venerdì 15 gennaio 2016

Troppi guaiti, preso a fucilate Leo, il cane che aveva commosso Favignana

La Stampa


Due mesi fa era rimasto vicino alla bara del padrone durante i funerali. Salvato dai veterinari, ora il sindaco ha pagato l’operazione e chiede che qualcuno lo adotti

 

Si regge sulle zampe a fatica, non mangia, beve poco, guaisce. «Se la caverà, ma è molto depresso», dicono i veterinari che l’altro ieri lo hanno strappato alla morte con un intervento chirurgico durato oltre due ore. Tre proiettili aveva in corpo Leo, il cane che due mesi fa aveva partecipato al funerale del suo padrone - accovacciato accanto alla bara, ai piedi dell’altare - e lo aveva poi seguito fino al cimitero, a leccare la tomba e la fotografia.

«Povero Leo, povero Leo» dicevano qui a Favignana, la più grande delle Egadi, l’isola a forma di farfalla poggiata su un mare cristallino. Peccato che il povero Leo, sette anni, nero come la pece, piangesse e si disperasse da mattina a sera, straziato dalla solitudine e dell’assenza di quell’uomo con cui passava giorni e notti, a dormire nello stesso letto, sotto la stessa coperta, a mangiare insieme, a girare per i vicoli solitari nelle sere d’inverno. Solo l’uno, vedovo e senza amici, e solo l’altro.


Ma, morto l’uomo, Leo da domestico era diventato randagio, con il solo conforto di dormire nella stessa vecchia casa in cui le figlie del vecchio padrone gli consentivano di entrare. Solo, a piangere per le strade sterrate di Favignana, a cercare cibo, ad abbaiare alla luna, a farsi dare del cane rognoso per un’innocua forma di allergia che gli aveva fatto perdere un po’ di pelo. Finché qualcuno, più infastidito degli altri, ha imbracciato il fucile e gli ha sparato. Un proiettile è finito in un polmone, un altro vicino alla spina dorsale, il terzo non lontano dalla milza.

«L’ho trovato in piazza, accasciato, incapace di reggersi in piedi», racconta Cristina Mostacci, la volontaria dell’associazione Saie, Soccorso animali isole Egadi. Da lì è partita una corsa contro il tempo. «Lo abbiamo messo in una gabbia e accompagnato in aliscafo sulla terraferma, a Trapani, dove il veterinario si è accorto che aveva un proiettile vicino al cuore e il pericardio spaventosamente ingrossato. Ha estratto quasi mezzo litro di liquido, finché mercoledì abbiamo deciso di portarlo in una clinica specializzata», aggiunge la volontaria.

Leo, l’ultimo dei cani, è finito alla clinica Animal Care di Marsala, a zampe all’aria, sotto anestesia, mentre un’équipe di cinque medici guidati dal cardiochirurgo veterinario Ignazio Pumilia cercava di togliergli dal corpo quei tre proiettili. Gliene ha tolto uno, quello vicino alla milza, «che è stato consegnato alle forze dell’ordine per le indagini», assicura il sindaco dell’isola Giuseppe Pagato che ha sostenuto tutte le spese mediche e che su questa storia vuole andare a fondo. Adesso i volontari sono alla ricerca di qualcuno che possa tornare ad amarlo. Qualcuno che lo prenda con sé. «Meglio fuori dall’isola», dicono. Leo aspetta. E forse non spera. 

Wikipedia, 15 anni di enciclopedia online

La Stampa


Nata il 15 gennaio del 2001, oggi è uno dei siti più consultati e frequentati. Il fondatore Jimmy Wales a La Stampa: “Senza di noi milioni di persone non avrebbero accesso all’informazione. È soprattutto per loro che ci impegniamo”

 

«Negli ultimi anni ho girato il mondo per capire quanto fosse importante il nostro ruolo. Sono stato in scuole dove non esisteva nemmeno la biblioteca. Wikipedia è per molti bambini l’unico aiuto che possono permettersi per fare i compiti. Senza questo sito milioni di persone non avrebbero accesso all’informazione. È soprattutto per loro che ci impegniamo». Le parole di Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, descrivono bene lo spirito del sito, che proprio oggi compie 15 anni.

Alla soglia dei 50 anni, di Huntsville, Alabama, Wales si definisce un «ottimista patologico», tale da trasformare in realtà quella che sembrava un’utopia: rendere accessibile la conoscenza a tutti, in ogni parte del mondo e senza dover spendere un soldo. «Lanceremo anche un sito che ripercorrerà la nostra storia, a partire dal 15 gennaio 2001. Sarà un modo per ricordare come abbiamo cercato di abbattere i muri dell’ignoranza e a creare una grande comunità di difensori del sapere», racconta.

C’è qualcosa in questi 15 anni di vita di Wikipedia che è riuscito a sorprenderla?
«Quando abbiamo lanciato il sito sapevo che per centrare il mio obiettivo, Wikipedia non poteva essere disponibile solamente in inglese, perché larga parte della popolazione del mondo non conosce questa lingua. Per diventare globali dovevamo essere poliglotti».

Sembra che ce l’abbiate fatta, che ne dice?  
«Sì, ed è stato soltanto grazie alla forza della nostra community di utenti che scrivono e aggiornano le voci dell’enciclopedia. Siamo riusciti ad aggirare l’ostacolo più facilmente di quanto credessi. Oggi il sito è tradotto in 280 lingue diverse e ha 36 milioni di articoli, l’85 per cento dei quali non sono in inglese. Rispetto a tutti gli altri, andiamo controcorrente».

Lo stesso vale per l’idea di non ospitare pubblicità sul sito. Wikipedia resterà sempre così?
«È quello che vogliamo. Andremo avanti a chiedere donazioni ai nostri utenti per mantenere in vita il sito. All’inizio non sapevamo come sarebbe andata, ma ora possiamo dire che questo sistema ha avuto successo. Non c’è ragione per cambiare le cose. Siamo diversi da Facebook, Amazon o Google, anche se, beninteso, io non ho niente contro chi guadagna grazie alla pubblicità».

Ma come è nato davvero il sito?  
«Ero affascinato dal principio dell’open source. In informatica chi mette a punto un software può renderlo accessibile a tutti, gratuitamente, perché ognuno lo possa modificare. Volevo applicare la stessa logica agli altri ambiti della conoscenza».

Commenti di familiari o amici?  
«Oh non dicevano nulla. Non sapevano nemmeno a che cosa stessi lavorando. Eravamo un gruppo di geek».

E adesso, invece, a che cosa lavora?  
«Le tecnologie si evolvono in fretta. Per essere competitivi dovremo potenziare la versione mobile del sito. D’altra parte, oggi la maggior parte dei nuovi utenti della Rete accede a Internet dallo smartphone. Abbiamo una app che funziona molto bene, ma non possiamo permetterci di trascurare lo sviluppo del mobile».

