giovedì 14 gennaio 2016

Il «porno bug» che colpisce chi naviga in Incognito su Chrome

Corriere della sera
di Alessio Lana

Un errore non permette di cancellare gli ultimi dati della navigazione. La colpa non sarebbe del browser di Google ma delle schede video Nvidia, che a sua volta punta il dito contro Apple 

 

 Chi è convinto che navigare usando la modalità Incognito di Chrome tenga lontani occhi indiscreti dagli ultimi siti visitati ha di che preoccuparsi. A scoprirlo Evan Andersen, studente dell'Università di Toronto che ha raccontato l'accaduto sul suo blog. Dove aver visitato un sito pornografico con Chrome in modalità privata, ha chiuso il browser convinto che avrebbe cancellato tutto e si è messo a giocare a «Diablo III». Quando, però, il gioco però ha riaperto il browser ecco saltare fuori l'ultima pagina visitata. Il sito porno.

Il porno bug
Così è venuto allo scoperto il problema ribattezzato «porno bug» di cui si sta discutendo in Rete in queste ore. Non è un virus ma solo un errore. E a dirla tutta di porno ha ben poco. Riapre infatti l'ultima pagina visitata: se Evan avesse navigato un sito di agricoltura gli sarebbero apparse piante e sementi e non avvenenti ragazze discinte. Il ragazzo comunque è andato a fondo nella vicenda e ha scoperto che il problema risiederebbe non tanto nel browser ma nelle schede video Nvidia e nel sistema operativo del Mac, OS X. Che si navighi in Incognito o meno, quando chiudiamo Chrome le schede Nvidia non cancellano tutta la memoria video ma la lasciano al suo posto. Basta riaprire il browser per far apparire le ultime pagine visitate.
«È colpa del Mac»
La risposta di Nvidia non si è fatta attendere ed è netta. La colpa sarebbe tutta del sistema operativo della Mela. Il bug, afferma l'azienda a The Next Web «è legato alla gestione della memoria del sistema operativo Apple, non ai driver grafici Nvidia. I driver aderiscono alle politiche stabilite dal sistema operativo e il nostro driver funziona come dovrebbe. Non abbiamo rilevato il problema in Windows, dove tutti i dati legati a un'applicazione specifica sono ripuliti prima che la memoria sia destinata ad altre applicazioni». In attesa di una soluzione, tutti gli utenti che usano Chrome sul Mac sono avvertiti.

14 gennaio 2016 (modifica il 14 gennaio 2016 | 17:11)

Arriva tardi a scuola, la giustificazione: "È morto Bowie"

- Mer, 13/01/2016 - 17:32

Perché non rimandiamo in Siria i “profughi” in età militare?

Alessandro Catto

 

Da quando seguo la questione migratoria, con centinaia di migliaia di persone in arrivo sulle nostre coste a cadenza regolare, mi chiedo sempre una cosa: ma da quando in qua lo “scappare dalla guerra” è degno di venire elevato a valore morale o a fattore giustificativo a livello generalizzato? E’ una domanda che mi balena in testa soprattutto quando vedo etichettare la parola “profugo”, usata spesso con leggerezza, anche addosso a maschi forzuti e di ottima condizione in arrivo dalla Siria.

Mi chiedo se lì non si stia combattendo una guerra tra uno stato laico che dal 2011 lotta contro il terrorismo jihadista, e visto che la risposta non può che essere affermativa, mi chiedo con quale titolarità questi virgulti in età da combattimento vengono fatti entrare in Italia, in un momento in cui combattere il terrorismo dovrebbe essere la priorità per ogni governante degno di questo nome.

Passino le donne, i bimbi e gli anziani, i quali possono aver diritto dello status di rifugiati a vario titolo e con i dovuti distinguo. Ma con che coraggio si accolgono in Italia (e altrove) delle persone giovani e capaci che dovrebbero essere in prima linea a combattere l’ISIS a casa loro?

Facendo due conti, si può pure pensare male. Se di prevenzione e antiterrorismo si parla, lodando l’operato dei servizi italiani e delle forze dell’ordine fin qui capaci di prevenire ogni possibile attacco nel nostro paese, viene da chiedersi quanto possa essere radicato e forte il sentimento anti-islamista in persone che fuggono da una terra, la loro, che è sconvolta dall’attacco jihadista da cinque anni.

Viene da chiedersi quanto ci si possa fidare di individui che, nel momento in cui la loro nazione è fatta oggetto di attacco dal cancro dell’islamismo radicale, decidono di fuggire. Perché i media mainstream, al posto di esibirsi in un pietista e ipocrita elogio all’Accoglienza, non si fanno queste domande? Perché viene dipinto quasi come un Eroe o un martire chi scappa dalla guerra e non chi la sta combattendo tra le fila dell’esercito della Siria baathista?

