ed è condirettore del Master Macom di Luiss, svolgendo ricerche su New Media e Big Data con la start up Catchy. Anchor di «Rai Storia», collabora con «The Atlantic» e «Foreign Policy» ed è membro permanente del Council on Foreign Relations. Ha diretto «Tg1» e «Sole 24 Ore».

Quelle sentenze che senza una legge hanno già introdotto l’adozione per i gay

La Stampa
ugo magri

Soltanto a Roma si contano già una quindicina di verdetti del tribunale facendo leva sulla legge 184, i giudici hanno esteso la portata della norma

Sulle unioni gay sono quasi tutti d’accordo, a destra e a sinistra, tanto che perfino un tradizionalista come Buttiglione sarebbe pronto a sottoscrivere questa legge se in ballo non fossero le adozioni. Ecco, appunto: lo scontro in Senato ormai riguarda solo ed esclusivamente la «stepchild adoption»: cioè l’art. 5 della proposta Cirinnà che estende alle coppie civilmente unite la possibilità di adottare il figlio del coniuge. Qui si andrà al muro contro muro, e l’urlo delle piazze ha reso ancora più distanti le posizioni.

L’aspetto davvero paradossale è che le adozioni gay in Italia esistono già. A regolarle non c’è ancora una legge della Repubblica, però i magistrati da tempo si regolano come se ci fosse. A Roma, per esempio, si contano una quindicina di sentenze del tribunale dove al partner (o alla partner) gay è stato consentito di adottare il figlio naturale dell’altro (o dell’altra). Queste sentenze non sono spuntate dal nulla.

Hanno fatto leva sulla cosiddetta legge 184, che alla lettera b) dell’art. 44 permette di adottare il figlio del coniuge. I giudici hanno esteso la portata di questa norma alle coppie di fatto, giocando d’anticipo (come al solito) sul legislatore. Ma allora, a cosa servirebbe l’art. 5 della Cirinnà? A dare più certezza, perché quello che a Roma viene deciso in chiave pro-gay potrebbe essere contraddetto in un’altra parte d’Italia. Una volta introdotta la «stepchild adoption» si userebbe ovunque lo stesso metro.

Non c’è stata finora, a quanto risulta, alcuna preclusione dei magistrati nemmeno per i bimbi nati all’estero con la cosiddetta «gravidanza surrogata», altrimenti detta «utero in affitto». Da noi questa pratica è vietata, ma la consentono negli Usa, in Canada e in qualche altro Paese come l’India. L’Italia può condannare finché vuole, ma chi chiede di aumentare le pene sa perfettamente che sarebbero «grida» manzoniane.

E d’altra parte, quando un genitore gay si presenta al confine con una creatura di cui risulta padre (con la madre ignota), nessuno arriva a sostenere che gli andrebbe sottratto il bambino. Troppo disumano e, soprattutto, troppo contrario all’interesse del minore. Gli avversari della «stepchild adoption» ne prendono atto. E accusano che, proprio per questo motivo si moltiplicheranno i casi di utero in affitto.

Va tuttavia sfatata una leggenda, secondo cui l’adozione sarebbe automatica e verrebbe concessa a semplice richiesta della coppia gay. I fautori della legge lo escludono con forza. L’ultima parola, spiegano, resterebbe al giudice. E se questo giudice non riscontrasse le condizioni adatte, potrebbe dire di no alla coppia gay. Insomma, nella versione finale del testo che verrà messa ai voti al Senato (corretta in base agli emendamenti del senatore Lumia) c’è lo stesso metro di giudizio che oggi viene adottato per le coppie etero. Il che induce qualche costituzionalista a storcere il naso, perché in questo modo l’istituto del matrimonio e quello delle unioni civili verrebbero a rassomigliarsi perfino troppo. Mentre la Consulta ha stabilito, nel 2010, che debbono restare ben distinti. Altrimenti tanto varrebbe fare le nozze gay, e buonanotte.

