sabato 9 gennaio 2016

Essere clandestini è come non pagare il biglietto dell'autobus"

Il Feng Shui e la bufala delle 5 domeniche in un mese che ogni 823 anni portano soldi

La Stampa
elena masuelli

La catena di Sant’Antonio su WhatsApp imperversa, ma per ritrovare un altro mese analogo basta tornare a maggio 2015, quando si è ripetuta la stessa combinazione

 

«Questo mese di gennaio è molto speciale: avrà 5 venerdì, 5 sabati e 5 domeniche. Questo succede una volta ogni 823 anni. Questi anni sono conosciuti come “sacchi di denaro”. Manda questo messaggio a 8 buoni amici e i soldi compariranno in 4 giorni, è una cosa basata sul Feng Shui cinese. Chi lo fermerà non riceverà niente. Tentare non costa nulla». Un messaggio che in questi giorni stanno ricevendo in tanti. Negli anni è girato a più riprese, prima via mail, poi per sms e infine con WhatsApp: con lievi modifiche sul periodo fortunato la catena torna in auge ogni volta che c’è un mese con 31 giorni.


Che la triade sia venerdì, sabato e domenica oppure domenica, lunedì e martedì o ancora sabato, domenica e lunedì (dipende dal giorno con cui il mese comincia, ma una domenica di mezzo c’è sempre!), praticamente nulla di questo messaggio ha un qualche fondamento cui affidare le proprie speranze di ricchezza.

Altro che ogni 823 anni: per ritrovare un altro mese con 5 venerdì, 5 sabati e 5 domeniche basta andare indietro di pochi mesi, a maggio 2015, quando si è ripetuta la stessa combinazione. Ma era successo anche a marzo 2013, luglio 2011, gennaio e ottobre 2010, e così via, insomma spesso. Anche ai più creduloni basta una occhiata al calendario per capire che come portafortuna è un po’ troppo di maniche larghe.

Anche il riferimento al Feng Shui è in ogni caso, bufala o no, fuori contesto. Si tratta infatti di un’antica scienza cinese che ci insegna a vivere in armonia con le energie della Terra. E’ una tecnica di organizzazione dello spazio e dell’ambiente in cui viviamo. Si propone di supportare l’architettura tradizionale nella progettazione delle case e nella scelta dei mobili. Gli spazi vengono organizzati in modo da creare una vera e propria armonia tra l’interno e l’esterno. Il termine Feng Shui richiama le parole “vento” e “acqua” che, secondo la cultura cinese, equivalgono a salute, felicità, pace e sì... anche prosperità.

Il diritto di camminare da sole senza essere molestate

La Stampa


Non è facile farsi largo nel percorso a ostacoli dei pregiudizi di vari colori, ma i fatti di Colonia impongono che ci si impegni nella corsa - anche a costo di condurla un po’ scompostamente - con l’idea di raccogliere, al termine, un testimone che ci viene da lontano e la cui trascrittura è piuttosto semplice: l’indiscutibile diritto a camminare di sera da sole per strada, senza essere molestate.
Si rischia di cadere, da una parte, nella trappola della facile xenofobia, la stessa che ha portato alla chiusura del centro romano per l’accoglienza dei migranti «Baobab» subito dopo i fatti del Bataclan.

Piccolo ma tristissimo episodio di giustizia un tanto al chilo, e soprattutto di associazione mediatica tra atti terroristici e presenza dei rifugiati nelle città europee. Come a dire che queste sarebbero più al sicuro senza di loro, e pazienza che tutta questa gente in fuga sia anche il frutto di politiche europee di vecchissima data e di gestioni strabiche degli equilibri internazionali. Dall’altra però si annida il pericolo di uno scarso coraggio identitario, di una rinuncia alle affermazioni conquistate con fatica da donne e uomini che hanno creduto in una società libera ed aperta, e che però a loro volta non vanno confuse con pretese di superiorità culturale e trionfalismi occidentalisti regolarmente smentiti dalle cronache nazionali e non.

Come difendere allora quel diritto, che in una notte è apparso così fragile da gettare nel caos una delle città più libertarie della Germania e da lasciare in tutti e tutte la sensazione di non essere al sicuro? Quel diritto, evidentemente, era fragile da prima, proprio come quella piazza, che non ha saputo fronteggiare l’irruzione del caos, né con la persuasione, né con la contrapposizione. La polizia si è mostrata confusa, in affanno, e i rapporti trapelati mostrano smarrimento, sorpresa, impreparazione. Allo stesso tempo, viene da chiedersi: ma chi c’era in quella piazza, oltre ai mostri e alle ragazze, che non ha saputo strutturare un minimo di difesa, la stessa che si dovrebbe usare quando una persona anziana inciampa per strada e ci si affretta a soccorrerla, così, per empatia umana?

