domenica 10 gennaio 2016

Lettera aperta a chi ha abbandonato un cane fedele

La Stampa




«Caro proprietario di m*** di questo cane, oggi abbiamo letto un paio di e-mail da parte di persone che avevano notato il tuo cane abbandonato fra la 15esima e la Excelsior avenue. Guardando la data abbiamo visto che il tuo cane era lì seduto almeno da sabato mattina. Li abbiamo visti solo adesso perché eravamo molto impegnati. Così abbiamo deciso di andare a vedere se potevamo aiutarlo. Eravamo sicuri di trovarlo ancora lì. Lui ti stava aspettando». Inizia così la lettera dura e aperta che un gruppo di volontari del Kings SPCA-Rescue ha voluto virtualmente scrivere  a chi ha abbandonato un cane, simbolo più che mai di fedeltà: quando hanno visto la e-mail, erano già passati cinque giorni. Ma quel cane era ancora lì.

«Non ha mai lasciato il posto dove gli ha detto di rimanere. E' sempre stato un bravo cane. E' rimasto vicino all'ultimo posto dove ha visto la persona che più preferiva al mondo. Ha pensato che saresti tornato indietro. Guardava ogni macchina che si avvicinava sperando che stessi tornando per lui. Il tuo cane ha rischiato il congelamento, ha vissuto la fame e la paura per giorni perché sei un pezzo di m*** senza cuore. Lui ti stava aspettando»

I suoi soccorritori lo hanno chiamato Banjo e sono rimasti molto colpiti dalla sua fedeltà e da quanto il suo proprietario l'abbia tradito. Così hanno deciso di pubblicare su Facebook questa lettera scritta direttamente a chi è stato capace di tanta crudeltà. «Era così affamato che stava mangiando bastoni. Qualche persona buona si è fermata e gli ha dato un po' di cibo, ma lui aveva molta fame ed era confuso. Anche con il cibo di fronte a lui, quel cane sapeva che doveva aspettare il tuo ritorno. Lui ti stava aspettando».

La lettera poi continua: «Non è un cane cattivo. E' un cane molto buono. Sei tu un cattivo amico. Hai abbandonato qualcuno che avrebbe dato la sua vita per te. Qualcuno a cui non importa quanto a lungo sei stato via per lavoro. Qualcuno che è felice se ti vede tornare sia che tu sia uscito solo per controllare la buca delle lettere o se sei stato via per giorni. Qualcuno che ti lecca le lacrime dalle guance e mangia il tuo cibo avanzato dal piatto. Ora non ti aspetterà più»

Nella lettera i volontari raccontano quanto sia stato difficile guadagnarsi la fiducia di quel cane. «Si stava facendo buio e sentivamo i coyote in lontananza. Ci siamo seduti lì per ore. Gli abbiamo parlato. Lo abbiamo nutrito. Solo dopo ore ha accettato di mangiare dalle nostre mani. Finalmente ha deciso di avvicinarsi e ci siamo coricati nel fango freddo dicendogli "Andrà tutto bene, è l'ultima volta che qualcuno ti farà del male". Il tuo cane mi ha così permesso di accarezzarlo sulla testa. Poi dietro le orecchie. Alla fine sono riuscito a sedermi vicino a lui e mi ha permesso di dargli qualche grattino sulla pancia. Mi ha permesso di mettergli un guinzaglio senza provare a scappare».

E' a questo punto della lettera che arriva la parte più difficile da accettare per chi ama gli animali: «E' stato tranquillo fino al momento di andarsene. Voleva aspettarti. Si è rifiutato di andare al furgone. Ho portato il tuo grosso cane al furgone: il tuo grande e gentile cane era spaventato. Il tuo cane fedele. Ho portato il tuo cane lontano dall'ultimo posto dove ti ha visto. Ha uluato per tutta il viaggio verso il nostro rifugio. E' stato il lamento più doloroso che io abbia mai sentito. Era il suono del suo cuore che si spezzava. Voleva disperatamente tornare al posto dove lo hai lasciato. Ha continuato a guardare fuori dal finestrino mentre ci allontanavamo.

Il suo abbaiare è durato sin quando è venuto vicino al sedile del conducente e ha iniziato ad abbaiare verso di me. Ho iniziato ad accarezzarlo sulla testa e lui mi guardava in modo confuso, ma ha appoggiato la testa sulle mie ginocchia e ha piagnucolato sino al rifugio. Tu non meriti un cucciolo così speciale. Tu non meriti nessun cane. Il cane si dimenticherà di te. Troverà una buona casa e riceverà l'amore che merita».

