giovedì 21 gennaio 2016

Sequestro Moro, spunta la pista della 'ndrangheta: una foto del Messaggero svela l'uomo con la sigaretta

Il Messaggero
di Italo Carmignani



ROMA - L'uomo con la sigaretta, nella foto in bianconero destinata a incorniciare la tragedia di via Fani, rilegge la storia e riaccende un dubbio: quale ruolo hanno avuto la 'ndrangheta e i servizi segreti deviati nel sequestro e omicidio di Aldo Moro? L'immagine risale al 16 marzo 1978, ritrae la Fiat 130 del presidente della Dc, l'Alfa Romeo della scorta, i corpi dei carabinieri uccisi dai brigatisti rossi, i curiosi e, in alto a destra, l'uomo con la sigaretta e la sua aria di falsa indifferenza.

A 38 anni da quello scatto firmato dal reporter Gherardo Nucci, la commissione parlamentare, presieduta da Giuseppe Fioroni, cerca di dare un profilo all'uomo misterioso comparandolo con la faccia di Antonio Nirta, calabrese, esponente della 'ndrangheta, confidente del generale Francesco Delfino, già implicato nelle stragi di terrorismo, già raccontato vicino ai servizi segreti deviati. E senza alzare i toni, la commissione si chiede: perché l'uomo con la sigaretta era sul luogo della strage e chi l'aveva mandato?

Venticinque anni fa veniva abbattuto l'aereo di Maurizio Cocciolone: «Felice di non essere dimenticato»

Il Messaggero
di Alberto Orsini



L'AQUILA - «My name is Maurizio Cocciolone and I’m a captain from Italian Air Force». Sono passati 25 anni (era la notte tra il 17 e 18 gennaio del 1991) e mette ancora i brividi rivedere quel video in cui l’allora navigatore dell’Aeronautica, nato all’Aquila il 22 settembre 1960, il volto tumefatto e l’aria frastornata, risponde alle domande dei soldati iracheni che lo tenevano prigioniero dopo essere stato abbattuto a bordo di un caccia Tornado assieme al pilota toscano Gianmarco Bellini. I due rimasero reclusi per 47 giorni prima di essere liberati.

«Da un lato ho il rammarico di non fare più parte, dopo 40 anni di servizio, dell’Aeronautica, cui ero legato da una vera passione, dall’altro mi restano brutti ricordi che vorrei dimenticare ma che, ovviamente, non andranno mai via», spiega dal Brasile, dove ha impostato una parte della sua nuova vita assieme al fratello Paolo, rispondendo su quali sensazioni siano ancora vivide ora che è passato un quarto di secolo. «Chi ho sentito per questa ricorrenza? Bellini, certo, e altri amici mi hanno chiamato - svela –.

Ma ci sono anche semplici cittadini, appassionati dell’Arma Azzurra, che non hanno dimenticato e mi hanno contattato tramite social: fa piacere essere ricordati e che la mia vicenda non sia vista sotto una luce negativa». Un video che il protagonista non ha rivisto per la ricorrenza: «A volte mi capita di trovarlo, scorrendo Internet, a volte me lo mandano, ma oggi guardarlo mi lascia distaccato». La sua Guerra del Golfo è cominciata «nell’estate del 1990, quando l’intervento diretto non era auspicato e anzi, si pensava che tutto sarebbe stato risolto con una pressione militare e politica, cosa che poi non avvenne. Passammo vari mesi negli Emirati Arabi - spiega - poi rientrammo in Italia per un periodo, ma mai pensando che si sarebbe arrivati al conflitto, che poi esplose nella sua devastazione».

L’ABBATTIMENTO Non è semplice riportare alla mente qualcosa che si vorrebbe cancellare, come l’abbattimento del suo cacciabombardiere da parte della contraerea di Saddam Hussein dopo aver proseguito una difficile missione in solitaria sganciando cinque bombe su Kuwait City. «Quando ho avuto più paura? Non durante le procedure per l’espulsione del seggiolini, lì si reagisce in modo professionale e quasi istintivo, com’è logico dopo un addestramento di anni, anzi, decenni, e non c’è tempo per pensare - racconta -. Dopo sì, subentrano sentimenti umani e si prova molta paura».