La realtà è che il diritto a camminare di sera da sole per strada senza essere molestate non è così condiviso, non è entrato a far parte di noi come avrebbe dovuto, forse non è stato sufficientemente coltivato, ogni giorno, come si fa con le cose delicate che rischiano, se trascurate, di spezzarsi. E gettare la colpa su un centinaio di nordafricani non scarica nessuno dalle responsabilità di aver fatto sì che questo accadesse, non nella notte di San Silvestro, ma in tutte le notti che da molto tempo l’hanno preceduta, quelle in cui ci si lascia andare a battute sulle gonne troppo corte, a osservazioni del tipo «se l’è cercata», fino alle sentenze che puniscono le vittime di violenze e lasciano a spasso gli aggressori, «perché dopo tanti anni che si subiscono abusi significa che si è consenzienti».

 Non sfugge la differenza qualitativa tra un assalto di massa e un episodio di violenza singolo, ma non può sfuggire neanche ciò che li accomuna: la volontà di segregare e di espellere le donne da uno spazio pubblico. Quando il quadro cade dal muro si pensa a un fatto improvviso, ma chissà da quanto tempo il chiodo aveva mostrato segni di cedimento, da dietro la tela. Pensare di riappenderlo senza preoccuparsi delle crepe nell’intonaco significa far sì che cada di nuovo. In questo caso per rimetterlo al suo posto non sarà sufficiente una persona sola, sia essa un giudice o una cancelliera, ci vuole la forza di un’intera comunità, che sia consapevole della forza dei diritti a cui ha dato vita.

Le Province sono state abolite, ma dopo di loro resta il caos

La Stampa


A un anno e mezzo dalla legge gli enti locali si rimpallano le competenze E duemila impiegati restano in attesa di avere un nuovo posto di lavoro


L’impiegato Checco Zalone si trova costretto ad abbandonare l’amato Ufficio caccia e pesca. Riforma delle province, riorganizzazione del personale, e sul «posto fisso» inseguito tutta la vita si abbatte il rischio di doversi trasferire dall’altra parte del Paese. Attraverso la sua maschera comica, l’attore pugliese racconta le vite stravolte di migliaia di dipendenti pubblici italiani. La legge sulle Province targata Delrio, della primavera 2014, che avrebbe dovuto cancellarle, ma in realtà le trasforma in 76 più evanescenti Enti di area vasta retti non più da consigli ad hoc ma da collegi di sindaci, ancora deve trovare completa realizzazione. Soprattutto per quanto riguarda personale e funzioni.

RISORSE INSUFFICIENTI
«Se l’obiettivo era quello di tagliare il costo del personale, mi chiedo: il risultato è tutto qui? Meno di duemila dipendenti?». Il sarcasmo del vicepresidente dell’Unione delle province italiane (Upi), Carlo Riva Vercellotti non è tanto motivato dal numero tutto sommato esiguo degli esuberi delle Province, quanto dalle difficoltà finanziarie e di ricollocamento del personale che hanno accompagnato il 2015. E che ancora non si sono concluse. Il dimezzamento delle risorse da parte dello Stato ha provocato conseguenze a catena sull’efficacia dei servizi e l’impasse sulla distribuzione delle funzioni.

L’argomento è un po’ tecnico, ma si può sintetizzare così: i nuovi Enti sopravvissuti alle vecchie Province mantengono alcune funzioni dette fondamentali; hanno in carico 5.100 edifici scolastici per due milioni e mezzo di studenti, si occupano della manutenzione di circa 130mila km di strade («pari a tre volte il giro della terra passando per l’Equatore», calcola Riva Vercellotti), gestiscono la tutela ambientale e, ultimo regalo del governo, adesso devono anche garantire assistenza ai comuni. Altre funzioni – dalla ormai famosa caccia e pesca all’agricoltura – sulla carta dovevano essere ridistribuite tra gli altri enti: ma, spesso, sono state tenute per un po’ a bagnomaria per poi tornare da dove erano venute. Cioè le Province, pardon, gli Enti di area vasta.

