giovedì 7 gennaio 2016

La classifica delle bufale politiche del 2015

La Stampa

Il blog Pagella Politica ha pubblicato le quattro affermazioni false più votate dalla rete

Anche quest’anno il blog Pagella Politica, specializzato nel fact checking delle dichiarazioni dei politici italiani, ha messo ai voti le bufale migliori del 2015, facendo votare i lettori per eleggere le più improbabili. Ecco chi sono i vincitori.

POSTO: MATTEO RENZI
«Siamo il primo governo che ha abbassato le tasse». La frase riportata in un’intervista al Sole 24 Ore è del presidente del Consiglio Matteo Renzi e risale al 30 giugno 2015. Ma secondo Pagella Politica il taglio delle imposte non è una prerogativa del governo Renzi. Lo aveva già fatto Berlusconi nel 2008 con l’abolizione dell’Ici e, ancora prima, con l’abolizione della tassa di successione.

FOTOSEDE

POSTO: MATTEO SALVINI
Il secondo gradino del podio lo conquista il leader della Lega Nord, che quest’anno ha rilanciato due notizie rivelatesi false. La prima è quella della tassa sui condizionatori introdotta dal governo Renzi. Ma quella che gli è valsa il premio di Pagella Politica riguarda la polemica del maialino a dondolo rimosso da una scuola di Rovereto perché offendeva i musulmani. La notizia l’avevamo smentita qui.

LAPRESSE

POSTO: LUIGI DI MAIO
«L’ultima volta che si è messa la fiducia sulla legge elettorale lo ha fatto Mussolini e poi mai più». La frase del parlamentare grillino Di Maio risale all’aprile del 2015. Quello che forse Di Maio non sa è che anche nel 1953 fu posta la fiducia su una riforma della legge elettorale. Ai tempi al governo c’era De Gasperi e quella che si votava era la cosiddetta «legge truffa».

ANSA

POSTO: ALESSANDRO DI BATTISTA
L’ultimo posto in classifica va ad Alessandro Di Battista, che l’anno scorso si era guadagnato una menzione anche dal New York Times per la bufala sulla Nigeria controllata per il 60% da Boko Haram. Quest’anno il parlamentare a 5 Stelle ha detto che «non esiste una città che vanta oltre tremila anni di storia come Roma al mondo», tralasciando alcune “piccole” città come Gerusalemme, Atene e Damasco.

La seconda vita del giradischi: “Ma il vinile va fatto con amore”

La Stampa


È stato tra i regali più gettonati, il racconto di Giulio Cesare Ricci, uno che i dischi li conosce bene

 

Del grande ritorno del disco in vinile si parla da tempo e non sorprende quasi scoprire che tra gli impianti audio più venduti questo Natale su Amazon ci sia proprio un giradischi. Non un vecchio modello, ma un Jensen JTA-230 3-Speed, un oggetto della contemporaneità, con tanto di radio e lettore mp3. Assai modico l’esborso: poco più di 80 dollari.

Non proprio un oggetto capace di fare la gioia degli amanti dell’alta fedeltà, ma pur sempre un giradischi. Chi lo avrebbe mai detto cinque o dieci anni fa? Probabilmente nemmeno Giulio Cesare Ricci, uno che i dischi in vinile non ha mai smesso di produrli, fin da quando incise, all’interno di una piccola cappella antica, una sonata per violino solo di Marco Fonaciari. Era il 1983, anno di fondazione della casa discografica Fonè, il sogno da bambino del livornese Ricci che, con il suo orecchio assoluto, ha sempre amato la musica, in special modo quella classica.

I microfoni dei Beatles
Da allora ha pubblicato oltre 300 titoli, tutti in vinile (ma anche in cd super audio): «Oggi come allora le incisioni vengono realizzate in maniera analogica con apparecchiature ad alta definizione e senza manipolazioni elettroniche del suono». Ricci racconta con entusiasmo e amore il suo lavoro, quel «registrare in luoghi naturali e curiosi come chiese, teatri, ville, salotti... Con gli stessi microfoni utilizzati dai Beatles negli studi di Abbey Road e dalla Rca per le registrazioni “Living Stereo”».