LA TORTURA
La cattura, le percosse, la tortura. «Dico solo che ho passato momenti bruttissimi, ma lo spirito di sopravvivenza ha vinto su tutto il resto: ci strumenti che fanno parte della natura umana e che in quei momenti escono fuori in modo incisivo, istintivo e naturale». Alla fine la liberazione, «ci avevano riunito con altri prigionieri e ci eravamo scambiati informazioni, quindi non fu una sorpresa, ma ricordo nitida una sensazione di sollievo incredibile. Tornando verso la Giordania - ricorda ancora Cocciolone - attraversammo tutto l’Iraq in auto e vidi la devastazione e la povertà di quel popolo: l’orgoglio per quanto stavamo avevamo fatto si mescolò con la tristezza di vedere la gente ridotta in quelle condizioni». La sorpresa, quella sì, fu la mancata decorazione al valore e la mancata presenza dello Stato, «ma l’Italia era in pace da molti anni e non era preparata, c’erano ancora in vigore leggi di epoca mussoliniana. Mi aumentarono lo stipendio in base a quelle, ma non ci fu assistenza psicologica o altro».

L’AFGHANISTAN
Un’altra epoca, dal 2005 l’Afghanistan come comandante della task force «Aquila». «L’Italia ha avuto un ruolo importantissimo, anche se molti lo definivano non incisivo: è stata ben accolta dalla popolazione e con risultati chiari dopo un’attività certosina che non prevedeva grandi impegni guerreschi». Per Cocciolone un’esperienza «forse ancora più toccante, mi sono sentito proiettato dentro un ambito economico e sociale che sembrava fosse di qualche millennio indietro: ripenso a bambini di 12 anni che pareva ne avessero 60 e che morivano per malattie ridicole per il mondo occidentale». E il comandante ha provato anche a suggerire la coltivazione di un prodotto della sua terra. «Nell’ambito di una fase di dialogo e proposte gli americani hanno puntato, molto giustamente, sulla riforma dell’economia della regione, passando a quella agricola: proposi allora colture come la nocciola e lo zafferano che, in quei territori, sarebbero state molto redditizie».

IL TERREMOTO
Poi il terremoto del 6 aprile 2009, «un colpo violentissimo vedere i luoghi della mia infanzia ridotti così. Ero a Roma, quella notte, ma ho sentito la scossa anche da lì. Sono un grande amante della mia città, nonostante i decenni passati in giro per il mondo, fu devastante. Purtroppo - confessa - temo che si avveri la mia profezia di vent’anni di ricostruzione. Tornare in futuro a impegnarmi per L’Aquila? Mi piacerebbe mettere a disposizione la mia esperienza, onestà e umiltà. Vedremo».

IL TERRORISMO
Cocciolone comprensibilmente rivela di essere «appassionato, e da molto tempo», della situazione politica internazionale tanto da aver fatto «molti studi in materia e già una decina di anni scrivevo che era finita la guerra fredda, ma era cominciata la guerra “calda”. Ho scritto anche tesi sul contesto geopolitico dell’epoca e oggi si è concretizzato quello che avevo previsto». Sui rischi del terrorismo, a partire dall’Isis, il comandante teme che «la situazione andrà a peggiorare. Le mie parole si fanno più vere ogni anno che passa».

STATI UNITI
Ma non vuole sentire parlare di chi siano i “cattivi” tra le superpotenze: «Non mi sembra il caso, posso dire che cosa, per me, è buono: ho girato il mondo per lavoro, ho vissuto il sistema democratico degli Stati Uniti e oggi credo che sia comunque uno dei migliori - sostiene -. È quello che garantisce un po’ tutti, anche a livello internazionale. A volte c’è stata critica per un approccio definito “imperialista” ma, avendoci lavorato, ho sempre visto un approccio invece logico, costruttivo, nel voler cercare di risolvere i problemi. Usa indeboliti? Il mondo cambia, il bilancio delle potenze sta cambiando, la Cina è cresciuta economicamente e militarmente, ma come modo di fare continuo a vedere positività nell’azione “soft power” statunitense».

Giornalisti francesi a caccia della verità su Ustica: «La strage fu un errore di Parigi?»

Il Messaggero



Stavolta è una tv d'Oltralpe a scavare nei misteri di Ustica e su quella che - in 35 anni di indagini italiane - è stata definita la «pista francese». In un documentario di poco meno di un'ora, la pay tv Canal Plus manderà in onda lunedì prossimo in seconda serata un'inchiesta dal titolo «Il disastro di Ustica: un errore francese?». È il giornalista Emmanuel Ostian a ricostruire passo dopo passo - a partire dalla testimonianza di familiari delle vittime degli 81 passeggeri periti a bordo del DC9 che si inabissò fra Ponza e Ustica mentre era in volo da Bologna a Palermo il 27 giugno 1980.