TRASFERIMENTI ALLE REGIONI  
Le funzioni portano con sé chi di quello si è sempre occupato: chi, per esempio, ha visto assegnare la propria competenza alla Regione lì si è dovuto trasferire: in questo caso sono un po’ meno di seimila. Oltre cinquemila hanno continuato a svolgere il proprio lavoro nei discussi Centri per l’impiego, mentre quasi tremila hanno maturato i requisiti per la pensione. Dal ministero della Pubblica amministrazione spiegano che l’iter di ricollocamento procede come previsto: entro l’anno sapranno qual è la nuova destinazione anche i quasi duemila ancora in esubero (la Funzione pubblica ha creato un sito per incrociare domanda e offerta). Vista dall’Upi, la riforma Delrio va nella direzione giusta, ma nei fatti sconta troppi ritardi e tagli massicci previsti a partire dalla Legge di stabilità 2015.

Regioni che hanno adottato all’ultimo minuto le leggi necessarie per stabilire chi deve fare cosa (la Campania, per dirne una, è arrivata solo a un mese dalla scadenza di fine dicembre); e un miliardo in meno in bilancio. Lo scorso 29 dicembre, la Provincia di Caserta ha dichiarato lo stato di dissesto, dopo la sforbiciata di 34 milioni, che la incorona la più tartassata in termini assoluti. «Il problema è che noi dobbiamo comunque provvedere a garantire dei servizi: ma dobbiamo farlo con meno uomini e risorse e, paradossalmente, con più funzioni». Con quel «paradossalmente», Riva Vercellotti intende sottolineare quel che spesso sta avvenendo: le Province aspettano ancora i rimborsi regionali degli investimenti fatti per far fronte a funzioni a loro riassegnate dalle Regioni, con soldi giocoforza sottratti ad altri usi. E così, le strade rischiano di rimanere coperte di neve e le scuole al freddo.

CONTENZIOSO TRA ENTI  
Un nodo ancora da risolvere è quello dei 550 Centri per l’impiego, oggetto del contendere tra enti diversi. Il personale resta al momento in Provincia, con stipendio pagato da un fondo creato appositamente da Regioni e Ministero del lavoro, fino a quando non arriverà l’ok definitivo alla riforma costituzionale, che prevede il passaggio delle politiche occupazionali dalle Regioni allo Stato. Nel frattempo, solo la Toscana ha già creato una sua Agenzia per il lavoro. «Questa lunga attesa, più i tagli, rischiano di indebolire un servizio fondamentale, tanto più con la disoccupazione che c’è», commenta Riva Vercellotti: è stato calcolato che ogni dipendente dei Centri per l’impiego ha 500 persone da gestire in cerca di lavoro. In Europa la media è abbondantemente sotto i cento.

Se nessuno vuole seppellire i kamikaze

La Stampa


I terroristi delle Torri Gemelle così come quelli di Parigi continuano a minare le coscienze occidentali anche dopo morti: dare loro una tomba oppure no? Una sociologa francese sulle tracce delle tombe celate degli jihadisti

Dove vanno a finire i corpi dei kamikaze, fantasmi che a partire dagli attentati delle Torri Gemelle di New York non sono più usciti dalla top ten delle paure della coscienza occidentale? Mohamed Aṭṭa, Hasib Hussain, i fratelli Kouachi, Abdelhamid Abaoud e gli altri jihadisti del Bataclan? «Nessuno li vuole, nè i paesi in cui colpiscono né quelli di origine, così gli jihadisti continuano a tormentare le loro vittime anche dopo aver seminato il terrore» afferma la sociologa Riva Kastoryano. Da quindici anni è sulle tracce delle tombe senza nome che sono protagoniste del suo ultimo libro «Que faire des corps des djihadistes?»: gli attentatori dell’11 settembre 2001, quelli di Madrid 2004 e di Londra 2005, una catena di assassini invasati fino agli esecutori della strage di Charlie Hebdo nella Parigi in cui insegna a Science Po.

Nessuno vuole i cadaveri maledetti, ci dice Kastoryano che ne ha scritto a lungo sui giornali francesi, a cominciare da Libération: «Le famiglie non li rivendicano e gli Stati si rimpallano la responsabilità: dove erano nati? Che passaporto avevano? A chi tocca occuparsene dopo la loro morte? In tutti questi anni ho scoperto che solo la Gran Bretagna, in virtù del suo modello multiculturale, prevede, magari in tempi differiti, la sepoltura in casa propria di questi cittadini irriducibili a qualsiasi idea di cittadinanza che non sia l’appartenenza all’idea della «umma», la grande comunità musulmana, uno stato che non esiste. I kamikaze del 7 luglio 2005 erano quasi tutti di origine kashmira o pakistana ma avevano anche la nazionalità britannica. Sono riuscita a trovare solo la tomba di uno di loro, Hasin Hussain, è stato sepolto a Beeston Hill, un sobborgo della Leeds in cui viveva. Sulla lapide non c’era il nome e quando in seguito il padre ha provato ad aggiungerlo la tomba è stata profanata. Negli Stati Uniti è una specie di materia top secret».

