giovedì 8 dicembre 2016

Polonia, Corte suprema chiude il caso Polanski: no all'estradizione

repubblica.it
di ANDREA TARQUINI

Il tribunale supremo riafferma la propria indipendenza dal potere politico con una sentenza su una vicenda che risale al 1977, quando il regista abusò di una tredicenne

Polonia, Corte suprema chiude il caso Polanski: no all'estradizione

VARSAVIA - La Corte suprema polacca si mostra decisa a difendere la sua indipendenza dal potere politico, e questa volta lo fa chiudendo definitivamente il caso di Roman Polanski. Salvando definitivamente il regista da qualsiasi verdetto di estradizione. Il tribunale supremo infatti ha rigettato la richiesta del falco arciconservatore ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro di riaprire il caso, dopo che un tribunale di Cracovia aveva respinto la richiesta di estradizione estesa dagli Stati Uniti.

È una storia vecchia di decenni, quella cui la corte suprema di Varsavia mette la parola fine per sottolineare la sua volontà di resistere alle crescenti pressioni del governo di maggioranza assoluta contro l'indipendenza della Giustizia. La vicenda risale al 1977: Polanski, allora 43enne, abusò sessualmente di una tredicenne, Samantha Gailey, oggi Geimer. Avendo confessato fu condannato all'inizio a soli 92 giorni di reclusione, ma temendo un secondo processo e una pena più dura lasciò gli Stati Uniti. In ogni caso egli attualmente vive in Francia con documenti francesi, dunque non rischiava nulla dato che la 'Quinta repubblica' non estrada cittadini o residenti in casi del genere.

Era stato il ministro della Giustizia, figura-chiave del PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, Diritto e Giustizia, il partito nazionalconservatore ed euroscettico di maggioranza asoluta, e vicinissimo al leader storico del PiS stesso, Jaroslaw Kaczynski), a portare all'attenzione della Corte suprema il verdetto del tribunale di Cracovia, sottolineando che nessuno è al di sopra della legge. La posizione di Ziobro, secondo molti osservatori di ogni colore politico in Polonia, era coerente con la rivoluzione morale conservatrice che il governo sta attuando in ogni campo.

La Corte rigetta il ricorso, ha annunciato stamane il giudice Michal Laskowski. Polanski non era presente in aula, e ha lasciato che i suoi legali lo rappresentassero. Si chiude così una vicenda di 'nera' che pesa da decenni nel mondo del grande cinema. Samantha Geimer scrisse un libro sulla vicenda, asserendo di essere stata prima drogata, e poi violentata da Polanski a casa dell'attore Jack Nicholson. "I fatti risalgono a 38 anni fa, la vittima ha perdonato in pubblico Polanski, egli l'ha giustamente e ampiamente risarcita, non vediamo dunque luogo di riaprire il procedimento", ha spiegato l'alto magistrato polacco. "Ci felicitiamo della sentenza", ha commentato il legale del regista.

Polanski, oggi 83enne, come è noto è insieme una delle figure più illustri e controverse del cinema mondiale. Controverse appunto per il caso di stupro. Allievo in gioventù dei grandi della generazione postbellica del cinema polacco, cominciò in casa con un film anticonformista che lo mise nel mirino della censura, Il coltello nell'acqua. Ben presto, non sopportando più le ingerenze della Sluzba Bezpieczenstwa (la famigerata polizia segreta del regime comunista di allora) decise di trasferirsi nel mondo libero. E di avviare una carriera che lo portò alla fama mondiale, con decenni di produzioni d'alto livello. Da Rosemary's baby a Per favore non mordermi sul collo, fino a Il pianista, e tanti altri.

Fu anche vittima indiretta di un orribile crimine: quando Charles Manson, capo di una setta violenta, e i suoi, fecero irruzione nella villa violentando e uccidendo l'attrice Sharon Tate, la sua compagna di allora. Ricordi tragici e lontani come il caso di stupro, ma la sentenza di oggi ha anche un importante valore politico nell'attuale situazione polacca. Perché i giudici appunto si mostrano determinati a non piegarsi al governo che nega legittimità alla Corte costituzionale contestandone alcune nomine. E perché l'esecutivo di destra è ormai in rotta di collisione col grande mondo della cultura polacca, indipendente e ribelle da secoli.

Registi, scrittori, attori (molti dei quali parteciparono alla rivoluzione non violenta di Solidarnosc con cui Lech Walesa portò alla nascita della democrazia e alla caduta dell'Impero sovietico) sono guardati spesso con sospetto di 'cosmopolitismo' dall'esecutivo nazionalista. E allora i magistrati hanno in sostanza detto 'noi non ci stiamo'.