Facile capire come ci troviamo nel territorio dei grandi appassionati dell’alta fedeltà, che la Fonè soddisfa producendo in particolare classica e jazz. Con, qua e là, qualche incursione nel pop: qualche esempio? Renzo Arbore, vecchio amico dello stesso Ricci («Mi ha ribattezzato Mastrovinile»), il live  
E sona mo’ di Pino Daniele, ma anche le più recenti collaborazioni con Fauso Mesolella, e pure un’insospettabile Dolcenera. Chi (major e artisti) vuole vinili prodotti utilizzando master analogici è a lui che si rivolge: «Non siamo rimasti in tanti a seguire il processo tradizionale - osserva Ricci -. Chi riversa sul vinile un master digitale sta prendendo in giro il cliente». Ed è così che Mastrovinile ha creato un sistema per ripulire il master digitale dalle sue «negatività», riportando il suono alla purezza analogica.

Tra mercato e passione
Nel ritorno del caro vecchio disco nero c’è però ben poco di romantico, secondo Ricci: «E’ un’esigenza di mercato, come quando arrivò il cd: la musica è tornata a costare poco, il vinile può invece essere venduto a prezzo più alto». Romantico è invece il modo di lavorare della Fonè: «Realizzo 500 copie per titolo, in vendita a 34 euro l’una, mentre 4 le tengo con me. Per garantire dischi di qualità non si devono superare le 700 copie». Il profano si avvicina a questo mondo con rispetto a un pizzico di paura, ma non serve essere patiti di alta fedeltà per ascoltare bene la musica: «Con 1500 euro puoi comprare già un buon impianto - osserva Ricci -. E sapete a chi dobbiamo dire grazie? Ai dj che in questi anni hanno continuato a usare i vinili. In quanto a me, il mio 2016 sarà più pop e jazz».

Parla Hasnja, la zingara ladra che ha fatto arrestare tre carabinieri

Corriere della sera
di Ilaria Sacchettoni

«Se rubo, io pago. E loro?» dice la 37enne che sostiene le siano stati sottratti 9mila euro e una spilla Chanel. Il tribunale del riesame decide sulla scarcerazione dei militari

 Il Camper dove vivono gli Zahirovic: Hasnja, il marito e nove figli

 «Sì sono io la zingara che ha fatto arrestare i carabinieri. No, non ho paura di loro». Hasnja Zahirovic è in piedi sulla porta di “casa”. Un camper attrezzato all’interno del campo nomadi di Castel Romano che ospita circa 200 famiglie. Entriamo. Il marito ciondola fra il letto e il WC e i bambini, nove in tutto, d’età fra i 16 anni e gli 8 mesi, ammutoliscono. Si voleva sapere che viso ha la donna che si è fatta largo dall’ultima classe per chiedere giustizia ai gagè, i non - zingari. Noi.

