martedì 26 gennaio 2016

Quei volenterosi spioni di Hitler

La Stampa
amedeo osti guerrazzi

L’altra faccia degli “italiani brava gente”: quasi la metà degli ebrei rastrellati nel nostro Paese dovettero la loro sorte alla delazione, al tradimento, agli inganni di vicini di casa, colleghi e conoscenti



L’occasione del 27 gennaio, il Giorno della Memoria, viene molto spesso utilizzata per ricordare non solo la tragedia degli ebrei d’Europa, ma anche e soprattutto per riaffermare uno dei tanti luoghi comuni così diffusi nell’opinione pubblica italiana, e cioè che dietro ogni ebreo strappato alla deportazione e alla morte vi era una rete di italiani non ebrei che misero in pericolo la propria vita per porre al riparo le vittime.

Puntualmente, ogni 27 gennaio le televisioni ritrasmettono film e fiction che esaltano gli eroi italiani, personaggi che sfidando ogni sorta di pericolo hanno salvato decine, a volte centinaia di ebrei. Ogni 27 gennaio viene quindi riaffermato e ribadito il mito degli «italiani brava gente», una delle leggende più radicate nella memoria collettiva del nostro Paese. Eppure una analisi più approfondita dei fatti dimostra una storia molto più complessa e molto meno consolatoria di quella raccontata nei film.

Il primo periodo della persecuzione, dal settembre 1943 al dicembre successivo, fu caratterizzato dal tentativo di deportare gli ebrei tramite un commando speciale, composto da reparti della polizia tedesca agli ordini di uno «specialista», l’ufficiale delle SS Theodor Dannecker, il quale agì nell’Italia centro-settentrionale, razziando e deportando circa di 2000 ebrei. Nonostante l’impegno di Dannecker, queste azioni non si dimostrarono sufficientemente efficaci agli occhi dei nazisti.

Nel frattempo però la Gestapo stava organizzando una serie di comandi locali, i cosiddetti Aussenkommandos, che avevano lo scopo di controllare l’ordine pubblico nelle grandi città e di reprimere ogni tentativo di resistere all’occupazione. Per quanto efficienti, i comandi della polizia tedesca avevano troppo poco personale e furono quindi costretti ad appoggiarsi agli italiani. Tra il 13 e il 30 novembre la Rsi, inoltre, proclamò tutti gli ebrei «stranieri» e «nemici», e ne ordinò l’immediata incarcerazione in campi di concentramento costruiti ad hoc.

UN LAVORO PAGATO BENE
Ma non fu soltanto la politica ufficiale della Repubblica a essere di aiuto. Anche la collaborazione spontanea di migliaia di «italiani comuni», di normali cittadini, fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca.

A Roma, il comandante della polizia tedesca Herbert Kappler si affidò a gruppi di collaborazionisti, le cosiddette bande, composte in genere da ex informatori della polizia segreta fascista e da criminali comuni, specializzate proprio nella caccia agli ebrei. Una di queste bande, tra il 23 e il 24 marzo 1944, arrestò una dozzina di ebrei che furono immediatamente fucilati nel massacro delle Fosse Ardeatine. A Torino e a Milano, invece, i comandi tedeschi sfruttarono informatori singoli, personaggi che conoscevano personalmente moltissimi ebrei e ne sapevano i nascondigli. I loro metodi di indagine erano spesso raffinati e particolarmente odiosi.

Un collaborazionista di Torino, ad esempio, si recò a casa di un rabbino fingendo di essere ebreo e di avere un parente in punto di morte. In questo modo riuscì a convincere il rabbino a uscire dal nascondiglio per andare a recitare le preghiere per il presunto moribondo.

A Roma un altro collaborazionista si recava nelle carceri fingendosi un avvocato con agganci nel Tribunale tedesco, allo scopo di ottenere informazioni sui parenti dei reclusi, che venivano immediatamente girate alla polizia tedesca. A Genova un collaboratore della Gestapo aveva escogitato un metodo ancora più lucroso. Dopo aver arrestato un ebreo, fingeva di lasciarsi corrompere e faceva fuggire la sua vittima, che riarrestava immediatamente. In questo modo, il fascista riusciva a farsi pagare tre volte: due volte dai tedeschi, e una volta dalla vittima. 

TORTURE E SEVIZIE
Spesso, inoltre, prima di consegnare le loro vittime ai tedeschi, i collaborazionisti torturavano gli ebrei, allo scopo di ottenere altri nomi, altri indirizzi e altre vittime. Così un collaborazionista di Milano aveva messo su un piccolo «ufficio» in viale Albania, dove seviziava le vittime appena arrestate. In via Tasso, nel comando di Roma, interpreti e spie italiane si sostituivano ai tedeschi nel ruolo di torturatori. 

