venerdì 22 gennaio 2016

Google ha pagato un miliardo di dollari a Apple per essere il motore di ricerca dell’iPhone”

La Stampa
francesco zaffarano



Il fatto che quando navighiamo su internet dal nostro iPhone usiamo il motore di ricerca di Google potrebbe non essere un caso, nè una scelta di Apple dettata dalla qualità del servizio offerto da Big G. Secondo quanto rivela Bloomberg sarebbe solo una questione di soldi. Per l’esattezza un miliardo di dollari.

Sarebbe questa la cifra pagata da Google a Apple per diventare il motore di ricerca predefinito degli smartphone di Cupertino. A sostenerlo è stata Annette Hurst, uno dei rappresentanti legali di Oracle, azienda che è in causa con Google dal 2010 per una questione legata alla concessione del software Java usato (impropriamente, secondo l’accusa) da Mountain View per sviluppare il proprio motore di ricerca.

Secondo quanto affermato dalla Hurst, una fonte all’interno di Google avrebbe fornito ulteriori dettagli sull’accordo: le due aziende, infatti, avrebbero deciso di condividere il 34% percento del fatturato, anche se non è chiaro se si tratterebbe della percentuale pagata da Google o quella trattenuta da Apple.

I portavoce delle rispettive aziende non si sono pronunciati a riguardo. Come sostiene Mashable, tuttavia, la versione della legale di Oracle potrebbe trovare un qualche riscontro nel tentativo di Yahoo, poi fallito, di diventare partner dell’azienda di Cupertino. Del resto è dal 2012, cioè quando Apple annunciava lo sviluppo del proprio sistema di mappe, che si dice che l’addio di Apple a Google è imminente. Ma intanto le nostre ricerca su iPhone continuano sempre a essere targate Big G.

Gianna Nannini: cara Regina le spiego che cos’è il Palio

La Stampa
gianna nannini



Cara Regina, le spiego cos’è il Palio. Da senese Doc ho letto con attenzione la notizia che ha messo in primo piano la mia città e ha coinvolto il Palio, il mio Palio che lei vorrebbe trasferire a Londra per un giorno.

So che il magistrato delle contrade che rappresenta la volontà dei contradaioli è stato chiarissimo: «Per motivi sostanzialmente organizzativi, ma anche etici - ha detto - non ci sono state le condizioni per poter nemmeno affrontare la questione nelle sedi deputate, noi non abbiamo detto di no alla Regina, ma all’agenzia che ci ha contattati per sfilare a Londra con gli sbandieratori e qualche tamburino. Se si vuole vedere il Palio bisogna venire a Siena». Non ha ragione, di più.

Nel 1994 mi sono laureata in Lettere e Filosofia con una particolare attenzione per lo studio della tradizione popolare e dico che il Palio, per capirlo davvero e partecipare al rito, deve essere vissuto: tocca farsi possedere dal Palio. Elisabetta, lei mi è sempre sembrata una Regina molto rock, e allora dovrebbe venire da noi e - mi si permetta la frase un po’ forte - dovrebbe farsi possedere dall’atmosfera, dall’amore dei contradaioli per i loro simboli, per il cavallo, il fantino, le tradizioni e le tante, piccole o grandi cose che animano l’attesa, infuocano la gara, esplodono con la vittoria (noo!! alleggeriscono il peso della sconfitta).

Il Palio non si sviluppa solo nel minuto e quindici secondi della corsa, ma ha una storia precedente e una futura. Sono d’accordo con il primo cittadino di Siena che ha giustamente ribaltato il Suo invito, proponendole di vedere il Palio direttamente dalle finestre del nostro palazzo comunale.

So che mi è difficile trasferire a Sua Maestà il concetto di «trance» ma è di questo che si tratta. Quando si assiste al Palio - io sono dell’Oca e anche se sono in giro per il mondo non me ne perdo uno - si entra involontariamente in una specie di trance, un’emozione che può capire solo chi ci è nato e solo in parte chi l’ha vissuta. E’ uno stato della mente che ti porta a soffrire e a gioire insieme a chi ti sta intorno. Parecchi antropologi sono venuti in città per studiare il fenomeno che non si spiega se non con la frequentazione.