37 anni e nove figli, il decimo nascerà a luglio
Magra, capelli neri, spalle larghe, collo lungo, seno piccolo e denti simili a ossa, con qualcuna che manca all’appello. Da sola, Hasnja Zahirovic, 37 anni, alcuni precedenti per furto e una condanna a 8 anni di carcere sospesa grazie a un puerperio dietro l’altro (è nuovamente incinta) ha fatto arrestare un maresciallo e due appuntati dei carabinieri di Tor de’ Cenci.
I 3 carabinieri le avrebbero rubato 9mila euro
Per loro - Simone Chicarella, Eugenio Maietta e Carmine Ferrante - stamani è fissata l’udienza del tribunale del Riesame che deciderà sulla loro scarcerazione. Sono accusati di falso e peculato perché, in seguito a una perquisizione illecita, hanno sottratto ad Hasnja 13mila euro, dei quali solo 4mila erano stati denunciati nel verbale mentre 9mila erano finiti in tasca loro. Nel camper c’erano anche un grazioso portafogli Prada di colore rosa e una bella spilla Chanel con ramage e perle. Così uno dei tre ne ha approfittato per fare un regalo alla fidanzata. E non volendo, forse, passare per spendaccione l’ha avvisata della provenienza. Così ora anche lei è indagata. Ricettazione.
Per le indagini, chiesta una perizia della griffe Chanel
«Spilla e portafogli li ho rubati dalla borsa di una turista alla stazione Termini» racconta lei. Una professionista di lavoretti così. Quando la spilla è venuta fuori, durante le indagini, il pm Stefano Fava ha disposto un confronto. Ha spedito un paio di carabinieri della polizia giudiziaria alla boutique del Babuino, quindi ha allestito un confronto. Hasnja ha impiegato un secondo a riconoscere l’originale. Poi, il magistrato ha incaricato un consulente della leggendaria maison di valutarla. Siamo su cifre a tre zeri.
«Il Comune mi ha preso le impronte»
Hasnja è nota alle forze dell’ordine. Anni fa (giunta Alemanno) la caricarono su un pulmino diretto in questura: «Hanno preso le impronte mie e di mio marito, i bambini no».
«Ero in sala parto e loro sono venuti qui a rubare»
Perché ha denunciato i carabinieri, non pensa alle conseguenze? Ora, racconta, per dispetto vengono a multarla. «Era appena nato lui -dice lei indicando un pupo con due denti solitari - ero al Sant’Eugenio che mi tenevo la pancia, con il pannolone e la flebo. Squilla il cellulare. Mio marito stava venendo da me in ospedale e i ragazzi erano soli al campo: “Sono venuti i carabinieri e ci hanno preso tutti i soldi”. Avevano denudato mio figlio grande e gli avevano trovato i 13 mila euro nascosti negli slip. Ho firmato per uscire dal reparto e sono corsa qui».
«Avevo rabbia e paura»
Si ferma per riprendere fiato e aggiustare la maglietta di F. la piccola di 9 anni che va a scuola («Dice che le piace»), quindi prosegue: «Arrivo qui e quelli mi dicono “Vieni in caserma” ma per strada si fermano a minacciarmi: “Novemila li teniamo noi e se no facciamo arrestare tuo marito, gli mettiamo la droga in tasca”. Poi mi danno una botta sul fianco destro e sulla coscia (con «un manganello estraibile secondo il gip, ndr). Avranno pensato che una nomade con una condanna per furto non volesse cacciarsi nei guai. Ma qui, dove di notte i topi rosicchiano i fili elettrici e i container bruciano come fiammiferi, i guai non sono nemici della dignità. «Io rubo. Se mi arresti pago. Ma loro mi hanno fatto rabbia e paura.

Sono giovani, un vecchio, forse, non l’avrebbe fatto. La rabbia ti prende qua» dice Hasnja facendo con la mano il segno di un taglio alla fronte. E passata? «Ora sì» dice lei.

La Regione Puglia va in rosso per pagare il vitalizio a Vendola

- Gio, 07/01/2016 - 09:13

Cupertino, maturità (senza cravatta): se Apple teme di invecchiare

Corriere della sera
di Federico Fubini, nostro inviato a Cupertino

Viaggio a Infinite Loop nella sede del colosso della Silicon Valley, dove non ci sono regole e dove l'età media del personale è di 35 anni 

 L'ingresso della sede di Apple (Ap)

 CUPERTINO (Stati Uniti) La executive suite di Apple, l’area dove vengono prese tutte le decisioni importanti, è più modesta di quella di qualunque grande azienda italiana. Arredi lineari, spazi sgombri, eleganza essenziale. Niente lusso. Poco importa che il gruppo fondato da Steve Jobs valga da solo quasi il doppio dell’intero listino di Piazza Affari: gli uffici di alcuni dei massimi dirigenti all’indirizzo di 1, Infinite Loop, sono stanze normali. E le sale riunioni sarebbero state considerate indegne in qualunque delle banche di provincia fallite negli ultimi mesi, da Teramo a Ferrara.

