mercoledì 6 gennaio 2016

Colonia, il silenzio delle femministe sulle violenze degli immigrati

- Mer, 06/01/2016 - 20:43

Dalla Boldrini alle femministe del Pd, tutte hanno paura a dire che i violenti erano immigrati. Per timore di dare ragione alla destra

Papa Francesco non basta, cresce il numero di chi si sbattezza

- Mar, 05/01/2016 - 18:29
Gli italiani che nel 2015 hanno scaricato il modulo per sbattezzarsi attraverso la pagina web dell’UAAR sono stati 47.726

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La Stampa


A fine anno il blog di Beppe Grillo rilanciava l’intervista al «Financial Times» del premier in pectore dei Cinquestelle, Luigi Di Maio. I toni del blog erano enfatici e un po’ provinciali, come succede spesso a noi italiani quando un’istituzione anglosassone si degna di abbassare lo sguardo sulle nostre meschine esistenze. Il giornale della supercasta dei soldi consacrava la parabola dei pentastellati fin dal titolo, definendoli «maturi per il governo». Sfuggono le ragioni per cui un movimento che prende voti in odio all’establishment dovrebbe guaire di felicità per gli attestati di stima del nemico.

Ma persino questa bizzarria sarebbe passata inosservata in mezzo ai botti di san Silvestro, se non fosse accaduta una cosa inaudita: qualcuno si è preso la briga di leggere il «Financial Times» in inglese. E questo qualcuno è un bieco economista e deputato del Pd, due disgrazie in un solo destino. Giampaolo Galli - il nome del reprobo - ha scoperto che il titolo originale era più controverso e comunque diverso: «Il M5S vuole essere preso sul serio». E che alcune paroline antipatiche come «populist» erano misteriosamente scomparse nella traduzione italiana.
 
Ora, delle due l’una. O i grillini non conoscono l’inglese, e allora sono dei dilettanti né più né meno (ma forse un po’ di più) di chi ci governa. Oppure lo conoscono così bene da avere volutamente manipolato la realtà a fini di propaganda. E anche in questo caso si stenta purtroppo a scorgere una grande differenza con la classe dirigente che vorrebbero sostituire.

1.144 giorni senza democrazia


Il giallo della morte del papà del software libero Debian

Corriere della sera
di Massimo Sideri

Il 42enne è stato trovato privo di vita lunedì 28 dicembre dopo essere stato arrestato durante il weekend post-natalizio 

 

 Diventa un giallo la morte del milionario californiano, Ian Murdock, trovato privo di vita lunedì 28 dicembre dopo essere stato arrestato durante il weekend post-natalizio. Gli elementi per tenere il caso aperto ci sono tutti:

1) c’è di mezzo la polizia californiana, finita nelle cronache più volte per i metodi violenti. Murdock era stato arrestato due volte in poche ore in quel weekend, l’ultima nella notte tra il 26 e il 27 dicembre con l’accusa di aver tentato di scassinare la porta di casa di un vicino. Era stato rilasciato domenica con 25 mila dollari di cauzione;

2) Era un personaggio influente nella sua comunità, quella dell’open source. Era noto per aver fondato una sorta di sistema operativo basato su Linux, Debian, un nome che derivava dalla crasi tra Deborah, la sua ex moglie, e se stesso, Ian;

3) Ci sono di mezzo anche i social network: prima dell’apparente suicidio che ora qualcuno mette in discussione (in realtà la famiglia non ha fatto trapelare le informazioni sulla sua morte) lo stesso Murdock aveva postato la storia del suo arresto accusando la polizia di essere stata violenta con lui, nonostante fosse «bianco» e «milionario».

Albergo e cure a spese nostre. E il nigeriano violenta la dottoressa


L’Occidente della mezzaluna (rovesciata)

Sebastiano Caputo



Attenzione, attenzione. Dopo l’esecuzione di 47 persone nella monarchia del Golfo, tra cui quella del leader sciita Nimr Baqr Al Nimr, e la conseguente rottura dei rapporti diplomatici tra Riad e Teheran, i professionisti della disinformazione vogliono spostare il dibattito dall’Arabia Saudita ai diritti umani nel mondo, in particolare in Medio Oriente. Insomma, far saltare il banco sfruttando l’ignoranza dell’opinione pubblica per difendere il regno alleato dei Saud. L’obiettivo è uno solo: screditare l’Iran, che a sua volta, pratica la pena di morte, ma che a differenza della monarchia costruita in pochi anni da un branco di beduini del deserto a colpi di petrodollari, possiede alle sue spalle una civiltà millenaria. 