Dico di più, se lei vorrà venirci a trovare e assistere a un Palio dal balcone del Municipio, prometto che le farei da accompagnatrice per tutto il tempo, ma a un patto. Dovrà entrare in chiesa alla benedizione del cavallo, so che ama i cavalli tanto quanto noi senesi, mangiare alla tavolata in contrada e vivere la festa dall’inizio alla fine. Su, Regina, so che lo può fare e capirebbe perché il Palio non può sfilare a Londra con qualche sbandieratore e dei tamburini in costume. Il Palio lo si deve andare a vedere per quello che è, a Siena, in mezzo alla gente, al sudore e alle lacrime. La aspettiamo.

Sua Gianna  
(testo raccolto da Luca Dondoni)


Il Palio dice no alla regina Elisabetta. “Se vuol vederci, venga lei a Siena”
La Stampa
pierangelo sapegno

Le contrade invitate alla festa dei 90 anni: “Non siamo marionette”. E il sindaco Valentini offre alla sovrana inglese di assistere alla corsa dal balcone da cui si affacciò Carlo V



Si può dire di no all’invito della regina Elisabetta per la festa dei suoi 90 anni? Sì, ma solo se sei il Palio di Siena. Poi magari conta anche il tono. Il magistrato delle contrade, l’organo cioè che rappresenta la volontà delle contrade, usa quello più chiaro di tutti: «Per motivi sostanzialmente organizzativi, ma anche etici, non ci sono state le condizioni per poter nemmeno affrontare la questione nelle sedi deputate». In realtà, spiega poi qualche priore, ma soltanto sotto rigoroso anonimato, «noi non abbiamo detto di no alla regina, perché siamo stati contattati da un’agenzia, mai direttamente dalla Corona».

Resta il fatto, come spiega il sindaco, Bruno Valentini, che «se si vuole vedere il Palio bisogna venire a Siena, per capirlo davvero, e magari entrare in un museo di contrade e partecipare in qualche modo al rito, perché il Palio non si sviluppa solo nel minuto e quindici secondi della corsa, ma ha una storia precedente e una futura». Così, tanto per chiudere sul nascere la polemica, il primo cittadino ribalta addirittura l’invito: «Invitiamo noi la regina Elisabetta a venire a Siena a vedere il Palio direttamente dalle finestre del nostro palazzo comunale». Che, detto per inciso, è pure il posto migliore per godersi la corsa.

In fondo, se si è affacciato Carlo V su questa piazza, può venirci anche la regina Elisabetta. Roberto Barzanti, ex sindaco della città ed ex parlamentare, ricorda di aver ricevuto una volta anche la principessa Margaret. «Abbiamo ottimi rapporti e in quel comunicato non c’è nessuna polemica».

Cerchiamo di chiarire, allora. Un’agenzia, incaricata dalla Corona di organizzare le feste per i novant’anni della regina, nata il 21 aprile del 1926, attraverso la project manager Rebecca Lewis Lalatta sollecita la presenza del Palio, o delle contrade, diciamo del mondo paliesco nel suo insieme. Nasce una discussione a non finire. I fantini si schierano subito per il sì: «Come non accettare un invito così importante?».

Ma i dubbi, in realtà, si moltiplicano. Il magistrato delle contrade ribadisce che una sorta di versione kitsch della corsa non è nemmeno da ipotizzare. «Il teatro del palio è il Campo: fuori da quello spazio non ha senso». Il problema era anche un altro: o tutte le 17 contrade potevano andarci con le loro comparse - minimo due alfieri e un tamburino - o non se ne poteva fare niente. «Le sfilate si fanno in un certo modo e in certi tempi - dice Barzanti - Quando io ero sindaco, il 3 ottobre del ‘70, portammo la sbandierata da papa Paolo VI nel giorno in cui Santa Caterina da Siena fu proclamata dottore della Chiesa. Ma fu un’eccezione. E qualche problema ci fu lo stesso. Le contrade stanno bene a Siena».