A questi veri e propri professionisti, che avevano fatto della caccia all’ebreo un lavoro, si devono aggiungere anche le migliaia di cittadini che tradirono i vicini di casa, gli amici, i colleghi di lavoro, non solo per scopo di lucro, ma per odio personale, per vecchi rancori, oppure per motivi ideologici. 
Non si deve scordare, infine, il ruolo svolto dalle forze dell’ordine della Repubblica, che ebbero un ruolo fondamentale negli arresti. 

ROMA, CASO EMBLEMATICO
In sintesi forze dell’ordine, bande di collaborazionisti e singoli cittadini rappresentavano un complesso di minacce per gli ebrei in fuga. Roma rappresenta un caso emblematico per capire quanto importante sia stato l’aiuto degli italiani nell’arresto e deportazione degli ebrei e quali fossero i meccanismi della persecuzione. Su circa 730 ebrei deportati da Roma dopo la retata del 16 ottobre, almeno 439 furono traditi o arrestati dagli italiani, un numero enorme, tra i quali si contano i 136 ebrei arrestati e deportati dalla Questura comandata dal fascista Pietro Caruso, i 200 arrestati dalle varie «bande» al servizio dei tedeschi, mentre i restanti furono denunciati da singoli cittadini.

In sintesi: nella Capitale oltre la metà degli ebrei arrestati e deportati, hanno dovuto il loro destino ad altri italiani. Le carte degli archivi storici italiani sono piene di queste storie: storie di tradimenti, delazioni, deportazioni. Storie con i nomi di italiani che scelsero di collaborare con i nazisti di loro spontanea volontà, e che raccontano una vicenda molto diversa da quella troppo spesso celebrata nelle commemorazioni ufficiali.

Il canto del Grillo

La Stampa
massimo gramellini

Il passo indietro, di lato o semplicemente il contrappasso di Beppe Grillo, che scende dal palcoscenico della politica per tornare a calcare quelli dei teatri, si presta a una doppia lettura. Qualcuno ha creduto di scorgervi la malizia strumentale di un comico in declino che utilizza la visibilità del ruolo di leader (ormai ex) per riproporsi al pubblico in una tournée da tutto esaurito. Ma questa dietrologia, per certi versi molto grillina, non mi trova d’accordo. In Grillo preferisco vedere l’uomo di spettacolo che prevale su quello di potere. Due anni fa aveva un bel pezzo d’Italia ai suoi piedi. Avrebbe potuto trasferirsi a Roma ed ergersi ad anti Renzi: non solo a chiacchiere sul suo blog, ma nei comportamenti politici.

Non lo ha fatto perché non ne è stato capace e forse anche perché non ne ha avuto voglia. Il potere è un coacervo di relazioni, interessi, compromessi, ricatti, mediazioni, favori e transazioni non necessariamente sporche, ma sempre un po’ opache e comunque noiose, specie per un guitto di talento che dà il meglio di sé nella denuncia sbeffeggiante. D’Azeglio, scrittore e pittore, si lasciò sfilare di buon grado la poltrona di primo ministro da Cavour, riconoscendo in quel professionista della politica un piacere morboso per i meccanismi del potere che a lui invece annoiavano mortalmente.

Quando Freccero propone Grillo in prima serata sulla Rai come Fiorello non sta lanciando una provocazione. Sta chiudendo un cerchio. Alla fine del viaggio l’eroe torna sempre nel luogo da cui era partito. «Te la do io la politica». A farla ci pensi pure Casaleggio con tutti i suoi associati.

La base più importante della Nato si trova in Sicilia

Franco Iacch - Mar, 26/01/2016 - 10:08

Sigonella è il cuore dell’Alliance Ground Surveillance, il più importante asset della NATO

I cinque Global Hawk del sistema Alliance Ground Surveillance (AGS) saranno rischierati presso la base siciliana di Sigonella entro la fine dell’anno. È quanto comunicano ufficialmente dalla NATO. I lavori a Sigonella continuano – spiegano dall’Alleanza – con personale della NATO già in Sicilia per le operazioni preliminari pianificate.

Northrop Grumman, intanto, ha confermato che l’intera architettura AGS è stata messa in linea. L'azienda statunitense ha realizzato anche la stazione di terra, composta da 22 postazioni per gli operatori, cui spetterà il compito di analizzare i dati radar in arrivo e trasmetterli su una rete criptata della NATO. La Northrop fornisce anche tutti i sistemi di navigazione dei Global Hawk.

Finmeccanica è responsabile della fornitura di due Transportable General Ground Stations o TGGS, stazioni di terra trasportabili. Il TGGS si interfaccia con la cosiddetta Mobile Ground Station fornita da Airbus, che opera su una connessione satellitare. Airbus fornirà sei MGS.
Il programma Alliance Ground Surveillance conferirà alla NATO migliori capacità ISR (intelligence, surveillance and reconnaissance).