Le ipotesi. Ci sono le prime indagini, la pista dell'attentato dinamitardo commesso dai neofascisti dei Nar, poi smentita (Marco Affatigato, il presunto attentatore, su quell'aereo non si era mai imbarcato). Poi il ritrovamento del relitto - che le telecamere di Canal Plus mostrano da vicino - con gli oblò in gran parte intatti e la toilette, dove sarebbe stato sistemato l'ordigno esplosivo, ancora integre. Canal Plus scende invece in profondità dopo aver illustrato l'ipotesi più imbarazzante per Parigi, quella dell'abbattimento da parte di un missile militare lanciato da caccia francesi partiti dalla base militare di Solenzara, in Corsica, la più vicina al luogo dell'incidente.


 
Le bugie. Parigi per anni ha sempre affermato che la base era «chiusa a partire dalle 17» il giorno del disastro, cioè quattro ore prima che il DC9 precipitasse. Questa difesa si è poi rivelata falsa e gli autori del programma affondano il coltello nella piaga, intervistando ex militari dell'epoca che testimoniano come invece fino a tarda sera nella base militare ci fosse «un'intensa attività». Inesatto anche - conferma Canal Plus - sostenere come hanno fatto per lungo tempo le autorità di Parigi che «nessuna portaerei francese fosse in mare il giorno del dramma», visto che è stato poi appurato che la «Foch» era in rada in Corsica pochi giorni prima per un'esercitazione.

La verità di Cossiga.  Più volte, nel documentario, vengono riproposte le immagini di Francesco Cossiga, presidente del consiglio in carica al momento dei fatti, che nel 2007 affermò davanti alle telecamere che fu Parigi responsabile dell'abbattimento del DC9, ribadendo poi le sue dichiarazioni davanti agli inquirenti. Gli autori del programma, ricostruendo così il «terribile scenario» di aerei francesi che, volendo abbattere un Mig libico che seguiva da vicino il DC9, lanciano per errore un missile contro l'aereo di linea Itavia per «dare una lezione al nemico pubblico numero 1 dell'epoca, il colonnello Muammar Gheddafi».

No comment. Interrogandosi su chi potrebbe confermare o smentire un'informazione del genere, Canal Plus si rivolge all'interlocutore di massimo livello, Valery Giscard d'Estaing, che era allora presidente della Repubblica. Richiesto di un'intervista, l'ex presidente risponde di non essere disponibile e il messaggio di rifiuto viene inquadrato dalle telecamere della pay tv francese. Quindi è la volta di Hervè Morin, ex ministro della Difesa, centrista, in carica quando Cossiga accusava pubblicamente la Francia. Le telecamere e il giornalista di Canal Plus lo intercettano in Normandia, dove è stato appena eletto presidente della Regione. Gentilmente, ma in modo fermo, Morin respinge ogni richiesta affermando di «non sapere» di cosa si tratti quando il giornalista gli chiede dell'aereo italiano precipitato ad Ustica.

Mercoledì 20 Gennaio 2016, 19:22 - Ultimo aggiornamento: 19:31

Il corSarri nero

La Stampa
massimo gramellini

Il macho in tuta Sarri che dà del finocchio al collega Mancini - per eccesso di shampoo e ostentazione di cachemire in luogo pubblico, immagino - viene difeso dai bastian contrari e da chi pensa che i panni sporchi si lavino in famiglia, e se non si lavano è meglio perché la puzza fa l’uomo vero. Anche Mancini la pensava così un tempo, poi è andato ad allenare in Inghilterra e ha visto che un altro mondo è possibile. Invece molti di noi (a giorni alterni anch’io) sono convinti che lo stadio sia uno sfogatoio dove è legittimo ciò che altrove è vietato, un ruttodromo in cui il maschio italico libera gli istinti più turpi per poi tornare rigenerato alla vita civile.

Se sta sugli spalti deve potere tirare fumogeni, ricattare presidenti, insultare arbitri, minacciare di morte i propri giocatori e augurarsi quella degli avversari. Se invece sta in campo deve potere provocare, simulare, attingere agli stereotipi sul mestiere della sorella dei rivali e sulla loro scarsa virilità. Per tutti vale una sola regola: l’omertà. Chi come Gasperini fa i nomi degli ultrà violenti, o chi rende pubblica una frase omofoba come Mancini, è chiamato quasi a scusarsi per avere rotto il patto.