È l’unica sfida da vincere?  
«Niente affatto. Continuiamo a dover tradurre Wikipedia in quante più lingue possibili. Nella versione in inglese, speriamo di accrescere ancora i membri della community e spingerli ad alzare il livello delle fonti da cui arrivano i contenuti. Su mille editor, di solito 999 sono affidabili e uno no. Ma si può ancora migliorare».

La gente continua a essere scettica, secondo lei, su ciò che c’è scritto nei vostri articoli?
«All’inizio sì. Ora le cose sono cambiate. Diciamo che noi forniamo informazioni di base che aiutano, chi vuole, ad approfondire. Di sicuro non si può scrivere un articolo scientifico partendo da Wikipedia».

È vero che anche lei scrive le voci?  
«Sì, a volte lo faccio. Sono uno degli 80mila editor che ogni mese aggiorna il sito. Ma oggi il mio ruolo all’interno di Wikimedia, la fondazione per la libertà del sapere di cui Wikipedia fa parte, è soprattutto quello di aggiornare le policy e andare in giro per il mondo a raccontare quel che facciamo».

Wikipedia lancia una petizione: «Lasciateci liberi di fotografare i monumenti»

La Stampa


Una riforma della normativa sul copyright europeo potrebbe limitare il diritto di panorama agli usi non commerciali: a rischio le immagini su Flickr, Instagram, ma anche quelle che illustrano le voci dell’enciclopedia online

 

In Europa la “libertà di panorama” è minacciata e Wikipedia si mobilita per difenderla. In molti paesi sono previste eccezioni al diritto d’autore che permettono a chiunque di fotografare o filmare edifici, monumenti e opere in luoghi pubblici e anche di pubblicare video e immagini senza violare il copyright.

Adesso questa libertà potrebbe essere revocata dal Parlamento europeo, chiamato a decidere sul tema nella seduta plenaria del 9 luglio. In questa occasione sarà in discussione il rapporto sulla riforma del copyright che inizialmente contemplava un’estensione della libertà di panorama, senza restrizioni, a ogni paese membro. Una misura fortemente sostenuta da Julia Reda, membro del Partito Pirata e relatrice del testo, favorevole, più in generale, ad un aggiornamento della normativa sul diritto d’autore, in linea con i mutamenti determinati dalla nascita di Internet e del web e dalla diffusione di foto e clip su social network e app.

Il 16 giugno, però, la Commissione giuridica del Parlamento europeo ha approvato un emendamento, proposto da Jean-Marie Cavada, che ha introdotto nel disegno di riforma una limitazione della libertà di panorama all’uso non commerciale. Un duro colpo per piattaforme come Instagram o Flickr, in cui gli utenti postano di continuo immagini riprese da spazi pubblici. Ma una brutta notizia anche per Wikipedia che denuncia il concreto rischio di dover cancellare decine di migliaia di immagini inserite negli articoli dell’enciclopedia online, suscettibili di diventare illegali se fosse confermato l’emendamento Cavada. Per scongiurare questa eventualità, la piattaforma collaborativa di Jimmy Wales chiama all’appello i suoi supporter sollecitandoli a promuovere petizioni, campagne di sensibilizzazione e a far pressione con ogni mezzo sui deputati del parlamento europeo.

05/07/2015

Proprietario muore durante il ricovero, il cane lo aspetta due mesi fuori dall’ospedale

La Stampa




Per due mesi è rimasto davanti all’ingresso dell’ospedale spagnolo nel quale, a novembre, era stato ricoverato il suo proprietario. Un’attesa vana perché l’uomo è tristemente morto durante un intervento chirurgico. Ma quel cane così fedele non è passato inosservato e la sua storia è stata raccontata dalla tv regionale Canal Sur. Hachiko, così è stato soprannominato in ricordo del celebre cane giapponese che aspettò nove anni il padrone in una stazione, a fine novembre aveva accompagnato il suo anziano proprietario all’ingresso dell’ospedale di Antequera, in Andalusia. E li lo ha aspettato.


Medici, infermieri, pazienti e visitatori si sono affezionati a lui e hanno iniziato a portargli acqua, cibo e una coperta per le notti più fredde. Per due mesi il cane non si è mosso, senza sapere che nel frattempo il suo padrone era morto.


Ora però è stato adottato dalla Società di Protezione degli Animali di Antequera, che gli ha trovato un posto in una casa di accoglienza per cani a Madrid. Aspetta di essere accolto in una nuova famiglia.

twitter@fulviocerutti 

Non usate il kebab come spuntino: è una bomba calorica

La Stampa
valentina arcovio

Il parere della nutrizionista: «Mille calorie in 3 etti di prodotto. In una porzione 62 grammi di grassi e ne servono 66 al giorno. Sale in eccesso rispetto a fabbisogno quotidiano»

 

Brutte notizie per gli amanti del doner kebab. Non basta infatti assicurarsi che contenga carne di qualità. Questi popolarissimi panini, che hanno praticamente invaso l’Europa e anche l’Italia, sono delle vere e proprie bombe caloriche. Tanto che il nostro organismo farebbe fatica a sopportarne anche uno al mese, specie se si è già in sovrappeso, diabetici o con una malattia cronica cardiovascolare.

ANALIZZATI 494 TIPI DI KEBAB  
A svelarci cosa si nasconde dentro questo tipico piatto mediorientale, oggi «occidentalizzato», è Carmen Campana, dietista nutrizionista romana. «Considerata la grande diffusione dei donar kebab negli ultimi anni, si è sentita l’esigenza di studiarne i valori nutrizionali», riferisce. «Uno degli studi più recenti e completi sull’argomento è quello condotto dai Local Authority Coordinators of Regulatory Services inglesi, che hanno analizzato 494 tipi di kebab». I risultati sono scioccanti: i doner kebab sono panini da infarto, letteralmente. 

MILLE CALORIE IN 300 GRAMMI DI PRODOTTO  
«Le chilocalorie contenute in una porzione di 300-400 grammi, più o meno corrispondente a un doner kebab, sono pari a 1000», spiega Campana. «In pratica, in un solo panino ci sono la metà delle chilocalorie massime indicate per un uomo e più del 50 per cento di quelle raccomandate alle donne».