Il problema dei resti di chi vive per uccidere è duplice, da una parte una sepoltura regolare farebbe di loro una calamita per potenziali emuli in cerca di un sacrario del terrore (come quando a febbraio scorso qualcuno depose fiori davanti alla porta di casa dell’attentatore Omar Abdel Hamid el-Hussein ) e dall’altra potrebbe catalizzare l’odio sociale. Last but not least, la questione mette in crisi i valori su cui si fondano le democrazie liberali, tra cui il rispetto dovuto ai morti. Prova ne sia l’estrema decisione americana di affidare al mare l’ingombrante Osam bin Laden. Meglio dunque calare un velo impermeabile.

Nel caso di Madrid i terroristi erano immigrati dal Marocco e dalla Tunisia e la sorte di quei corpi rimbalza ancora da una sponda all’altra del Mediterraneo: «Le autorità spagnole, rifacendosi al precedente dell’Eta quando restituivano alle famiglie basche i corpi dei loro figli, li rimandano in patria. Ma quando poi sono andata in Marocco mi sono scontrata con un silenzio da censura: nessuno pare sapere niente, nè le autorità che appongono il segreto di sicurezza né i parenti che si servono dell’ignoranza per dissociarsi, in assenza di un cadavere qualche madre ripete ancora che non si tratta del suo ragazzo, che non è affatto detto, che non ci sono prove». Per la prima volta, dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, la madre di uno degli jihadisti, Bilal Hadfi, si è affidata a YouTube per chiedere la salma su cui piangere.

La storia degli ultimi terroristi di Francia conferma la regola: nel caso di Mohammed Merah, autore delle stragi di Tolosa, nonostante la richiesta del padre l’Algeria non ne ha voluto sapere di rimpatriare il corpo e in virtù della doppia cittadinanza la patata bollente è rimasta a Parigi. Stessa cosa per Amedy Coulibaly, il killer dell’Hypercasher, spedito in Mali ma rimandato prontamente indietro nella notte fino a essere sepolto nel settore musulmano del cimitero di Thiais, a Val de Marne. «In presenza del doppio passaporto è difficile respingere i corpi - continua Kastoryano - .

Il corpo del kamikaze è un’arma in sé, si consuma nel momento in cui uccide ma la detonazione dura a lungo, lo Stato colpito non può più fare giustizia, resta la possibilità di negare la sepoltura, l’estremo gesto di umanità a chi in vita è stato disumano, ma vale solo per un certo periodo poi bisogna sotterrare i corpi. In Israele per esempio, dopo che nel 2000 le famiglie dei palestinesi si appellarono ai tribunali, si è deciso di rendere i cadaveri ma a tre condizioni, che vengano sepolti senza nome, di notte e in presenza di massimo 3 o 4 famigliari».

Va a ruba all’Onu il libro che insegna ai leader come avere l’immunità

La Stampa


Esaurito in biblioteca

 

Basta entrare nella biblioteca delle Nazioni Unite e menzionare il nome del libro per capire che non stiamo parlando di un volume qualunque. Maria Montagna, una delle addette alla gestione della banca data di Dag Hammarskjold Library - la libreria dedicata all’ex segretario generale - guarda la collega Ariel Lebowitz e sorride. «Più che un libro è una star - dice - aspetti qui, controlliamo subito».

 L’opera in questione è «Immunità di capi e funzionari di Stato per crimini internazionali», un pamphlet scritto da Ramona Pedretti, ex studentessa oriunda dell’Università di Lucerna. È una tesi di dottorato, un vademecum per capire che tipo di immunità esistono per tali soggetti. Ne esistono due, come spiega Pedretti nel suo scritto, quella ratione personae che mette i capi di stato al riparo dalla giurisdizione penale straniera, e quella ratione materiae che protegge atti ufficiali e funzionari che agiscono per conto dello Stato dal giudizio di tribunali di altri Paesi.

«È senza dubbio il libro più richiesto del 2015, anche più di classici della letteratura Onu o grandi dossier», dice Maria. Twitter ha fatto il resto, visto che Dag Hammarskjold Library ha rilanciato sul social network il «primato» del libro moltiplicandone notorietà e richieste. Ma chi lo chiede in prestito? All’inizio erano soprattutto funzionari degli uffici legali e storici Onu, interessati in particolare alle conclusioni tratte da Pedretti. La tesi dell’autrice è che capi o alti esponenti di Stato in carica non possono essere perseguiti da corti straniere, al contrario degli ex.