Ma sono questi i motivi etici per cui Siena ha detto di no? Barzanti dice che etici deriva dalla parola greca ethos, costume. Erano problemi di costume. «Come possiamo metterci in una sfilata, in cui magari c’è una comparsa indiana, un’altra turistica e un’altra folcloristica, tutti insieme? Le contrade non accettano di diventare marionette di un’artificiosa coreografia creata a piacere: pretendono autonomia». Un priore, sotto anonimato: «Il costume e la moralità del Palio, il rispetto delle tradizioni, non c’entrano niente con la società dei consumi». Facciamo davvero così: venga la regina a Siena. E siamo tutti felici e contenti. 

A processo il soldato-bambino che faceva stragi per Kony

La Stampa
lorenzo simoncelli

L’Aja: rapito e trasformato in un mostro dal signore della guerra dell’Uganda


Dominic Ongwen soldato-bambino era soprannominato «formica bianca» e sulla sua testa c’era una taglia da cinque milioni di dollari

Ha 10 anni Dominic Ongwen, uno dei più brutali signori della guerra africani sotto processo alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità, quando le milizie del movimento estremista pseudo-cristiano Lord’s Resistance Army (Lra) lo rapiscono mentre va a scuola nel nord dell’Uganda. Un sequestro voluto da Joseph Kony, il comandante supremo dei guerriglieri, ancora oggi latitante dopo 30 anni. L’obiettivo: ingrossare le fila di un esercito di bambini-soldato, circa 60mila arruolati dal 1987 ad oggi, da usare come carne da macello negli scontri a fuoco con i militari ugandesi. Un conflitto che ha generato circa 100mila morti.

CANNIBALISMO
Kony ha un progetto: istituire in Uganda una teocrazia fondata su una sua personale interpretazione dei Dieci Comandamenti. Con il passare degli anni, crescendo, Dominic Ongwen si adopera anima e corpo per realizzarlo. Si prepara militarmente nelle foreste dell’Africa centrale, ascolta l’ideologia del comandante Kony e forse stordito dalle droghe ingerite, Dominic, soprannominato la «formica bianca» dal suo cognome che in lingua locale significa «nato ai tempi della formica bianca», brucia le tappe. A 18 anni diventa maggiore, poi brigadiere, fino alla nomina di comandante della brigata Sinia, uno dei quattro bracci operativi del movimento. 

L’accesso all’Altare di comando, come Kony chiama i vertici militari delle sue milizie, e quindi la possibilità di avere mano libera nelle operazioni di rapimento e uccisione della popolazione. È il momento del non ritorno, in cui l’allievo vuole superare il maestro, dove follia e brutalità offuscano ogni raziocinio. Tra il 2002 e il 2003, i soldati sotto il suo comando sterminano numerosi campi di rifugiati nel nord dell’Uganda. Alcuni testimoni hanno depositato all’Aja racconti macabri «Sgozzavano i nostri famigliari, bruciavano le nostre case e a chi decidevano di salvar la vita lasciavano indelebile il loro marchio di fabbrica: mozzavano naso, labbra e orecchie». Si arriva fino al cannibalismo. Era comune che i corpi «venissero fatti a pezzi, cucinati e mangiati» dagli affamati guerriglieri. 

Per non parlare della passione malata di Dominic per le donne, soprattutto bambine. Rapite e trasformate in schiave sessuali. Molte morte per aborti e parti nel mezzo della foresta. Le superstiti scambiate tra i membri della Brigata. Come ha raccontato una delle sue «mogli della foresta» Florence Ayot, madre di 4 figli avuti con la «formica bianca». Nel 2005 la Corte penale internazionale dell’Aja emette un mandato di cattura internazionale. All’interno dell’Lra iniziano le defezioni, il movimento si indebolisce anche grazie al pressing delle truppe americane intervenute per dare supporto ai militari ugandesi. 

Il cerchio si stringe e il rapporto padre-figlio con Kony si incrina. Poi la fuga in Centrafrica, fino al 2013, quando i ribelli musulmani Seleka del Centrafrica lo consegnano all’Us Africa Command in cambio di 5 milioni di dollari. Senza più la faccia sbarazzina, la divisa e i rasta, in aula, nel primo giorno di dibattimento, Dominic ha definito il processo «una perdita di tempo». Sul bambino-soldato trasformatosi in mostro pendono 70 capi di imputazione e difficilmente riuscirà a farla franca. Sarebbe la prima condanna per un membro dell’Lra, ancora sotto la guida di Kony, sfiancato e probabilmente in ritirata in Centrafrica, ma ancora vivo come hanno dimostrato i 10 attacchi e i 46 rapimenti avvenuti dall’inizio dell’anno proprio in Centrafrica. La caccia è ancora aperta.