GRASSI E SALE IN ECCESSO  
Come dire: basta un solo doner kebab per assumere buonissima parte delle calorie di cui il nostro organismo ha bisogno in un solo giorno. Ma sono i grassi totali e, in particolare, quelli saturi a preoccupare maggiormente. «In un doner kebab - sottolinea Campana - ci sono 62 grammi di grassi totali, mentre il fabbisogno giornaliero di lipidi totali 66 grammi. Per quanto riguarda i grassi saturi, cioè quelli animali responsabili di un aumento del rischio di sviluppare una serie di patologie cardiovascolari, un panino al kebab ne contiene 29 grammi, a fronte di una quantità giornaliera raccomandata di 20 grammi al massimo». Altrettanto sconcertante è il contenuto di sale. «In un doner kebab ci sono 6,6 grammi di sale, a fronte dei 5 grammi massimi al giorno raccomandati dall’Oms», spiega Campana. 

NON MANGIATENE PIÚ DI UNO AL MESE
Nonostante questo, gli amanti del kebab possono concedersi qualche piccola eccezione, purché seguano alcuni suggerimenti. «É chiaro che le persone in sovrappeso o affette da malattie cardiovascolari dovrebbero cercare di evitare di consumare i doner kebab», precisa subito la nutrizionista. «Ma una persona sana può cedere alla tentazione purché non sia non più di una volta al mese».

UTILIZZATELO IN SOSTITUZIONE DI UN PASTO
«Assolutamente vietato però considerarlo uno spuntino. Un doner kebab può sostituire un pasto. Meglio a cena, ma non subito prima - continua Campana - di andare a letto. A pranzo lo sconsiglio perché, sia che si studi o si lavori, digerire un doner kebab può abbassare i livelli di attenzione e concentrazione».

CONDITELO CON QUALCOSA DI LEGGERO E NON CON FRITTURE
Occhio, soprattutto, ai condimenti. «Quando ci si concede un doner kebab è meglio optare per un condimento a base di verdure ed evitare di aggiungere cibi fritti o salsine troppo grasse».
Un ultimo trucchetto suggerito da Campana è quello di osservare attentamente il momento del taglio della carne. «La parte meno grassa - spiega - si trova nella parte inferiore del cilindro. Quindi sarebbe meglio chiedere al negoziante di farcire il panino con la carne tagliata in quel punto».

IL KEBAB PRECOTTO DEI SUPERMERCATI: MEGLIO SE DI POLLO
A coloro che hanno l’abitudine di comprare il kebab precotto nei supermercati, Campana suggerisce una piccola accortezza: «leggete sempre l’etichetta per verificare la qualità della carne. Meglio optare per il kebab composto principalmente da carne bianca, come pollo e tacchino, anziché quella rossa, come il vitello o il maiale».

Il tramezzino compie 90 anni di golosità

La Stampa


Il sandwich all’italiana è nato al caffè Mulassano di Torino nel gennaio 1926. A battezzarlo Gabriele D’Annunzio

 

Ha novant’anni. Ma è fragrante e appetitoso come appena sfornato. Un triangolo isoscele di soffice pancarré farcito con ogni ben di Dio, nato nel retrobottega del caffè Mulassano di Torino, nel gennaio 1926. A battezzarlo così fu un poeta, Gabriele D’Annunzio, che osservando la forma di pane a cassetta da cui si ricavava il sandwich imbottito pensò alla «tramezze» della sua casa di campagna.

Sopra la meravigliosa vetrinetta in cristallo da cui occhieggiano ancor oggi i tramezzini più gourmand d’Italia (più di 40 gusti: richiestissimi quelli all’aragosta, al lardo caldo e alla lingua in salsa verde) una targa in bronzo ricorda a tutti che quel caffè storico è stato il grembo dove quasi un secolo fa nacque il simbolo per eccellenza del pranzo veloce fuori casa: «In questo locale nel 1926 la signora Angela De Michelis Nebiolo inventò il tramezzino». Quasi a sgombrare il campo dagli equivoci, e spiegare al mondo, in modo sabaudo e a dire il vero quasi invisibile, che il primato della nuvola di pane farcita di golosità è tutto torinese.

LA STORIA
Una delle grandi invenzioni del secolo da mettere sotto i denti si deve all’intuizione degli allora proprietari Angela e Onorino Nebiolo che dopo essere emigrati in America per cercare lavoro e sbarcare il lunario dopo qualche anno tornarono a Torino, la loro città natale, con l’intenzione di comprarsi un locale. Proprio in quei mesi la famiglia Mulassano mise in vendita lo storico locale di piazza Castello, cuore del cuore della città, al prezzo d’occasione di 300 mila lire. Con l’obiettivo di rilanciare il locale, i coniugi misero a frutto l’esperienza gastronomica maturata Oltreoceano.

Dagli States la Nebiolo family era tornata mettendo in valigia un avveniristico tostapane e quindi furono i primi a proporre in Europa quel panino caldo e croccante imbottito di prosciutto e formaggio. Non paghi di questa novità ebbero l’idea che fu la svolta: quel pane soffice e impalpabile da cui si ricavavano i toast era perfetto anche freddo e farcito con salse, carni, salumi, e pesce. Così nacque il primo sandwich che, come riportarono le cronache locali, era farcito con burro e acciuga.

Un tramezzino molto torinese che ancor oggi si può gustare da Mulassano insieme con decine di altre sfiziose alternative: dal cocktail di scampi, alla coda di aragosta, dal vitel tonné all’insalata di pollo, dai peperoni con alici, all’arrosto al Barolo. Insomma un autentico menu ricco di tantissime portate del territorio, che sostituisce il piatto in ceramica con due cuscinetti di mollica. Già perché una delle grandi intuizioni di madama Nebiolo fu proprio questa: tagliare via con precisione da scienziata la crosticina da ogni fetta di pancarré, così da garantire a ogni morso una leggerezza unica affidando il pane il ruolo di base neutra capace di esaltare il piatto forte, cioè la farcitura.

I PRIMI APERITIVI
I tramezzini all’inizio vennero serviti come rompi-digiuno insieme con l’aperitivo, ma in capo a pochi mesi, il successo fu tale che i titolari di Mulassano decisero di proporli a mezzogiorno come pranzo veloce per i tanti impiegati e sartine che lavoravano nella vicina via Roma e via Po. Tutti li chiamavano paninetti. Sino al giorno di piena estate in cui si sedette ai tavolini in giunco del caffè un signore che ordinò un vermouth senza smettere mai di prendere appunti. Insieme con l’aperitivo arrivò un’alzatina d’argento traboccante di morbidi sandwich farciti. Il cliente li divorò e quando fu il momento di ordinarne altri li battezzò alla sua maniera: «Ci sarebbe un altro di quei golosi tramezzini?». Una definizione poetica che rimase nella storia, anche perché a inventarsela non fu un cliente qualunque, ma l’autore della Pioggia nel pineto


Proposta di legge alla Camera «Illegali i gadget del Duce»

