venerdì 16 dicembre 2016

Twitter lascia l’Italia e nessuno può impedirglielo

repubblica.it
Giuliano Balestreri



Se Mediaset è solo l’ennesima preda che rischia di finire in mani straniere, Twitter è solo l’ultima di una lunga serie di aziende che ha deciso di lasciare la Penisola: poco redditizia, poco attraente dal punto di vista fiscale e infrastrutturale. L’eterno rincorrersi di governi non ha certo garantito la stabilità a un Paese che dimostra di non aver mai avuto una chiara politica industriale. Palazzo Chigi ha assistito silente all’uscita dai confini della Fiat e della holding della famiglia Agnelli, ha guardato impotente l’addio di Pirelli e la conquista di Telecom da parte dei francesi di Vivendi. E dopo aver perso decine di marchi iconici del made in Italy (da Bulgari alla pasta Garofalo, da Ducati a Loro Piana, solo per citarne alcuni) si interroga su come salvare l’azienda della famiglia Berlusconi.


Evan Williams, cofondatore di Twitter. David Paul Morris/Getty Images

Nel frattempo, però, non si accorge di aver completamente perso la presa sugli investitori internazionali che in Italia dovrebbero e potrebbero creare lavoro. Un paio di anni fa fu Rocket Internet, il più grande incubatore di start up al mondo, a lasciare l’Italia perché lo riteneva un mercato gestibile comunque da lontano, adesso tocca a Twitter la cui avventura milanese è durata meno di due anni mezzo: da giugno 2014 a oggi.

Il sito di microblog chiuderà i battenti all’inizio di gennaio, giusto il tempo di completare le ultime formalità procedurali. L’azienda aspetta solo di essere convocata dalla Regione Lombardia tra Natale e Capodanno: dopo l’incontro tecnico partiranno i licenziamenti collettivi che lasceranno a casa 18 persone. Nell’assordante silenzio delle istituzioni: “Siamo impotenti” ammette Valentina Aprea, assessore regionale al Lavoro.

Gli osservatori più cinici fanno notare che – fortunatamente – si tratta di pochi dipendenti per lo più altamente qualificati e per questo non dovrebbero faticare ad essere ricollocati. Il problema, tuttavia, è più profondo. Riguarda il futuro industriale di un Paese che da un lato abbandona il settore manifatturiero e dall’altro ancora non riesce ad attrarre il mercato dei servizi.

Certo, Twitter è una multinazionale in crisi. Talmente in difficoltà che nessuno ha intenzione di comprarla: uno dopo l’altro si sono sfilati tutti, da Microsoft a Google. E così per sopravvivere la società è alle prese con un’importante operazione di taglio dei costi, ma gli uffici italiani non rappresentavano un fardello insostenibile: basti pensare che il 2015 si è chiuso con un utile netto di quasi 180mila euro.

Preoccupa quindi che gli americani abbiano trovato più conveniente chiudere la filiale che tagliare il già esiguo numero di lavoratori. Preoccupa che i clienti – soprattutto investitori pubblicitari italiani di spessore – non siano ritenuti abbastanza importanti da essere seguiti da una sede italiana: per loro si spalancheranno le porte dell’ufficio di Dublino con i tutti i limiti che hanno le relazioni a distanza.

E così suona beffardo che sul profilo della società americana sia ancora scritto “situati vicino al Duomo, siamo un grande team di professionisti appassionati e impegnati a diffondere l’amore di Twitter in Italia. Nel nostro ufficio lavorerete con colleghi determinati, entusiasti e infinitamente ottimisti. Il nostro focus è su sport, tv, cibo e moda e adesso cerchiamo te per aiutarci a crescere in queste aree”.

Ovviamente di posizioni aperte non ce ne sono e dell’amore per l’Italia sono rimaste solo le parole e l’impegno dei dipendenti, mentre il portafoglio di Jack Dorsey – padre e padrone del gruppo – non vede l’ora di volare al di là delle Alpi.