Banjo, a distanza di qualche giorno da quella lettera, sta bene e appena quel testo si è diffuso in rete sono arrivate centinaia di richieste di adozioni: tutti in coda per poter avere un cane così speciale pronto ad aspettare il suo nuovo proprietario a costo della sua vita. Gli operatori hanno pubblicato la lettera non solo come gesto di rabbia, ma perché sia stimolo alle adozioni dei cani da parte delle persone con un cuore vero, perché i cani come Banjo sono molti.



Stazione Ostiense, la rabbia dei clandestini “Vi odiamo: voi avete tutto, noi niente”

La Stampa


I volontari della Croce Rossa distribuiscono i pasti. Per dormire ognuno si arrangia

 

La notte non fa sconti. Durante il giorno, quando Mustafa va in giro nelle strade di Roma, potrebbe essere uno qualsiasi delle migliaia di migranti arrivati nel corso degli ultimi anni nella capitale. La fila per mangiare a mensa a pranzo è la stessa, identici sono gli autobus dove si stipa per andare da una parte all’altra della città e le docce dei centri religiosi dove va a lavarsi e a prendere i vestiti usati.

E’ quando cala il buio che la verità appare in tutta la sua crudezza: i migranti, quelli che hanno fatto richiesta d’asilo e che hanno ancora una speranza di trovare un futuro in qualche modo in Italia, vanno nelle strutture della Croce Rossa o del ministero dell’Interno. Mustafa non ha nulla e nessuno ad aspettarlo. Se non ci sono controllori in giro sale su un autobus, altrimenti va a piedi verso la stazione Ostiense. Mustafa ha meno di trent’anni, è in Italia da molto tempo. Fa un segno con la mano per dire che nemmeno lui sa da quanto.

Della sua casa e della sua famiglia in Marocco non parla. «Chi se li ricorda più a questo punto?». Arrivato alla stazione, si siede su un muretto e resta lì anche una o due ore. Aspetta i volontari con la cena. Dopo un po’ arrivano anche altri, si siedono sullo stesso muretto ma non accanto a lui. Verso le nove meno un quarto a decine sono seduti così, ognuno sul proprio pezzo di solitudine. Oltre a Mustafa c’è Murad che arriva dall’Algeria, Jama dalla Somalia, Nureddin dal Senegal.

Il silenzio  
Si vedono ogni sera ma nessuno parla. Quando arrivano i volontari prendono la vaschetta con la pasta ancora fumante, un bicchiere di latte e cacao, un pezzo di torta. Mustafa che lavoro fai? «Sono stato cameriere in alcuni ristoranti ma ora c’è crisi, mi hanno mandato via. Voi italiani siete tutti uguali appena c’è un problema è con noi che ve la prendete. Eravamo due camerieri, hanno mandato via me che sono straniero mica l’altro che è italiano!». E i documenti? «Nessun documento, non mi avete mai voluto dare nulla e ora sono clandestino, vivo come capita. Non ho nemmeno un posto fisso dove dormire. Quando sono stanco mi fermo. La notte di Capodanno sono finito in ospedale, ero ubriaco. Sono caduto, mi hanno rubato tutto: dal cellulare ai pochi soldi che avevo. Sono rimasto lì mentre mi controllavano, almeno avevo un tetto sulla testa».

Mustafa parla ad alta voce. Gli altri disperati della stazione stanno finendo di cenare: ascoltano, capiscono. «L’Italia è una trappola», interviene Nureddin. Ha i capelli ingrigiti e mille rimpianti. Parla in francese, anche se probabilmente conosce l’italiano ma è come se si rifiutasse di usare questa lingua. «Se fossi andato in Francia invece di venire qui, avrei una vita vera. Invece dopo aver fatto di tutto, dal facchino all’ambulante, sono qui che sembro un clochard. Lo sai che cosa significa clochard? Non posso nemmeno più andare via, chi mi dà i soldi per partire?». Dorme sui binari della stazione, Nureddin.

La casa di cartone  
Ogni sera prende un mucchio di cartoni nascosto in una cassetta dell’Enel per proteggerli dalla pioggia, dall’umido e dai topi, li stende a terra, si avvolge in una coperta e fino al mattino cerca di riposare come può, mentre i treni passano stridendo sui binari e gli altoparlanti gracchiano arrivi e partenze. E’ lì ogni sera, Capodanno compreso. «Non ho nemmeno cenato, non avevo nulla da festeggiare».