Non è avarizia. Non è eccesso di modestia. Non per un gruppo che ha trasformato lo stile di vita di miliardi di persone e ogni trimestre genera cassa per 15 miliardi di dollari, al punto che i 318 milioni di tasse arretrate appena riconosciute all’Italia equivalgono al massimo a uno o due giorni di guadagni di mercato per le riserve di liquidità aziendale. No, qui a Cupertino il senso della misura ha parametri diversi. La nuova sede in costruzione poco lontano, disegnata da Norman Forster, è destinata a costare un’imprecisata cifra macroeconomica.

Per ora però nella semplicità di Infinite Loop, il «cerchio infinito» di Cupertino, è insito il messaggio che chi detiene realmente il potere non ha bisogno di sottolinearlo. E che un’impresa di Silicon Valley deve sempre rigorosamente assomigliare a un campus universitario. Nel patio d’ingresso, fra gli alberi sotto le vetrate e la caffetteria dove pagare in contanti non è ammesso, salta all’occhio che il codice di abbigliamento ha solo due regole non scritte. La prima è che non ci sono regole. Ma la seconda è che non ci sono cravatte.

Quest’obbligo di informalità ricorda che qui la gente è giovane, entusiasta, ancora capace di innovare in modo devastante. Forse è proprio su questo che l’azienda dal più alto valore di Borsa al mondo ha bisogno di rassicurare in primo luogo se stessa. L’età media del personale è di appena 35 anni, esattamente pari a quella dell’impresa stessa dal giorno della fondazione in un garage poco lontano da qua. Ma a Facebook l’età media dello staff è di 25 anni e gran parte delle imprese tecnologiche in quest’area sono nate nell’ultimo decennio, quando Apple aveva già consumato buona parte della sua epopea. Tutti nel campus di Infinite Loop sono acutamente coscienti che i vicini di distretto vedono in loro dei dinosauri.

Dei sopravvissuti che ancora fanno hardware, oggetti fisici che vanno sul mercato dietro una vetrina, in un mondo che ormai punta tutto sul software e sui servizi. La sfida di Cupertino oggi non è di superare l’eredità di Steve Jobs - quella è già vinta - ma restare dinamici e inventivi dopo essere diventati giganteschi e maturi. Non è scontato. Le successive generazioni dell’iPhone 6 sono state un successo tale che oggi rappresentano il 69% del fatturato della Apple, circa 150 miliardi di dollari all’anno: basta una flessione delle vendite o il flop di una nuova versione di smartphone per piegare il titolo in Borsa.

Proprio questa settimana la notizia del taglio di un terzo della produzione degli iPhone 6 fra gennaio e marzo, perché le vendite sono più lente del previsto, ha spazzato via 15 miliardi dal valore di mercato della società. Apple vale ancora 566 miliardi di dollari, un terzo del reddito dell’Italia, eppure viene stimata dagli investitori con la diffidenza che di solito si riserva a certe imprese industriali un po’ obsolete: il titolo viaggia su quotazioni che implicano un rapporto fra prezzi e utili due volte e mezzo più debole di quello prevalente oggi a Wall Street. Fosse allineato alle valutazioni delle altre società sui listini di New York, Cupertino oggi varrebbe come il prodotto interno lordo italiano.

Invece non succede. Apple guadagna più di chiunque altro, eppure vive in un universo separato rispetto all’atmosfera da bolla finanziaria che è tornata ad avvolgere il resto della Silicon Valley. Gli «unicorni», le start-up valutate dai loro primi investitori privati almeno un miliardo di dollari, hanno già platealmente iniziato a perdere colpi al momento dell’approdo a Wall Street. Società come Square (pagamenti mobili), Box (condivisione di file elettronici) o Hortonworks (Big data) sono crollate subito dopo l’affaccio sui listini; altre faticano più di prima a trovare finanziatori e quotarsi.

Forse l’esplosione di un’altra bolla tecnologica non è lontana, ma il sospetto non fa che rendere Apple più guardinga. Nel 2016 punterà a far capire che vende anche e soprattutto servizi - da Apple Stores, iTunes, e la nuova Apple Music - attraverso smartphone che molti clienti non possono certo ricomprarsi ogni anno. Meno chiara è la risposta all’altro dilemma, che chiunque al mondo vorrebbe avere: che fare con riserve di cassa da 206 miliardi di dollari e destinate a crescere ancora. Alcuni azionisti suggeriscono a Apple di comprarsi Tesla, il produttore californiano di auto elettriche fondato da Elon Musk. Non è un’opzione ben vista a Cupertino, anche perché Tesla continua a perdere e i suoi quattro miliardi annui di fatturato sono superati già solo dalle vendite degli Apple Watch.

