venerdì 29 gennaio 2016

La DeLorean “ritorna al futuro” grazie a una nuova legge: potrebbe essere prodotta in piccola serie

ilfattoquotidiano.it
di Claire Bal | 28 gennaio 2016

In America ora è permesso produrre repliche di auto di almeno 25 anni di età, ma con motori moderni. La DeLorean Motor Company scrive sul suo sito che sta pensando di tornare a costruire, e la notizia fa il giro del mondo
La DeLorean “ritorna al futuro” grazie a una nuova legge: potrebbe essere prodotta in piccola serie

Non che la DeLorean sia mai stata prodotta in grande serie: della DMC-12 furono assemblati meno di diecimila esemplari. Ma ora nuova legge americana sui “piccoli volumi” dà un nuovo futuro alla ricercatissima auto divenuta celebre nel mondo proprio grazie alla trilogia Ritorno al futuro. “Per circa cinquant’anni l’ente per la sicurezza stradale americano Nhtsa non ha fatto distinzioni fra le aziende che producono milioni di auto e quelle che assemblano poche auto personalizzate” – si legge sul sito della DeLorean Motor Company – così che i piccoli costruttori erano sottoposti alle stesse regolamentazioni e agli stessi adempimenti burocratici dei produttori di massa. A dicembre 2015, dice la DMC, il “Low Volume Motor Vehicle Manufacturers Act” ha creato un regolamento “ragionevole” che permette alle piccole Case di produrre un numero limitato di repliche di veicoli prodotti almeno 25 anni fa.

I piccoli costruttori dovranno comunque essere accreditati dall’Nhtsa e dell’Epa, l’ente federale per l’ambiente, e compilare report annuali. Le repliche saranno soggette ai regolamenti sugli equipaggiamenti standard e sui richiami, e soprattutto dovranno rispettare i regolamenti sulle emissioni dell’anno in cui sono prodotte: per questo, la nuova legge permette ai piccoli costruttori di utilizzare motori costruiti dalle grandi Case. “In vista di questa legge, la DeLorean ha lavorato a lungo per identificare un fornitore per i motori e altre parti. Ci sono ancora diversi ostacoli ed è ancora presto per determinare la fattibilità del progetto”, dice l’azienda.

Che però con questa dichiarazione, a pochi mesi dal “Back to the future day”, ha già scatenato i fan di tutto il mondo. La DMC-12, anche conosciuta semplicemente come DeLorean,  fu assemblata a Belfast nei primi anni 80 in poco più di novemila esemplari. Era un’auto eccezionale: aveva la carrozzeria di acciaio inossidabile spazzolato, le portiere ad ala di gabbiano e, sotto il cofano, un V6 di 2.8 litri PRV (Peugeot-Renault-Volvo). La DeLorean Motor Company fallì alla fine dell’82 quando il fondatore John DeLorean fu arrestato con accuse di traffico di droga, poi rivelatisi infondate. Tutte le scocche non ultimate e i componenti furono trasportare in Ohio e messe in vendita da una ditta chiamata Kapac.

Nel 1997, una nuova azienda chiamata DeLorean Motor Company of Texas acquisì l’invenduto: è la stessa che oggi ha ipotizzato di approfittare della nuova legge americana per tornare alla produzione. L’amministratore delegato Stephen Winne ha detto a WTKR che vorrebbe realizzare 300 repliche entro il 2016, a un prezzo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 100.000 dollari e che potrebbe variare a seconda del motore scelto.

Apple richiama adattatori difettosi «Rischio di choc elettrico se toccati»

Corriere della sera

di FEDERICO CELLA

Si tratta di dispositivi elettrici a muro forniti dal 2003 al 2015 con i Mac e con alcuni device iOS. Da Cupertino fanno sapere di 12 casi di incidenti accaduti nel mondo



