sabato 10 dicembre 2016

«Prima i partigiani mi rapirono poi uccisero mio padre Ugo»

Roberto Festorazzi - Gio, 08/12/2016 - 08:04

Un retroscena mai svelato che getta altre ombre sulla fine di un fascista perbene, morto all'inizio della guerra civile



La sera del 12 novembre 1943, verso le 18, il cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, uscì dall'ufficio accingendosi a percorrere i pochi metri che lo separavano dalla sua abitazione, in via Volta 2. Il bancario si trovava in un punto illuminato dalla luce fioca di una lampadina da 10 volt, in via privata Argimira, quando si sentì rivolgere un invito perentorio, con un'arma puntata alla schiena: «Avanti, cammina!».

Erano due giovani partigiani venuti a sequestrarlo. Poco distante vi era la macchina su cui avrebbero voluto caricarlo a forza. Pontiggia intravvide un suo conoscente, Angelo Pozzoli, che era titolare di una fabbrichetta di stufe. L'uomo stava dirigendosi a bere un calice di vino, al bar della «Lola», lì vicino. Pontiggia, che già stava opponendo resistenza ai suoi rapitori, i quali avevano cominciato a sospingerlo verso l'automobile, si aggrappò così all'unica possibilità di scampare, invocando aiuto: «Pozzoli! Pozzoli!

Vieni qui un momento!». Il piccolo imprenditore fece per avvicinarsi, e a quel punto i due partigiani spararono al povero Pontiggia, che crollò a terra. Quindi freddarono con due colpi Pozzoli. Se il fabbricante di stufe morì all'istante, il bancario rimase invece ferito gravemente: soccorso e trasportato all'ospedale Sant'Anna di Como, spirò dopo cinque giorni.

Questa è la storia dell'assassinio di due fascisti perbene, nella fase d'innesco della guerra civile che insanguinò l'Italia, durante la Repubblica di Salò. Ma, dietro il dramma dei familiari, i quali si videro strappare i loro cari, così, per strada, con una crudeltà inaudita, si cela una storia che non è mai stata interamente narrata: quella di due grandi talenti letterari i quali, dopo un lungo periodo di incubazione, nella sofferenza per la privazione della figura paterna, sono sbocciati, direi esplosi.

Ugo Pontiggia era infatti padre di un futuro scrittore e di un poeta. Giuseppe Pontiggia, scomparso nel 2003, è noto al grande pubblico, così come i lettori conoscono suo fratello maggiore, Giampietro, classe 1927, che ha scelto il nome artistico di Giampiero Neri. Peppo Pontiggia, nella sua produzione letteraria, ha dedicato soltanto poche righe al ricordo del genitore. Neri, invece, ha più lungamente rievocato la tragedia che spense per sempre la serenità e la pace di una famiglia: e il merito di aver sollevato per primo il velo su questo dramma intimo e rimosso spetta ad Alessandro Rivali, autore del libro-intervista Giampiero Neri, un maestro in ombra (Jaca Book, 2013).

A quel racconto si aggiunge ora un nuovo, significativo capitolo, grazie a quanto Neri svela per la prima volta, in una conversazione con il Giornale. Ne emergono i contorni di un caso che non è semplicemente umano: ma è un giallo, storico e politico, che non ha trovato finora né una spiegazione, né tanto meno una soluzione. Papà Pontiggia, nato nel dicembre 1900, era un uomo leale e buono, circondato dalla stima generale, e profondamente innamorato della sua famiglia, della moglie Angioletta Frigerio e dei figli, ma anche della cultura.

Racconta Giampiero Neri: «Credo che la sua vasta libreria fosse unica, nel suo genere, a Erba. Era un lettore paziente. Leggeva di tutto, specialmente testi di storia, ma era anche un cultore del Manzoni. Era un uomo molto sentimentale. Aveva un temperamento lirico, amava la musica, specie quella operistica, e i libri». Che fine ha fatto, la biblioteca? «Una gran parte l'abbiamo dovuta vendere quando, dopo la morte di mio padre, ci siano ritrovati poveri».

Giampiero Neri riconosce che in quella casa, dove si respirava cultura, la venerazione per i libri costituì un insegnamento per i figli: «Credo che mio padre ci abbia trasmesso, in un modo per noi inconscio, inconsapevole, molto del suo amore per il sapere. Ma anche da mia madre abbiamo appreso molto. Lei aveva più libertà di pensiero, era attrice di una filodrammatica di paese, ma poté esibirsi, sul palcoscenico del Teatro Sociale di Como, recitando in una rappresentazione de La nemica di Dario Niccodemi».