L’AGS della NATO, che si basa sulla piattaforma APR Global Hawk della Northrop Grumman, ha compiuto un importante passo con il primo volo del nuovo sistema lo scorso 19 dicembre. Il velivolo di sorveglianza ad ampio raggio è decollato da Palmdale, in California, per una missione 2,5 ore. Il velivolo ha completato con successo una serie di test volando a 40.000 piedi prima di atterrare presso la Edwards Air Force Base, in California. La base principale dell’Airborne Ground Surveillance sarà Sigonella, in Sicilia.

Le cinque piattaforme aeree UAV, saranno sostenute da due ulteriori basi terrestri mobili. Queste ultime garantiranno maggiore connettività e velocità di trasmissione dei dati. Sigonella, in Sicilia, è il cuore dell’Alliance Ground Surveillance, il più importante asset della NATO per missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Joint Intelligence, Surveillance e Reconnaissance – JISR). La base siciliana raggiungerà la Capacità Operativa Iniziale nel 2017 con Full Operational Capability nel 2018.

L’AGS è composto da due segmenti: quello aereo basato sulla piattaforma robotica Hale (High-Altitude Long-Endurance Unmanned Aircraft System) Globak Hawk RQ-4 Block 40 e quello a terra a cui è demandata sia la capacità di controllo della missione che l’analisi, distribuzione ed archiviazione dei dati. Sigonella ospita sia il MOS o Mission Operation Support che l’Air Vehicle Missions Command and Control (AVMC2), compreso l’intero apparato logistico.

Il primo contractor del programma AGS è la Northrop Grumman che ha firmato nel maggio del 2012 un contratto da 1,7 miliardi dollari per una flotta di cinque Global Hawk con radar MP-RTIP. Il team industriale primario comprende EADS Deutschland GmbH (Cassidian), Selex Galileo e Kongsberg, ICZ, AS, Retia, AS, Aktors OÜ, Komerccentrs DATI grupa, Elsis LTD., Konstrukta-Difesa, AS, COMTRADE DOO, Bianor, Technologica, ZTA dC, SELEX ELSAG, Elettra Communications, UTI Systems e SES. Le 15 nazioni partecipanti sono Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti. Tutte le 28 nazioni dell’alleanza sosterranno il programma a lungo termine.

Il segmento aereo del programma AGS si baserà sul drone RQ-4, in grado di volare ad altitudini massime di 60.000 piedi per più di 32 ore a velocità prossime ai 340 nodi, ben al di sopra dello spazio aereo occupato dal traffico commerciale. L'RQ-4 può operare a duemila miglia nautiche dalla sua base operativa principale. E’ ritenuta la migliore piattaforma robotica esistente per missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione in grado di sorvegliare in un solo giorno centomila chilometri quadrati di terreno. Il radar ad apertura sintetica ad alta definizione MP-RTIP, è in grado di rilevare e tracciare ogni oggetto a terra e missili da crociera a bassa quota. In tema di interoperabilità con i sistemi della NATO, non si può non menzionare il MUOS della US NAVY, sistema tattico a banda stretta di nuova generazione di comunicazione via satellite tra le forze Usa in movimento.

Il MUOS è stato progettato per fornire ai militari maggiori capacità di comunicazione rispetto ai sistemi esistenti. I quattro satelliti (più uno di riserva) MUOS in orbita geostazionaria, sono dotati di Code Division Multiple Access a banda larga (WCDMA), con una velocità di trasmissione 16 volte maggiore rispetto l'attuale sistema satellitare Ultra High Frequency (UHF). Ogni satellite MUOS è pienamente compatibile anche con le precedenti frequenze utilizzate così da assicurare una transizione fluida nella tecnologia WCDMA, mandando in pensione il sistema UFO (UHF Follow-On).

Le quattro stazioni di terra sono associate ad un satellite. La prima sorge presso l'Australian Defence Satellite Communications Station, a Kojarena, circa 30 km a est di Geraldto. La seconda a Niscemi, a 60 km dalla Naval Air Station di Sigonella. La terza nella Virginia sudorientale e la quarta nelle Hawaii. Sigonella, ospita i Globali Hawk della NATO e dell’USAF oltre ai Predator dell’Aeronautica Militare Italiana. Considerando la sinergia tra NATO ed USAF (le piattaforme UAV hanno in comune il 95% dei sistemi), è facile ipotizzare anche un rischieramento dell’US NAVY con gli MQ-4C Triton. 15 paesi della NATO hanno contribuito al programma, ma tutti i 28 membri saranno in grado di accedere ai dati.

Ritrova il suo cane che l’ha aspettato in strada per sette mesi

La Stampa
cristina insalaco



Sono stati i media locali ad aiutare un uomo thailandese a ritrovare il suo cane disperso. Tutto comincia sette mesi fa, quando un fruttivendolo si trovava nel villaggio di Khuan Thong, nel sud della Thailandia, per vendere i suoi prodotti insieme all’amico a quattro zampe. «Finito il mercato, siamo saliti sul furgone per tornare a casa - racconta il signore -. Ma durante il viaggio ho fatto alcune soste, e in una di queste il cane è saltato giù dal veicolo. Non so perché l’abbia fatto, ma non mi sono accorto di nulla». Quando sono arrivati a casa il cucciolo non c’era più. 