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Non serve fare tanto rumore per le decapitazioni perpetuate dagli altri. La ghigliottina illuminista è uno degli elementi fondanti dell’Occidente. Tagliare gole era una pratica usuale dei coloni bianchi in Africa. E poi ancora oggi i boia esistono negli Stati Uniti d’America, sì, quelli che esportano la democrazia, e che molti continuano a definire “un faro di civiltà”. 

Il punto non è se la pena di morte è giusta o sbagliata, quello è un dibattito legittimo che tuttavia va discusso liberamente nel quadro nazionale. Ogni Paese in fondo deve essere libero di produrre le proprie leggi e tutelare i propri costumi. Il principio di “autodeterminazione” deve essere valido per tutti, anche per chi non ci assomiglia per niente. E’ il “relativismo culturale” teorizzato dall’antropologo francese Claude Levi-Strauss. 

Eliminata la questione dei diritti umani sulla quale vogliono far scivolare la faida tutta islamica che rischia di incendiare l’intera area, ora è bene riportare il dibattito nel suo epicentro. Lo scontro tra la famiglia Saud (sunnita) e il clero degli Ayatollah (sciita), che in Siria, Libano e Yemen è una sorta di guerra per procura, è una lotta egemonica senza esclusione di colpi: in gioco c’è il primato religioso, dunque politico, di tutta la regione. 

Dopo decenni di demonizzazione mediatica e ostracizzazione diplomatica, l’Iran si è affacciato sulla scena internazionale riuscendo ad aggirare  in poco tempo l’isolamento (accordo sul nucleare con interruzione delle sanzioni) e a proporre in più tavoli un piano di pace credibile per il Medio Oriente. Il mondo occidentale però ha preferito fare affari commerciali e stringere accordi diplomatici con quella  mezzaluna di confessione sunnita composta da Turchia, Qatar, Giordania, Bahrein e Arabia Saudita, la stessa mezzaluna che ha favorito l’ascesa di Daesh (Stato Islamico) in funzione anti-sciita. Perché si è privilegiata un’alleanza con questi Paesi piuttosto che con il Libano, l’Iraq, l’Iran e la Siria? 

Chiedetelo ad Israele. Il filo invisibile che collega da oltre settant’anni Washington e Riad passa anche per Tel Aviv.

I sauditi rischiano di fallire, per questo cercano la guerra

Marcello Foa



E’ fuor di dubbio che sia di Riad la responsabilità della gravissima crisi con l’Iran. Quando si annuncia l’esecuzione in un sol giorno di 47 persone, diverse delle quali sciite, tra cui un imam reo soltanto di aver promosso una manifestazione di protesta quando aveva 19 anni, non sono necessarie analisi sofisticate per capire che si tratta di una provocazione deliberata. Ma a quali fini? Facciamo un passo indietro. L’Arabia saudita è da sempre in cima alla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani, ma ha sempre beneficiato di uno statuto speciale da parte degli Stati Uniti e di conseguenza dei loro alleati.

 vignetta saudita

La ragione la conosciamo tutti: è il principale produttore di petrolio al mondo. Ed è più che valida per indurre Washington a chiudere per quarant’anni entrambi gli occhi. Negli ultimi due anni, però, il quadro è cambiato. Lo sfruttamento del cosiddetto shale oil, l’olio di scisto, di cui l’America è ricca, ha reso meno importante il regime saudita. I prezzi del greggio hanno iniziato a scendere e Riad ha reagito tentando il tutto per tutto: siccome i giacimenti di shale oil sono redditizi solo oltre un certo prezzo al barile, il regime saudita anziché tentare di contrastare la caduta dei prezzi con il taglio della produzione, come sarebbe stato logico, ha percorso la via inversa: l’ha aumentata nella speranza di far fallire i produttori americani.

Scommessa in buona parte persa per ragioni mai esplicitate ufficialmente ma che sono facilmente intuibili: quello dell’olio di scisto, sebbene molto inquinante, ha un valore strategico per il governo degli Stati Uniti che ha fatto e farà di tutto per non vanificarlo.