Questo è il calcio, da noi e per noi. Ma allora smettiamo di lamentarci per gli stadi vuoti e il clima di guerra incombente. Se vogliamo le famiglie e il pubblico del rugby, bisogna rassegnarsi a compiere uno scatto nella scala evolutiva. Non serve indossare il cachemire, signor Sarri. Basta smettere di considerare la buona educazione e l’autocontrollo una debolezza o, direbbe lei, roba da froci.

Il Kenya vuole spegnere Netflix: “Troppe immagini scioccanti ed erotiche”

La Stampa

bruno ruffilli, lorenzo simoncelli

Ma il servizio di streaming tv più popolare del mondo è disposto a venire a patti con le leggi e le regole di ogni Paese, a costo di restringere il catalogo. E punta ancora alla Cina, dove ancora non è disponibile



Due settimane fa, dal Consumer Electronic Show di Las Vegas, il Ceo di Netflix Reed Hastings ha annunciato che la più popolare tv on demand del pianeta diventa davvero planetaria. Un clic e 130 nuovi Paesi si sono aggiunti ai 70 circa di un attimo prima, portando il totale deli abbonati a 75 milioni. Ma non ovunque Netflix è ben accetta. In Kenya, ad esempio, l’Autorità garante per cinema e tv ha avvertito la società americana che alcuni contenuti sono incompatibili con la società e le tradizioni locali.

«Netflix propone immagini scioccanti ed esplicitamente erotiche che possono danneggiare i valori dei nostri bambini e minare la sicurezza nazionale» - ha comunicato il consiglio direttivo del Kenya Films and Classification Board.

Un affronto diretto nei confronti della società americana che sa di minaccia di boicottaggio in caso non si adegui ai costumi locali. Immediata la reazione dei kenioti sui social network. «Alcuni programmi sono talmente imbarazzanti che non si possono guardare con la famiglia» - afferma Omar Bashir. Di tutt’altro avviso la giovane Kendra Dee, «basta immaginarsi un mondo come lo vorrebbero i genitori». «Finora non abbiamo mai dovuto scontrarci con i Governi per questioni di censura», aveva spiegato a la Stampa Chitavan Pandya Patel, Director Content Acquisition Netflix.

«Ma se ci chiedono di adeguarci alle leggi locali ovviamente lo faremo». In Kenya, insomma, più che l’esistenza stessa di Netflix a essere in pericolo è la vastità del suo catalogo, che quest’anno conta tra l’altro 31 nuove serie tv prodotte in proprio, alcune anche realizzate in loco, ad esempio in Cambogia o in Corea. Che Hastings sia disposto ad acconsentire alle richieste dei vari Governi è evidente anche in un’altra mossa recente dell’azienda: impedire il più possibile l’uso di Vpn (virtual private network), accorgimenti software che ingannano i server e fanno credere che l’utente sia in un luogo diverso da quello dove effettivamente si trova.

Il sistema riconosce ugualmente le credenziali di accesso, e così in questo modo è possibile accedere ad esempio al catalogo americano o inglese da ogni parte del mondo, anche dove Netflix ufficialmente non è ancora arrivata (in Cina, ad esempio). Col blocco delle Vpn, Netflix può quindi garantire che in ogni Paese saranno rispettati leggi, norme e accordi di distribuzione locali: per questo Hastings può dire che per l’ingresso nella Repubblica Popolare bisogna solo «avere pazienza». 

Al momento Netflix prevede già al suo interno alcune sezioni dedicate alla visione di un pubblico non adulto. Tuttavia all’interno dello stesso Governo kenyota ci sono visioni discordanti. L’autorità delle comunicazioni ha infatti sottolineato come Netflix non sia un canale tradizionale diffuso attraverso la Tv digitale, bensì un servizio over the top (OTT) che raggiunge gli spettatori via internet e quindi debba avere regole differenti. Un tentativo di stemperare la polemica e non allontanare questo e altri eventuali investitori, dato che il Kenya è considerato un hub per l’IT in Africa.

«Impariamo molto da ogni lancio, in ogni Paese», osserva Chris Jaffe, Vice President Product Innovation Netflix «ma una cosa rimane costante: il nostro impegno per fornire a chi usa la piattaforma contenuti di qualità nel modo più semplice e conveniente possibile». È un circolo a suo modo virtuoso: per Netflix serve una connessione a internet ragionevolmente veloce, e questo porta a offerte più convenienti da parte degli operatori e a miglioramenti nella qualità della connessione internet. «Ma cala anche la pirateria – nota Jaffe - in Australia, ad esempio, è scesa del 50 per cento in soli sei mesi dal nostro debutto».