Apple ha annunciato oggi il richiamo volontario degli adattatori per la presa a muro CA destinati all’uso in Argentina, Australia, Brasile, Corea del Sud, Europa continentale e Nuova Zelanda. In rari casi, fanno sapere da Cupertino, gli adattatori a due poli interessati potrebbero rompersi, dando origine a un potenziale rischio di choc elettrico se toccati. Questi adattatori a muro sono stati forniti dal 2003 al 2015 con i Mac e con alcuni dispositivi iOS, ed erano inclusi anche nel cosiddetto Kit adattatore internazionale. Apple comunica di essere a conoscenza di 12 casi di incidenti accaduti nel mondo. Abbastanza per convincere l’azienda a intervenire. Il richiamo non riguarda gli adattatori destinati all’uso in Canada, Cina, Giappone, Hong Kong, Regno Unito e Stati Uniti né gli alimentatori USB.
«Non continuate a usarli»
«La sicurezza dei clienti è un’assoluta priorità», comunica l’azienda, che invita perciò gli utenti a non continuare a usare gli adattatori a muro interessati. E a sostituirli con componenti riprogettati. Per informazioni è stata messa online una pagina dedicata. Dove si legge come gli adattatori a due poli interessati alla campagna di richiamo sono quelli che riportano 4 o 5 caratteri, o nessun carattere, nello slot interno dove l’adattatore si collega all’alimentatore principale (vedi l’immagine sopra).

28 gennaio 2016 (modifica il 28 gennaio 2016 | 17:13)

A cosa serve il buco ​sul tappo delle penne Bic

Ivan Francese - Gio, 28/01/2016 - 16:11

Un dettaglio che tutti abbiamo bene in mente ma di cui pochi conoscono la funzione: serve ad evitare il soffocamento dei bimbi che dovessero ingerire il tappo


Piccoli dettagli su cui a volte non ci soffermiamo ma che subito ci appaiono come familiari non appena vengono richiamati alla mente. Uno di questi è il caratteristico forellino presente sul tappo delle biro Bic.

Proprio come il taschino dei jeans Levis, anche il buco sul tappo delle Bic non è lì per caso. Chi lo ha progettato lo ha fatto per un motivo ben preciso. Che quasi nessuno conosce.

Come si può leggere sullo stesso sito dell'azienda, il foro è stato pensato per evitare il soffocamento dei bambini (o degli adulti) che mai dovessero ingoiare inavvertitamente il tappo. Inoltre, per un motivo più "tecnico" e legato al funzionamento della penna, il foro serve ad evitare perdite d'inchiostro.

Condannato a 8 mesi Luigi Bobbio, il giudice che offese Carlo Giuliani

Luca Romano - Gio, 28/01/2016 - 15:53

Secondo il tribunale che lo ha giudicato è colpevole. Già uomo di An, aveva chiamato "feccia" il ragazzo morto a Genova



È "feccia", un "teppista". Così il magistrato Luigi Bobbio aveva descritto su facebook Carlo Giuliani, il 23enne rimasto ucciso a Genova negli scontri del 20 luglio 2011, durante la manifestazione contro il G8. Il magistrato - scrive Repubblica - è stato ritenuto colpevole di diffamazione aggravata e condannato di conseguenza a otto mesi di reclusione (con pena sospesa) e una provvisionale che dovrà essere stabilita dal giudice per la parte danneggiata.

La sentenza è arrivata dal tribunale di Torre Annunziata. Il giudice Procolo Ascolese ha accolto la richiesta del pm Mariangela Magariello e delle parti civili. Bobbio, che è giudice civile al tribunale di Nocera, è stato esponente di Alleanza Nazionale e senatore, nonché capo di gabinetto della Meloni, all'epoca ministro. La parentesi politica del magistrato si era conclusa con compiti da consigliere comunale a San Giuseppe Vesuviano e da sindaco a Castellamare di Stabbia. È poi tornato alla magistratura.

Compra Google.com per 1 minuto, riacquistato per 12.000 dollari

La Stampa

Lo riporta il New York Post. L’ex dipendente di Mountain View ha dato la somma in beneficenza

È stato titolare per un minuto del dominio Google.com. E per venderlo a Mountain View ha incassato 12.021,26 dollari. Lo riporta il New York Post. Ad acquistare per caso il dominio è stato l’ex dipendente di Google, Sanmay Ved lo scorso autunno. L’acquisto è avvenuto da Google Domains: Ved ha pagato 12 dollari. Una volta finalizzato ha ricevuto nel giro di un minuto una comunicazione di cancellazione dell’ordine. Ved contattato da Google si è accordato per 6.006,13 dollari, cifra che Google ha raddoppiato quando ha saputo che Ved l’avrebbe data in beneficenza.