È questo il principio ad esempio che ha portato all’arresto di Adolph Eichmann da parte di Israele e Augusto Pinochet dalla Spagna. «Ora però la platea di lettori si è allargata vista la pubblicità dei social», chiosa Maria. E arriva la conferma: «Mi spiace, al momento non abbiamo neanche una copia disponibile».

L’Uomo dei ghiacci soffriva d’ulcera il germe che «traccia» la migrazione

Corriere della sera
di Anna Meldolesi

Ötzi (il nome dato alla mummia preistorica trovata sulle Alpi) soffriva della malattia provocata da un batterio proveniente dall’Asia. Le ipotesi sugli insediamenti in Europa

 Ötzi  , il nostro «antenato» dell’Età del rame

 La temperatura della cella refrigerata è stata alzata, lentamente. Ötzi è passato dal gelo a cui è abituato al Museo Archeologico dell’Alto Adige (meno 6 gradi) fino a un tepore primaverile (15-18 gradi). Non è stato necessario praticargli nuove incisioni sull’addome, è bastato passare da una vecchia, senza danneggiare la preziosa mummia. L’apertura lunga 4 centimetri ha consentito di effettuare la biopsia dello stomaco, che durante la mummificazione è scivolato al posto dell’intestino e per questo non era ancora stato studiato dagli scienziati.

È così che il paleopatologo Albert Zink e i suoi colleghi dell’Accademia europea di Bolzano hanno fatto la scoperta annunciata su Science: l’Uomo venuto dal ghiaccio, trovato sulle Alpi orientali nel 1991, aveva un’infezione da Helicobacter pylori. Il Dna estratto dai campioni è stato esaminato alla ricerca di sequenze batteriche con l’aiuto di un gruppo internazionale, restituendo il genoma completo di un ceppo potenzialmente virulento. Antichissimo come il suo ospite, 5300 anni.

il check-up preistorico
La mucosa gastrica non è abbastanza conservata per consentire una diagnosi certa, ma i dati indicano che il sistema immunitario di Ötzi si fosse già messo in azione. Insomma è probabile che il nostro antenato soffrisse di una fastidiosa gastrite o di un’ulcera. Zink lavora da un decennio con Ötzi, abbastanza da sviluppare un legame speciale con quest’uomo morto tra i ghiacci per l’emorragia causata da una freccia conficcata nella spalla sinistra. Sintetizzare le ricerche svolte equivale a stilare un check-up preistorico: è stato trovato un germe che causa gengiviti, tracce di vermi intestinali, si sospetta avesse una malattia trasmessa dalle zecche, si notano processi degenerativi a carico di schiena e gambe. Ma non impressionatevi troppo, avverte Zink: «Nessuna malattia grave, più che altro acciacchi legati alle dure condizioni di vita e infezioni comuni». Per essere un quaranta-cinquantenne dell’età del rame, era abbastanza in forma e con un po’ di fortuna avrebbe potuto vivere ancora qualche lustro.
Le continue sorprese
Perché allora è importante sapere che aveva un batterio che oggi infetta metà della popolazione causando l’ulcera in una minoranza di persone? «Helicobacter pylori accompagna l’umanità da tempi remoti, probabilmente dalla comparsa di Homo sapiens. Conoscere l’evoluzione e la diffusione dei suoi ceppi è come seguire le tracce delle migrazioni umane», ci dice il ricercatore. Cinque anni dopo il sequenziamento del suo genoma completo, l’Uomo dei ghiacci continua a riservare sorprese. Ci si aspettava che ospitasse la variante europea del batterio, che è un ibrido fra i tipi asiatico e africano. 

Invece l’Helicobacter della mummia appartiene alla variante asiatica. Segno che la ricombinazione tra i ceppi sarebbe avvenuta più tardi del previsto. «Questo dimostra che la storia degli insediamenti umani in Europa è molto più complessa di quanto ritenuto finora», nota un altro autore dello studio, il microbiologo Frank Maixner. L’era genomica ha dato un nuovo impulso alla ricerca sulle malattie antiche e la disciplina emergente della paleomicrobiologia promette importanti contributi per la comprensione dell’evoluzione umana.
Gli studi futuri
Il prossimo studio su Ötzi che vedrà la pubblicazione rivelerà cos’aveva nello stomaco, anticipano i ricercatori. Intanto l’indagine su Helicobacter continuerà su altre mummie. «Purtroppo non su quelle egiziane, che venivano private dello stomaco, magari quelle asiatiche o sudamericane», ci dice Zink. A fare compagnia a Ötzi potrebbe arrivare Juanita, la ragazza Inca trovata congelata in Perù 

8 gennaio 2016 (modifica il 8 gennaio 2016 | 07:52)

Il mistero del missile Usa sparito in Europa e ricomparso a Cuba

Corriere della sera
di Guido Olimpio

 La storia del missile terra-aria «Hellfire», spesso usato in operazioni anti-terrorismo inviato in Spagna per un’esercitazione della Nato e che avrebbe dovuto essere poi rispedito negli Usa. Invece è finito a Cuba.

