venerdì 30 dicembre 2016

Silicon Valley: perché 76mila tra milionari e miliardari non hanno eliminato la povertà locale

repubblica.it
Chris Weller


Anna Haynes raccoglie i suoi averi dopo che le autorità hanno evacuato il grosso campo per homeless in cui viveva, noto come “The Jungle”, a San Jose, California. Beck Diefenbach/Reuters

La Silicon Valley è un posto di estremi.

Da una parte ci sono i ricchi e i super-ricchi della California – 76mila milionari e miliardari che vivono in posti come le contee di Santa Clara e San Mateo. Dall’altra parte ci sono le migliaia di persone che fanno fatica a sfamare le loro famiglie e a pagare le bollette ogni mese. Circa il 30 per cento dei residenti della Silicon Valley usufruiscono di assistenza pubblica o privata.

Gap di disuguaglianza economica di questa portata esistono ovunque, ma nell’epicentro dell’innovazione d’America, quel gap richiede un’attenzione speciale. E se la Silicon Valley riuscisse a livellare quel gap, forse aree con minore disuguaglianza potrebbero fare lo stesso. “La ricchezza è palpabile” ha detto a Business Insider il consulente di filantropia Alexa Cortes Culwell. “Torni a casa e tutti i tuoi vicini hanno una Tesla parcheggiata in strada, con un cavo che esce fuori. È un posto strano e surreale in cui vivere in questo momento”.

Secondo una nuova relazione che Culwell ha pubblicato insieme all’esperta del settore sociale Heather McLeod Grant, le organizzazioni no-profit locali raramente vedono quella ricchezza andare nella loro direzione, nonostante l’enorme impatto che potrebbe avere sulla riduzione della povertà. Culwell e Grant descrivono un profondo divario di empatia tra quelli della Silicon Valley che guadagnano di più e le organizzazioni no-profit di quell’area. Le due coautrici lo chiamano il “paradosso della prosperità”. In pratica nessuna delle due parti ha idea di cosa l’altra parte stia pensando o provando – e nel caso dei ricchissimi della Silicon Valley, non hanno idea che quell’altra parte esista proprio.


Ville lungo Clearview Drive nella contea di Santa Clara County. I loro prezzi variano tra 594.000 e 899.000, dollari, secondo il database immobiliare Zillow. Norbert von der Groeben/Reuters
“Il livello sociale ed economico indirizza la gente su rotte differenti, strade diverse, supermercati diversi” dice Culwell. Soltanto pochissime delle 100 persone più pagate con cui lei e Grant hanno parlato hanno detto di conoscere che tipo di organizzazioni operavano nelle parti più povere di San Jose e San Carlos.

“Nulla nelle loro vite li porta in quelle zone” dice Culwell. Se la gente ha mai donato, lo ha fatto a organizzazioni note la cui missione è molto più vasta come portata rispetto alle sole due contee incluse nel rapporto. In altre parole, in base a tutte le informazioni che sono state raccolte, Culwell e Grant dicono che lo stereotipo delle elite della Silicon Valley di avidi accaparratori è risultato essere per lo più falso. Un sacco di gente ha espresso il desiderio di donare di più dal proprio portafoglio a gruppi locali; semplicemente non sapeva da dove iniziare.

Non è solo questione di ricchezza

Anche le organizzazioni no-profit hanno responsabilità nell’aver creato il paradosso. Soltanto una piccola parte dei leader delle 140 organizzazioni no-profit locali intervistati per la relazione hanno utilizzato un linguaggio che secondo Culwell e Grant avrebbe potuto trovare il favore di “tipi da Silicon Valley”.

“I donatori di solito vengono dal settore privato, e pensano alle compagnie in termini finanziari” dice Culwell. Usano un linguaggio fatto di numeri, di crescita dei redditi anno dopo anno. “Le organizzazioni no-profit parlano un linguaggio più sociale e morale”. Parlano di quanto sia importante il lavoro che stanno facendo e di quanto renda felici le persone.

Questo divario può creare situazioni strane, se ad esempio un donatore vuole dare una mano.
“Se un donatore ti chiede di quante persone ti occupi e quanto ti costa ogni persona, non puoi fermarti e andare a controllare” dice Culwell. “Nel loro mondo questo non succederebbe mai”.

Come colmare questo divario


Volontari di una Food bank distribuiscono borse di cibo. Getty Images/Andrew Burton

Affinché entrambe le parti lavorino insieme in maniera efficace, ognuna deve riconoscere le difficoltà dell’altra. Questo è il gap di empatia che le ricercatrici hanno identificato: al momento c’è una disconnessione tra quello che i donatori hanno bisogno di sapere prima di donare, e quello su cui le organizzazioni no-profit hanno concentrato tutte le loro energie. Culwell e Grant sono ottimiste sul fatto che il gap si possa colmare.

Alla fine della loro relazione, hanno elencato diversi passi che ognuna delle due parti potrebbe compiere per ridurre la povertà generale della Silicon Valley. I no-profit potrebbero ripassare i loro numeri e stabilire obiettivi chiari su dove arriveranno le donazioni, mentre i potenziali donatori potrebbero aderire ad una piattaforma di donazioni per educare se stessi su tutto quello che è il mondo del no-profit o dare i soldi per finanziare i costi di back end se non sono interessati nel supportare una causa in modo diretto.

Culwell sostiene che il successo nella Silicon Valley sarebbe davvero di ottimo auspicio per il resto del Paese, specialmente dal momento che l’innovazione ha il suo fulcro in quella regione.

“Il paradosso della prosperità nella Silicon Valley ci dà l’opportunità di utilizzare tutta l’ingegnosità della Valley per creare il ponte che colmi questo divario” dice. “Abbiamo parlato con 300 soggetti interessati e dopo averlo fatto abbiamo avuto la sensazione che, se solo potessimo farli continuare a parlare, potrebbero succedere cose straordinarie”.