Più interessante potrebbe essere guardare all’universo del lusso o dell’alto di gamma, forse. Di sicuro Apple si trova già di fronte a un test da colosso industriale maturo: lo scontro con la Commissione Ue per i trattamenti fiscali ad aliquote molto basse in Irlanda sui ricavi registrati in tutta Europa. La contestazione da parte dell’Italia era simile, ma probabilmente non ci saranno accordi del genere con altre capitali. A Cupertino si è già capito che la condanna di Bruxelles sta arrivando e peserà per vari miliardi, ma non c’è nessuna rassegnazione. Apple ha deciso di trascinare la Commissione davanti alla Corte di giustizia europea. Se vincesse, a differenza di Microsoft qualche anno fa, quella sì che sarebbe davvero un’innovazione dirompente.

7 gennaio 2016 (modifica il 7 gennaio 2016 | 08:32)

Consigli a braccio

La Stampa


Dal giorno in cui uno xenofobo l’ha pugnalata, la sindaca di Colonia è circonfusa da un alone giustificato di laica santità. Ma il consiglio che ha dato ieri alle sue concittadine - di tenersi a distanza di un braccio dagli sconosciuti - assomiglia tanto a un segnale di resa. A originarlo è stata la gazzarra di Capodanno, quando centinaia di giovani maschi nordafricani hanno derubato e palpato le ragazze tedesche nella piazza della stazione dove si stavano sviluppando i festeggiamenti. Il retaggio tribale di certi individui non può essere messo sullo stesso piano di un incendio o di un altro fenomeno naturale da cui proteggersi rimanendone prudentemente alla larga.

A Capodanno le donne di Colonia si sarebbero tenute molto volentieri a un braccio, a cento braccia, da quei trogloditi. Sono stati loro a prendere l’iniziativa di accorciare le distanze. Ma se anche riconoscessimo la sensatezza della precauzione, al prossimo atto di violenza collettiva (e impunita), cosa pensa di consigliare alle vittime, la signora sindaca? Di rinunciare alle gonne o di infilarsi direttamente dentro uno scafandro di stoffa pur di non titillare gli ormoni di certe personalità ipereccitabili?

Da qualche tempo in Occidente le consuetudini tribali hanno ceduto il passo all’imperio della legge. È una conquista ancora instabile ma certamente non piccola e sarebbe indecoroso rinunciarvi per quieto vivere travestito da malriposto dovere di ospitalità. Non si può fare arretrare la civiltà per fare avanzare l’integrazione. 

Morto Turcat, fu il primo a superare il muro del suono con il Concorde

La Stampa
leonardo martinelli

Nato a Marsiglia il 23 ottobre 1921, da una famiglia di costruttori automobilistici, fece parte già dell’aeronautica della Francia libera negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale e poi combatté in Indocina

 

 Il Concorde, l’aereo supersonico franco-britannico, è stato gran parte della vita di André Turcat, pilota (e soprattutto coraggioso collaudatore), mito dell’aeronautica francese, morto a 94 anni. Fu lui a condurre, il 2 marzo 1969, il prototipo 001 di quell’aereo. E fu ancora lui, il primo ottobre dello stesso anno, a sfondare il muro del suono con un Concorde.

I suoi compagni lo chiamavano scherzosamente “le grand Turc”, il gran turco, facendo riferimento al suo nome. Grande lo era davvero. E aveva gli occhi chiari e il cranio calvo, un personaggio imponente. Già nel 1954 era riuscito a sfondare il muro del suono (fu il primo pilota europeo) a bordo del velivolo sperimentale Gerfaut 1, guidato in volo orizzontale.