Corriere della sera
Di Claudio Del Frate

L’ha presentata Emanuele Fiano (Pd) che chiede di includere nel codice penale le norme della legge Scelba. E la «paccottiglia» arriva anche sugli scaffali della Coop

 

 Il capoccione di Mussolini in versione press papier; il calendario con le riproduzioni delle foto del Ventennio; le magliette che riportano gli slogan fascisti. Tutta la paccottiglia e i gadget nostalgici che da anni inondano mercatini delle pulci e ritrovi per collezionisti di ogni provincia d’Italia potrebbero finire fuori legge: è questo il senso di una proposta di legge depositata alla Camera dal deputato del Pd Emanuele Fiano e che vuole equiparare il commercio di quegli oggetti di poco prezzo all’apologia del fascismo tout court. Una proposta al momento ancora lontana dal suo compimento ma che non mancherà di suscitare le consuete discussioni sull’atteggiamento da tenere sulla pagina storica dell’Italia tra le due guerre

Bric-a-brac dilagante
La proposta di Fiano non punta a dichiarare direttamente reato il commercio dei gadget mussoliniani ma arriva all’obiettivo in maniera indiretta. Il parlamentare chiede infatti che la legge Scelba varata nel Dopoguerra e che punisce l’apologia del fascismo diventi a pieno titolo una norma del codice penale italiano. Sembra un passaggio da appassionati del diritto, da cultori della materia e invece il passaggio avrebbe degli effetti pratici immediati, rendendo chiaramente sanzionabili una serie di fatti e comportamenti. Ad esempio il saluto romano, che una sentenza della cassazione ha considerato reato ma un’altra ha ritenuto non punibile. E appunto il commercio del bric-a-brac del Ventennio divenuto dilagante. tanto per citare un caso estremo: bottiglie di vino con la silhouette del Duce sull’etichetta erano approdate anche sugli scaffali di un supermercato Coop di Reggio Emilia.
«La situazione dell’Europa preoccupa»
Ma, viene da domandarsi: davvero dobbiamo avere paura di questo armentario da quattro soldi? Davvero devono farci paura le immagini d’antan e certe pose che a molti appaiono più grottesche che marziali. La risposta arriva direttamente da Emanuele Fiano, che così spiega la sua iniziativa: «Se guardiamo a quel che sta avvenendo in molte parti d’Europa, dove stanno riprendendo spazio molti movimenti xenofobi, dico che certi atteggiamenti non possono essere assolutamente sottovalutati. Si tratta di simboli? Certo, ma anche i simboli rivestono il loro ruolo. Se riteniamo non più punibili i simboli allora anche ciò che essi rappresentano rischia di non essere più percepito come un problema». 

15 gennaio 2016 (modifica il 15 gennaio 2016 | 09:37)

L’ex garzone che inventò Euronics «Tutto iniziò con una lampadina»

Corriere della sera
di Stefano Landi

Ilario galimberti festeggia i 90 anni. «Sono partito senza soldi ed ho realizzato un sogno. Il segreto? Non fermarsi mai»

 

 Fa i gradini anche sulla scala mobile. Alle otto di ogni mattina sale sul trono della sua scrivania. Sempre quella, nell’ open space tra i suoi dipendenti. Giovedì 14 gennaio, davanti a loro, Ilario Galimberti dovrà soffiare 90 candeline. Un’impresa di famiglia. Nel senso degli obiettivi raggiunti, in un’epoca in cui i negozi aprono e chiudono senza lasciare traccia. La Galimberti Spa oggi è nella galassia Euronics, lanciata insieme ad altri soci: il primo gruppo d’acquisto per elettrodomestici a livello nazionale.

Una storia (di successo) tutta italiana. Ilario Galimberti è un lavoratore puro. «Ho iniziato che avevo 11 anni. Da garzone, per mio zio, in un colorificio», ricorda. Lì si innamorò di Luigia, la ragazza diventata sua moglie. Fu con la sua liquidazione che comprarono la prima automobile: «Andammo in motoretta a ritirare quei soldi: mentre viaggiavamo all’improvviso si aprì la borsa e dovemmo recuperare le banconote per strada». L’avventura imprenditoriale andò più liscia.

Iniziò in 12 metri quadri di una bottega a Barlassina, cuore della Brianza. Era il ‘54: incastrati in un tetris naturale stufe a legna, qualche cucina, lampadari. «Il prestinaio del paese mi prestò lo spazio. A pochi metri da lì, nel ‘68 inaugurammo il primo punto vendita di elettrodomestici di 500 metri quadri». Galimberti è uno di quelli che quando parla prende sotto braccio l’interlocutore. Che ricorda le notti nei boschi da partigiano come tutte le persone che lavorando con lui gli hanno voluto bene. 

«Perché è un uomo corretto, di grande etica e carisma», suggerisce la figlia Mara. I tre figli sono tutti in azienda con lui. Ci sono anche Aldo e Paolo, il più assenteista dei tre, essendo senatore di Forza Italia a Roma. Pochi nemici e quasi sempre per scherzo. «Litigavo solo col prete della chiesa, eravamo un po’ come Don Camillo e Peppone». Primo di quattro fratelli, una passione per l’elettronica. La cosa che gli pesa maggiormente è non poter più guidare. Da due anni ha un autista: un concetto troppo comodo per il suo bisogno di autonomia. 

Nella passeggiata quotidiana tra i reparti del negozio Euronics di Limbiate chiunque lo saluta. Molti dei dipendenti sono cresciuti qui dentro. «Entrati commessi sono diventati quadri». Un uomo pratico: nel 1970 s’inventò i frigoriferi da incasso aprendo le porte a un nuovo mercato. Cavaliere del Lavoro dal 2006, interista («Ormai durante le partite purtroppo mi addormento»), una passione per la bicicletta ma soprattutto per i funghi. Va ancora con i nipoti e stenta a confessare gli indirizzi segreti. «Solo porcini, nei boschi della Brianza. Da ragazzo rubavo la pila a mio zio». Il sciur Ilario vive ancora nella sua Barlassina. 

La giornata è scandita dagli orari del negozio. Solo la domenica l’hanno convinto a prendersi un giorno di riposo. Lavoratori si nasce, più difficilmente si diventa. «Vedo negli occhi dei giovani poca voglia, un tempo si lavorava come bestie. Ci si dava una mano». Lo dice con la tenerezza di un nonno (come lo chiamano anche fuori dalla famiglia) che vuole motivare i ragazzi a un futuro migliore. «Io nella vita ne ho fatte di tutti i colori: ho fatto i sacrifici veri. Non avevo soldi e solo una licenza di quinta elementare, ma sono riuscito a fare tutto». Davanti alla sua scrivania passa il nipote Christian, anche lui in azienda: «Ricordati, mai fermarsi». E lo dice senza trattenere il dialetto milanese. Il modo migliore per trasmettergli un ponte col passato. 