Intanto un milione dei circa 3,5 milioni di telespettatori stimati in Kenya da circa un anno, quando il Paese è passato dall’analogico al digitale è rimasto senza tv. Molti cittadini, infatti, hanno spiegato di non essere economicamente in grado di permettersi il cambiamento tecnologico.

Frocio! Finocchio! Uomo! Offese a bordo campo…

Nino Spirlì



Oggi si celebra la Grandezza di San Sebastiano, Patrono delle confraternite della Misericordia e degli Agenti, Comandanti, Ufficiali e Sottufficiali di Polizia Locale. Degli omosessuali (anche se santamadrechiesa fa finta di non sentire le preghiere dei “froci”, di cui, peraltro, è infarcita a tutti i livelli. Dai seminaristi ai papi).

E proprio in questa santa giornata “ricchiona”, prendiamo atto dell’ennesimo attacco razzista su base “finocchia”. Due Mister, due Allenatori, Sarri e Mancini, due Educatori, due Maestri di Vita litigano per uno stupidissimo pallone e uno di loro, Sarri, per offendere l’altro, Mancini, gli spara alle spalle due proiettili vigliacchi “Frocio! Finocchio!” Così, d’emblée! Con il preciso intento di deriderlo.
E se anche lo fosse, dico io? Dove sarebbe lo scandalo, il peccato, il reato, l’orrore?

Nino  e Mamma Concettina

Non è lontano il giorno in cui anche io sono stato offeso pubblicamente proprio per la mia omosessualità. (clicca qui) Come ebbi a dire, a scrivere, in quell’occasione, l’attacco non mi ha minimamente scosso. Anzi, ci ho anche sorriso sulla scempiaggine di chi lo aveva macchinato. Ma, essendo io persona conosciuta, ho ritenuto necessario denunciare, altrettanto pubblicamente, l’accaduto, proprio per dare un segno a chi, più debole, di queste offese, spesso, ne muore. Suicida.

Mi chiesi, allora, e mi chiedo, oggi, se avessi avuto il diritto di subire l’offesa in silenzio. E cosa avrebbe significato per il timido omosessuale fermo lì, in fondo alla piazza, vedere crocifiggere il temerario Nino Spirlì senza che lo stesso contrattaccasse con la sfrontatezza e il coraggio che tanto scoriandola ad ogni occasione. Dunque, lo feci. E ferii a mia volta. Giustamente.

Ieri come oggi. Dalla pubblica piazza, allo stadio. Ad ogni piè sospinto, c’è un cretino che scambia l’omosessualità per menomazione. Per handicap.  Sapendo che così non è, e, probabilmente, avendone paura. Forse, terrore della possibile propria. Ieri, una sconosciuta portavoce, oggi un illustre allenatore come Sarri, mister del (o della?) Napoli, che da del frocio a Mancini, allenatore dell’Inter.

E sì che di tradizione omosessuale nella Capitale del Sud ce n’è parecchia… E non solo omosessuale, fra l’altro, ma multisessuale e multiaffettiva. Che vogliamo dire, per esempio, dei femminielli? Sono celebrati per le vie di Napoli come Cristo all’altare. E, loro sì, che vanno ben oltre l’omosessualità!
“Orgoglioso di essere frocio, se lui è un uomo…” è, più o meno la risposta di Mancini al suo offensore.

Sarri ribatte “Cose che succedono in campo e che lì dovrebbero restare…”

Alla luce dei fatti, mi chiedo cosa significhi veramente essere Uomo. Per alcuni, probabilmente, significa “ficcarsi” dentro una donna e “governarla” a suon di schiaffi o gioielli riparatori. Per altri, invece, significa rendere gloria a Dio e ringraziarlo del dono della vita. Altri ancora, senza affetti per il trascendente, vivono rispettosi della Legge e delle regole naturali. E, poi, non ultimi, ci sono coloro che vivono alla “je m’en fous”….

Un ventaglio di varie umanità e disumanità…

Fra me e me, sempre più convinto che essere Uomo sia la cosa più difficile

Il codice penale sventolato come una banderuola

Nicola Porro



Sfidando il consenso di molti, vorrei sostenere la bontà di questa operazione. Ma sottolineare come il medesimo esecutivo rischi una gigantesca contraddizione.Il Consiglio dei ministri ha deciso di abrogare una serie di reati, trasformando la punizione da penale ad amministrativa.