Perché non viene stipulato un accordo con il presidente Bashar Al-Assad per identificare e rispedire in Patria tutti i siriani in età da combattimento, per farli effettivamente combattere o per portarli davanti alle loro responsabilità, se di disertori si tratta? In un momento in cui cancellare lo Stato Islamico dovrebbe essere la priorità dell’Europa, viene da chiedersi perché non si inizi a farlo mettendo in condizione il popolo siriano di combatterlo, cominciando da chi, in età spendibile, viene in Europa ignorando bellamente le proprie responsabilità.

E suona strano, se non prezzolato, pure tutto il giustificazionismo montante proveniente da Sinistra, dove a ben vedere di retorica partigiana, di combattenti scesi dalle montagne, si è vissuto per decenni. Magari ultimamente il lessico boldriniano politicamente corretto ha spostato gli equilibri, certo, ma da qui a pensare di camuffare la realtà, il passo è fortunatamente ancora lungo.

La realtà è che un continente realmente interessato a combattere l’ISIS avrebbe firmato quel tipo di accordo con Assad all’indomani dello scoppio della guerra. Se dopo cinque anni l’Europa che Tollera e Accoglie non ha fatto niente di tutto questo, significa che molto probabilmente il combattere i terroristi dello Stato Islamico non è tra le priorità di Bruxelles.

(Alessandro Catto)

Tutti possono non sapere. Tranne uno

CivitaNuova

La Stampa


Con un’iniziativa senza precedenti, se non forse in qualche villaggio della savana governato da uno stregone particolarmente eccentrico, il sindaco cinquestelle di Civitavecchia ha chiesto al prefetto di sospendere tutti, ma proprio tutti, i consiglieri d’opposizione, rei di avere bloccato l’assegnazione di un appalto dove le ditte in lizza erano un po’ pochine: una. Si spera che il prefetto non assecondi le smanie del primo cittadino. Nel caso lo facesse, Civitavecchia sperimenterebbe l’ebbrezza di un consiglio comunale nelle grinfie del partito unico, con un sindaco fuori controllo che parla a un’aula mezza vuota. Fosse venuto in mente a Renzi, il grillino Di Battista ci avrebbe imbastito sopra un monologo della durata di due tempi regolamentari più recupero sulla deriva della democrazia.

Come era fin troppo prevedibile, il movimento di Grillo sta fallendo nella mancata selezione della classe dirigente. Se in Italia procedi con la pesca a strascico, non tiri su la Svezia, ma pur sempre l’Italia. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che il governo dell’uomo qualunque è una boiata pazzesca. Che «uno vale uno» è una boiata pazzesca. Che eleggere il primo cazzone che ha cento amici su Facebook è una boiata pazzesca. Per fare politica ci vogliono persone che escano da una competizione dura dentro partiti strutturati. Ci vuole la Prima Repubblica, ma con una variante fondamentale, giustamente pretesa dai Cinquestelle: il limite dei due mandati, unico vero argine contro la corruzione. Mentre i partiti padronali e i movimenti di protesta sono solo un argine contro l’intelligenza.

Dagli anni di Piombo a Isis: donne, terrorismo e violenza politica

Corriere della sera 
di Marta Serafini


«Ho imparato che una donna può essere una combattente, una combattente per la libertà, un’attivista politica  che può innamorarsi ed essere amata. Può sposarsi, avere figli, essere una madre. La rivoluzione deve significare anche vita, ogni aspetto della vita». A pronunciare queste parole è stata Leila Khaled, probabilmente la più famosa combattente al mondo,

 Nata ad Haifa, in Israele nel 1944, quattro anni dopo Leila fuggì in Libano con la famiglia. A 15 era già iscritta al movimento  nazionalista arabo. A 25 faceva parte del gruppo che dirotto il volo TWA 840 decollato da Roma, proveniente da Atene e diretto a Il Cairo. Nessuno morì durante quell’operazione. Ma lei stessa racconterà di aver tenuto in mano per sei ore una granata di cui aveva attivato inavvertitamente l’innesco.

«Avevo una pistola nascosta nella cintura, una granata nella tasca e una bomba. Ero una donna vestita alla moda. Mi aprirono la borsa ai controlli di sicurezza. Videro l’occorrente per il make up e mi fecero passare», ha spiegato. Leila Khaled non è stata né la prima né l’unica donna al mondo a usare la violenza per scopi politici, sebbene abbia sempre rifiutato per sé la definizione di terrorista. Ma non c’è bisogno di allontanarsi troppo da casa nostra per trovare profili e storie di terroriste. A restituire più volti femminili in Italia così come in Germania sono proprio gli anni di Piombo.