Il cane, che si chiama Big Blue, ha aspettato il suo padrone per sette mesi nel punto esatto nel quale si erano separati. E’ stato fedelissimo: è rimasto seduto sul marciapiede ogni giorno, in attesa che il fruttivendolo tornasse a recuperarlo. «Vedendo che non si muoveva da quella posizione, abbiamo iniziato a sfamarlo, e a portargli alcune ciotole d’acqua - dicono i residenti del posto - l’animale ci ha fatto molta tenerezza. Per questo abbiamo deciso di prenderci cura di lui, ed “adottarlo”».



Dopo qualche mese il quattrozampe è diventato la mascotte del villaggio di Khuan Thong, al punto da attirare l’attenzione dei giornali e telegiornali thailandesi. «Dopo aver letto la notizia di Big Blue - racconta il proprietario - ho guidato fino a quel villaggio per riabbracciarlo e portarlo a casa. I cani sono i migliori amici dell’uomo, e lui ne è l’esempio». 

C’è un’auto contromano? Il pedale ti avvisa

La Stampa



La sensibilità del piede dei guidatori è responsabile di un quarto dei consumi di carburante. Bosch ha sviluppato un ausilio tecnico specifico, un pedale dell’acceleratore attivo. Una lieve vibrazione comunica ai guidatori quando oltrepassano il tocco delicato dal piede pesante. “Aiuta a risparmiare carburante ma li avvisa anche di situazioni potenzialmente pericolose”, spiega Stefan Seiberth, presidente della divisione Gasoline Systems di Robert Bosch GmbH.

Infatti se il veicolo è dotato di un sistema di assistenza, il pedale funziona come ausilio alla guida. Abbinato al sistema di navigazione o a una videocamera che riconosce i cartelli stradali, manda un segnale di avvertimento aptico se, per esempio, si stanno avvicinando a una curva pericolosa a velocità troppo elevata. Se i guidatori superano il limite di velocità, il pedale dell’acceleratore li avverte mediante una vibrazione, oppure esercita una contropressione. 

La maggiore sicurezza è legata alla possibilità di connettere questo componente innovativo a una serie intera di sistemi di assistenza. Se collegato ai sistemi di avviso anti-tamponamento, per esempio, il sistema può creare un segnale di vibrazione che avverte i guidatori di non accelerare ulteriormente. Una semplice variazione delle impostazioni del software è tutto ciò che occorre per adattare tipo e forza del feedback aptico alle specifiche dei produttori di auto.

Il pedale dell’acceleratore è collegato online: segnala quindi i guidatori che si trovano in contromano o possibili ingorghi sulla strada da percorrere. Può anche essere collegato al sistema di navigazione. La connettività con Internet apre un numero ancora maggiore di possibilità. L’innovazione Bosch è progettata proprio per auto connesse che analizzano costantemente l’ambiente che le circonda. Con il pedale vibrante, l’auto connessa fornirà al guidatore avvertimenti relativi a condizioni pericolose come guidatori sulla carreggiata sbagliata, congestioni del traffico inattese, traffico in arrivo dalle intersezioni e altri pericoli eventualmente presenti sul percorso pianificato.

La prima dimostrazione della televisione, 90 anni fa: il doodle di Google

L'ingegnere scozzese John Logie Baird riuscì a trasmettere attraverso il televisore meccanico il volto della sua socia dalla stanza vicina

John Logie Baird

La prima dimostrazione pubblica della televisione meccanica avvenne il 26 gennaio del 1926, 90 anni fa, quando l’ingegnere scozzese John Logie Baird mostrò il funzionamento del televisore in un laboratorio di Soho, a Londra, davanti ai membri della Royal Institution, una prestigiosa associazione scientifica, e a un giornalista del Times. Il televisore meccanico era una sorta di radio con l’aggiunta di un meccanismo rotante (il disco di Nipkow) che generava una piccola immagine, poi ingrandita con una lente di ingrandimento. È il predecessore delle televisioni elettroniche, che vennero commercializzate a partire dagli anni Trenta.

Il doodle di Google
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Già nel 1924 Baird era riuscito a trasmettere un’immagine tremolante a distanza di qualche centimetro; il 25 marzo del 1925 trasmise nel centro commerciale di Selfridges a Londra alcune silhouette grigie in movimento mentre il 2 ottobre dello stesso anno riuscì a trasmettere la prima immagine in bianco e nero, il viso del suo giovane fattorino William Taynton, che si trovava nella stanza acanto. Nella dimostrazione del 26 gennaio 2016, trasmise sempre in bianco e nero e sempre dalla stanza accanto il viso di Daisy Elizabeth Gandy, la sua socia in affari.