«Qui nessuno festeggia nulla», urla in arabo Jama, treccine e origini sudanesi sfiorite in un presente da inesistente alla stazione Ostiense, privo di documenti e di qualsiasi prospettiva. L’italiano non è lingua gradita in questo pezzo di città così lontano dalle strutture dove vengono ospitati i richiedenti asilo, luoghi difficili, con mille problemi, ma dove ancora è concessa una speranza. L’umanità seduta sui muretti della stazione ha smesso di sperare. «E voi giornalisti venite qui solo per crearci problemi – insiste Jama, alzando ancora di più la voce – Chi fa qualcosa per noi? Siamo arrivati pensando di trovare un lavoro, di poter vivere in modo decente, invece abbiamo perso tutto e siamo rimasti soli in questo Paese che non ci vuole. Nemmeno noi vogliamo l’Italia ma non sappiamo come andarcene». 

Italiano 72enne trovato morto nella sua auto-casa, è polemica

Corriere della sera
di Ferdinando Baron

Fa discutere il caso di Giovanni Cosenza: «Non chiamatelo clochard, era sempre in ordine e non ha mai perso la sua dignità». La Lega annuncia un’interrogazione

 L’auto in cui abitava Giovanni Cosenza
 L’auto in cui abitava Giovanni Cosenza

 La sua Fiat Brava blu appare anche nelle immagini di Google Street View. Per forza: non si spostava mai, era la sua casa. Una morte che non smette di suscitare polemiche quella di Giovanni Cosenza, 72 anni, che da quasi cinque anni viveva in un’auto in sosta nel parcheggio di un grande centro commerciale, al confine tra Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo. Giovanni è stato trovato privo di vita - probabilmente stroncato dal freddo - lo scorso 6 gennaio da alcuni conoscenti. Il corpo era all’interno dell’auto della quale pagava regolarmente l’assicurazione, con la sua misera pensione di 400 euro al mese. Della vicenda si sono occupati i carabinieri del comando di compagnia di Sesto San Giovanni.

«Mai sporco o trasandato»
«Non chiamatelo clochard», ha scritto ad un giornale locale Piero Emilio Coronelli, che si occupa della gestione delle presenze alla mensa dei poveri nata grazie ad un accordo tra l’Amministrazione Comunale di Sesto, la Ditta Sodexo e la Società San Vincenzo de’ Paoli. «Non l’ho mai visto sporco o trasandato e non aveva perso un briciolo della sua dignità nonostante le intemperie della vita - aggiunge Coronelli -. Non l’ho mai sentito lamentarsi di nulla e non ha mai detto quella frase così comune e così indicativa di un certo tipo di degrado: “io ho diritto….”; anzi, era sempre pronto a ringraziare chiunque lo aiutasse e non ha mai cercato carità. L’unica cosa che lo faceva infuriare era la maleducazione, ma anche in questo caso i suoi giudizi, severi e taglienti, non erano mai cattivi; si sforzava sempre di mettersi nei panni altrui e, pur criticando, riusciva a non essere distruttivo. Anche quando parlava dei suoi due fratelli, con i quali aveva interrotto i rapporti da anni, non gli ho mai sentito proferire parola che non fosse improntata se non da una grande e profonda malinconia».
Le accuse del centrodestra
Una morte, quella di Giovanni, che ha scatenato una feroce - e forse fuori luogo - polemica politica. Numerosi siti riconducibili alla destra - anche estrema - hanno subito utilizzato il decesso in chiave anti immigrazione: «Italiano senza casa muore a due passi dal centro che accoglie i migranti» è il senso del discorso, infarcito di errori (sull’età dell’uomo ad esempio). La Lega Nord ha attaccato duramente la giunta di centrosinistra di Cinisello Balsamo, chiedendosi come mai Giovanni non avesse assistenza e annunciando un’interrogazione in consiglio comunale (non risulta che ne abbiano fatte quando Giovanni era in vita).
La replica del Comune
L’amministrazione comunale di centrosinistra ha replicato col sindaco, Siria Trezzi (Pd), affermando che «l’ultima domanda di alloggio dell’uomo risale al 2010, mentre era già in affitto in una casa, e da allora non è seguito più nessuno contatto. Negli ultimi anni, dunque, non ha mai segnalato uno stato di emergenza ai servizi sociali, mentre le soluzioni messe in campo dal Comune in questi casi sono cadute, poiché lasciate senza risposta». 

8 gennaio 2016 | 15:35

Fare pipì in pubblico non sarà più reato


Quegli uomini che negano le violenze contro le donne

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

 I fatti di Colonia e la ferita (profonda) sulla coscienza europea

 È incredibile la sottovalutazione generale - in particolare da parte degli uomini - dell’attacco di Colonia. Un atto ostile meno cruento ma non meno odioso dell’assalto a Charlie Hebdo che commemoriamo in questi giorni. Destinato a lasciare nella coscienza europea una ferita non meno profonda: perché pochi disegnano o leggono vignette irriverenti; ma tutti hanno una figlia o una persona cara che festeggia Capodanno in una grande città. E la libertà che è stata negata e vilipesa in una delle piazze simbolo dell’Europa - la piazza della più importante cattedrale tedesca - non è meno cruciale della libertà d’espressione colpita un anno fa in Francia.