Prima su tutte, “La compagna Mara”. Margherita Cagol è figlia di una famiglia borghese ed entra in contatto con il movimento studentesco dell’università di Trento. Nel 1969, sposa Renato Curcio e con lui fonda le Brigate rosse. Da allora, la Cagol entra in clandestinità e partecipa a tutte le azioni delle Br, compreso il sequestro del giudice Mario Sossi. Nel 1975, la Cagol riesce a condurre a termine la spettacolare evasione di Curcio. Ma è con la sua morte in un conflitto a fuoco con una pattuglia di carabinieri che Margherita diventa definitivamente Mara.Formalmente nelle Brigate rosse, fin dagli inizi, non esistono differenze tra uomo e donna.


Per la dottrina brigatista, infatti, la partecipazione femminile non ha alcuna specificità rispetto a quella maschile come afferma anche uno dei suoi leader, Mario Moretti: «Nelle Br, non so se le donne sono state qualcosa di più o di meno di noi uomini (proponendo per il più) ma è sicuro che non sono state subalterne a nessuno».  Non sono poche infatti le compagne che entrano nelle Brigate o in Prima Linea perché deluse dal movimento femminista. Un esempio è Susanna Ronconi. Padre ufficiale, poi funzionario di una compagnia petrolifera americana, a ventitré anni “Susanna la timida” – così la chiameranno i giornali – è in clandestinità, nelle Br. Comincia con una rapina in banca.

A Padova, 17 giugno 1974, fa parte del commando che nella sede del Msi uccide due militanti di quel partito. «L’ ho fatto perché avevo fretta di schierarmi», dirà anni dopo Susanna. «Ero una militante e non potevo aspettare a prendere posizione nei contrasti che caratterizzavano quegli anni. Anni dei quali avevo una visione catastrofica. La lentezza del movimento delle donne mi appariva come un vizio di fondo». Ma è Ulrike Meinhof  colei che svolge nel terrorismo di quegli anni un ruolo politico vero e proprio. «Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato.

Se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più», scrive nel documento programmatico della Raf la Meinhof che prima di entrare in clandestinità è stata giornalista. Con lei c’è anche Gudrun Ensslin. Storie diverse, ma entrambe fondatrici della Raf, alle due donne il destino riserva la stessa fine che le vede morire in carcere in circostanze mai chiarite.


 Parlare di donne e terrorismo crea disagio. «Al termine donna siamo abituati ad associare parole come maternità, cooperazione, cura, pace. Ma si tratta di stereotipi che cadono e si frantumano quando si parla di donne e terrorismo», spiega Laura Sjoberg docente di scienze politiche dell’University of Florida. Secondo analiste come Katherine Brown del King’s College di Londra, la loro presenza nei gruppi terroristici è aumentata nel corso degli anni. E con essa anche le violenze di cui si sono macchiate.

Ma quasi mai la partecipazione femminile alla violenza politica ha conciso con una rivendicazione che abbia come obiettivo ultimo la parità di genere. Le tematiche femministe, se ci sono state, hanno rappresentato per lo più un’argomentazione strumentale. La presenza femminile è inoltre un incentivo al reclutamento per gli uomini. Di più, è opinione abbastanza diffusa (ma non sempre provata dai fatti) che le organizzazioni terroristiche impieghino le donne quando sono in difficoltà perché la loro presenza amplifica il messaggio propagandistico rendendo l’omicidio più orribile e più innaturale proprio perché commesso da una mano femminile.

Ma non solo. Usare le donne è comodo. Infiltrare una donna, farla passare attraverso un check point controllato dagli uomini, farle nascondere delle armi o delle bombe facendola sembrare incinta o farle fare da spia è più facile e veloce che affidare questi compiti ad un uomo.

Per capire questo semplice meccanismo basta analizzare la presenza femminile nell’Ira. Agli inizi le donne hanno una brigata separata.  Il«Cumann na mBan» (Gruppo delle donne), creato nel 1914, si occupa prevalentemente di supporto e non di azioni dirette. E’ solo molti anni più tardi, quando viene istituita l’Ira Provisional che le donne iniziano ad arruolarsi come gli uomini. “Non c’erano più differenze. In prima linea, anche se continuavamo ad essere la minoranza, c’eravamo anche noi. Le donne principalmente si occupavano di colpire obiettivi economici e gli uomini, invece, svolgevano più attività militari.

