sabato 24 dicembre 2016

Perché tanti capolavori italiani si trovano all’estero? Lo avete chiesto a Google, vi rispondiamo noi

Corriere della sera

di Roberta Scorranese - rscorranese@corriere.it
La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, oggi alla National Gallery di Londra
La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, oggi alla National Gallery di Londra

Lo sapete dove devono andare oggi i ricercatori per studiare alcuni aspetti peculiari della pittura del Trecento e del Quattrocento italiano? A Siena? A Firenze? No. Bisogna andare al museo Petit Palais di Avignone, perché delle opere più importanti di quel periodo stanno lì. Da una Madonna con Bambino di Botticelli al Polittico del Duomo di Camerino di Carlo Crivelli. Ma non ce li ha portati Napoleone. Così come non è colpa dell’«Empereur» se la Gioconda si trova al Louvre, nonostante molti ne siano convinti ancora oggi.

No: anche se l’esercito napoleonico ha depredato l’Italia di innumerevoli opere d’arte (come documenta la mostra appena aperta alle Scuderie Papali del Quirinale, «Il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova»), nei musei e nelle collezioni private di tutto il mondo si trovano decine di migliaia di quadri, sculture e arazzi di casa nostra, arrivati in modo più o meno legale. Perché? Lo avete chiesto a Google, qui proviamo a rispondere in modo semplice ma documentato. E partiamo dal nostro Petit Palais nella città dei Papi.
La dispersione delle grandi collezioni
Madonna con Bambino di Sandro Botticelli
Madonna con Bambino di Sandro Botticelli

Perché è dotato di una così alta e preziosa concentrazione di opere italiane, con oltre trecento dipinti dei cosiddetti Primitivi, cioé di quegli artisti che precedettero la piena fioritura del Rinascimento? Perché sono parte di una famosa e straordinaria collezione privata, quella di Giovanni Pietro Campana (nella foto, una Madonna con Bambino di Sandro Botticelli), un aristocratico che aveva raccolto una quantità enorme di pitture, sculture e oggetti preziosi italiani ma il suo «tesoretto» venne sequestrato nel 1857 dallo Stato Pontificio, in seguito a un crac del proprietario.

Parte delle opere finirono allo Zar di Russia (che ebbe il privilegio di scegliersi alcuni pezzi prima dell’asta: all’epoca la «realpolitik» aveva la precedenza) e una parte finì dispersa qua e là, anche se lo stato francese, quarant’anni fa, decise di ritirare tutti i Primitivi e di dar loro una sede adeguata, valorizzandoli nel Petit Palais (leggi: lungimiranza). Ma il nostro Paese, ripetutamente nel corso dei secoli, è stato privato, spogliato, di innumerevoli quantità di opere inestimabili.
La «complicità» dei mercanti italiani
La Madonna «Solly»
La Madonna «Solly»

Sapete da dove provengono quasi tutte le pale d’altare che impreziosiscono i musei di Berlino? Provengono dalla collezione Solly, composta, come ricordava Federico Zeri «esclusivamente con cose sottratte a chiese e conventi dell’Italia centrale e settentrionale tra il 1797 e il 1805». Edward Solly, inglese, commerciante di legname vissuto a Berlino durante le campagne napoleoniche, un po’ per passione, un po’ per avidità mista a furbizia imprenditoriale, riuscì a mettere insieme una collezione unica, che poi ha fatto fruttare vendendo i pezzi con oculatezza.

E, peraltro, senza mai mettere piede in Italia: fece tutto con la complicità dei mercanti nostrani. Ma come è stato possibile che il nostro Paese si sia lasciato portare via un dipinto come la cosiddetta Madonna Solly (appunto!) di Raffaello, oggi conservato nella Gemäldegalerie di Berlino? La risposta fa male. È stato possibile a causa dell’ignoranza, del pressappochismo, della fragilità culturale di un Paese che, come rifletteva Guttuso negli anni Sessanta sul «Corriere», non è mai stato realmente consapevole del proprio patrimonio. Chiese di campagna, ricchissime di dipinti di provincia (e proprio per questo preziosi) non hanno esitato a disfarsi di pale, quadri, oggetti. Per paura — perché i curati venivano minacciati —o per superficialità.

Il clamoroso caso della Madonna di Sivignano
Madonna di Sivignano
Madonna di Sivignano

Clamoroso è il caso della Madonna di Sivignano, in provincia dell’Aquila. Esemplaredi pittura su legno del Duecento, si trovava nella chiesa di San Silvestro. Molto amata dagli abitanti del paese, prima della seconda guerra mondiale, questa Madonna era finita nelle mire del parroco, che aveva deciso di venderla e di sostituirla con un falso. Falso che venne realizzato, però poi lo scambio non fu possibile perché scoppiò il conflitto. Ma i sivignanesi, che si erano accorti dei «traffici» del prete, decisero di mettere in salvo il dipinto, cambiandogli nascondiglio ogni settimana nelle case private, come ha ricordato più volte lo stesso Zeri.