È la libertà della donna di uscire da sola, di vestirsi come preferisce, di scegliere liberamente le persone da amare. Proprio per questo è grave che molti uomini non si rendano conto o tentino di negare quel che è accaduto. I primi a sottovalutare il pericolo, incapaci di prevenire e di proteggere, sono stati i poliziotti tedeschi, assenti e poi ignari: «Capodanno tranquillo» recitava il grottesco comunicato del giorno dopo; un po’ come l’«Oggi, niente» del diario di Luigi XVI del 14 luglio 1789. Sono dovuti passare sei giorni prima di capire le dimensioni dei fatti, e di scoprire che erano avvenuti sia pure in scala minore anche in altre metropoli tedesche. Un ritardo che non si spiega solo con l’esitazione delle vittime a sporgere denuncia. È pure il segno che siamo incapaci di fronteggiare un’aggressione così grave e anche di metterla a fuoco nella sua drammaticità.


Sarebbe sbagliato sopravvalutare le reazioni della rete, che in questi casi diventa spesso una cloaca di rancori e livori o la palestra di tic ideologici ed esercitazioni intellettualistiche. Ma stavolta si è davvero passato il segno. Odiosi tentativi di minimizzare: in fondo era la notte di Capodanno, si sa che tutti bevono, alla fine c’è stato un solo stupro, vabbé sono almeno due ma cosa cambia, mica le hanno uccise. Oppure ovvietà presentate come coraggiose professioni di fede: non facciamo gli xenofobi, se il carnefice è straniero non cambia nulla, mica tutti i migranti sono molestatori o violentatori. 

Fateci caso: gli autori di simili interventi sono quasi sempre uomini. Come sono uomini gli artefici di articoli estetizzanti - «il branco...» - o di interventi sociologici nei talk show, sempre tesi a ridurre - «cose già viste...» -, a interpretare, a discettare. Mentre qui siamo di fronte a un fenomeno del tutto nuovo. Negarlo non aiuta né a evitare che si ripeta, né a vincere quella paura che è diventata il tono medio della vita pubblica europea. 

I fatti di Colonia, a differenza di come vengono sovente presentati, non sono criminalità comune. Sono un attacco culturale alla nostra libertà e alla nostra civiltà, come hanno scritto Pierluigi Battista e Barbara Stefanelli sul Corriere . Criminali comuni possono essere i responsabili, se la polizia tedesca si sveglierà dal suo torpore e riuscirà a identificarli. Capiremo allora se si tratta di un piano organizzato - cosa probabile: solo a Colonia gli aggressori erano un migliaio, divisi in piccole squadre -, e se questo piano fa parte di un disegno rivolto a provocare una reazione (cosa tutta da verificare). 

È chiaro però sin da ora quel che ha animato i responsabili. Non solo il desiderio di bottino; la volontà di umiliare e di punire la libertà delle donne europee. Un impulso e un obiettivo inaccettabili, da respingere non solo sul fronte della sicurezza ma appunto sul piano politico e culturale. Per questo negare o minimizzare la realtà è un errore che rischiamo di pagare a caro prezzo.
9 gennaio 2016 (modifica il 9 gennaio 2016 | 10:56)

Da Milano all’Adriatico, il canale navigabile che divide

Corriere della sera
di Gilberto Bazoli


Un nuovo studio prevede un tracciato a impatto ambientale limitato, cofinanziato anche dall’Unione Europe. La Coldiretti attacca: «Un secolo di spese inutili»

 Il primo progetto risale a più di un secolo fa: era il 1902. L’ultimo è quasi pronto. Tra l’uno e l’altro, una raffica di proclami, promesse e annunci, tutti finiti immancabilmente in nulla. Non c’è da stupirsi se sono rimasti in pochi a credere ancora nell’eterna incompiuta. Eppure si torna a parlare del canale fluviale Milano-Cremona, l’autostrada dell’acqua tra la metropoli lombarda e il porto della città del Torrazzo e da qui, attraverso il Po, al mare Adriatico. Nel corso dei decenni sono stati realizzati solo 14 chilometri, da Cremona a Pizzighettone, dei 65 previsti. Poi più niente. Come non bastasse, il ministero del Tesoro ha sciolto, nel 2000, anche la struttura burocratica (il consorzio Canale navigabile), che avrebbe dovuto sovrintendere al mega cantiere. L’idea sembrava per sempre abbandonata, ma ci ha pensato la Ue a resuscitarla.