Sfidando il consenso di molti, vorrei sostenere la bontà di questa operazione. Ma sottolineare come il medesimo esecutivo rischi una gigantesca contraddizione. Saranno abrogati, tra gli altri, reati come quello di atti osceni, guida senza patente, ingiuria, evasione delle ritenute previdenziali e violazioni delle regole da parte di coloro che sono già stati autorizzati a coltivare la cannabis. In materia penale-fiscale il governo aveva fatto altrettanto alcuni mesi fa. Introducendo soglie sulla non punibilità di certi reati tributari. Ci sono due buoni motivi per depenalizzare e affidare la sanzione a una multa.

Uno di tipo pratico. E cioè liberare i tribunali penali da una mole incredibile di procedimenti. L’obbligatorietà dell’azione penale (altro feticcio del nostro sistema) fa sì che non ci possa essere una discrezionalità formale tra un reato bagattellare e uno che non lo è. Con Vittorio Mathieu, che pure non è certo un rivoluzionario, credo che la pena debba restare «una sofferenza, un dispiacere arrecato a chi si vuole punire». Dunque rendere la «sofferenza» effettiva dà il tono della giustizia. Non basta renderla solo formalmente «penale». Andiamo sul pratico e prendiamo ad esempio un reato (quello di clandestinità) che pure il governo non ha depenalizzato.

Mi chiedo se sia più efficace, in termini di «sofferenza», aprire un procedimento penale che possa portare a un’ammenda o piuttosto prevedere una sanzione amministrativa che porti all’immediata espulsione? Probabilmente è difficile realizzare entrambi (visti i numeri dell’immigrazione), ma sul piano sostanziale è preferibile «esiliare» un clandestino che nazionalizzarlo in un nostro carcere (pena peraltro non prevista dal nostro ordinamento). C’è poi un secondo aspetto teorico.

Ampliare a dismisura il campo di applicazione del codice penale, immaginare l’allargamento del diritto dello Stato di privarci della libertà, esercitando il monopolio legale della violenza, è una materia che uno Stato liberale dovrebbe trattare con attenzione. O si spera che la pena alla fine non si sconti e dunque si punta sulla sua capacità deterrente o si è davvero convinti che il giudice penale si possa occupare anche delle controversie private. Un’idea alquanto socialista della nostra convivenza sociale.

Ma dicevamo, esiste anche una fatale contraddizione nel comportamento del governo Renzi, che vuole introdurre un nuovo reato. I dirigenti della pubblica amministrazione che non procedano al licenziamento del fannullone colto in fragrante, rischiano la galera. In questo caso, come in quelli appena depenalizzati, si persegue un ottimo fine. Il sospetto è che il codice penale sia diventato un bastone da agitare a seconda delle mode. E che la sua modifica sia fatta per rafforzare la direzione della politica contingente e non per prevenire o punire davvero comportamenti illegali. Una pena per tutti. A seconda dei sondaggi.

I cani ci leggono negli occhi per capire le nostre emozioni”

La Stampa



Occhi negli occhi: così i cani riescono a leggere le nostre emozioni. Lo fanno osservando attentamente tutto il nostro volto, e concentrandosi in particolare sugli occhi piuttosto che su naso e bocca. Dopo migliaia di anni trascorsi a fianco dell’uomo, hanno imparato a riconoscere le nostre espressioni facciali, diventando perfino più tolleranti agli sguardi minacciosi degli umani che a quelli dei loro simili. Lo dimostra una curiosa ricerca dell’Università di Helsinki pubblicata sulla rivista Plos One.

Protagonisti dello studio sono 31 cani di 13 razze diverse, che sono stati posti davanti ad uno schermo su cui venivano mostrati volti umani e musi di cani animati da emozioni positive, negative e neutre. Tracciando il movimento degli occhi degli spettatori a quattro zampe, i ricercatori hanno scoperto che i cani riconoscono le emozioni dalla faccia, proprio come noi umani: guardano in particolare la regione degli occhi, e la esaminano più a lungo rispetto alle aree di naso e bocca. 

Questo vale soprattutto quando si trovano davanti al volto di una persona: quando invece hanno a che fare con un loro simile che ostenta un atteggiamento minaccioso, indugiano più a lungo sulla bocca, probabilmente perché nella loro specie riveste un ruolo più importante nella comunicazione.

