mercoledì 14 dicembre 2016

Walt Disney, 50 anni dopo la morte ecco i mille volti del mago delle illusioni

La Stampa
guido tiberga

Geniale, cinico, grande innovatore. Il creativo che cercava amava gli effetti speciali quasi profetizzasse il 3D


Walt Disney (qui sullo sfondo dei suoi personaggi più celebri) era nato a Chicago il 5 dicembre 1901. Morì a Burbank il 15 dicembre 1966

Morti reali e apparenti, trasformazioni mostruose e tentati omicidi. Una protagonista che irrompe nella dura vita quotidiana di un gruppo di diversamente abili, usa le loro cose, stravolge le loro abitudini, ne fa innamorare senza speranza almeno un paio. Un assassino che tenta di ammazzare una ragazzina, un veleno nascosto nel più innocuo dei cibi, persino un bambino muto e un po’ tonto costretto a lavorare in miniera. 

Sembra la trama di un b-movie per adulti dai risvolti horror, una provocazione al buon senso, un insulto al politicamente corretto. Invece è soltanto Biancaneve e i sette nani, il film che molti ricordano come il simbolo della dolcezza di un tempo che non esiste più, l’opera sulla quale Walter Elias Disney, di cui ricorre domani il cinquantenario della morte, mise in gioco tutto se stesso: dalla faccia al portafogli, dalla reputazione alla fiducia degli artisti che lo avevano aiutato a costruire il sogno che avrebbe cambiato per sempre il mondo dell’intrattenimento.

È difficile collegare l’immagine che è rimasta di Disney con la sua biografia. Walt, d’altra parte, è stato tante cose insieme: il creativo ispirato capace di inventarsi personaggi memorabili. Il fanatico fascistoide che faceva la spia per gli uomini di McCarthy nella caccia ai «rossi» di Hollywood. L’approfittatore cinico che condannò alla damnatio memoriae il suo amico Ub Iwerks, il vero creatore di Mickey Mouse. Il «padrone» pronto a cacciar via sui due piedi chiunque non accettasse un lavoro fatto di straordinari non retribuiti.

Non solo zucchero
Il 5 dicembre del ’36 - ma questo aneddoto non compare in nessuna delle biografie ufficiali - Walt ordinò ai suoi disegnatori di organizzargli una festa di compleanno nel teatro di posa aziendale. Due di loro, più irriverenti degli altri, buttarono giù uno schizzo animato in cui Topolino consumava «contro natura» il suo amore con Minni: una goliardata pesante, ma anche una metafora di come i dipendenti dello studio concepivano il loro rapporto con il capo. Le risate furono travolgenti, e pure Disney sembrava divertito, tanto da alzarsi ad applaudire. «Chi sono gli autori?», chiese con un sorriso incoraggiante. I due sventurati risposero, senza scorgere la trappola: un attimo dopo erano senza lavoro, travolti dalle urla del capo.

Mezzo secolo dopo la morte, di quell’uomo geniale e forse cattivo è rimasto poco. Oggi «Disney» non è più soltanto un cognome: è diventato il termine simbolo di un mondo zuccheroso e infantile, di un divertimento sano e lontano dalla violenza, di un buonismo stucchevole ed esasperato. Walt, probabilmente, non ne sarebbe contento. Lui, i bambini, li amava poco: quando Via col vento superò Biancaneve nella classifica del box office, commentò il sorpasso dicendo che la cosa non sarebbe mai successa se così tanti ragazzini non avessero visto il suo film pagando soltanto dieci centesimi di biglietto ridotto. 

Disney lavorava per gli adulti. Ai disegnatori di Biancaneve che gli proponevano una regina rotonda e cicciona in pieno stile cartoon, rispose che voleva «una via di mezzo tra Lady Macbeth e il Lupo cattivo». Tornato da un viaggio in Europa, impose le illustrazioni di Doré per l’Inferno dantesco come modello per la fuga della ragazza nella foresta, con gli alberi che si trasformano in mostri dai lunghi artigli e i tronchi che diventano coccodrilli. I film degli anni Trenta su Dracula e Nosferatu furono proiettati negli Studios come ispirazione per il castello della regina, la cui trasfigurazione in strega cattiva fu «ordinata» da Disney con queste precise parole: «Si devono vedere molte ombre, e lei deve venir fuori dalle ombre come mister Hyde dal dottor Jekyll».

Disneyland sopra tutto
Oggi, forse, gli piacerebbe essere ricordato per quello che in fondo era veramente: un innovatore, un uomo che ha anticipato i tempi, un artista che ha preso la sua arte e ha saputo scaraventarla avanti di anni, un curioso affascinato dalla tecnica. In un mondo povero di effetti speciali, solo la tecnica poteva placare la sua grande ossessione: dare al pubblico «l’illusione della vita». Non a caso Diane Disney, nella sua biografia del padre uscita nel ‘58, scrisse che «l’unico vero obiettivo» di Walt era Disneyland. Perché solo a Disneyland «l’illusione della vita» è totale, assaporabile con tutti e cinque i sensi, ben oltre le tre dimensioni virtuali della computer animation: solo qui un adulto sano può chiedere l’autografo al pupazzo di Pippo senza sentirsi uno squilibrato, entrare nel castello della Bella Addormentata, salire trepidante sul sommergibile del capitano Nemo, volare contento sulla giostra dei Dumbo. 

Gli imagineers - i «fanta-ingegneri», come Disney chiamava i progettisti del parco - non avevano a disposizione le magie dell’elettronica per dare al pubblico l’impressione del 3D: ci riuscirono benissimo lavorando di leve e ingranaggi: Ub Iwerks - sempre lui - mise a punto un sistema che attivava i manichini all’arrivo di un segnale sonoro. Il realismo era (ed è ancora) perfetto: pirati caraibici, seguaci di Capitan Uncino, fantasmi che infestano vecchie magioni. La gente passa, sorride e non si stupisce. Perché il segreto di Disney, anche adesso che sono cinquant’anni che lui non c’è più, è proprio questo: aver reso vero e credibile un mondo allucinato fatto di topi, paperi e vecchie favole europee riscritte secondo il gusto americano. Con la tecnologia limitata del suo tempo, ma con la fantasia eterna dei geni.