Neri descrive il padre come «fascista per convinzione, e non per convenienza: credo che fosse stato inizialmente repubblicano. Portava infatti la cravatta all'anarchica. La famiglia di mia madre era stata addirittura iniziatrice del movimento delle camicie nere, a Erba». Si giunge così a delineare il clima di torva sopraffazione, mascherata da nobili intendimenti politici, in cui venne a maturare, come un fiore del male, il duplice delitto del 12 novembre 1943.

L'assassinio di Pontiggia e Pozzoli nasconde infatti un antefatto svelatoci da Giampiero Neri: «Un giorno, prima della ripresa delle lezioni scolastiche, nell'ottobre del '43, io venni sequestrato, insieme ad altri miei amici, con i quali ero andato in montagna. Fu durante la nostra discesa, dalla Capanna Mara verso Erba. Ci hanno visto, ci hanno preso, puntandoci addosso le pistole: Mani in alto!. Erano in due: un vecchio e un giovane. Ci trattennero per alcuni giorni. Ci fecero degli interrogatori. Volevano sapere che cosa fossimo andati a fare in montagna, rispondemmo che eravamo andati a fare un'escursione».

Dunque, Giampietro Pontiggia, insieme ad altri tre compagni, venne tenuto sequestrato, per quattro giorni, da elementi sbandati, i quali dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 avevano cominciato a popolare le alture dell'Alpe del Vicerè. Si trattava più di renitenti, datisi alla macchia, che di veri e propri partigiani. Ecco il seguito del racconto: «Ci ammonirono di non riferire che eravamo stati fermati. Ma, purtroppo, una volta a casa, non resistetti all'interrogatorio di mia madre. Per giustificare quella prolungata assenza, avrei dovuto inventarmi una storia: che mi fossi slogato una gamba, per esempio. Mi trincerai invece dietro il silenzio e ciò incuriosì e insospettì maggiormente i miei genitori».

La narrazione del sedicenne Giampietro, suscitò allarme, tanto da innescare una segnalazione alle autorità fasciste, probabilmente da parte dello stesso Ugo Pontiggia. Neri non crede al nesso causale tra l'episodio del suo sequestro e il successivo tentato rapimento del padre, sfociato poi nel suo brutale assassinio, e mi confuta quando tento di condurlo su questa traccia: «Lei legge l'azione contro mio padre come una ritorsione, ma non vedo quale legame possa esistere tra i due episodi. Lui non accettò di seguire quei due giovani che non c'entravano nulla con quelli che mi avevano sequestrato. Uno dei due che spararono a mio padre era un certo Ferrari, che poi dovette scappare dall'Italia perché responsabile di altri fatti di sangue».

Aggiunge il poeta: «Sa, quelli erano momenti in cui la vita di un uomo valeva poco. Certo, per noi la morte di mio padre è stata una tragedia. Non c'è nessun motivo per diminuire la gravità di quello che è successo». Chi, in famiglia, ha sofferto di più per quanto accadde? «Certamente mia madre, e poi, devo dire, mia sorella Elena, sia pure in maniera criptica, perché nessuno di noi l'ha capita. Lei era la più piccola, la vezzeggiata da mio padre. Lui stesso, al ritorno dalla campagna di Grecia, ci raccontò che, quando fu colpito da una scheggia di mortaio, nel delirio provocato da quella ferita, gli era apparsa Elena».

L'ultimogenita aveva otto anni, quando il padre se ne andò da questo mondo. Ne restò segnata, tanto da togliersi la vita, neppure ventenne. Neri si commuove al ricordo dello strazio interiore della sorella: «La sua psiche rimase ferita, di questo sono assolutamente certo. Negli anni del dopoguerra in cui vivemmo a Varese, scriveva sui muri della città: Io sono Elena, figlia di Ugo, e sarò sempre fascista». Che cosa rimane, in Giampietro Pontiggia, della figura paterna? «Oggi sento su di me la sua presenza protettiva. Anche se, in verità, qualche volta, mi immedesimo io stesso nel ruolo del protettore: ho più del doppio degli anni che aveva mio padre, quando venne ucciso. Lui, allora, stava per compiere 43 anni, e io ne ho ormai 90. Quindi, sono io a proteggerlo. Sì: forse, sono diventato il suo custode».