La Commissione europea ha inserito il collegamento Milano-Adriatico tra gli interventi prioritari. A quel punto è entrata in scena l’Aipo (Agenzia interregionale per il fiume Po), i cui tecnici hanno predisposto un nuovo studio di fattibilità. «È concluso, dobbiamo solo consegnarlo», dice l’ingegner Luigi Mille, dirigente area lombarda dell’Aipo. «Presenteremo il lavoro in un convegno nei prossimi mesi. Posso anticipare che è previsto un tracciato di circa 60 chilometri e sette conche, con salti d’acqua che consentiranno di produrre energia elettrica». L’idrovia permetterà il passaggio di imbarcazioni fino a 110 metri di lunghezza per 11 di larghezza, con un carico da 1.600 a tre mila tonnellate.

Secondo l’Aipo, l’opera avrebbe un limitato impatto ambientale perché utilizzerà, con i necessari adeguamenti, un canale già esistente, il Muzza. Il porto fluviale sorgerà nell’area est di Milano, all’intersezione tra le Brebemi e la nuova tangenziale Est esterna, dove incrocia anche l’Alta velocità. «Non vogliamo fare il canale a tutti i costi - sottolinea Mille - ma abbiamo solo dato uno strumento a chi (Europa, Stato, Regione) dovrà decidere». I lavori potranno ricevere dall’Europa un cofinanziamento fino al 40 per cento. Costo complessivo 1,7 miliardi di euro. Una cifra da brividi. «Si potrebbe procedere per stralci», puntualizza l’ingegnere dell’Aipo.

La Regione sembra interessata e il presidente Roberto Maroni
ha delegato l’assessore Viviana Beccalossi a occuparsene. Oggi come ieri, il canale divide. Il presidente di Coldiretti Milano, Lodi e Monza Brianza, Alessandro Rota, lo boccia senza appello. «Sembra un po’ la vicenda del ponte sullo Stretto di Messina, ma trasportata al Nord. Con tutti i problemi che ci sono, mi pare assurdo spendere 2 miliardi di euro, se li hanno». Possibilista, invece, l’ex parlamentare Marco Pezzoni, anima delle associazioni ambientaliste cremonesi. «Il trasporto fluviale è meno impattante di quello su gomma». Una chiatta di 1.350 tonnellate movimenta un carico pari a 75 Tir o a 67 vagoni. Allo stesso tempo Pezzoni non si fa troppe illusioni: «Si rischia un altro bluff perché non c’è un disegno complessivo ma si procede per segmenti». Non mancheranno altre polemiche. Anche quelle sono durate per più di cent’anni.

8 gennaio 2016 | 08:47

Vicebrigadiere ucciso nel 1945 Il delitto «scoperto» negli archivi

Corriere della sera
di Andrea Galli

Un nipote (aiutato da un maresciallo) ha svelato come morì Lorenzo Foggi L’assassinio Inviato a stanare un partigiano ricercato per omicidio, cadde sotto una scarica di proiettili

 

 Nella caotica Milano del 1945, nell’immediato dopo-Liberazione, non c’era il tempo e forse la volontà per inseguire tutti gli omicidi. Compresi quelli dei carabinieri. A maggior ragione se caduti per mano di partigiani. Quando l’11 agosto di settant’anni fa il vice brigadiere Lorenzo Foggi morì in via Triboniano, venne informata la mamma, Genoveffa Neri, povera contadina toscana che già aveva perso il marito Cesare, soldato nella prima guerra mondiale, e che del secondo lutto in famiglia seppe poco o niente: il figlio era appunto deceduto, a trent’anni d’età, in un’«operazione di lavoro».

L’assassinio di Foggi, il nome del killer e l’esatta dinamica del delitto sono rimasti a lungo nascosti. Soltanto la pazienza e la tigna di un nipote del vice brigadiere, Stefano Mangiavacchi, aiutato da un maresciallo dei carabinieri appassionato di storia e di «cold case», i casi irrisolti, hanno permesso di ricostruire gli avvenimenti, già noti in chiave locale (la caserma dell’Arma di Montevarchi ad esempio è intitolata a Foggi) ma scarsamente conosciuti a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, luogo di straordinarie azioni e di memorabili figure, ma naturalmente attraversata da episodi controversi, violenti e tragici.