Metterci la faccia

La Stampa
massimo gramellini



Sul lungomare di Genova, all’altezza della Lanterna, tute e divise si fronteggiano da ore in cagnesco. Gli operai dell’Ilva vogliono raggiungere la prefettura, i poliziotti hanno l’ordine di impedirglielo. Volti contratti, camionette schierate, agenti vestiti da robocop. In questi casi si dice che un gesto sbagliato farebbe precipitare la situazione. Non si pensa nemmeno che possa esisterne uno giusto. Invece quel gesto c’è e lo compie la vicequestore Canessa. Si sfila il casco, mettendoci la faccia.
La faccia spavalda di una donna, unica in mezzo a tanti uomini.

L’effetto è contagioso. I colleghi maschi si tolgono le maschere e l’operaio più vicino tende una mano, che lei subito gli stringe. Parlano di figli e di bollette da pagare. La tensione si scioglie e, per una di quelle superiori armonie che troviamo più comodo derubricare a coincidenze, un attimo dopo arriva la notizia che il governo ha accettato di mediare il conflitto sindacale e che il corteo potrà sfilare fino alla prefettura.

Un gesto d’impulso ha violato il regolamento di polizia ma ha cambiato le regole del gioco, rompendo lo schema scontato della contrapposizione per inserire una variabile intuitiva. È emblematico che sia successo a Genova, la città del G8. Sorprende meno che a compierlo sia stata una donna.

Cos’è il Safe Harbor e perché ti riguarda da vicino

La Stampa
lorenza castagneri

L’accordo che permette il libero trasferimento dei dati personali dei cittadini europei negli Stati Uniti, dichiarato illegittimo dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, scadrà il 31 gennaio. E non c’è ancora una nuova intesa



1. Cos’è il Safe Harbor?
È il principio che permette alle aziende americane di spostare i dati personali dei cittadini dell’Unione europea negli Stati Uniti: un “approdo sicuro”, questa la sua traduzione letterale, per le imprese americane che fino a oggi potevano considerarsi automaticamente in regola nel trattamento della privacy dei cittadini europei. La norma è entrata in vigore nel 2000, quando la Commissione europea ha stabilito che questo regime di garantiva una adeguata protezione dei dati personali trasferiti dall’Europa.

2. Perché se ne parla?
Perché questo accordo sta per saltare. Il 6 ottobre 2015, una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea ha stabilito che l’automatismo che permette di trasferire i dati di chi vive nella Ue negli Usa va modificato e deve diventare più stringente.

3. Fino a quando resterà valido il Safe Harbor?
L’accordo è valido fino al 31 gennaio. Le Autorità garanti per la privacy europee hanno preso atto della decisione della Corte di Giustizia e dato tempo fino alla fine di questo mese alla Commissione europea per arrivare a un “Safe Harbour 2” che tuteli davvero la privacy dei cittadini europei dall’altra parte dell’Atlantico. 

4. Quanto è importante questo accordo?
È strategico. D’ora in poi aziende come Facebook, Microsoft e Google che immagazzinano i dati relativi ai loro milioni di utenti nei loro server americani potrebbero essere costretti a seguire regole più ferree. Ma non ci sono soltanto i giganti dell’hi-tech. Il sito Business Insider stima che almeno 4.500 imprese abbiano beneficiato di Safe Harbor fino a oggi. 

5. Quindi che cosa succederebbe se non si arrivasse a una nuova intesa?
Le imprese sarebbero bloccate: non potrebbero più trasferire i dati raccolti in Europa verso gli Usa. 

6. A che punto è la discussione per trovare un nuovo accordo sull’ “approdo sicuro”?
Per usare la stessa metafora, potremmo dire che la nave è ancora lontano dalla terra ferma. Le trattative sono a un punto quasi morto. Tanto che, il 22 gennaio, il Garante per la privacy, Antonello Soro ha scritto una lettera-appello al premier Matteo Renzi perché la questione venga risolta in tempi stretti. «Purtroppo - scrive Soro - non sono maturate ad oggi le condizioni per conseguire un utile risultato entro la scadenza indicata dalle Autorità, in ragione della persistenza di nodi politici che, di fatto, rendono al momento difficile un’intesa tra la Commissione e gli Stati Uniti d’America». 