A tremare finanziariamente, invece, ora è proprio Riad, dove quest’anno è esploso il deficit pubblico e che vede compromessa a medio termine la propria stabilità economica. Un gigante che appariva incrollabile ora scopre di essere strutturalmente fragile e teme per il proprio avvenire.
L’Iran cosa c’entra? C’entra, c’entra. Perché i sauditi sono sunniti e loro sciiti in un dissenso paragonabile, per intenderci, a quello che a lungo ha opposto cattolici e protestanti in Europa. Ma soprattutto perché l’Iran proprio quest’anno è stato sdoganato dagli Stati Uniti, grazie allo storico accordo sul nucleare.

Quegli Usa che, però, assieme ai sauditi, ai turchi e agli Emirati fino a ieri hanno armato e finanziato l’Isis nel tentativo di rovesciare Assad ovvero il leader di un Paese da sempre amico proprio di Teheran. La fine delle sanzioni ha peraltro spinto ulteriormente al ribasso il prezzo del petrolio, accentuando le difficoltà dell’Arabia Saudita. Aggiungete il fatto che Riad ha speso cifre enormi in armamenti e la criticità della situazione apparirà evidente.

Riad sta fallendo su tutti i fronti. L’offensiva lanciata nello Yemen contro gruppi sciiti vicini a Teheran e che ha provocato una guerra terribile ignorata dall’Occidente, non ha dato i risultati sperati. Da quando Putin ha cominciato a bombardare massicciamente, l’Isis ha perso terreno e tutti hanno capito che Assad resterà al potere ancora a lungo. E’ così svanito il sogno dei sauditi di creare uno Stato Islamico a nord (nell’area tra Siria e Iraq), che avrebbe dovuto chiudere a tenaglia l’Iran. La Russia appare più forte, l’America, in un anno elettorale, più debole mentre il prezzo del petrolio continua calare.

I governanti della Casa Regnante non brillano certo per acume strategico: per quanto ricchi restano dai capi tribali imbevuti di fanatismo religioso. Il timore è che abbiano scelto la via peggiore per tentare di uscire dai guai: quella di approfittare della propria supremazia militare per provocare una guerra con l’Iran che faccia salire il prezzo del petrolio e che si concluda con il dominio sunnita anche a Teheran e, di conseguenza, a Bagdad. Un delirio, che pone l’Occidente di fronte alle proprie responsabilità storiche. Un delirio da fermare ad ogni costo.

400 Euro per finanziare la guerra tra poveri

Emanuele Ricucci



400 Euro (400, andate a parlarne con un pensionato o con una ragazza di ventotto anni che sogna un figlio) alle famiglie che ospitano un migrante. Ma cos’è la nuova offerta della Wind? Ah no, è il pacchetto regalo del Comune di Milano. Ma stiamo scherzando? Ad un certo punto le etichette superficiali si strappano e si intravede, sotto, un’unica essenziale dicotomia: logica vs illogica. Allora se tutto deve essere fuori logica in quest’epoca disgraziata, si proceda pure fuori logica.

 

Deportati verso un’unica visione del mondo, globalizzata e massificata, e tanto, tanto scioccamente “corretta”, continuamente imboccati a cucchiaiate fino a provocare il vomito alla concezione che ogni riferimento sociale, pubblico, condiviso utile è quello che si allontana da ogni forma di ragionamento spirituale e ideale, roba vecchia, demodé, e che il nuovo fine dell’essere civiltà è la convenienza, benissimo, accogliamo la sfida. Tuffiamoci nell’utilitarismo e sotto con la domanda: conviene ancora essere italiani? Che caspita significa, oggi, essere italiani, oltre il sacro tartufo d’Alba o le scarpe in pelle fatte a mano, figli di una sovranità? Ah già, tutelare e spingere ancora più in alto il marchio “Made in Italy”, esatto…

Le provinciali sono piene di buche (e quelle fanno rodere a tutti, bianchi, neri, rossi, verdi e gialli, atei e fedeli…chi col Cayenne Turbo predica la lotta di classe e chi col Cinquecento 1.2 va a lavorare in fabbrica), i disoccupati sono pieni (di ansie), i pensionati sono pieni di insicurezza e nel territorio, nella prossimità che l’Italia muore, non nell’immagine che forzatamente vuol dare di sé.