 Missili Hellfire, un esemplare è finito a Cuba

 Un missile americano sparito in Europa e riapparso a Cuba. Un’incredibile storia forse parte di un’operazione di intelligence per impossessarsi dei segreti di un ordigno sofisticato, un sistema aria-terra «Hellfire». Una vicenda, rivelata dal Wall Street Journal che, oltre a provocare imbarazzo, è al centro di un’indagine per capire come possa essere accaduto. Alcuni aspetti sono così strani da far dubitare della ricostruzione trapelata.

Le esercitazioni
All’inizio del del 2014 la Lockheed Martin è autorizzata ad inviare un missile inerte in Spagna dove verrà usato per un’esercitazione della NATO. Al termine delle manovre è previsto che l’ordigno sia trasferito da Madrid in Germania e da qui di nuovo negli Stati Uniti. L’«Hellfire» è preso in consegna da una compagnia di trasporti che deve passarlo ad una seconda per la spedizione finale. Per motivi non ancora chiariti - o svelati - l’arma finisce invece su un camion che lo porta allo scalo Charles de Gaulle di Parigi. Il missile è imbarcato nella stiva di un jet Air France diretto a Cuba. All’Avana - è il racconto - un funzionario della dogana si accorge del carico speciale e lo sequestra.
I contatti segreti
Sempre secondo la versione messa in giro la Lockheed scopre la sparizione dell’«Hellfire» solo a giugno e avverte il Dipartimento di Stato. Parte l’inchiesta mentre Washington chiede invano ai cubani la restituzione dell’ordigno. Storia resa ancora più intricata dai contatti segreti in corso per arrivare ad una ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Gli americani temono ovviamente che i cubani possano condividere i segreti dell’arma con stati non amici degli USA, dalla Russia all’Iran. Si rivela complicata anche la missione dell’intelligence: l’episodio è avvenuto in Europa, non sempre c’è la collaborazione necessaria. La Dia, il servizio segreto militare, è incaricato di redigere un rapporto per valutare il possibile danno subito dalla perdita dell’arma. Il Dipartimento della Giustizia, con l’aiuto dell’FBI, deve scoprire eventuali complicità: è stato corrotto qualcuno? C’è stato l’intervento di agenti stranieri?
Contro l’Isis
L’«Hellfire», costo unitario attorno ai 100 mila dollari, è impiegato su droni, elicotteri e aerei spesso impegnati contro movimenti terroristici. Non pochi leader di gruppi estremisti sono stati eliminati con uno di questi missili. L’ordigno è stato esportato in una quindicina di paesi, alcuni parte della NATO, altri alleati degli USA in aree critiche. È’ di questi giorni la notizia di un accordo per la fornitura all’Iraq di 5 mila esemplari, armi necessarie per il contrasto dell’Isis.
8 gennaio 2016 (modifica il 8 gennaio 2016 | 08:16)

Gli espulsi della Sicilia? Spediti in Lombardia

Che cosa sappiamo (e cosa no) dei fatti di Colonia

La Stampa

Renzi d'Arabia e il pasticcio dei rolex: scoppia la rissa, figura da straccioni

Libero


Una storia che arriva dall’Arabia. Una storia di Rolex che riguarda i dirigenti del governo italiani che secondo quanto scrive il Fatto Quotidiano hanno fatto una grandissima figuraccia internazionale. Accade questo: nella sera tra domenica 8 e lunedì 9 novembre, la delegazione di governo in viaggio con Matteo Renzi a Ryad si ritira nell’immenso palazzo reale. I sauditi hanno preparato per gli italiani dei preziosi orologi come cadeau, per la precisione degli avveniristici cronografi prodotti a Dubai con il prezzo che va dai tremila ai quattromila euro.

Ma c’è chi ha ricevuto anche Rolex più preziosi. Stando sempre al racconto del quotidiano diretto da Travaglio, al momento della consegna dei ricchi doni succede un imprevisto. Una furbata. Un membro della delegazione desidera il pacchetto con il Rolex e, scrive il Fatto, “scambia la sua scatoletta con il pacchiano cronografo con quella dell' ambito orologio svizzero e provoca un diverbio che rimbomba nella residenza di re Salman”.