Tre anni dopo, con il Gerfaut 2 (che, come il primo, aveva contribuito a progettare), collezionò una serie di primati di velocità ascensionale. Poi iniziò l’epopea del Concorde, passione assoluta per Turcat, tanto che, dopo l’incidente del luglio 2000, quando la corsa dell’aereo finì per sempre, dopo essersi schiantato al suolo, provocando 113 morti, all’aeroporto parigino di Roissy, lui continuò a difenderlo e testimoniò in questo senso anche al processo del 2010.

Proprio quando era responsabile dei collaudi del Concorde, nel 1973, al salone aeronautico del Bourget, a nord della capitale francese, i suoi concorrenti sovietici lo invitarono a salire a bordo del Tupolev-144, il cui soprannome era “Concordski”. Turcat rifiutò. E in effetti quel velivolo si abbatté poco dopo il decollo, provocando la morte dei sei membri dell’equipaggio e di otto persone al suolo.

Nato a Marsiglia il 23 ottobre 1921, da una famiglia di costruttori automobilistici, gollista convinto, Turcat fece parte già dell’aeronautica della Francia libera negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale e poi combatté in Indocina. Era un personaggio speciale. Si laureò in storia dell’arte nel 1990 e in teologia cattolica nel 2003.

Macri cancella il divieto, tornano i libri stranieri in Argentina

La Stampa


Da 4 anni il proibizionismo di Cristina Kirchner aveva portato i prezzi a livelli proibitivi. Sosteneva che l’inchiostro delle industrie estere fosse nocivo

 

 In Argentina “Harry Potter e la Pietra Filosofale” costa più del doppio che in Uruguay. “Games of Thrones” arriva addirittura al 237% in più di quanto non venga venduto in Brasile. Solo il capolavoro della letteratura nazionale “Rayuela”, di Julio Cortazar, è più economico nelle librerie di questo lato del Rio de la Plata che altrove: si tratta del risultato di quattro anni di blocco all’importazione di libri stampati all’estero, imposto per decreto dal governo di Cristina Kirchner e appena cancellato dal nuovo presidente, Mauricio Macri.

«Tornano a circolare le idee nel Paese», ha detto il ministro della Cultura, Pablo Avelluto, annunciando il provvedimento che ha preso insieme al collega che guida il portafoglio della Pianificazione, e che ha già ricevuto il plauso dei distributori locali. Meno contenti, naturalmente, sono i tipografi argentini. L’amministrazione Kirchner, infatti, aveva esteso le politiche protezioniste di cui aveva fatto una prassi generale, anche al settore dell’editoria. Come scusa, sosteneva che l’inchiostro impresso sulle pagine straniere contenesse piombo in eccesso e fosse nocivo per i lettori, i quali però finivano col pagare di più quella che con tono patriottico o ironico, qui si chiama «industria nacional».

In un Paese di lingua spagnola, non si tratta di una questione minore. Gli editori di qualsiasi altra nazione dell’America Latina o della Spagna stessa, infatti, potranno ora tornare sul mercato locale senza grosse modifiche ai propri cataloghi. Macri, dal canto suo, ha vinto le elezioni promettendo proprio di aprire l’economia ai mercati esteri e liberalizzare i commerci. Sono politiche che applica su tutti i fronti e che da oggi saranno visibili anche in libreria.

Quelle donne libere umiliate a Colonia dal fanatismo

Corriere della sera
Pierluigi Battista

Testata

Gli uomini che a Colonia si sono avventati come animali sulle donne in festa per il Capodanno volevano punire la libertà delle loro vittime. Hanno palpeggiato, molestato, umiliato, violentato, picchiato le donne che osavano andare da sole, che giravano libere di notte, che si abbigliavano senza rispetto per le ingiunzioni e i divieti consacrati dai padroni maschi. Consideravano prede da disprezzare e da percuotere le donne che facevano pubblicamente uso di una libertà che gli stupratori e gli energumeni di Colonia considerano inconcepibile, peccaminosa, simbolo di perversione, donne che studiano e lavorano.