Roma Domus Aurea, cosa nasconde l’immensa dimora sepolta di Nerone

La Stampa
Autore: Giulia mattioli

La villa che Roma gelosamente custodisce nelle sue viscere, aperta al pubblico per speciali visite guidate

Interni della Domus Aurea

Sotto il colle Oppio di Roma, a due passi dal Colosseo, si cela la più grande dimora che la città Eterna abbia mai visto: la Domus Aurea. Un tesoro sommerso, che le stratificazioni della storia hanno tenuto celato per secoli, fino a che un incidente lo fece rinvenire. Sono secoli che si scava e si cerca di far riemergere questo tesoro storico, architettonico, artistico e culturale, un cantiere di restauro ancora nel pieno del lavoro ma che è possibile visitare. Un’emozionante viaggio sotterraneo alla scoperta di una delle più grandi opere architettoniche mai concepite, un’esperienza imperdibile per svelare ciò che Roma ha gelosamente nascosto e custodito nel suo ventre da secoli.



Chi volle una dimora tanto grande da coprire circa un terzo della Roma dell’epoca? Fu l’imperatore Nerone, non esente da megalomania (caratteristica che tuttavia non mancò a molti altri imperatori), a volere una villa tanto grande da contenere centinaia di sale, laghi, vigneti, addirittura pascoli e boschi, un luogo degno di ospitare le immense ricchezze saccheggiate dall’oriente e il colosso - alto quanto un edificio di 12 piani che lo ritraeva nelle vesti del dio Sole.

La Domus Aurea fu costruita subito dopo il famoso incendio del 64 d.C., che distrusse gran parte del centro di Roma esattamente nell’area corrispondente alla futura villa; non a caso, l’incendio fu attribuito a Nerone stesso, che avrebbe appiccato il fuoco appositamente per distruggere e ricostruire la città secondo la sua volontà. La storia non ha mai chiarito con certezza questo punto, fatto sta che Nerone ricostruì veramente Roma, migliorandone l’impianto urbano e regalando a sé stesso una dimora sontuosa di dimensioni talmente grandi da coprire circa 80 ettari di terreno, tra il colle Palatino, le pendici dell’Esquilino, il colle Oppio e parte del Celio.

Incredibilmente, fu costruita in soli 4 anni, progettata dagli architetti Severo e Celere, e riccamente decorata da affreschi, stucchi e decorazioni che per la maggior parte si attribuiscono al pittore Fabullo. Oltre al colosso, le dimensioni, la ricchezza dei decori, a colpire gli ospiti della dimora erano espedienti come le aperture in avorio sui soffitti dalle quali scendeva una pioggia di petali di fiori, le fontane gorgoglianti, il grande lago interno (situato dove oggi sorge il Colosseo, che pare prenda il nome proprio dalla statua colossale lì spostata negli anni dopo la morte di Nerone).



Tale meraviglia architettonica non durò più di 40 anni: alla scomparsa dell’imperatore, i suoi successori la spogliarono dei rivestimenti, delle sculture, la seppellirono mano a mano e vi costruirono sopra – l’Anfiteatro Flavio, il Tempio di Venere, le immense Terme di Traiano sorsero sulla Domus Aurea parzialmente rasa al suolo e parzialmente sepolta. Tutto ciò che rimase della villa fu celato dalla terra del colle Oppio fino al 1480, quando un giovane romano cadde in una fessura del terreno, e si ritrovò in una singolare ‘grotta’ magnificamente decorata.

Per tutto il rinascimento artisti e studiosi si calarono in questa grotta, ancora non consci di cosa fosse in realtà, per studiare le decorazioni delle volte, che vennero definite ‘grottesche’. Tra essi Pinturicchio, Ghirlandaio, Raffaello, Michelangelo. Purtroppo l’apertura della grotta portò alla rapida degradazione degli stucchi a causa dell’umidità, che nei secoli la terra aveva tenuto alla larga. Molte delle pitture sbiadirono, e fu solo nel 1772 che ripresero dei veri e propri studi e scavi archeologici nella Domus Aurea.

I lavori negli anni sono stati interrotti e ripresi più volte: si tratta di una delle opere di restauro e conservazione più mastodontiche della storia. Quella che è rimasta sepolta sotto il colle Oppio è una porzione di villa che include 155 sale, per un totale di 16.000 metri quadrati, disposti in un’ala est e un’ala ovest attorno alla più celebre delle stanze di forma ottagonale, vero prodigio architettonico. Nonostante il cantiere sia tutt’ora attivo (e alla costante ricerca di finanziatori) è possibile calarsi nella Roma di Nerone grazie a visite guidate che si svolgono tutti i fine settimana a partire dal mese di marzo e fino a fine giugno. Trovate tutte le informazioni necessarie a questo link.