In questo caso l’opera d’arte si è salvata, sì, ma non per il suo valore culturale, bensì per la fede popolare di un pugno di persone perbene e oggi (dopo un restauro seguito al terremoto del 2009) si trova al Museo dell’Aquila. Diverso è stato il destino di dipinti, calici e arredi sacri nelle chiese a ridosso delle campagne napoleoniche. Pensate che la stessa Pinacoteca di Brera, a Milano, nacque per iniziativa del viceré Eugenio di Beauharnais: stanco di vedere l’arte «maltrattata», ceduta per pochi spiccioli e così sottovalutata, impose che le opere venissero convogliate in un museo organizzato.
Da dove vengono le cose più belle della National Gallery di Londra?
Il Discobolo Lancellotti
Il Discobolo Lancellotti

L’Italia aveva ereditato (frutto di una stratificazione secolare) le collezioni più ricche del mondo, come la Colonna, la Aldobrandini, la Chigi. Oggi disperse in giro per il pianeta. Anche qui, un ruolo centrale lo ha giocato la mancata comprensione del valore delle cose. Ma pure la fragilità politica: non è un caso che appena dopo l’Unità d’Italia, complice la confusione e la scomparsa del «mondo di ieri», per dirla con Stefan Zweig, si allentassero i vincoli che impedivano la dispersione e la vendita di opere preziose e che in quel periodo (o un po’ prima) l’Inghilterra riuscisse ad acquistare la collezione Lombardi-Baldi di Firenze. Che cosa c’era dentro? Be’, le cose più belle che oggi ammirate nella National Gallery di Londra, una su tutte l’Adorazione dei Magi di Botticelli. Il Risorgimento, poi, con l’indemaniamento degli edifici sacri e con le nuove leggi sui beni ecclesiastici, fu il colpo di grazia: mezza Europa si abbellì con le nostre opere.

Non meno pesante è stata la responsabilità del Fascismo. Grazie alla connivenza di quasi tutti i gerarchi, i tedeschi riuscirono a mettere le mani sulle opere italiane, aiutati anche da antiquari e mercanti senza scrupoli. E da Mussolini: esemplare è il caso del Discobolo Lancellotti (oggi a Palazzo Massimo, Roma): scoperta nel 1781 sull’Esquilino, la scultura (II sec d. C., copia romana della celebre statua greca di Mirone) venne consegnata a Hitler con i complimenti del Duce, nonostante le proteste di numerosi intellettuali. E non parliamo del saccheggio perpetrato da Hermann Goering: quando nel 1943 gli arrivarono le casse con le opere trafugate da Montecassino (dentro c’erano anche i tesori di Capodimonte) le spedì nella miniera di Altaussee, come se fossero sempre state sua proprietà. Molti storici dicono che la sua intenzione era di farne arma di ricatto a guerra conclusa.

Gli affari e la passione per l’arte
Ecco, l’Italia è stata piena di mercanti e antiquari che hanno «consigliato» ricchi investitori stranieri. Un caso a parte è quello di Stefano Bardini (1836-1922), il più autorevole antiquario italiano che, negli anni più fiorenti della sua carriera, tra il 1883 e il 1922, comprò e vendette qualcosa come trentamila opere di gran valore e duecentomila tra mobili e oggetti d’arredamento. Lo documenta un eccezionale lavoro fatto dalla Fondazione Alinari, con le foto che mostrano il preciso istante in cui un Donatello o un Botticelli vengono staccati da quella villa, da quel castello o da quella chiesa, imballati e venduti a musei come il Metropolitan di New York.

Bardini, dopo anni di intensa attività commerciale, decise di trasformare (parte della) propria collezione in museo e di donarla al Comune di Firenze. Sono storie di aristocratici in rovina che volentieri si sono disfatti delle opere di famiglia; storie di mercanti con un fiuto infallibile; storie di colti appassionati americani, inglesi e tedeschi che hanno approfittato di situazioni favorevoli; storie di un Paese — il nostro — che forse dovrebbe coltivare uno sguardo più lungo e smetterla di considerare il lavoro degli storici dell’arte, degli archeologi, degli esperti di epigrafia e dei restauratori come divertissement di intellettuali annoiati. Ecco perché i furti napoleonici li lasciamo alla fine.

È vero, l’«Empereur» ha moltissime colpe (per dire, approfittava dei trattati di pace per inserire delle clausole risarcitorie che comprendevano la cessione di opere inestimabili) ma di certo non quello di aver portato la Monna Lisa al Louvre (come ormai sanno tutti, a portarla in Francia fu lo stesso Leonardo da Vinci). E di certo non è soltanto colpa sua se oggi prendiamo un aereo e andiamo a Parigi, Londra o New York per vedere quel Botticelli o quel Raffaello. Perché, come abbiamo visto, la Francia le opere le sa valorizzare. Anche quelle italiane: i Primitivi non sono dispersi, ma raccolti nel museo di Avignone.