7. Qual è il prossimo passo?
Della questione del Safe Harbor si è parlato nei giorni scorsi durante il Word Economic Forum di Davos. Andrus Ansip, il Commissario europeo per il mercato unico digitale, ha detto di essere fiducioso: «Saremo in grado di raggiungere un accordo per tempo». Ma quello che arriverà, sempre se arriverà, potrebbe essere soltanto un accordo di massima, una prima intesa. 

8. E se non si arriverà a un accordo entro il 31 gennaio?
Il 2 febbraio è già stata fissata una riunione delle Autorità garanti per i dati personali europee, le quali, come ha stabilito la sentenza della magistratura Ue, potranno sospendere i trasferimenti di dati verso quei paesi che non garantiscono un livello di protezione sufficiente. 

9. Quali sono le conseguenze se non si giunge a un’intesa?
Sono soprattutto economiche. I dati personali collezionati da Google, Facebook e Microsoft servono per alimentare il settore milionario della pubblicità online. 

10. Ma non esistono normative alternative al Safe Harbor?
Sì, esistono le clausole contrattuali standard o le regole di condotta tra società facenti parti dello stesso gruppo d’impresa. I due strumenti sono previsti dal codice della privacy. Però non è detto che le imprese, confidando in un rapido intervento della Ue, abbiano deciso di mettere in pratica simili alternative. 

Truffato al bancomat: responsabile la banca, non il cliente

La Stampa



«Carta illeggibile, sportello fuori servizio» e il bancomat non viene restituito, eppure il giorno dopo vengono prelevati dal conto del correntista 7000 euro. Questo quanto accaduto ad un uomo che, non riuscendo a prelevare, si fa aiutare da un passante – mostrandogli inavvertitamente il pin – e segnala l’inconveniente al vicepresidente dell’Istituto di credito che si trovava presso la filiale. L’uomo denunciava l’accaduto anche alle autorità giudiziarie e conveniva in giudizio la banca, che, invece, deduceva la tardività della segnalazione e della denuncia del fatto.

Condotta imprudente del correntista. I giudici di merito rigettavano la domanda del correntista, ritenendo che l’indebito prelievo fosse ascrivibile in via esclusiva alla sua responsabilità: la condotta tenuta dal cliente della banca era stata del tutto imprudente, dal momento che aveva digitato il pin sotto gli occhi del truffatore, senza aver tempestivamente attivato il blocco, mediante numero verde, come indicato dal funzionario della banca e limitandosi a segnalare la mancata restituzione della carta, omettendo di far menzione della presenza di un terzo.

E la condotta della Banca? La vittima della truffa ricorreva allora in Cassazione, lamentando che i precedenti Giudici avevano individuato nell’esclusiva sua responsabilità la causa del danno patrimoniale, da lui subita, ed inoltre, non avevano preso in considerazione il grave difetto di diligenza dell’istituto bancario che, all’esito della segnalazione da parte dell’uomo, non aveva posto in essere alcuna cautela.

La diligenza professionale. Per la Cassazione il motivo è fondato,  «la Corte di Appello nel riconoscere l’esclusiva responsabilità del ricorrente per aver consentito l’individuazione del pin ad un terzo e non aver provveduto all’immediato blocco della carta, non ha svolto uno scrutinio effettivo del comportamento contrattuale della banca secondo il parametro della diligenza professionale ex art. 1176, comma 2, c.c.».

La Banca avrebbe dovuto quindi indagare sulla condotta del funzionario che aveva avuto immediata notizia del malfunzionamento del bancomat, che aveva demandato al giorno successivo alla denuncia i controlli; inoltre, aveva anche omesso ogni tipo di controllo e verifica mediante il sistema di telecamere dell’avvenuta manomissione del medesimo da parte di terzi.

Concludendo. Secondo la Corte di Cassazione «ai fini della valutazione della responsabilità contrattuale della banca per il caso di utilizzazione illecita da parte di terzi di carta bancomat trattenuta dalla sportello automatico, non può essere omessa, a fronte di un’esplicita richiesta della parte, la verifica dell’adozione da parte dell’istituto bancario delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio da eventuali manomissioni, nonostante l’intempestività della denuncia dell’avvenuta sottrazione da parte del cliente» (Cass., n. 13777/2007).