Se son ricco non lo dico: per i politici la trasparenza sui redditi è un optional

repubblica.it
di Paolo Fantauzzi

Dichiarazioni parziali, situazioni patrimoniali generiche, spese elettorali assenti. Fra parlamentari e membri del governo, gran parte pubblica informazioni incomplete o rende noto il minimo sindacale. E per chi sgarra non c'è alcuna sanzione. Nel nuovo dossier dell’associazione, gli eletti passati al setaccio. Dai contributi ricevuti agli yacht di proprietà

Se son ricco non lo dico: per i politici la trasparenza sui redditi è un optional

La trasparenza sui patrimoni dei politici è una chimera. Tanto che il 72 per cento degli onorevoli rende noto solo il minimo sindacale o deposita una documentazione parziale su redditi, proprietà, contributi privati e spese elettorali. A raccontare questa situazione è "l'Espresso" nel numero in edicola venerdì 22 gennaio e già online su Espresso+ , che presenta in anteprima il dossier dell'associazione Openpolis "Patrimoni trasparenti".

L'opacità è dovuta in parte anche alla normativa, che obbliga gli eletti a depositare annualmente copia dell'ultima dichiarazione dei redditi ma prevede la pubblicazione solo della parte riepilogativa (peraltro senza prevedere sanzioni per chi si rifiuta). In questo modo, però, è impossibile evincere la natura delle ricchezze, l'esistenza di altre eventuali fonti di introito e più in generale non permette di capire a cosa sia dovuta la consistente sproporzione fra i redditi che spesso si riscontra. Chi vuole diffondere ulteriori informazioni può farlo sottoscrivendo un'apposita liberatoria ma solo una minima parte divulga dati aggiuntivi come i redditi o le proprietà del coniuge. Anche perché per la legge è facoltativo.

Fra i "bocciati" di Openpolis ci sono tanti nomi noti come la seconda e terza carica dello Stato, Piero Grasso e Laura Boldrini, l'astro nascente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, il presidente del Pd Matteo Orfini o il leghista Roberto Calderoli. Neppure i grillini, che hanno fatto della trasparenza una bandiera e sono i più diligenti, brillano particolarmente: i promossi sono meno della metà.

Promosso a pieni voti, invece, il premier Matteo Renzi, che ha messo a disposizione la situazione patrimoniale e reddituale dell'intera famiglia, nonne comprese. Fra i membri del governo la situazione è in genere migliore che nelle Camere. Molti ministri eletti in Parlamento, però, sono diventati più trasparenti solo dopo essere entrati nell'esecutivo, come nel caso di Maria Elena Boschi.

Fra le curiosità del rapporto, anche il numero degli onorevoli che dichiarano di possedere un'imbarcazione: 22 in tutto. Fra motoscafi, barche a vela e perfino quattro yacht.

Poste, l’imbroglio sui tempi di consegna delle lettere test: partono i primi licenziamenti

il fatto quotidiano
di Antonio Massari | 21 gennaio 2016

Dopo l'inchiesta del Fatto sul sistema per alterare la qualità del servizio, quaranta dirigenti e migliaia di dipendenti nei guai per comportamento "illecito". I nominativi saranno comunicati alla Procura di Roma dove l'estate scorsa è stata aperta un'inchiesta sulla vicenda
 
Poste, l’imbroglio sui tempi di consegna delle lettere test: partono i primi licenziamenti

Tempi di consegna, servizio di qualità: il trucco c’era. Il Fatto Quotidiano l’ha rivelato in esclusiva con un’inchiesta pubblicata a puntate. E Poste Italiane lo conferma in queste ore con decine di licenziamenti in corso e migliaia di dipendenti sospesi: sono accusati di aver tenuto un comportamento “illecito” e fatto “risultare una qualità del servizio divergente da quella reale”. Le lettere di licenziamento e contestazione sono in viaggio e il tam tam all’interno di Poste Italiane lo definisce un vero e proprio tsunami: un’intera struttura di dirigenti sarà di fatto smantellata nei prossimi giorni. Migliaia di nominativi saranno comunicati alla Procura di Roma dove, dopo l’inchiesta del Fatto e l’esposto presentato dalla nostra fonte anonima, l’estate scorsa è stata aperta un’inchiesta sulla vicenda.