Le scuole sono piene di toppe, i poveri sono in cancrena (certamente, il triste dato è stabilizzato dopo due anni di crescita, ma rimangono ben 7 milioni di poveri di cui 4 in condizioni di povertà assoluta, secondo ISTAT), fare figli è impossibile, crescerli quasi una sfida a Risiko con Giulio Cesare. Per un giovane che non sia figlio dello Sceicco di Busto Arsizio, pagarsi l’università o l’affitto, cominciare una vita dignitosa è come scalare il k2 nudo, le forze dell’ordine, sul territorio non nell’immaginario collettivo, hanno le pezze al c…o. La lista è lunga, la coperta è corta, i soldi ministeriali ci sono, sì, ma solo per comprare l’integrazione, zittire l’Europa e fare bella figura. Ma tranquilli, ci sono i fondi vincolati!

Perché i fondi si vincolano solo in direzione dell’aiuto “altrui”? Matteo Bassoli, presidente di Refugees Welcome Italia: “Si tratta di fondi vincolati che i governi hanno sempre usato per i rifugiati. Ma se durante l’emergenza del 2010 i profughi erano stati accolti in alberghi che ospitavano 80 persone, adesso quasi tutte le prefetture incentivano l’ospitalità diffusa. L’accoglienza in famiglia aiuta a ridurre i rischi sociali legati alla criminalità”.

Perchè non costruire dei resort al mare con i fondi vincolati; d’altronde, se non delinquono abitando in famiglia, figuriamoci con un mojito in spiaggia…
400 Euro e uno Stato che ti piglia per il collo, ti incastra nella guerra fra poveri, forza, stupra anche le coscienze più dure (o più pure) in una sorta di ricatto mascherato, di logica dell’incastro e illogica gestionale. Un sistema Stato che di maturo non ha nulla e che l’unica sfida della modernità che vuole accogliere è quella dell’integrazione e del multiculturalismo. Dall’integrazione alla sostituzione, se non fisica, quantomeno istituzionale. Uno Stato pilatesco, che se ne lava le mani, paga la libertà altrui e non vuole rotture di co…ni. EH sì, now it’s the time of the future, progress, modernity, per dirla alla Renzi versione Digital Venice.

Io, italiano, mi sento razza, gruppo etnico, fenomeno trascorso e momentaneo, fuori tempo. Io, italiano, mi sento discriminato e marginalizzato, sovrano della miseria.
Rinuncerei alla mia cittadinanza se potessi, solo per sbloccare in questo grande gioco della Playstation, il livello superiore dei diritti. Soprattutto a trent’anni o giù di lì. Ma non lo farò mai, la dignità vale molto più di ogni comizio elettorale.

Bomba all’idrogeno: che cosa è come funziona

La Stampa

L’ordigno prevede due esplosioni: una fissione e una fusione nucleare

 

La Corea del Nord ha annunciato di aver effettuato un test nucleare utilizzando una bomba a idrogeno «miniaturizzata».

Che cosa è?  
La bomba all’idrogeno, o più correttamente bomba termonucleare, prevede un’esplosione in due fasi: una reazione di fissione nucleare (esplosione primaria) e una di fusione nucleare (esplosione secondaria). L’elemento primario è quello della fissione che, come nella bomba nucleare convenzionale, emette raggi X che sono alla base dell’esplosione secondaria, innescata dalla fusione di trizio e deuterio, due isotopi dell’idrogeno.

Perché è così distruttiva?  
Questi due isotopi dovrebbero respingersi ma i raggi X ne indeboliscono la forza repellente spingendo alla loro fusione. Proprio questa fusione genera un enorme rilascio di energia che è alla base del poter distruttivo di questa bomba.

Ci sono precedenti?  
Non è la prima volta che la Corea del Nord effettua test nucleari, ma i precedenti (condotti nel 2006, 2009 e 2013) si erano fermati all’esplosione primaria.

Che significa il termine “miniaturizzata”?  
Non è chiaro. «Se è vero, vuol dire che hanno fatto qualcosa su piccola scala - spiega al Guardian John Carlson, responsabile della Australian Safeguards and Non-Proliferation Office - in grado di essere messa dentro un missile. Possiamo ipotizzare che i test precedenti siano stati effettuati su dispositivi troppo grandi per essere inseriti in un missile».

Di che potenza parliamo?
Il primo test nella storia venne condotto dagli Stati Uniti nel novembre del 1952: in un atollo sperduto nel pacifico esplode Mike che liberò una quantità di energia pari a quello di 11 milioni tonnellate di tritolo, circa 800 volte quella della bomba di Hiroshima. Il piccolo atollo su cui venne sperimentato venne devastato e si calcolò che se fosse stata lanciata su un luogo molto densamente popolato avrebbe potuto provocare venti milioni di vittime invece di 200mila di un’atomica.

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