Sulla base di tali argomenti la Cassazione, con la sentenza n. 806 del 19 gennaio scorso, ha accolto il ricorso dell’uomo.

Fonte: www.ridare.it

I soldi in banca? Non ci fidiamo più. Li teniamo in casa dentro un muro”

La Stampa
federico genta, massimiliano peggio

Dopo il caso Etruria, i carabinieri di Torino: “Troppi anziani non portano più i risparmi in banca”



«Non ci fidiamo più delle banche». Claudio e Franca tenevano i risparmi in cantina.

Centocinquantamila euro infilati in un’intercapedine del muro. Lì li hanno trovati i truffatori, finti addetti dell’acquedotto, che con la scusa di un’esplosione imminente sono entrati nella loro villa, alle porte di Torino. Ecco che cosa ha prodotto lo tsunami delle banche, scatenato dal caso Etruria. Dopo dieci giorni di titoli in picchiata, con titoli crollati anche del 40 per cento in un mese, i risparmiatori rischiano di fare la fine della coppia di pensionati torinesi. Che per paura di perdere il proprio capitale, si è affidata a un nascondiglio fai da te. Il surrogato del vecchio materasso.

LE DENUNCE
È lo scenario che emerge dalle denunce raccolte lo scorso anno dalle forze dell’ordine torinesi: 3200, duecentocinquanta in più nel 2014. «Le persone tengono troppo contante in casa» conferma il colonnello Arturo Guarino, comandante provinciale dei carabinieri. «La maggior parte delle vittime raggirate sono anziane, che già in passato mostravano poca dimestichezza con conti correnti e forme di pagamento elettronico. Questo, però, è un fenomeno nuovo.

Preoccupante proprio perché espone a maggiori pericoli soggetti già a rischio». La gente non si fida. E si organizza. Nelle grandi città del Nord Italia si registra un boom di vendite di casseforti e mobiletti blindati. Una protezione low cost, cresciuta a gennaio, in alcuni centri commerciali, del 18 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

ADDIO MONETA ELETTRONICA
Altro che la moneta elettronica sognata dall’Agenzia delle Entrate per abbattere gli affari in nero. Le famiglie continuano a preferire il contante e a tenerselo stretto. Forse troppo. «È una scelta per certi versi comprensibile, ma che non può essere condivisa - dice Guarino -. Un conto è imparare a essere cauti negli investimenti, altra cosa è essere semplici titolari di un conto corrente.Proprio le banche hanno una struttura di sicurezza che non è ripetibile in casa». Questo lo sanno anche i truffatori. Veri e propri attori nell’inscenare scuse sempre nuove per fregare le vittime.

Anziani raramente scelti a caso: perché nessuno, senza saperlo, può immaginare di trovare 150 mila euro nascosti dentro un muro. «Per questo continuiamo a ripetere che la prima forma di difesa è la riservatezza. Non bisogna mai rivelare la presenza di denaro in casa a operai e assistenti. Bisogna, invece, stabilire buoni rapporti di vicinato, in modo che qualcuno sorvegli la nostra abitazione quando si è assenti». E poi non ci si deve vergognare di denunciare. Nel 2015 le forze di polizia torinesi hanno arrestato, per truffa, 19 persone: 1700 quelle denunciate, a piede libero proprio perché non sono state colte sul fatto.

Un altro dato è significativo. Non solo crescono i contanti in casa, ma anche l’acquisto di armadi porta fucili, che all’occorrenza possono servire al doppio uso: perché più sicuri e blindati. Così servono a proteggere i risparmi di una vita e le armi, anche queste in aumento, sintomo diffuso di insicurezza. «Nel nostro circuito d’acquisto la vendita di armadi porta fucili è cresciuta del 40%», dice Marco Valfrè, responsabile di settore del gruppo Guercio, partner negli acquisti del marchio nazionale Brioco Ok. 