John Logie BairdJohn Logie BairdJohn Logie BairdJohn Logie Baird
John Logie BairdJohn Logie BairdJohn Logie BairdJohn Logie Baird
John Logie Baird

Il giornalista del Times commentò la trasmissione scrivendo che «l’immagine trasmessa era debole e spesso sfocata, ma mostrava certamente che attraverso il “televisore”, come il signor Baird ha chiamato il suo strumento, è possibile trasmettere e riprodurre istantaneamente i dettagli del movimento, e cose come l’espressione delle facce». Aggiunse che «bisogna ancora capire quali ulteriori sviluppi pratici avrà il sistema inventato da Baird».

Negli anni successivi Baird continuò a lavorare alla meccaninca della tv: nel 1927 trasmise un’immagine lungo una linea telefonica da Londra a Glasgow, poi fondò la Baird Television Development Company, nel 1928 fece la prima trasmissione tv transatlantica – da Londra a Hartsdale, a New York –, e anche il primo programma tv per la BBC. Nel 1929 l’azienda Plessey, che aveva prodotto le prime radio, commercializzò i primi televisori realizzati secondo le indicazioni di Baird.

La TV nasce nel 1926, in un grande magazzino...

Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995

Al momento della nascita della televisione, due caratteristiche dell'immagine erano considerate fondamentali per il successo dell'invenzione: la definizione ed il colore. E' il 1926 quando l'ingegnere scozzese John Logie Baird dimostra in un grande magazzino di Londra le prime immagini utilizzando due dischi di Nipkow, uno per la ripresa e l'altro per la riproduzione. La prima scena televisiva trasmessa nel suo laboratorio è il viso di una persona. Ogni immagine è costituita da 30 righe, e 5 sono le immagini ogni secondo.

E solo due anni più tardi, è sempre Baird ad effettuare un esperimento di televisione a colori, utilizzando dischi di Nipkow con tre spirali, una per ciascun colore primario.

Il sistema di scansione utilizzato per la prima dimostrazione della trasmissione di un'immagine in movimento, effettuata da Baird, era basato sul disco brevettato in Germania da Nipkow nel 1884. Baird usava un formato 3:7 con scansione verticale. Il 14 luglio del 1930 venne realizzata la prima rappresentazione teatrale in tv, la commedia di Pirandello "L'uomo dal fiore in bocca".

A metà del 1932 la BBC iniziò trasmissioni regolari basate sul sistema meccanico con scansione a 30 linee. Baird dimostrò Il 12 settembre 1933 un telecine a 120 righe, 25 quadri al secondo e il 12 marzo dell'anno successivo un sistema a 180 righe con ricevitore basato su tubo a raggi catodici (CRT). Nel 1934 il telecine era in grado di fornire una definizione di 240 righe, 25 quadri al secondo


Il numero di righe cresce

Una delle limitazioni di tale sistema televisivo, basato sulla scansione meccanica dell'immagine, è proprio la definizione. D'altro canto i primi sistemi completamente elettronici non sono molto migliori: Il primo apparato elettronico, basato sull'iconoscopio proposto nel 1929 da un emigrato russo negli Stati Uniti, Vladimir Zworykin, è realizzato nel 1933 ed è caratterizzato da una scansione dell'immagine in 120 righe, 24 quadri al secondo.

Nel '32 la BBC comincia le trasmissioni a 30 righe. Nel gennaio '35, un rapporto della commissione insediata l'anno prima dal governo inglese stabilisce che il futuro sistema ad "alta definizione" dovrà avere un minimo di 240 righe e 25 quadri al secondo. Due sistemi, uno meccanico "Baird" e l'altro elettronico "Marconi-EMI", vengono diffusi alternativamente per sei mesi. L'11 settembre '35 la BBC chiude il servizio a "bassa definizione".

Il primo Servizio di Televisione regolare al mondo ad alta definizione (405 linee), fu inaugurato nel Alexandra Palace a Londra dalla BBC il 2 novembre 1936, la quale adottò il sistema elettronico Marconi-EMI.

Il 1936 fu anche l'anno delle Olimpiadi di Berlino che furono ampiamente riprese sia con telecamere Telefunken (realizzate con tecnologia RCA), sia con telecamere Farnseh (che usavano la tecnologia di Farnsworth), due sistemi elettronici, entrambi a 180 linee e 25 quadri al secondo, si trattò di un evento ampiamente sfruttato dal governo nazista, che vide nella televisione, oltre che nel cinema e nella radio, un potenziale grande mezzo di propaganda.



1936: le Olimpiadi di Berlino che furono ampiamente riprese con telecamere

trasmissioni di immagini da Londra, ricevute a New York descritte nel n. 8 del 1928 di Radioradio
(fonte: teche Rai)


Nel 1929 alcuni tecnici dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche), coordinati da Alessandro Banfi condussero negli studi radiofonici di Milano esperimenti di televisione e, sul finire di quello stesso anno, questa volta nella sede EIAR di Torino, in un locale detto “visorium”, costruirono il primo impianto italiano di ripresa, trasmissione e ricezione televisiva. Nel '30 è costituito a Torino il Laboratorio Ricerche dell’EIAR, che diventerà successivamente il Centro Ricerche Rai.