Lorenzo Foggi
Lorenzo Foggi

Il foglio matricolare numero 28547 dell’Esercito italiano ci aiuta a «vedere» meglio e da vicino Lorenzo Foggi, alto un metro e 73, capelli castani e lisci, professione contadino, entrato volontario nei carabinieri, partito in guerra per il fronte libico, tornato in Italia con una medaglia e assegnato alla piazza di Milano dove nel 1941-1942 fu ammesso al corso accelerato per allievi sottufficiali. Un altro documento importante è l’ultima lettera scritta a mano da Lorenzo, in nero, forse di fretta, con qualche tenero errore di ortografia, datata 2 maggio 1945 e spedita alla «carissima mamma». Un foglio soltanto: vi si legge che «ho passato dei giorni molto brutti» e che la forza di andare avanti è arrivata «dal pensare» alla signora Genoveffa, «sola a casa». 

La lettera evidenzia anche l’alto livello di scontro, in quei mesi, con i fascisti. I carabinieri non furono mai amati da Mussolini, anzi; ci furono carabinieri che rifiutarono di aderire a Salò e lo manifestarono apertamente, e altri che ugualmente non diedero il proprio appoggio ma restarono lo stesso ai loro posti, anche per poter fare il «doppio gioco», e informare gli Alleati delle mosse nazifasciste. Ma quello che accadde al vice brigadiere ebbe un’altra origine e un altro contesto. 

L’11 agosto 1945, Lorenzo Foggi fu incaricato dai superiori di andare a stanare un pericoloso 22enne, latitante dopo aver ucciso due persone a Mantova e aver realizzato «numerose rapine». L’indirizzo era una casa di via Triboniano. I carabinieri cercavano Renzo Novelli, partigiano. E Novelli se ne stava guardingo, quasi in attesa, pronto alla resa dei conti. Quando con l’appuntato Sante Busso, 21enne, Foggi provò a entrare nella sua abitazione, ricevette in risposta una scarica di proiettili, letali. Busso, per vendicare il collega e amico e per catturare il colpevole, si buttò all’inseguimento di Novelli che fece fuoco di nuovo, con l’appuntato che a sua volta rispose nonostante i cinque proiettili ricevuti in corpo. 

Sia Busso che Novelli rimasero gravemente feriti e si spensero poco dopo, entrambi all’ospedale Maggiore. Di sparatorie e cadaveri Milano era piena. Così come di scontri «fratricidi». Basta leggere l’encomio solenne che il generale comandante dei carabinieri Brunetti aveva conferito l’aprile precedente a Foggi, il quale «addetto alla squadra di polizia giudiziaria operante in città, in eccezionali condizioni di ambiente coadiuvò i superiori con coraggio, abilità e attaccamento al dovere per eliminare la pericolosa infiltrazione di elementi criminali tra le bande dei patrioti, concorrendo al recupero di quantità di armi e munizioni». 

I vertici dell’Arma si fecero sentire anche nel 1947, con la consegna alla madre di un premio di mille lire (e con la premessa che «la consistenza è di modesta entità») alla memoria del figlio. Dopodiché, il silenzio. Il nipote Stefano, fin da piccolo, aveva sentito i racconti sullo zio che terminavano sempre con grandi interrogativi. Da adulto, si è così messo al «lavoro». Ha setacciato gli ampi e spesso «sottovalutati» archivi dei carabinieri, ha recuperato i fogli matricolari dell’Esercito, ha cercato famigliari di altri carabinieri colleghi di Foggi, ha pellegrinato tra archivi di Stato e biblioteche di Milano e Lombardia, ha lottato contro i fastidi di chi non voleva offuscare le pagine della Resistenza, avuto il nome di Novelli ha frugato ovunque pur di reperire informazioni, e ha infine «smosso» il mondo dell’Arma, che di quel periodo ha perso parecchi ricordi e documentazione. 

7 gennaio 2016 | 11:26

Violenze in Germania: quando a stuprare erano gli Alleati

- Sab, 09/01/2016 - 12:57

L’eredità dell’imprenditore: 1,5 milioni ai suoi operai

Corriere della sera
di Roberto Rotondo

Nel testamento di Piero Macchi 250 «regali di Natale». La vedova ha inviato ogni assegno con una lettera di ringraziamento



Per i 250 dipendenti della Enoplastic, il regalo di Natale più inatteso è arrivato dall’Aldilà. Piero Macchi, il loro ex datore di lavoro scomparso lo scorso giugno a 87 anni, ha fatto in modo che mesi dopo la sua dipartita fosse recapitato a ognuno degli operai una busta. Dentro c’era una gratifica di qualche migliaio di euro, un grazie recapitato «post mortem» per la dedizione dimostrata sul lavoro. Così aveva messo nero su bianco nel suo testamento, il signor Piero, e così è stato. Dicono che Macchi abbia scritto le ultime volontà e abbia rivolto l’ultimo pensiero agli operai quando si è reso conto che non avrebbe superato una grave malattia che l’aveva colpito un anno fa. 