La colpa del termometro

La Stampa

massimo gramellini

Il maresciallo ucciso sull’uscio di casa da un padre a cui aveva messo i figli balordi in galera. La dottoressa colpita a morte con un piede di porco dal cognato alcolista perché avrebbe incoraggiato la sorella a divorziare. Da Carrara a Cosenza gli ultimi delitti di cronaca obbediscono a un medesimo copione. Le vittime sono punite per avere fatto la cosa giusta: arrestare delinquenti, ospitare parenti in fuga da matrimoni guasti. E il loro giustiziere è un maschio - anziano nel primo caso, di mezza età nel secondo - che proietta fuori di sé gli sfaceli familiari, individuando i capri espiatori oltre le mura di casa. 

Casi estremi, ma indicativi di un clima. C’è chi, anche senza assecondare impulsi omicidi, sulla voce della coscienza preferisce pigiare il tasto «muto». Chi non incolpa i figli e i coniugi dei propri e loro fallimenti, e non perché li ami, ma perché li considera estensioni di se stesso. «Mi ha rovinato la vita», sbotta l’assassino del maresciallo di Carrara. Non sono i figli a essersela rovinata da soli con la droga, né lui ad avere dato un generoso contributo in termini di cattiva o scarsa educazione. «Quella donna mi detestava», confessa l’assassino della dottoressa di Cosenza, sorvolando sulle obiettive difficoltà di adorare un uomo che picchia o comunque fa soffrire tua sorella. La responsabilità è di chi non si fa i fatti propri e osa guardare in faccia il problema. Come se bastasse spezzare il termometro per non avere più la febbre.

Le regole d’oro per smaltire cellulari &co.

Corriere della sera

di Ludovico Fontana
Elettrodomestici, cellulari, pile esauste, giochi elettronici rotti. Qual è il cimitero del mondo digitale? Qual è il modo migliore, più corretto e rispettoso dell’ambiente, per liberarsi di ciò che non usiamo più? Per indicare i cosiddetti Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche c’è l’acronimo Raee: sono oggetti grandi e piccoli, dai telecomandi ai frigoriferi, dagli smartphone agli aspirapolvere, che, per legge (il principale riferimento è il decreto legislativo 49 del 2014), devono essere conferiti in appositi centri per la raccolta differenziata. Abbiamo chiesto dieci consigli su come riciclare correttamente i Raee a Fabrizia Gasperini, responsabile comunicazione di ReMedia, consorzio che si occupa dello smaltimento di questo tipo di rifiuti. Attenzione, comunque: si parla di rifiuti, cioè prodotti a fine vita che non possono essere riutilizzabili.

Quel bidoncino barrato

Tutte le apparecchiature che riportano questo simbolo devono essere soggette a raccolta differenziata: il simbolo identifica, secondo la legge, «le apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato dopo il 13 agosto 2005». Attenzione anche ad altri tipi di rifiuti.



Per esempio: un macchinario per il monitoraggio dell’insulina potrebbe essere contaminato da sangue o materiale organico, e in questo caso va buttato nell’indifferenziato. Il discorso è diverso se la parte contaminata è separabile: è il caso del test di ovulazione, che viene considerato un’apparecchiatura elettrica e va trattato come Raee perché lo “stick” contaminato viene gettato separatamente.

Al riparo

Le apparecchiature non devono essere lasciate all’aperto e non devono essere bagnate, per evitare di comprometterne la possibilità di essere riciclate.


 Non rompere

Questo accorgimento permette di evitare la dispersione di sostanze pericolose. Per esempio, il vecchio televisore con tubo catodico, se rotto, disperde nell’ambiente polveri fluorescenti molto dannose.

Anche le lampadine a risparmio energetico non devono rompersi: all’interno contengono sostanze pericolose.

Le pile sono esauste

Le pile vanno riciclate separatamente negli appositi contenitori. Ci sono oggetti da cui le pile, però, non possono essere rimosse, come alcuni cellulari o particolari giocattoli: in questo caso le apparecchiature vanno riciclate nei centri di raccolta Raee.


Beati i piccoli

Se l’apparecchio è di piccolissime dimensioni (sotto i 25 cm) si può portare in un punto vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche con superficie commerciale superiore ai 400mq, quindi un negozio abbastanza grande. La consegna è gratuita e senza obbligo di acquisto. I piccoli negozi non hanno quindi tale obbligo.