I fratelli Bruno e Giovanni Fraccaro, abili costruttori di apparecchi interfono e radio, riuscirono a ricevere il segnale televisivo da Londra e Berlino e utilizzarono i dischi di Nipkow per realizzare i primi prototipi del televisore. Questo ricevitore, realizzato in Italia nel 1930, adotta lo standard a scansione orizzontale a 30 righe, formato 4:3, utilizzato al tempo in Germania.
(fonte: www.earlytelevision.org).

L'alta definizione a "405 righe"
Nel novembre 1936 la BBC avvia le prime trasmissioni televisive: nel nuovo formato "alta definizione": 405 righe per quadro e 25 immagini interlacciate al secondo. Nel '37 la Francia introduce un sistema a 455 righe. Germania e Italia adottano un sistema a 441 righe. Nel 1939 a New York è inaugurato un sistema a 340 righe e 30 immagini al secondo, che diventa lo standard a 525 righe (60 Hz, interlacciato) due anni più tardi.



Il 26 agosto 1936, la BBC presentò in occasione della Mostra annuale Radiolympia all'Alexandra Palace, i programmi sperimentali TV che vennero diffusi a giorni alterni nei sistemi Marconi-EMI il 27 agosto, e il 28 agosto Baird.



 

Il 22 luglio '39 entra in funzione il trasmettitore sperimentale di Monte Mario a Roma, che effettua per circa un anno trasmissioni regolari con il formato a 441 righe. Il 16 settembre entra in funzione un trasmettitore televisivo a Milano che effettua trasmissioni sperimentali in occasione della XI Mostra della Radio e dal 12 al 28 aprile '40, per tutta la durata della XXI Fiera di Milano, l'EIAR effettua un servizio di radiovisione dalle 18 alle 18:30 e dalle 21:30 alle 22:00. Si avvicina la guerra e il 31 maggio cessano le trasmissioni sperimentali televisive dell’Eiar sia a Roma sia a Milano, poichè la frequenza di trasmissione TV potrebbe interferire con le emissioni dell’impianto Telefunken di atterraggio teleguidato degli aerei negli aeroporti di Roma-Ciampino e Milano-Linate.


1939: immagine sperimentale TV a Roma



La seconda guerra mondiale causa l'interruzione delle trasmissioni televisive. Alla fine della guerra, la battaglia televisiva riprende esattamente dal punto in cui si era interrotta, e permane la competizione per incrementare la definizione delle immagini, l'obiettivo è già allora "1000 righe".
Nell'aprile 1949 in Francia si sperimenta un sistema a 819 righe.

Ma è difficile realizzare con la tecnologia del tempo il nuovo salto verso l'alta definizione.
Gli schermi televisivi, basati su tubi a raggi catodici, sono via via passati dalla forma circolare ad una forma sempre più rettangolare. Le dimensione è passata, nel '49, da 9" o 10" a 12" e vengono proposti i primi sistemi a proiezione.

Occorre attendere il 1952 perché venga introdotto un solo standard in tutta Europa: 625 righe e 25 quadri al secondo (50 Hz, interlacciato). Nel '54 gli schermi sono cresciuti a 14" o 17" e vengono prodotti sistemi a proiezione frontale con schermi da 60". Nel '57 arrivano i cinescopi da 21".



Il primo monoscopio, ovvero il grafico che serve per valutare le caratteristiche della catena di diffusione (dalla telecamera allo schermo), fu realizzato per le trasmissioni della BBC a 30 righe e consisteva in una semplice circonferenza e una linea retta.



Nel 1939 la RCA realizzò il monoscopio noto come testa d'indiano.



Alcune delle strutture grafiche che compongono il monoscopio consentono di stabilire la corretta riproduzione dell'intera gamma delle frequenze spaziali garantita dallo standard, cioè la definizione orizzontale e verticale con cui sono riprodotte le immagini. In questa pagina web è riprodotto il monoscopio Rai utilizzato per la TV in bianco/nero e cliccando qui si può consultare la descrizione del monoscopio a colori.

L'immagine del monoscopio era un tempo familiare ai telespettatori, poiché veniva trasmesso nei periodi di sospensione della programmazione, oggigiorno compare raramente, perché i programmi sono presenti 24 ore al giorno.

E il colore?
Nel 1938 George Valensi propone in Francia il principio della compatibilità: i programmi a colori debbono essere riprodotti dai televisori in bianco e nero e i programmi trasmessi in bianco e nero debbono essere visualizzati, ovviamente in bianco/nero, anche dai televisori a colori.
Ma solo nel 1953, negli Stati Uniti, viene definito lo standard NTSC (National Television Systems Committee).