Questo  perché per le donne era più facile riuscire a piazzare un ordigno senza essere notate”, racconterà l’ex volontaria della Pira Breige Brownlee. Ma è con l’uso delle kamikaze che il meccanismo strumentale della presenza femminile nei gruppi  terroristici viene portato all’estremo, come spiega Mia Bloom docente di Comunicazione alla Georgia State University. E se sono state le palestinesi a definire, in larga misura, l’immagine dell’azione kamikaze tra le donne (tra il 1985 e il 2006, nei territori palestinesi più di 220 donne kamikaze si sono sacrificate, quasi il 15% del totale), è il 26 ottobre 2002 a segnare uno spartiacque.


Diciannove giovani vestite con abiti di lutto neri e cinture imbottite di esplosivo, prendono parte all’occupazione del teatro Dubrovka di Mosca alla fine della quale moriranno 129 ostaggi uccisi nell’assalto da parte dei militari russi. I media le soprannominano “vedove nere”. Molte di loro infatti hanno agito per vendicare la morte di membri della loro famiglia (mariti, figli, fratelli). Quasi tutte volontarie, minacciando di farsi esplodere, le vedove nere hanno cercato la vendetta sull’occupante russo della loro patria, la Cecenia. Ma nel farlo hanno obbedito e sono morte sotto il comando di uomini che impugnavano armi.

Questo uso delle donne come kamikaze oggi è particolarmente forte in Boko Haram, organizzazione jihadista presente in Nigeria affiliata a Isis che utilizza bambine e ragazzine per colpire obiettivi civili. Ma anche donne originarie di paesi occidentali sono state arruolate per perpetrare attacchi suicidi in Medio Oriente, come la belga Muriel Degauque, convertita all’Islam, che nel 2006 commette un attentato suicida provocando la morte di cinque poliziotti nel nord di Bagdad. Infliggersi la morte e tentare in tal modo di infliggerla ad altri è dunque una considerazione che ha attraversato le epoche, le frontiere, le etnie, le tendenze religiose, i generi.

Non sono solo i gruppi jihadisti a far esplodere le donne. Come sottolinea Miranda Alison dell’University of Warwick, le Tigri Tamil, sebbene siano tra i pochi gruppi terroristici che impiegano le donne in prima linea, al combattimento hanno affiancato attacchi kamikaze condotti dalla brigata femminile, le Black Tigers. Ed è proprio una di loro ad uccidere il primo ministro indiano Rajiv Gandhi, il 21 maggio 1991, in India. Stessa strategia, seppure in misura minore, viene adottata dagli autonomisti curdi.

Di fronte al martirio viene spontaneo chiedersi quali possano essere le motivazioni che spingono una persona a suicidarsi uccidendone altre. Ma andare ad analizzare questi fattori in una prospettiva di genere porta poco lontano. Secondo Jayne Huckerby, direttore dell’International Human Rights Clinic alla Duke University School of Law, le donne che si affiliano volontariamente a un gruppo terroristico sono mosse dagli stessi obiettivi degli uomini: desiderio di avventura, desiderio di combattere delle presunte ingiustizie e alienazione. Succede anche oggi per l’Isis, organizzazione che ha reclutato un alto numero di donne e che ha impiegato molti sforzi per adescare le giovani.

Ciò che però ancora non c’è chiaro oggi è che ruolo abbiano le donne all’interno del gruppo guidato da Al Baghdadi. Ossia, se siano, come successo in Al Qaeda e nei gruppi jihadisti in genere, utilizzate per compiti logistici e di supporto o se siano impiegate anche in prima linea.
Lo spiegano molto bene Kim Cragin e Sara Daly in Women as Terrorist  quando mettono in evidenza come, oltre al Pkk e alle Tigri Tamil, siano solo i gruppi attivi in Sud America, dalle Farc colombiane, passando per l’Esercito Zapatista fino a Sendero Luminoso a utilizzare guerrigliere in combattimento.

Per il resto alle donne terroriste sono affidate per lo più compiti di logistica e di reclutamento. E se così sembra essere anche all’interno di Isis, attenzione a pensare che lo scenario non possa cambiare. “Capire come le donne si collocano nelle organizzazioni terroristiche è fondamentale per chi si pone come obiettivo la loro sconfitta”, avvertono le due studiose americane. E se la ricetta non può essere chiaramente quella suggerita da Eileen Mc Donald con il titolo del suo saggio Shoot the Women First (Sparare prima alle donne), è chiaro anche come le presenze femminili nei gruppi estremisti possa rappresentare una buona chiave per innescare processi di de radicalizzazione e di contro propaganda. Isis compreso.


 PROGETTO GRAFICO: GraficiCol, Marta Serafini