Se l’apparecchio è di dimensioni più grandi (sopra i 25 cm) può essere portato in un qualsiasi punto vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche, a fronte dell’acquisto di uno nuovo equivalente. I distributori hanno l’obbligo di informare i consumatori sulla gratuità del ritiro.

Piazzole e impianti

Sul sito del Centro di coordinamento Raee (di cui fanno parte 17 sistemi che gestiscono i Raee tra cui lo stesso consorzio ReMedia) è presente il motore di ricerca dei centri di raccolta in ciascun comune, ma anche degli impianti di trattamento e dei luoghi di raccolta per la Gdo (grande distribuzione).



È un servizio utile per apparecchi molto grandi e gratuito fino a determinate dimensioni. A Roma il servizio è gestito dall’Ama (massimo 2 metri di cubi di materiale, si possono richiedere fino a 12 ritiri gratuiti annui, massimo due volte al mese), a Milano dall’Amsa (massimo 200 kg a pezzo, massimo 8 pezzi per prelievo, massimo una volta al mese).

L’Europa e i rifugiati: i nodi

Corriere della sera

di Alessandra Coppola
Da Schengen al regolamento di Dublino, dai rimpatri ai Cie: i dossier che l’Unione Europea dovrà affrontare per risolvere la crisi dei rifugiati e dei migranti

Schengen

L’area di libera circolazione all’interno di 26 Paesi europei (22 Ue più 4 non membri) è ormai seriamente in discussione. Il Trattato che istituisce la zona «senza confini» prevede la possibilità di reintrodurre eccezionalmente i controlli in caso di «minaccia grave per l’ordine pubblico e la sicurezza interna». Oppure per «gravi lacune relative al controllo delle frontiere esterne» (è l’accusa che viene mossa alla Grecia in un rapporto della Commissione europea). Al vertice informale Ue di Amsterdam, lunedì 25 gennaio, sei Paesi dell’Unione (Austria, Germania, Svezia, Norvegia, Francia e Danimarca) hanno chiesto di prorogare i filtri ai confini per due anni. Il che implica, di fatto, una sospensione di Schengen



Il regolamento di Dublino

E’ il regolamento che ha tentato di armonizzare le politiche di asilo in Europa. In base a questo documento, l’aspirante rifugiato può presentare richiesta di protezione internazionale nel primo Paese Ue in cui mette piede. La crisi dei migranti degli ultimi due anni ha fatto saltare anche Dublino: i Paesi d’approdo (fino alla scorsa estate soprattutto Italia, ora prevalentemente Grecia) non avrebbero mai avuto le forze di accogliere le centinaia di migliaia (oltre un milione nel 2015) di profughi sbarcati. Ed è vero, dunque, nonostante le proteste di Roma, che molti hanno attraversato lo stivale (o le isole dell’Egeo) verso il Nord Europa senza essere stati fotosegnalati, in contrasto col regolamento. Al summit europeo del prossimo 18 febbraio, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker dovrebbe presentare sostanziali modifiche al sistema di Dublino. Che puntano su hotspot, redistribuzioni e rimpatri.

Rifugiati siriani entrano in Giordania dopo mesi passati al confine

Hotspot

In Italia saranno cinque, in funzione ce ne sono tre: Pozzallo da una settimana; Trapani da un mese; Lampedusa da tre mesi. In Grecia sono riusciti ad aprire solo delle strutture ibride, che non rispondono esattamente ai criteri richiesti da Bruxelles. Sono i centri di raccolta e, soprattutto, di registrazione (la scansione della cinque dita della mano archiviata nel database Eurodac) dei migranti appena sbarcati, e sono stati istituiti a settembre per cercare di regolare il flusso di profughi. Perché il nuovo sistema funzioni, però, è necessario che s’inneschino anche gli ingranaggi della redistribuzione e dei rimpatri. Così è previsto dalle intese europee.

La protesta di un centinaio di eritrei davanti alla chiesa di Lampedusa.

Redistribuzione

Appena avviata, già fallita. Con termine inglese viene chiamata «relocation»: la redistribuzione dei richiedenti asilo dai Paesi di arrivo agli altri Stati membri (in particolare, per far fronte all’emergenza, 40 mila siriani ed eritrei dovrebbero partire da Italia e Grecia). La procedura si è rivelata molto più burocratica e macchinosa del previsto. L’accordo prevedeva che lasciassero il nostro Paese 80 stranieri al giorno, in tre mesi non ne sono partiti neanche 250. Numeri altrettanto bassi da Atene.