I risultati dell’esperimento mostrano poi che l’attenzione dei cani viene attirata in particolare dai volti e dai musi più minacciosi: a dettare questo comportamento potrebbe essere l’istinto di sopravvivenza, che li mette in guardia davanti a potenziali pericoli. La cosa curiosa è che la loro reazione cambia a seconda che si trovino davanti ad un essere a due o quattro zampe: se hanno a che fare con un loro simile, tendono a mantenere lo sguardo puntato, mentre se sono minacciati da un umano, tendono ad assumere un comportamento più remissivo.

«La domesticazione - spiega la ricercatrice Sanni Somppi - potrebbe aver indotto nei cani una maggiore sensibilità per riconoscere i segnali minacciosi degli umani e reagire con segnali evidenti di riappacificazione».

Chi è minacciato si difenda: legittimo sopraffare i criminali"

Gabriele Tansella - Mer, 20/01/2016 - 12:53

L'esperto: "Le regole che valgono per i cittadini onesti non valgono per i criminali". E spiega: "Decidere di ricorrere alla difesa armata presuppone l’assunzione di determinate responsabilità"



Ogni violazione della sfera privata genera fastidio e sconforto ma se parliamo di minaccia alla persona, l’unico caso in cui il nostro ordinamento giuridico legittima l’azione di difesa armata da parte del privato cittadino, le cose cambiano radicalmente e la condizione vissuta è lontanissima da tutto ciò che oggigiorno, nei Paesi civili, può definirsi normale.Si parla di brutalità, di terrore, di istinto di conservazione, di fisica sopraffazione, tutte cose che non fanno parte della vita quotidiana e che il nostro stile di vita, nella maggior parte dei casi, non ci prepara ad affrontare.

A qualcuno tuttavia capita di vivere tale esperienza e giudicare un tale evento senza gli strumenti culturali adeguati, cioè la conoscenza degli intimi meccanismi che ne “regolano” lo svolgimento, potrebbe rivelarsi pericolosamente fuorviante. Ne parliamo dunque con chi bene conosce la materia.

La nostra, anche alla luce degli strumenti statistici, può dirsi una società violenta?
"Chi vive un’esperienza violenta subisce qualcosa che è solo parzialmente rappresentabile per mezzo di ragionamenti e numeri. La società italiana però, nel complesso, non può dirsi violenta e gli studi dell’Istat sono, in tal senso, esplicativi: gli omicidi consumati, quelli tentati e i casi di lesioni personali denunciati all’autorità giudiziaria dalle Forze dell’Ordine rappresentano una minima parte del totale. Siamo un popolo assai poco propenso alla violenza."

Quali sono le cause che determinano tale condizione?
"Il nostro apparato statale garantisce la fornitura di servizi essenziali ed esistono, complessivamente, condizioni idonee alla prosperità degli individui onesti. La cultura cattolica ha poi un ruolo importante nell’incentivare a rifiutare la violenza per risolvere determinati problemi. Elementi quali la crisi economica ed i flussi migratori hanno però elevato la soglia di rischio. Si pensi al fatto che vi sono aree nel mondo in cui la violenza è una consuetudine alla quale gli abitanti sono avvezzi, sia in senso passivo che in senso attivo.

Mai avremmo potuto pensare di rimpiangere il buon vecchio “topo d’appartamento”, cioè il ladro vecchio stampo, all’origine del cliché franco – italiano che tanto ha illuminato la fantasia di autori e sceneggiatori. Un delinquente che grazie alle sue capacità era in grado di scassinare tutte le serrature, casseforti comprese. Quello che “curava” l’appartamento o la villa per giorni onde individuare il momento giusto per colpire. Già, il momento giusto! Quando in casa non c’era più nessuno perché i “signori” erano andati in vacanza e la servitù era stata congedata.

Parlare di “legittima difesa” comporta, prima, l’obbligo di riflettere sul fenomeno che la determina, quello della minaccia all’incolumità personale.
"Chi è minacciato deve sopravvivere e sopravvivere può voler significare sopraffare l’avversario ribaltando una situazione sfavorevole dovuta, per esempio, alla sorpresa. Si tratta di un evento di per sé altamente traumatizzante sia a livello emotivo che psico-fisico. Tali esperienze non si possono scordare per il resto della vita." 4) Quale spazio hanno le armi da fuoco nell’ambito degli eventi violenti? "Il maggior numero di delitti viene commesso con le lame e le cosiddette “armi improprie”, costituite da semplici oggetti capaci, se utilizzati in un determinato modo, di procurare lesioni."