La «favola di Natale» si è avverata a Bodio Lomnago, il piccolo paese in riva al lago di Varese dove ha sede la Enoplastic: i familiari del defunto hanno curato nei minimi dettagli l’operazione e fatto in modo che la busta fosse recapitata per tempo a tutti i dipendenti prima del 25 dicembre. «Mio padre Piero Macchi - racconta la figlia Giovanna - ha disposto un lascito testamentario complessivo di un milione e mezzo di euro. Ha agito, come sempre, nella piena autonomia delle proprie decisioni, con la collaborazione di un notaio di fiducia e di un consulente del lavoro. E nel modo che riteneva più opportuno. Il tutto è stato gestito dalla moglie Carla, mia madre, che ha accompagnato le buste per i singoli dipendenti con una toccante lettera di ringraziamento». 

Macchi ha valutato di persona quanto spettasse a ciascuno degli operai, tenendo conto di tante circostanze, prima fra tutte gli anni passati al lavoro sotto i capannoni della Enoplastic. I più «giovani» sono stati premiati con duemila euro, per i più anziani si è arrivati a 10 mila. Ma per qualche famiglia che Macchi aveva particolarmente a cuore la cifra è stata ancora più generosa. «Forse a qualcuno il gesto ha cambiato la vita e questo era in fondo lo scopo del lascito» sottolinea la figlia del benefattore. Al rientro in azienda, molti dei beneficiati hanno chiesto di incontrare Giovanna per ringraziarla di persona, commossi.

 La famiglia Macchi aveva fatto di tutto per tenere la notizia riservata, tenendo fede a un understatement che aveva sempre caratterizzato in vita il signor Piero. L’emozione suscitata dalla donazione ha convinto i familiari dell’imprenditore a svelare qualcosa in più sulla generosità del defunto: «Mio padre in vita ha fatto tanta beneficenza - osserva ancora Giovanna - in maniera riservata, elargendo somme ad enti, ospedali e associazioni. Posso raccontare un episodio. Era malato da tempo. In una delle sue ultime trasferte per le cure a Varese si accorse che l’ambulanza non era in buono stato. Quando arrivammo in ospedale, disse ai volontari: “Se vengo fuori anche stavolta, vi compro l’ambulanza nuova”. Ne venne fuori, perché era un uomo forte, e la prima cosa che fece fu proprio comprare l’ambulanza nuova». 

L’avventura del personaggio è andata di pari passo con quella dell’azienda. Piero Macchi la fondò nel 1957, costruendo tappi ed etichette per bottiglie di vino. Oggi l’azienda produce oltre 2,5 miliardi di pezzi all’anno, esporta in 86 Paesi del mondo, ha filiali in Spagna, Nuova Zelanda, Australia e negli Stati Uniti. Anche grazie all’impegno di chi ci lavora. Che questa volta è stato riconosciuto .
9 gennaio 2016 | 09:31

Wikipedia compie 15 anni, non chiamatela new media

La Stampa


L’enciclopedia online ha surclassato in pochi anni i giganti di carta come la Britannica o la Treccani rivalutando l’antico sistema multiautore. E Twitter si prepara a trasformare i cinguettii in articoli
 


Nel 1996 i volumi dell’Enciclopedia Britannica di proprietà del presidente John F. Kennedy vennero messi all’asta, dopo la morte della moglie Jacqueline. Nel 1996 i volumi dell’Enciclopedia Britannica di proprietà del presidente John F. Kennedy vennero messi all’asta, dopo la morte della moglie Jacqueline.

Mancava un volume, sottratto da qualche amico e mai restituito come sempre capita, prezzo base per la casa Sotheby’s 600 dollari. Partecipai anch’io, presto stroncato, perché i 23 volumi vennero aggiudicati per 40.250 dollari (un’edizione 1958, senza l’aura Jfk costa ora su Amazon appena 240 euro). Tale era il , per due secoli e mezzo bastione in cuoio scuro e fregi in oro della cultura anglosassone, in Italia fronteggiata dalla classica Treccani, che, nel 2000, il sogno di farsi in casa una trincea del sapere in pesanti tomi, raggiunse il picco, con il record di vendite. Chi avrebbe detto, tra i coltissimi saggi che compilavano le voci, non prive di errori, Garibaldi a lungo «Guiseppe» e Andreotti «Gulio», che solo dodici anni più tardi la Britannica sarebbe andata online, le vecchie Enciclopedie di carta sconfitte da Wikipedia, il sapere enciclopedico degli illuministi D’Alembert e Diderot compilato online gratis da volontari?