14 gennaio 2016 | 12:59

Il commerciante che non chiude mai: “I miei miti? Mister Virgin e Farinetti”

La Stampa


Lecco, una giornata con Paolo Castelli nel suo negozio di alimentari. Dal 1° gennaio 2010 ha servito i clienti tutti i giorni: mi piace il mio lavoro

 
 Paolo Castelli, 40 anni, fra gli scaffali del negozio di Mandello «Fratelli Castelli», aperto nel ’65 da suo nonno. Ieri, il suo negozio era aperto per il 2.205esimo giorno consecutivo

Due miladuecentocinque giorni di apertura consecutiva dal primo gennaio del 2010. Cioè sei anni di fila di cui uno bisestile, più i primi 14 giorni del 2016. Compresi Natale, Capodanno, Ferragosto, Feste civili e religiose e ovviamente le domeniche. E il record potrebbe continuare da qui all’eternità se la serranda non restasse abbassata lunedì e martedì prossimi: «Ma dobbiamo assolutamente rifare i banchi refrigerati».
 
Benvenuti nel negozio di alimentari forse più aperto del mondo, certamente d’Italia. Siamo a Mandello del Lario, 10 mila abitanti stretti fra la Grigna settentrionale e il ramo di Lecco del lago di Como, estremo Nord, Lombardia profonda dove «lavurà» è ancora una religione e magari anche un piacere. Infatti il negozio «Fratelli Castelli», che è poi un normalissimo minimarket nemmeno fighetto, non chiude mai, aperto tutti i santi giorni e anche i santissimi. E, a banconi rifatti, anche di più, visto che l’orario verrà allungato dalle 6 e 30 alle 21. Roba da Guinness, o da infarto.

Il recordman della vendita al dettaglio, lo Stakanov del Lario, il bottegaio in moto perpetuo si chiama Paolo Castelli, 40 anni, terza generazione di commercianti visto che l’esercizio fu aperto dal nonno nel 1965. Però è grazie a lui che non è mai chiuso. Non è un problema di concorrenza. Il negozietto del pakistano sotto casa, sempre aperto perché a ogni momento dietro il banco c’è un parente diverso, esiste a Londra o a New York e magari inizia a vedersi a Milano, qui no di certo. E gli ipermercati ci sono, ma non troppo vicini.

No: semplicemente, a Castelli piace fare quello che fa. Parlando del suo business, s’infervora. Alla parola «negozio», il tono si fa reverente e gli brillano gli occhi, come a uno dell’Ncd che dice «poltrona». Il cliente è Dio e Castelli è il suo profeta. Del resto, non ha moglie, dopo una delusione confessa di non credere più tanto nell’amore, e come unico interesse extra lavorativo indica solo le gite in alta montagna.

È un missionario della vendita. Ma per niente dogmatico, anzi decisamente estroso. Una ne fa e cento ne pensa. I giornali locali lo chiamano «il solito Paolo Castelli» e lui esibisce una rassegna stampa degna di una star. Iniziò nel 2001 con quella che è passata alla storia commerciale del Lario come «la battaglia del mezz’etto» di prosciutto, perché si rifiutò di venderne questa modica quantità a una signora. Lei chiamò vigili, lui replicò annunciando una maggiorazione di mille lire per chiunque non ordinasse almeno cento grammi.

Poi ci fu la guerra del pane. Castelli ha deciso che i suoi clienti devono avere il pane fresco tutti i giorni, anche a Natale e a Ferragosto. Si è messo d’accodo con un fornaio di Esine della sua stessa pasta («Si chiama Pietro Pensa, per favore lo scriva», e come no, è un altro eroe) che glielo sforna sempre. Ma nel 2011, per uno scherzo del calendario, il 25 Aprile seguì subito Pasqua e Pasquetta. Per un’assurdità della legge, che vieta la vendita del pane nei festivi se panificato negli stessi giorni, Castelli fu pesantemente multato. Replica trionfale: al festivo seguente, il Primo Maggio, regalò a chiunque si presentasse delle fragranti michette, «perché la legge vieta di vendere, non di regalare».

L’uomo è la dimostrazione che non occorre aver studiato marketing alla Bocconi per saperlo fare. A un certo punto, seccato perché lo yogurt gli veniva consegnato in ritardo, decise di produrlo in proprio e mise su un laboratorio «certificato Cee». E per promuoverlo? Un poster di un metro per uno e 40 con lui nudo nato dalla cintola in su, tipo Salvini sulla copertina di «Oggi», con un barattolone del suo yogurt e lo slogan: «Nulla da nascondere». Trionfo al banco dei latticini.

Insomma, Castelli è o un matto un genio. Si propende per la seconda ipotesi. In effetti, i risultati gli danno ragione. Adesso il negozio di Mandello è stato raddoppiato da uno a Perledo, «che va anche meglio», più il laboratorio. Con lui, lavorano una decina di dipendenti, che ovviamente si strafanno di straordinari e sono ben contenti così. Resta il problema dello Stato italiano, il nemico pubblico numero uno di chi vuole darsi da fare: «Mettono sempre più vincoli per chi vuole lavorare e poi si lamentano perché manca il lavoro».

Lui, comunque, non è un nostalgico. Punta sull’innovazione («Con il nuovo software il lavoro d’ufficio sarà molto più veloce») ed è favorevole ai pagamenti con carta. Già adesso, chi usa il bancomat nei suoi negozi riceve uno sconto dell’uno per cento, e la differenza va agli alpini del 118. A proposito, Castelli, buttiamola in politica: le prime tre cose che farebbe da ministro dello Sviluppo economico? «Primo: scontrini telematici, direttamente dalla macchina all’Agenzia delle entrate». Stop.

Non dirà che paga troppe tasse? «No, perché le tasse le paga chi guadagna». Bene, continuiamo. «Secondo: sui banconi, tutto più protetto, con regole più stringenti sull’igiene. Terzo: obbligatoria la macchinetta per pagare con le carte. Lo so, è già così, ma senza sanzioni per chi non l’ha». Renzi le piace? «Sì. Mi sembra un giovane in gamba. Poi vedremo se riuscirà davvero a concludere qualcosa. Però i suoi critici mi sembrano quelli bravissimi a indovinare i numeri dell’Enalotto il giorno dopo».