Da parte governativa è stata, da qualche tempo, inaugurata una nuova stagione di "strette" sulla circolazione delle armi da fuoco in ambito civile, con il dichiarato obiettivo di prevenire fenomeni delittuosi. Viene però da pensare che gli interventi di natura normativa, limitando chi vive nella legalità, non abbiano alcun effetto sull’attività dei criminali.
"I criminali, per definizione, vivono ed agiscono al di fuori del c.d. “patto sociale”, perfettamente rispettato invece dai cittadini onesti. Le regole che valgono per questi ultimi non valgono per i primi e, tra soggetti tanto diversi, non esiste interscambio, nè formale nè sostanziale. I criminali sanno perfettamente come fare a procurarsi armi di ogni tipo, senza certo ricorrere al mercato regolare."

Un pensiero relativo agli “italiani che vanno al poligono".
"Giuseppe Garibali fu uno dei più convinti sostenitori dell’allestimento di strutture adeguate all’istruzione dei civili all’uso delle armi da fuoco ed il suo fine era, naturalmente, quello di preparare nuove generazioni di potenziali soldati. Un concetto non troppo dissimile da quello a cui si può ricondurre il 'Secondo Emendamento' della Costituzione statunitense. Negli anni, in Italia, il fascino del tiro sportivo ha attirato maggiore consenso da parte del pubblico ed attualmente la maggior parte degli italiani utilizza le armi a fini ludico-sportivi. I prodotti formativi sono di conseguenza adeguati a tale istanza."

Il possesso di un’arma da fuoco costituisce, per il cittadino, una garanzia di sicurezza?
"Decidere di ricorrere alla difesa armata presuppone l’assunzione, volontaria e matura, di determinate responsabilità: quella morale di accettare eventuali conseguenze della propria scelta e quella, concreta, di addestrarsi all’utilizzo della propria arma per utilizzarla in sicurezza, con efficacia, persino all’interno di un preciso contesto di regole al di fuori del quale si commettono abusi. Per tale motivo non basta possedere e saper vagamente maneggiare un’arma per essere sicuri. La difesa con arma da fuoco presuppone un addestramento specifico e non generico."

Come riconoscere il prodotto didattico di qualità?
"Se è vero che portare le armi da fuoco è una scelta di responsabilità, insegnare ad usarle è una responsabilità ben più grande. Chiunque si trovi a fronteggiare uno scontro a fuoco, ne deve conoscere le regole: scritte e non! I rischi, in questo caso, sono la sopravvivenza dell’operatore, della famiglia o persino vittime collaterali. La bravura di un istruttore si misura sulla sua capacità di condurre i propri allievi il più vicino possibile alla ragionevole certezza di sopravvivere nel corso di uno scontro a fuoco. Per essere credibili nell’insegnare a sopravvivere è necessario essere sopravvissuti: insegnare qualcosa che non si ha avuto modo di sperimentare può essere un business, ma non soddisfa certo le necessità di coloro che intendono addestrarsi ad affrontare un evento grave e serio come la minaccia all’incolumità fisica."

Cosa avviene veramente nella mente e nel corpo di una persona che deve difendere la propria sopravvivenza?
"L’alterazione psico-fisica di chi è costretto a difendersi con un’arma da fuoco è un fenomeno naturale i cui sintomi inficiano tanto le capacità sensoriali quanto la capacità di ragionamento e di scelta. Il c.d. “processo della paura” è una reazione che si scatena in ciascun individuo che si cimenta nella lotta per la sopravvivenza, a prescindere dal tipo di arma impiegata. Dal punto di vista sensoriale sono state documentate molteplici limitazioni: della vista, dell’udito e del tatto. Il battito cardiaco e la respirazione aumentano in maniera sproporzionata anche rimanendo immobili. Capacità (o competenze) innate come la coordinazione e la destrezza vengono compromesse. Di tutto questo si dovrebbe tenere conto quando si valuta il comportamento tenuto dai singoli attori di questi episodi. Nulla è facile. Niente è lineare."

Quanto esposto ci porta a riflettere su certi tecnicismi della normativa attuale, come per esempio quello riguardante la proporzionalità tra la minaccia e la difesa. Alla base ci sono riscontri di natura scientifica o pure dissertazioni teoriche?
"La formulazione dell'art. 52 CP risale pressoché inalterata all'entrata in vigore del codice penale... sono stati aggiunti due commi nel 2006 inneggiando alla difesa abitativa ma non sono assolutamente aderenti alla realtà operativa delle aggressioni e delle invasioni domestiche, specie se si riflette sulle diverse modalità di esecuzione dei delitti in relazione alla modifica delle qualità soggettive degli assalitori."