Nel 1961 in Francia viene definito il SE-CAM (Sequentiel Couleur à Memoire).
Nel 1963 viene proposto il PAL (Phase Alternation by Line).

Servizi televisivi a colori vengono lanciati nel 1967 in Gran Bretagna, Germania e Francia.
Solo dieci anni dopo la Rai è autorizzata ad avviare il servizio di televisione a colori in Italia.

Un privilegio da 200 milioni

espresso.repubblica.it

di Primo Di Nicola  - 04 agosto 2011

La Casta taglia le pensioni degli italiani, ma non tocca le proprie. Per i parlamentari il diritto al vitalizio scatta dopo soli cinque anni di mandato. Con contributi molto bassi. E con compensi incassati anche prima dei 50 anni. Così 2.307 tra ex deputati ed ex senatori si mettono in tasca ogni mese fino a settemila euro netti

Un privilegio da 200 milioni

Giovanotti con un grande avvenire dietro le spalle che si godono la vita dopo gli anni di militanza parlamentare. Come Oliviero Diliberto, grande ex uscito di scena nel 2008 causa tonfo elettorale della sinistra. Segretario dei Comunisti italiani ed ex ministro della Giustizia, con quattro legislature alle spalle e ad appena 55 anni, anche lui si consola riscuotendo una ricca pensione di 5.305 euro netti. Euro in più, euro in meno, la stessa cifra che spetta a un altro pensionato-baby della sinistra, addirittura più giovane di Diliberto: Pietro Folena, ex enfant prodige del Pci-Pds, passato a Rifondazione e trombato nel 2008 quando, con le cinque legislature collezionate, a soli 51 anni ha cominciato a riscuotere 5.527 euro netti al mese.

Davvero niente male, considerando le norme restrittive che le varie riforme pensionistiche dal 1992 hanno cominciato ad introdurre per i comuni cittadini. Norme ferree per tutti, naturalmente, ma non per deputati e senatori che, quando si è trattato di ridimensionare le proprie pensioni, si sono ben guardati dal farlo. Certo, hanno accettato di decurtarsi il vitalizio con il contributo di solidarietà voluto da Tremonti per le "pensioni d'oro" e pari al 5 per cento per i trattamenti compresi fra i 90 e i 150 mila euro (una penalizzazione che tocca solo i parlamentari con oltre i 15 anni di mandato), ma per il resto hanno evitato i sacrifici imposti agli altri italiani.

Tutto rinviato alla prossima legislatura quando, almeno stando all'annuncio del questore della Camera Francesco Colucci, e a una proposta del Pd, potrebbe entrare in vigore un nuovo modello pensionistico contributivo. A Montecitorio, però, il clima è rovente. Pochi giorni fa il presidente Gianfranco Fini non ha ammesso un ordine del giorno dell'Idv, che chiedeva l'abolizione dei vitalizi ("Un furto della casta", secondo il dipietrista Massimo Donadi). Secondo Fini, i diritti acquisiti non si toccano, al massimo si potrà discutere della riforma.

IL CLUB DEI CINQUE Nel frattempo, l'andazzo continua, con l'esercito dei parlamentari pensionati che si ingrossa sempre più, fino a toccare il record dei 3.356 vitalizi erogati fra le 2.308 pensioni dirette e le reversibilità, divise tra le 625 alla Camera e 423 al Senato. Un fardello che si traduce ogni anno in una spesa di 200 milioni di euro, oltre 61 dei quali pagati da palazzo Madama e i restanti 138 da Montecitorio. In questo pozzo senza fondo del privilegio ci sono anzitutto i superfortunati che con una sola legislatura, cioè appena cinque anni di contribuzione, portano a casa il loro bravo vitalizio. Personaggi anche molto noti e quasi sempre ancora nel pieno dell'attività professionale. Nell'elenco compare Toni Negri, ex leader di Potere operaio, docente universitario e scrittore. Venne fatto eleggere mentre era in carcere per terrorismo nel 1983 dai radicali di Marco Pannella. Approdato a Montecitorio, Negri ci restò il tempo necessario per preparare la fuga e rifugiarsi in Francia.

Ciononostante, oggi percepisce una pensione di 2.199 euro netti. Stesso importo all'incirca riscosso da un capitano d'industria come Luciano Benetton (al Senato nel 1992, restò in carica solo due anni per lo scioglimento anticipato della legislatura) e da un avvocato di grido come Carlo Taormina. E sono solo due casi tra i tanti. Nel "club dei cinque" sono presenti quasi tutte le categorie lavorative, con nomi spesso altisonanti. Compaiono intellettuali come Alberto Arbasino, Alberto Asor Rosa e Mario Tronti. Giornalisti di razza come Enzo Bettiza, Eugenio Scalfari, Alberto La Volpe, Federico Orlando; altri avvocati di grido come Raffaele Della Valle, Alfredo Galasso e Giuseppe Guarino; star dello spettacolo come Gino Paoli, Carla Gravina e Pasquale Squitieri. Tutti incassano l'assegno calcolato con criteri tanto generosi quanto lontani da quelli in vigore per i comuni lavoratori.