Il giallo dei regali - A quel punto scoppia il finimondo. Per calmare gli animi e i desideri deve addirittura intervenire la scorta di Renzi che sequestra i lauti doni e li conserva fino al ritorno a Roma. Ma durante le vacanze natalizie di quei regali non c’è nessuna traccia. Che fine hanno fatto? Il Fatto interpella Ilva Sapora, la padrona del cerimoniale di Palazzo Chigi, non ricorda il contenuto dei doni. A chiarire tutto arriva una nota del governo: "I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali".

Renzi d'Arabia il giallo dei Rolex e spunta il regalino giapponese

Libero


Renzi d'Arabia il giallo dei Rolexe spunta il regalino giapponese
E' diventato un caso quello dei Rolex che gli arabi hanno regalato agli italiani in visita ufficiale con Matteo Renzi. La notizia pubblicata da Il Fatto Quotidiano ha infastidito non poco Palazzo Chigi. Gli orologi arabi non si trovano più, è un vero e proprio giallo. Il quotidiano di Travaglio confronta l'atteggiamento di Papa Francesco che ha regalato i regali più preziosi ricevuti e Matteo Renzi che si è tenuto la bici Shimano che gli hanno regalato i giapponesi.

Per legge p vietato accettare regali sopra i 150 euro. Mentre si infittisce il giallo della bicicletta Shimano, si sa che Renzi si è tenuto la bici che il premier giapponese Shinzo Abe gli ha recapitato a domicilio nel giugno 2014. Il fiorentino l' ha testata su strada durante le vacanze in Versilia. E poi a Tokyo, l' estate scorsa, ha ringraziato l' alleato: "Con la tua bici, caro primo ministro, ho già perso due chili".  C' è un decreto di Romano Prodi, approvato il 20 dicembre 2007, che fissa a 300 euro il limite dei "regali di cortesia" ai componenti del governo e ai coniugi. Il bottino va in beneficenza.

Uomini di polso

La Stampa


La storia di discriminazione rivelata da Carlo Tecce sul «Fatto» di ieri mette seriamente a repentaglio le nostre relazioni con l’illuminata monarchia saudita, tanto più che i protagonisti italiani sono alti funzionari ministeriali e megadirigenti di aziende pubbliche e private. Persone di indubbia autorevolezza e di ancora meno dubbia cultura, che sanno dire «è mio» in tutte le lingue del mondo.

I fatti. Era la notte dell’8 novembre e i nostri bighellonavano nel palazzo reale di Ryad al seguito di Renzi in missione per conto di Io, quando i dignitari sauditi hanno offerto a ciascun ospite un pacchetto infiocchettato. I lupetti alfa dell’economia italica lo hanno scartato con la ritrosia golosa di un bimbo alle prese con la slitta di Babbo Natale, salvo scoprire che qualcuno aveva ricevuto un micragnoso cronografo da poche migliaia di euro, mentre altri - non si sa in base a quali meriti - si ritrovavano gratificati di un Rolex del valore di un monolocale in centro.

I cronografati vivevano la disparità di trattamento come un insulto al loro prestigio. I muri del palazzo rimbombavano delle urla di questi nullatenenti da un milione l’anno di stipendio che si contendevano gli orologissimi polso a polso. Per rimediare, sia pure tardivamente, al sopruso commesso, i sauditi hanno rovesciato sui rivoltosi una pioggia di Rolex di tutte le taglie che in un soprassalto di dignità nazionale gli uomini della scorta di Renzi si sono premurati di requisire. Pare che adesso giacciano in un forziere segreto di Palazzo Chigi, pronti a essere riconvertiti in reddito di cittadinanza per manager disoccupati. 

La beffa dello studente modello espulso dalla Danimarca perché lavorava troppo

La Stampa


Marius Youbi, originario del Camerun, ha dovuto lasciare il Paese. Protesta l’Università: «Assurdo, era il nostro ragazzo migliore»

 

Espulso dalla Danimarca perché lavorava troppo. Marius Youbi, uno studente camerunense di 30 anni, si è visto recapitare un foglio di via dal governo danese perché ha sforato il limite di 15 ore di lavoro alla settimana consentito agli studenti stranieri. Novanta minuti di troppo nell’impresa di pulizie che lo ha assunto part -time. Tanto è bastato per vedere sfumare il sogno di completare gli studi in ingegneria elettrica, a soli due semestri dal traguardo.