Che sposano chi desiderano e non il marito oppressore che la famiglia, la tradizione, il clan assegnano loro. Che non sono costrette a uscire solo in compagnia dell’uomo prevaricatore. Che bevono e mangiano in libertà, entrano nei locali, fanno l’amore quando scelgono di farlo, brindano a mezzanotte, indossano jeans e magliette, flirtano, fanno sport e si scoprono per praticarlo, hanno la sfrontatezza di festeggiare il Capodanno con i loro amici maschi. Per chi considera la libertà delle donne un peccato da estirpare, le donne libere sono delle poco di buono da umiliare, da riempire di lividi sul seno e sulle cosce aspettandole all’uscita della metropolitana e con la polizia impotente e immobilizzata. Come si fa con gli esseri considerati inferiori.

Come è accaduto a Colonia in una tragica e sconvolgente prima volta nella storia dell’Europa contemporanea in tempo di pace. È stato un rito di umiliazione organizzato, coordinato, diretto a colpire quello che oramai comunemente viene definito uno «stile di vita».

Nonostante i retaggi del passato, nonostante le tenebre oscurantiste che ancora avvolgono come fumo di un passato ostinato le città e persino le famiglie dell’Europa figlia dell’Illuminismo, malgrado i branchi di lupi che infestano i nostri Paesi e fanno morire di paura le donne che si avventurano sole, le ragazze indifese di fronte al bullismo e al teppismo, malgrado tutto questo, la libertà della donna resta pur sempre un principio e una pratica di vita inimmaginabile in altri contesti culturali, in altri sistemi di valori.

Ed è l’incompatibilità valoriale con questo spirito di libertà che le bande di Capodanno hanno voluto manifestare contro le donne che andavano a ballare, a bere, a baciare anche. Non capire il senso di «prima volta» che gli agguati di Colonia portano con sé è un modo per restare ciechi, per non capire, per farsi imprigionare dalla paura e dall’afasia.

Così come non abbiamo voluto vedere, abbiamo fatto finta di niente, siamo restati volontariamente ciechi quando al Cairo, nella leggendaria piazza Tahrir, la «primavera araba» diventò cupa e le donne a decine cominciarono in nome dell’Islam ad essere aggredite, molestate, violentate dai super-fanatici del fondamentalismo misogino.

Ora dovremmo cercare di capire che nelle gesta di prevaricazione degli uomini che odiano le donne libere si riflette un gesto di aggressività valoriale di stampo irriducibilmente sessista e non lo sfogo barbarico di un primitivismo pulsionale. Un atto di sopraffazione culturale, non di ferocia animalesca e irriflessa.

Con tutte le cautele e il senso di responsabilità che si deve in questo genere di problemi, Colonia ha lo stesso significato di aggressione simbolica dell’irruzione fanatica nella redazione di Charlie Hebdo : lì veniva scatenata un’offensiva mortale contro la libertà d’espressione, considerata un peccato scaturito nel cuore del mondo infedele; qui contro la libertà della donna, la sua emancipazione impossibile e temuta in contesti culturali che danno legittimazione ideale e persino religiosa al predominio e alla sopraffazione del maschio.

Certo, è diverso lo sterminio dei vignettisti dalle botte umilianti di Colonia. Ma c’è un comune sostrato punitivo, l’identificazione di un simbolo culturalmente indigeribile che stabilisce una distanza abissale tra uno «stile di vita» libero e una mentalità che bolla la libertà delle persone, uomini e donne allo stesso modo, come una turpitudine, un’offesa, un peccato, un oltraggio.

Rubricare invece le violenze di Colonia come una delle tante, tristissime manifestazioni di aggressione contro le donne che infestano la vita delle città europee significa smarrirne la specificità, la novità, il senso stesso della sua dinamica. Significa non capire cosa ha mosso gli aggressori, il fatto che fossero centinaia e centinaia in un abuso di massa del corpo e della libertà delle donne come non si era mai visto. Loro, gli aggressori, possono dire che le donne colpite e umiliate «se la sono cercata» semplicemente perché hanno scelto un modo di vivere inammissibile e peccaminoso. A noi il compito di difenderlo, questo modo di vivere, e di considerare inviolabili le donne, e la loro libertà.