GIOCHI DI PRESTIGIO

Per i deputati eletti prima del 2008 (per quelli nominati dopo è stata introdotta una modesta riforma di cui solo tra qualche anno vedremo gli effetti) vale il vecchio regolamento varato dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio nel 1997. Dice che i deputati il cui incarico sia cominciato dopo il '96 maturano il diritto al vitalizio a 65 anni, basta aver versato contributi per cinque. Fin qui, nulla da dire: il requisito dei 65 pone i deputati sulla stessa linea stabilita per la pensione di vecchiaia dei comuni cittadini.

Ma basta scorrere il regolamento per scoprire le prime sorprese. L'età minima dei 65 anni si abbassa di una annualità per ogni anno di mandato oltre i cinque prima indicati, sino a toccare la soglia dei 60. E non è finita. Alla Camera ci sono ancora un gran numero di eletti prima del '96 e per questi valgono le norme precedenti. Secondo queste norme il diritto alla pensione si matura sempre a 65 anni, ma il limite è riducibile a 50 anni e ancor meno (come nel caso di Pecoraro Scanio), facendo cioè valere le altre annualità di permanenza in Parlamento oltre ai cinque anni del minimo richiesto. Questo accade nell'Eldorado di Montecitorio.

A palazzo Madama gli eletti si trattano altrettanto bene. Un regolamento del 1997 stabilisce che i senatori in carica dal 2001 possono, come alla Camera, andare in pensione al compimento del sessantacinquesimo anno con cinque anni di contributi versati. Ma attenzione, anche qui dal tetto dei 65 si può scendere eccome. Possono farlo tutti i parlamentari eletti prima del 2001. Per costoro, il diritto alla pensione scatta a 60 anni se si vanta una sola legislatura, ma scende a 55 con due mandati e a 50 con tre o più legislature alle spalle.

IL BABY ONOREVOLE
Dall'età pensionabile alla contribuzione necessaria per la pensione, ecco un altro capitolo che riporta agli anni bui delle pensioni baby. Si tratta delle pensioni che consentivano alle impiegate pubbliche con figli di smettere di lavorare dopo 14 anni, sei mesi e un giorno (i loro colleghi potevano invece farlo dopo 19 anni e sei mesi). Ci volle la riforma Amato del '92 per cancellare lo sfacciato privilegio. Ma cassate per gli statali, le pensioni baby proliferano tra i parlamentari. Secondo il trattamento Inps in vigore per tutti i lavoratori, ci vogliono almeno 35 anni di contributi per acquisire il diritto alla pensione.

I parlamentari invece acquisiscono il diritto appena dopo cinque anni e il pagamento di una quota mensile dell'8,6 per cento dell'indennità lorda (1.006 euro). Fino alla scorsa legislatura le cose andavano addirittura meglio per la casta. Bastava durare in carica due anni e mezzo per assicurarsi il vitalizio (è il caso di Benetton). Il restante delle annualità mancanti per arrivare a cinque potevano essere riscattate in comode rate. Nel 2007 è arrivato un colpo basso: i cinque anni dovranno essere effettivi. Una mazzata per Lorsignori, che si rifanno con la manica larga con la quale si calcola il vitalizio.


RIVALUTAZIONE D'ORO Sino agli anni Novanta, tutti i lavoratori avevano diritto a calcolare la pensione sui migliori livelli retributivi, cioè quelli degli ultimi anni (sistema retributivo). Successivamente, si è passati al sistema contributivo per cui la pensione è legata invece all'importo dei contributi effettivamente versati. Il salasso è stato pesante. Per tutti, ma non per i parlamentari. Che sono rimasti ancorati a un vantaggiosissimo marchingegno. Invece che sulla base dei contributi versati, deputati e senatori calcolano il vitalizio sulla scorta dell'indennità lorda (11 mila 703 euro alla Camera) e della percentuale legata agli anni di presenza in Parlamento.

Con 5 anni di mandato si riscuote così una pensione pari al 25 per cento dell'indennità, cioè 2 mila 926 euro lordi. Raggiungendo invece i 30 anni di presenza si tocca il massimo, l'80 per cento dell'indennità che in soldoni vuol dire 9 mila 362 euro lordi. Vero che con una riforma del 2007 Camera e Senato hanno ridimensionato i criteri di calcolo dei vitalizi riducendo le percentuali: si va da un minimo del 20 dopo cinque anni al 60 per 15 anni e oltre di presenza in Parlamento. Ma a parte questa riduzione, gli altri privilegi restano intatti. Con una ulteriore blindatura, che mette al sicuro dall'inflazione e dalle altre forme di svalutazione: la cosiddetta "clausola d'oro", per cui i vitalizi si rivalutano automaticamente grazie all'ancoraggio al valore dell'indennità lorda del parlamentare ancora in servizio.