Il fascicolo – al quale dal giugno 2015, dopo i nostri articoli, s’è aggiunto anche l’esposto di Poste Italiane – rischia così di contare migliaia di nomi tra indagati e persone informate sui fatti. Non solo. L’unità anti-frode di Poste Italiane ha scandagliato le email aziendali di migliaia di dipendenti, confermando le nostre rivelazioni: nella corrispondenza intercorsa tra una quarantina di dirigenti e i loro sottoposti, infatti, si legge che i dipendenti creavano una corsia preferenziale per consegnare le “lettere test” nei tempi prestabiliti. E dimostrare che il coefficiente di qualità, previsto dal contratto tra Poste Italiane e lo Stato, veniva rispettato. Ed è un coefficiente che vale miliardi di euro.

Voilà, il certificato di qualità è garantito  
 Il coefficiente di qualità è un dato fondamentale poiché, in base al contratto sottoscritto con lo Stato, Poste Italiane può essere costretta a pagare fino a 500mila euro l’anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati. In media, parliamo di 50mila euro per mezzo punto percentuale sforato, senza contare che, proprio a partire dalla certificazione di qualità, il governo affida a Poste Italiane il servizio di posta universale, che lo Stato paga in media circa 300 milioni di euro l’anno. A monitorare e certificare il servizio di qualità, fino pochi mesi fa, è stata la Izi srl. Il meccanismo è semplice: la Izi sceglie circa 8mila persone che spediscono lettere tra loro. E tutte annotano in quanto tempo la corrispondenza – in gergo, si chiamano “lettere civetta” – viene inviata e recapitata.

Il punto è che Poste Italiane ha conosciuto, per anni, molti nominativi dei controllori scelti da Izi. In altre parole: il controllato conosceva i suoi controllori. Ed è grazie alla conoscenza di questi nominativi che riusciva a creare una corsia preferenziale per consegnare le lettere civetta nei tempi previsti. Le email analizzate dall’unità anti frode di Poste Italiane dimostrano che questa prassi è stata adottata dal 2003 al 2014. Siamo nel pieno della gestione di Massimo Sarmi, sostituito dall’attuale amministratore delegato Francesco Caio nell’aprile 2014, al quale va dato atto di aver avviato la pulizia interna. Anche l’archivio di questa corrispondenza è destinato a riempire il fascicolo della procura romana.

Meccanismo rodato: “Vi trasmetto l’elenco”
A giugno il Fatto aveva scovato decine di queste email. Ne citiamo qualcuna. È il 28 novembre 2007 quando un funzionario di Poste Italiane scrive ad alcuni colleghi: “Vi trasmetto le tabelle con l’elenco dei droppers e receivers Izi… “. Il dropper è colui che spedisce, il receiver è colui che riceve la lettera, e l’elenco in questione, per Poste, doveva essere assolutamente top secret. Una sorta di servizio di spionaggio tra alcuni funzionari di Poste Italiane è invece riuscito a intercettare i nominativi di chi li controllava. Non solo. In alcuni casi, i destinatari delle lettere, erano “monitorati” fino al momento in cui ritiravano la posta dalla cassetta. Anche questa attività di “spionaggio” – come rivelato dal Fatto – appare nelle email interne all’azienda.

Ed è per questo motivo che nel giugno scorso s’è occupato della vicenda anche il Garante della Privacy. L’intera vicenda viene ora confermata dall’indagine interna di Poste Italiane. Le circa 40 lettere di licenziamento e le migliaia di contestazioni inviate ai dipendenti hanno quasi tutte lo stesso tenore: si contesta la scoperta all’interno delle email aziendali di comunicazioni che “trattavano” l’argomento delle “lettere test” e l’azienda contesta ai suoi dipendenti di “non aver contrastato tale condotta” e di “non aver segnalato” la vicenda ai “competenti organismi aziendali”. Il che dimostrerebbe “la illecita finalità” di “far risultare una qualità del servizio divergente da quella reale” e “la personale e diretta responsabilità nella realizzazione delle irregolarità riscontrate”.