«Sono dispiaciuto e deluso, quattro anni e mezzo della mia vita sono andati in fumo», si è sfogato ai microfoni della tv pubblica DR poco prima di imbarcarsi all’aeroporto di Billund. «Mi stavo costruendo un futuro in Danimarca, è terribile dover dire addio a tutto questo». Il decreto di espulsione è scattato ieri, 8 gennaio. A nulla è servita la petizione lanciata dalla sua Facoltà per bloccare il provvedimento.

«Abbiamo raccolto oltre 18 mila firme in pochi giorni, è un ragazzo di talento, il nostro studente migliore», ha assicurato Per Lysgaard, professore associato della Aarhus University. «È un provvedimento ingiusto, assurdo punire una persona perché ha lavorato più del dovuto». Davanti all’impiegato dell’ufficio immigrazione, Youbi ha provato ad obiettare che, sul computo annuale, la media complessiva non ha mai superato le 15 ore settimanali. Ma la replica è stata perentoria: «Ha infranto le regole, deve andarsene».

Negli ultimi mesi il governo danese, spinto dall’avanzata dell’ultradestra del DPP (il Partito della Popolazione Danese), che alle elezioni dello scorso giugno ha conquistato il 21% dei voti, ha inasprito le politiche migratorie. All’inizio del nuovo anno Svezia e Danimarca hanno sospeso Schengen reintroducendo i controlli alle frontiere. L’obiettivo dichiarato dal governo guidato da Lars Løkke Rasmussen è di ridurre drasticamente gli arrivi (l’anno scorso le richieste di asilo sono state circa 18.500) se l’Europa non si adopererà per arginare i flussi. Il mese scorso l’esecutivo ha presentato 34 iniziative anti-immigrazione, tra cui la proposta di consentire la confisca dei beni ai migranti per utilizzarli come contributo alle spese di gestione. Questa e altre undici hanno già ottenuto il via libera. 

Dopo Nokia sparisce anche Motorola

La Stampa

Al suo posto, Lenovo metterà in produzione due nuove linee: Moto e Vibe

 

Dopo Nokia, se ne va anche Motorola un altro pioniere della telefonia che fece la sua fortuna tra gli anni ’80 e ’90. Lenovo, l’azienda cinese che ha comprato la società da Google nel 2014, ha deciso a partire da quest’anno e in maniera graduale di far sparire la dicitura Motorola dai suoi dispositivi. Proprio come aveva fatto Microsoft dopo l’acquisto della divisione mobile del celebre marchio finlandese, che ora progetta di tornare con una nuova linea di smartphone. L’ufficialità della notizia è stata data nel corso del Ces di Las Vegas, la più grande fiera dell’elettronica del mondo che chiude il 9 gennaio.

«Motorola Mobility continua ad esistere come azienda di Lenovo ed è il motore della progettazione e del design per tutti i nostri prodotti mobile. Tuttavia, nell’ambito del nostro product branding, utilizzeremo una strategia dual brand per smartphone e dispositivi wearable, continuando ad utilizzare, Moto (destinata ai prodotti di fascia alta, ndr) e Vibe (per quelli di fascia medio-bassa, ndr) a livello globale», ha spiegato Rick Osterloh, President and Chief Operating Officer di Motorola Mobility, durante un intervento al Ces, la più grande fiera dell’elettronica che si tiene in questi giorni a Las Vegas. L’azienda unificherò quindi i suoi business relativi alla telefonia, raggruppandoli sotto l’unico marchio Lenovo.

Motorola, nata negli Stati Uniti negli anni Trenta, inizialmente realizzava apparecchi radio. Poi dette un grosso impulso al settore dei computer producendo micro-processori anche per Apple e Olivetti. Ma la popolarità la deve ai telefonini, avendo di fatto creato il primo cellulare portatile: venne realizzato nel 1973 dall’ingegnere americano Martin Cooper. Voluminoso quasi come una scatola di scarpe si chiamava DynaTac. Ai `brick phone´, grandi come dei mattoni, seguirono poi altri modelli più piccoli e leggeri come il MicroTac e lo StarTac, molto diffusi tra gli anni Ottanta e Novanta. E negli anni Duemila con il Razr Motorola ha aperto la strada ai telefoni dal design super-sottile.

Poi il cedimento. A gennaio 2011 Motorola Inc. è stata divisa in due società distinte, Motorola Solutions e Motorola Mobility. Quest’ultima è stata venduta a Google pochi mesi dopo per la cifra di 12,5 miliardi di dollari. A sua volta il colosso del web l’ha ceduta a Lenovo nel 2014 per 2,9 miliardi di dollari.