Insomma, altro che il negoziante passatista che piange sui tempi sì belli e perduti della piccola distribuzione. Proclama lui: «Il mio modello è Richard Branson, il fondatore della Virgin», nientemeno. «E’ un innovatore. In subordine, Oscar Farinetti, l’inventore di Eataly. Che fatica, però, lavorare sempre. L’ultima vacanza? «A febbraio del ’14, una settimana in crociera nel Mediterraneo perché stavo proprio schiattando». Strano, per un appassionato di montagna... «Però in mezzo al mare ero sicuro al cento per cento che il cellulare non prendesse...».

Il governo dà la patente per guidare senza patente

Pierluigi Bonora



Guidare senza patente non sarà più reato. Nel cosiddetto decreto sulle depenalizzazioni che il governo dovrebbe approvare venerdì 15 gennaio a tenere banco è questa novità. Lo schema di decreto legislativo preparato dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, prevede di trasformare il reato in sanzione amministrativa solo per i casi in cui non ci sia recidiva. In pratica chi sarà scoperto a guidare senza patente per la prima volta eviterà sì il processo penale (che spesso finisce con la prescrizione), ma dovrà pagare una sanzione salatissima: da 5mila a 30mila euro.

La seconda volta senza patente, nell’arco del biennio, c’è anche l’arresto fino a un anno e il calcolo della recidiva. La guida senza patente in caso di incidente mortale, puntualizza la relatrice Alessia Morani (Pd), sarebbe però una aggravante dell’omicidio stradale, la cui agognata approvazione è prevista a fine mese (ergastolo della patente, da 15 a 30 anni di sospensione, in caso di incidente mortale).

Il mio parere sul tema patente? Contrario al 100%, anche se il provvedimento messo a punto prevede l’arresto se si viene beccati la seconda volta. A questo punto, oltre ad andare in giro senza la copertura assicurativa Rc, lo si farà anche privi di patente contando sulla fortuna, cioè di non incappare in un controllo. E se ci scappa il casino perché al volante c’è un idiota? Un idiota che non sa nulla di segnaletica e quant’altro? Rimango basito. Il governo pensa forse di fare cassa sulla pelle degli altri?

Hitler e la Braun non sono morti: sono scappati in Argentina"

La dittatura gay

Francesco MariaDel Vigo



La violenza con la quale la propaganda gay cerca di abbattere chiunque manifesti dubbi verso le pretese omosex rischia di danneggiare anche le richieste che sono giuste (come, a mio avviso, le unioni civili). La lista di proscrizione dei parlamentari del Pd contrari alla stepchild adoption pubblicata su gay.it è un esempio cristallino dello squadrismo degli estremisti gay. Ormai chiunque si opponga – a ragione o a torto – ad assecondare tutte le richieste della comunità gay, o solamente ne voglia discutere, finisce sulla graticola. Additato. Messo all’indice. Come succedeva nei tempi bui proprio con gli omosessuali. Un contrappasso che sa di vendetta.

Una vendetta sciocca che colpisce tutti, indiscriminatamente, anche chi cerca semplicemente di argomentare su una questione così complessa e sensibile. Invece no, gli integralisti dei diritti Lgbt, e tutte le altre diavolo di lettere che volete aggiungere a questa sigla,  non vogliono discutere. Vogliono solamente aver ragione. Chi non gliela accorda incondizionatamente è un clerico fascista, oscurantista e ovviamente omofobo. Una posizione talmente ottusa – e antidemocratica – che finisce per danneggiare tutta la comunità omosessuale. Perché in realtà si tratta di una minoranza di talebani che si credono maggioranza e giocano a fare i totalitari, coprendo di contumelie chiunque osi mettersi di traverso.

Colonia, verità sconvolgente: fu Taharrush, il “gioco” arabo dello stupro

Marcello Foa

 

Provate a immaginare una donna che cammina per strada e che ha solo una colpa: veste all’occidentale e non è accompagnata da un uomo appartenente alla sua famiglia. Improvvisamente viene circondata da un gruppo di uomini, dieci, venti talvolta di più. Alcuni la circondano, altri fanno da palo e sviano i curiosi.

Dal gruppo si staccano tre o quattro che iniziano a toccare i seni della poveretta, le toccano il sedere, se ha la sventura di portare la gonna, gliela alzano, le strappano le mutande e le infilano le mani nelle parti intime tra risa e scherni. In internet gira il video di una donna filmata durante questa pratica: se ve la sentite  ascoltate il suo urlo. E’ agghiacciante. Le più fortunate vengono lasciate andare, le altre vengono violentate dal branco.

La pratica si chiama Taharrush ed è segnalata nei Paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita, ma anche in Tunisia, in Egitto, in Marocco, soprattutto al termine del Ramadan ma in genere in occasione di grandi assembramenti. Perché la folla è ricercata dagli uomini che praticano le molestie  di gruppo, la folla aiuta, nasconde, relativizza, la folla aiuta a punire le donne non velate. Come quelle che festeggiavano l’avvento del nuovo anno a Colonia e nelle altre città tedesche la notte di Capodanno. La Bild l’altro giorno ha pubblicato i verbali delle donne che sono state aggredite. E’ un resoconto dell’orrore.

A tutte hanno cercato di infilare dita nelle parti più intime. A tutte sono stati palpati seni e sedere. Tutte sono state circondate, umiliate, derubate. Alcune sono state violentate. Ricorda qualcosa? Sì lo avete capito. Nelle piazze tedesche è stato praticato il Taharrush, il “gioco” dello stupro e non è una supposizione giornalistica ma la conclusione a cui è giunta la Polizia federale tedesca, che ora è molto preoccupata perché teme il ripetersi di questi episodi. Dovremmo esserlo anche noi, ma scommetto che pochi di voi, cari lettori, avrete letto grandi titoli al riguardo.

Come è avvenuto sin dall’inizio di questa drammatica vicenda, nei grandi media prevalgono l’imbarazzo, il silenzio, la compiacenza del politicamente corretto, dunque il desiderio ricorrente di non offendere il “diverso”. Nemmeno se è un criminale. E qui occorre puntualizzare. Nessuno pensa che tutti gli islamici pratichino il Taharrush. Al contrario: nel Maghreb le autorità arabe e la maggior parte degli Imam condannano e perseguono il comportamento disumano compiuto da piccole minoranze. Dunque non si tratta di criminalizzare l’Islam, né tutti gli immigrati, bensì di capire, segnando il confine tra l’accoglienza e l’abuso, tra l’integrazione e l’arroganza.

La Svizzera insegna che un percorso di integrazione armonioso e ancorato al territorio permette di accogliere felicemente persone di diverse etnie, culture e religioni. Oggi nella Confederazione elvetica vivono profughi kosovari, iracheni, etiopi, afghani, arabi senza gravi problemi e i loro figli si sentono ticinesi, vodesi o zurighesi. Un percorso di straordinario successo, perché graduale e controllato. Quando invece si permette a centinaia di migliaia di persone di arrivare simultaneamente in un Paese, seppur grande e federalista come la Germania, senza preparazione, senza un adeguato percorso, il risultato è antitetico rispetto alle lodevoli intenzioni.