Senza fine di lucro 
Il 15 gennaio Wikipedia compie 15 anni (lo assicura Wikipedia!) e neppure i fondatori, Jimmy Wales e Larry Sanger, sognavano tale comunità: oggi Wikipedia è il sesto sito più seguito al mondo, surclassa la Britannica relegata al 3600 posto, con oltre 25 milioni di utenti-collaboratori, Stati Uniti, Europa e India sul podio. Il 71% dei volontari partecipa «perché crede nella libera informazione gratuita… un progetto comune non a fine di lucro», la metà ha più di 30 anni ed esperienza professionali serie.

Poche settimane dopo il compleanno di Wikipedia, Twitter, microblog di 140 caratteri che hanno rivoluzionato il giornalismo, compirà 10 anni. Creato nel marzo 2006 da Jack Dorsey, Evan Williams, Biz Stone e Noah Glass, pionieri litigiosi di un brand che ancora cerca un solido business model, Twitter ha mezzo miliardo di utenti, di cui 300 milioni attivi, ed è tra i primi dieci siti del pianeta. Dorsey, dall’account @jack lancia il primo tweet il 21 marzo 2006 «Just setting up my twttr.» (metto a posto il mio twttr.) e 38 tweet più tardi Dom Sagolla scrive presago «Questo finirà per drogarci tutti».

Con Wikipedia a 15 anni, Twitter a 10, Facebook fondata nel 2004, Internet sessantenne nata in Guerra Fredda, il sito del New York Times che celebra venti anni giusto nel 2016, Amazon del 1994 e Google del 1995, la verità è che i new media e i social media, se non ancora old, sono però maturi, adulti, e ostinarsi a ritenerli giovani, acerbi, roba da teen ager smanettoni è errore grave, per business, informazione, cultura. Ho chiesto una volta a Biz Stone se, lanciando Twitter pensasse di rivoluzionare il giornalismo.

La comunità 
Mi rispose sornione «Non sapevamo nulla, al massimo immaginavamo di creare sms tra amici». È vero, ciascuno dei new e social media ha avuto successo per il modo in cui la comunità lo ha adottato e usato, stravolgendo le intenzioni originali degli inventori. Non è una novità, Gutenberg usava il torchio a stampa per Bibbie uguali a quelle degli amanuensi, telegrafo e radio dovevano servire per le emergenze, il fonografo a «registrare i diari familiari, il primo vagito e le feste di casa», del telefono si disse «servirà solo in ufficio, mai i contadini ne avranno uno», il computer doveva restare negli scantinati delle grandi burocrazie centrali ed è in tasca a milioni di cittadini, via smartphone.

Anche il metodo di creazione «wiki», in comunità, anatema per i parrucconi, è un ritorno alla tradizione ancestrale del nostro sapere, Iliade ed Odissea vennero composte insieme da generazioni di aedi, la Bibbia (i libri) è testo «wiki» multiautore (e infatti legioni di teologi e filologi lo setacciano, separando il canone dai cosiddetti apocrifi, in jihad perenne tra ortodossi ed eretici), il poema epico religioso indiano Mahabharata del IV secolo AC, è antichissima opera collettiva.

Le voci controverse 
Che il XXI secolo sia tornato al testo multiautore dovrebbe farci riflettere su quanto «old» siano i «new media», Cicerone lamentava che gli amici, nel ricopiare le sue lettere, aggiungessero nel testo, ad libitum, osservazioni e interventi, e alla fine era impossibile discernere l’originale. Il fastidio di Cicerone è ora, per Wikipedia e Twitter, la prova della maturità. Troppe voci dell’enciclopedia online sono controverse o spurie (il fondatore del Qualunquismo, Guglielmo Giannini, ricordato come «nonno della showgirl Sabina Ciuffini», ex valletta di Mike Bongiorno), la parte scientifica non divulgativa (provate a studiare il teorema di Gödel su Wiki: «Con il... teorema di Gödel si è dimostrato che tale teoria risulta completa per i soli assiomi logici, ossia: per ogni formula “R”, esiste una formula ad essa corrispondente “r” tale che: se sussiste; se non sussiste …).

Su Twitter troppe fonti sono fasulle o di propaganda violenta, «trolls», creati perfino ad hoc, industrialmente, per esempio in Russia da una «fabbrica di contenuto» a San Pietroburgo.

Alla fine però, Wikipedia troverà la sua strada autorevole e condivisa, mentre Twitter sta finalmente per lanciare un testo a 10.000 battute (il doppio di questo articolo), a cui i 140 caratteri faranno da titolo. Nel fare dunque gli auguri a Wikipedia e Twitter festeggiamoli come strumenti fedeli e solidi di una battaglia, non «new», ma vecchia come Socrate, per conquistare verità, razionalità, libertà.

Twitter @riotta

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