Profughi arrivano in Germania scortati dalla polizia

Rimpatri

«Abbiamo raggiunto l’accordo sugli hotspot – aveva detto il ministro dell’Interno, Angelino Alfano a settembre - ma l’abbiamo condizionato al meccanismo di rimpatrio, perché i rimpatri devono funzionare». Pure la socialdemocratica Svezia ha annunciato che i richiedenti asilo che riceveranno un diniego saranno espulsi con voli speciali. E la stima è di 80 mila persone in qualche anno. Un giornale olandese ha diffuso una proposta che avrebbe il placet del primo ministro conservatore Mark Rutte, da sottoporre poi ai partner europei: un piano che riporterebbe i migranti dalla Grecia alla Turchia in traghetto e che potrebbe entrare in vigore in primavera. (Con molte perplessità: non può essere un respingimento, la Turchia deve essere riconosciuta come Paese sicuro).

Agenti di polizia sul molo di Pozzallo in una foto d’archivio del 30 settembre 2015

Centri di identificazione e di espulsione (Cie)

La necessità di intensificare i rimpatri è la ragione per cui il Viminale sta valutando l’opportunità di riaprire alcuni Cie, Centri di identificazione ed espulsione, probabilmente le strutture di Bologna e Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Per via Corelli a Milano si aspetterebbe la fine del periodo elettorale (per non intralciare la campagna). Impopolari, antieconomici e difficili da gestire (tra rivolte e tagli ai servizi) i Cie sembravano destinati tutti alla chiusura. Ma il nuovo sistema Ue richiede delle strutture per alloggiare i migranti destinati al rimpatrio.

L’arrivo in banchina a  Porto Empedocle di 184 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia

Gli aiuti alla Turchia

Con la mediazione soprattutto della Germania, l’Unione europea ha programmato di aiutare con tre miliardi di euro ad Ankara, perché si adoperi per bloccare le partenze, creare delle strutture per i rifugiati sul proprio territorio e rafforzare i campi esistenti. Restano molti dubbi sulla possibilità di mettere in pratica questo piano: la maggior parte dei rifugiati che si imbarcano da queste coste verso le isole greche non vengono dai campi profughi turchi, restano nel Paese pochi giorni, contrattando rapidamente i trafficanti a Istanbul. Le spiagge per salpare, poi, sono infinite. E l’effetto dei blitz della polizia è solo quello di rinviare le partenze o spostarle di qualche chilometro

Rifugiati afgani e siriani all’arrivo in Turchia

Una guardia di frontiera Ue

Tra le proposte della Commissione Juncker c’è la creazione di una guardia di frontiera (anche di mare) per aiutare i Paesi come la Grecia, accusati di non riuscire a pattugliare le coste. La guardia Ue potrebbe entrare in azione anche contro la volontà degli Stati interessati (Malta, per esempio, non è favorevole)

Rifugiati e migranti arrivati dalla Turchia in Grecia

La confisca dei beni

Nel panorama ancora molto poco armonico dell’Europa, sono frequenti le scelte solitarie e spesso contestate. Il Parlamento danese ha approvato il progetto di legge – proposto dal governo di centrodestra - per la confisca di soldi e gioielli ai rifugiati, in cambio dell’accoglienza. Salve le fedi nuziali e i risparmi sotto i 1.300 euro. È un provvedimento unico nell’Unione e senza precedenti

Rifugiati in un campo a Thisted in Danimarca

I corsi di integrazione

La Norvegia guida la pattuglia degli Stati europei che ha deciso di accelerare i processi di integrazione fornendo ai richiedenti asilo, oltre ai corsi di lingua, anche lezioni di «costumi locali». Tema centrale, le relazioni tra uomini e donne, che nei Paesi di partenza sono spesso regolate da codici diversi. In particolare dopo le aggressioni della notte di Capodanno a Colonia, molti altri membri dell’Unione stanno valutando di introdurli, dalla Svizzera al Belgio. Qualcuno, per esempio la Finlandia, lo fa già.

Alcuni rifugiati in bicicletta  arrivati in Norvegia dalla Russia