Non si fa del Bene, si promuove il Male. Si incoraggia una massa enorme di giovani non ad adeguarsi ai costumi e alla cultura del Paese, ma a imporre la propria visione degenerata del mondo. E la vista, il contatto con donne occidentali diventa per molti di loro irresistibile. Possiamo accettarlo? La risposta dovrebbe essere scontata, ma di questi tempi non lo è; a molti apparirà come un atto di coraggio o come un inaccettabile affronto al politicamente corretto. E allora diciamolo forte. La risposta è no, e non per istigare all’odio religioso ma per difendere la nostra civiltà e i nostri valori. Perché se si tace passa il messaggio sbagliato ovvero che in questa Europa tutto è possibile.

Anche stuprare una donna nel corso di una notte di festa. Una donna impura, una donna occidentale.

Germanistan: l’islamizzazione nel cuore dell’Europa

Giampaolo Rossi

 

QUESTA NON È LA MIA VITA

Questo video, girato nel centro di Hannover nell’Ottobre scorso, mostra un corteo (pacifico!) di centinaia di mussulmani con bandiere nere e donne velate camminare sotto il ritmo ossessivo della voce di un Imam. Ascoltate i commenti fuori campo delle due donne tedesche che riprendono la scena:

“Pensavo di essere l’unica a preoccuparmi di questo”.
“No, perché nessuno di noi vuole tutto ciò. Abbiamo paura”.
“Come sarà tra 100 anni?”.
“Questa non è la mia vita. Ora ne arriveranno un altro milione e mezzo”.
“Ormai quando cammino per strada vedo solo stranieri, ce ne sono cinquanta per ogni faccia europea”.
“Guarda le donne! Sono tutte velate”, “Questo è il nostro futuro”.

Il video racconta meglio di mille parole il lento sopraggiungere di Germanistan e la  paura che alberga nel cuore dei tedeschi. Ciò che è successo a Colonia pochi mesi dopo è solo la punta di un iceberg della islamizzazione a cui è soggetta la Germania (come molti altri paesi europei).

L’ALLARME DEGLI 007
Due mesi fa, il BND, il servizio d’intelligence tedesco, ha lanciato un grido di allarme: la Germania si sta islamizzando con gravissimi rischi per la sicurezza nazionale e per la tenuta dei valori della Costituzione. In un documento riservato, ma reso pubblico in alcune sue parti da Die Welt, gli esperti tedeschi hanno spiegato che “l’elevato afflusso di persone provenienti dai paesi islamici, porterà ad instabilità nel Paese” e che con la politica di accoglienza indiscriminata, la Germania “sta importando estremismo islamico, antisemitismo arabo, conflitti nazionali ed etnici di altri popoli, come pure una diversa concezione della società e del diritto”. Il rapporto rivela anche che le autorità e i servizi d’intelligence non sono in grado “di affrontare questi problemi di sicurezza importati e le conseguenti reazioni da parte della popolazione tedesca”.

Quindi il livello di rischio è doppio: da una parte l’islamizzazione della Germania che metterà in crisi lo Stato di diritto e la democrazia, dall’altra la radicalizzazione della società tradizionale tedesca che tenderà a non accettare gli effetti devastanti di questa migrazione “imposta dall’élite politica”.Il documento è una vero atto d’accusa alla politica irresposnabile della Merkel. Non è la prima volta che l’intelligence di un paese europeo denuncia, inascoltata, il rischio dell’immigrazione aperta ed islamica per la tenuta della società e per l’insorgere del terrorismo; ne abbiamo parlato qui nel caso del Belgio.

TU CHIAMALA SE VUOI: INVASIONE
Secondo un documento riservato, ma pubblicato dal quotidiano Bild, i profughi giunti in Germania nel 2015 sono molti di più del milione previsto: arriverebbero a 1,5 milioni (quasi il 2% dell’intera popolazione tedesca) e, con la politica dei ricongiungimenti familiari, il numero potrebbe raggiungere in breve la cifra di 6-7 milioni.

SPACCIO, FURTI E STUPRI
Søren Kern, analista e studioso del Gatestone Institute, pubblica periodicamente attente ricerche sul fenomeno della migrazione in Europa. In diversi articoli ha elencato i dati relativi all’aumento della violenza e dell’illegalità a causa l’arrivo dei nuovi immigrati. Dresda, Stoccarda e Amburgo sono diventate centrali della criminalità legata ai furti e allo spaccio di droga da parte immigrati molti di questi reclutati, nell’ultimo anno, proprio tra i nuovi arrivati.

Molti rapporti della polizia documentano comportamenti violenti contro ogni forma di autorità che gli immigrati, ovviamente non riconoscono; un aumento delle aggressioni alle forze dell’ordine e, sopratutto, il sorgere di “no-go zones” in molte città tedesche: quartieri di immigrati dove è vietato entrare persino alla polizia. Anche l’aumento dei reati sessuali in Germania, un dato registrato con imbarazzo dalla autorità tedesche, sarebbe strettamente legato all’aumento della presenza islamica nel Paese.

Kern parla, senza mezze misure, di una “epidemia di stupri” in Germania ad opera dei migranti. Non solo quelli contro donne tedesche ma sopratutto quelli all’interno dei campi profughi ai danni di ragazze islamiche, cristiane o yazide. Le violenze, denunciate da molte organizzazioni di volontariato e di diritti delle donne, sono spesso nascoste dalle autorità.

Nel giugno scorso, ha destato scalpore la lettera del preside di una scuola di Passau, nella Bassa Baviera, nelle cui vicinanza stava per essere allestito un campo profughi islamici; nella lettera il dirigente invitava i genitori tedeschi a non mandare le loro figlie a scuola con abiti succinti perché “camicette scollate, pantaloncini corti o minigonne potrebbero portare a malintesi”.

LA DIFFUSIONE DELLA SHARIA
L’islamizzazione della Germania è evidente anche dal processo di radicalizzazione delle comunità islamiche già presenti. Nel 2011, Joachim Wagner, giornalista d’inchiesta, ha pubblicato un libro dal titolo: “Giudici senza legge”, in cui spiega la diffusione dei tribunali della Sharia in Germania a cui si rivolgono gli immigrati islamici per risolvere questioni di diritto civile (e a volte persino penale) senza interessare i tribunali tedeschi. 