Parte la pulizia: dipendenti alla porta
L’intera responsabilità, quindi, sembra ricadere su circa 40 funzionari e un migliaio di dipendenti. Spetterà alla magistratura verificare se è vero. E stabilire se il personale in questione abbia agito autonomamente, senza alcun avallo da altri superiori, e in che modo Poste sia riuscita a entrare in possesso dei preziosissimi elenchi dei controllori stilati dalla Izi. Contattato a giugno, Giacomo Spaini, amministratore delegato della Izi, ha spiegato al Fatto: “Ogni sei mesi cambiamo i receivers, contiamo tra i 400 e i 600 collaboratori e penso sia impossibile che Poste Italiane possa individuarli o intercettare le loro lettere”. Ora, invece, è proprio Poste Italiane a confermare che i collaboratori sono stati individuati.

La vera spada nella roccia? Si trova in Toscana

La Stampa
giulia mattioli

La Rotonda di Montesiepi custodisce la spada nella roccia di San Galgano. E molte altre leggende

Excalibur

Quello della spada nella roccia è un mito che deriva dalla Materia di Bretannia, più nota come Ciclo arturiano, ovvero l’insieme delle leggende legate a re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Una vasta ed eterogenea produzione letteraria ha impresso nell’immaginario collettivo alcuni temi protagonisti di queste vicende, tra cui la mitica spada conficcata in una roccia che solo il predestinato re di Gran Bretagna può estrarre. Ebbene, la leggenda affonda le radici in terra anglosassone, eppure in quelle zone nessuno può vantare di possedere veramente una lama conficcata in una roccia, onore che invece l’Italia detiene: nella campagna toscana, per la precisione a Chiusdino (Siena) un eremo che fa da scrigno ad una spada penetrata in un macigno roccioso.

La 'spada nella roccia' è tutta italiana quindi, ed è visibile presso la Rotonda di Montesiepi, cappella dalla pianta circolare costruita a pochi passi dall’Abbazia di San Galgano - splendido esempio di architettura cistercense oggi completamente scoperchiata ma ancora di indubbia bellezza. Il complesso, fu fatto erigere a memoria di Galgano Guidotti, cavaliere divenuto Santo che qui si ritirò in eremitaggio, rinunciando alla vita mondana e soprattutto alla guerra. E’ proprio la spada a simboleggiare la sua abdicazione, e, leggenda vuole, egli la conficcò a testimonianza della rinunzia, ritirandosi a vivere in piccolo romitorio, che venne ampliato nel XIV secolo, e successivamente nel XVII.


La Rotonda di Montesiepi

Seguendo il percorso indicatogli dall’Arcangelo Gabriele durante due visioni che misero Galgano sulla via della santità, egli giunse a Montesiepi, dove gli apparve Dio e incontrò dodici apostoli: egli conficcò la spada in una roccia perché mancava una croce in quel posto, e non c’era nemmeno legname. Tuttavia durante un suo pellegrinaggio dei monaci invidiosi ruppero la spada che non riuscivano ad estrarre dalla roccia, ma Galgano, una volta tornato, riuscì a riattaccare l’impugnatura per intercessione divina. 

Le leggende non si limitano alla vita del santo: la forma cilindrica della cappella, la volta emisferica internamente decorata con ipnotici cerchi concentrici, gli ‘errori’ in alcune opere d’arte (c’è un affresco con una Madonna a tre mani), la particolare simbologia, le suggestioni che si legano alla saga dei templari, la camera vuota che sorgerebbe alla base della cappella e conterrebbe diversi segreti, forse addirittura il Sacro Graal, le due mani mummificate nell’attigua cappella Lorenzetti, e ovviamente la seducente spada infilata nella roccia - che esami metallografici datano al XII secolo - avvolgono l’eremo di mistero e suggestione.