Il giornalista ha evidenziato decine di casi giustizia praticata nelle moschee, nei salotti di casa degli Imam trasformati in tribunali, senza alcuna garanzia per testimoni o soggetti coinvolti, fondata sull’applicazione del Corano; una giustizia che mina le fondamenta dello Stato di diritto e che genera un meccanismo di comunità parallele, impermeabili alla società tedesca, separate culturalmente. Il fenomeno (già ampiamente diffuso in Gran Bretagna) sta diventando capillare anche in Germania e pone un problema che le anime belle del multiculturalismo non avevano immaginato: è impossibile integrare chi rifiuta l’integrazione.

CONCLUSIONE 
Quello che avviene in Germania sta avvenendo in molti altri paesi, soprattutto del nord Europa. Non si comprende come i tecnocrati europei e i leader politici non si accorgano di cosa stanno generando con il dogma dell’accoglienza ad ogni costo: viene il sospetto che tutto questo sia voluto. Eurabia sta prendendo  forma ad una velocità persino superiore a quella immaginata da Oriana Fallaci.

Ma la difesa del nostro modo di vivere non è un accessorio residuale della storia: è la base della nostra libertà. La distruzione dell’identità dei popoli europei dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità.

Nessuna pietà. O è peccato?

Nino Spirlì



Non è così semplice, essere “razzisti”. Non è che una mattina ti svegli e non sopporti più metà dell’Umanità, che so, per il colore della pelle, la religione praticata, il credo politico, la scelta di vita. Non è che sei zingaro e ti odio perché vivi nelle roulotte o nelle baracche; sei negro e ti schifo perché “la pelle nera puzza per natura”; sei islamico e ti vorrei vedere ardere perché non credi nel mio, di Dio; sei americano e ti vorrei morto perché il tuo laicissimo “sogno americano” si avvera e la mia speranza mediterranea è un po’ “se Dio vuole”; sei russo e c’hai Putin, mentre a me è toccato renzi. O sei cinese e non ti amo perché mangi il serpente…

No, no. Il “razzismo” di cui mi macchio è ben altra cosa. Una scelta, direi. Pensata. Analizzata. Scelta. Indossata e assorbita fin nel nucleo di ognuna delle cellule del mio indomito organismo.
Sono razzista, per esempio, nel rispetto del ricordo delle centinaia di migliaia di meridionali, massacrati dai soldati sabaudi e dai garibaldini di cavour e della sua lurida massoneria, caduti per dare vita a questa mia Italia in cui il rosso della bandiera è sangue giovane e innocente immolato alla Patria (sbagliata); il bianco è segno della mancanza di coscienza di presunti padri della patria, guidati solo dall’avidità di potere e di denaro sonante; il verde è la bile che schiuma dall’anima di ognuno di noi al pensiero che tutta quella farsa sia accaduta veramente.

Sono razzista, quando leggo che la Resistenza, un po’ dei preti un po’ del demonio rosso, ferrava, mani e piedi, come cavalli,  i fascisti più poveri rimasti naivement in camicia nera, mentre quelli ricchi gozzovigliavano già in Vaticano e nel Palazzo appena riformato, e travestiti da “nuovo che avanza”. E puah, sì, puah!

Razzista lo sono anche quando penso a quelle migliaia di italiani, “giudei” e non, spogliati dei propri averi, dei propri sacrifici, e caricati su aerei e navi di fortuna da una masnada di beduini capitanati dal giovane Gheddafi, che li cacciava dalla Libia, ricca per l’ingegno italico, per fottersela in piena libertà come carne di bordello, fino all’arrivo delle bombe francesi del nano strafottente e, infine, cornuto!,  fottuto.

Razzista, sì, razzista lo sono, oggi. Con le strade, le piazze, le scuole, le case di noi italiani gravide di vagabondi mentecatti sbarcati da navi pirata, con la faccia da santo e il cazzo da demonio. Assatanati di terra, potere e figa. Come lo erano i loro progenitori saraceni, già servi di un dio senza pietà.  Ci scannavano allora, ci scannano adesso. Dopo aver urlato la stessa litania. Senza pietà. Razzista, sì, razzista. Perché a me lo Stato leva il lavoro, la casa, la famiglia, la dignità, la forza di reagire, di risollevare il capo. Magari, perché ho voluto due televisori, lo spremiagrumi elettrico e l’auto nuova. E ho fatto più rate che colazioni al mattino.

Quelle rate che lo Stato mi ha detto, ogni giorno, che potevo permettermele perché c’è “il tasso zero”… Mentre ad ognuno di loro, “nuovi italiani”, assicura il trattamento a cinque stelle lusso, non sia mai si dovessero sentire indesiderati nella “terra dei coglioni”. Eh, già! Questa ignorante Italia, che ha smarrito la corona di Cesare e Ottaviano Augusto e si è trasformata nella penisola dei codardi senza gloria. La terra in cui io, italiano deluso e frastornato, mi sveglio “razzista”. Senza rimorso. Senza pietà. Senza sentirmi in peccato!

Sono razzista, eccome, dentro i treni della metropolitana di Roma, saccheggiati dalle zingare ladre, a plotoni di quattro cinque, arrestate e liberate prima che anche Superman se ne possa accorgere.

E lo sono, razzista, alle frontiere del mio Paese, derise e sbeffeggiate da orde di clandestini d’ogni etnia, terroristi e non, che mi assediano e mi conquistano senza sparare un colpo. Giusto perché, così, se lo risparmiano per tempi migliori. Quando, per esempio, lo useranno dentro a un cinema, in un mercato, una scuola, un ritrovo di giovani. Tanto per massacrarne di più, di quelli come me.

Sono “razzista” mille  e mille volte al giorno. Perché non gliela passo, no, la bugia che sono brave persone e hanno bisogno d’amore e fratellanza. Perché si sono già stancati di recitare la parte dei “bravi ragazzi” e delle “buone mamme di famiglia”: si sono stancati, sì!, e hanno già cominciato alla grande a sputtanarsi da soli. Sparano, violentano, preferiscono morire pur di portare all’inferno con loro decine di vittime. Peccato che, noi, in quell’inferno non ci andiamo. A noi, Cristo ha assicurato un posto in paradiso. Ovunque sia. Comunque sia.

E, in ogni caso, io di questa virtù mi voglio sporcare le mani. Di questo razzismo mi vesto. Mi ci sento proprio. Ci sto comodo.

Sono quel razzista che tiene al Presepe, alla Croce, al panettone, alle zeppole, all’amatriciana col guanciale di maiale, alla tutela dei diritti dei fanciulli, delle donne, del malato, del cittadino, degli animali, dei credenti, della Legge…

Sono e resto razzista, figlio e padre di razzisti quanto me, che non vogliono arrendersi alla conquista.


A casa mia, Allah non è u akbar. A casa mia, è più Grande la Libertà!
Fra me e me. Razzista quanto basta per credere nella fratellanza.