sabato 17 dicembre 2016

Perché è importante che anche macchine fotografiche e videocamere siano criptate

La Stampa
marco tonelli

La petizione per introdurre la protezione via software arriva dall’associazione no profit Freedom of the Press. Punta a evitare che foto e video finiscano nelle mani di governi e organizzazioni che limitano la libertà di pensieri ed espressione

«In tantissime occasioni, criminali e governi autoritari hanno requisito i video e le immagini di coloro che lavorano nei luoghi più pericolosi del mondo e visto che gli archivi delle fotocamere non sono criptati, non possiamo in alcun modo proteggerli». Lanciato dall’associazione no profit Freedom of the Press Foundation, un appello firmato da di 150 registi e fotogiornalisti e rivolto a produttori come Nikon, Canon, Olympus, Sony e Fuji. «Sviluppate sistemi di criptaggio per i vostri prodotti, ne abbiamo bisogno per garantire la sicurezza di noi stessi, del nostro lavoro e delle nostre fonti», scrivono i responsabili dell’associazione nella lettera.

A differenza di buona parte degli smartphone presenti sul mercato e dei software che permettono di criptare gli archivi dei PC, le aziende produttrici di foto e videocamere non hanno mai sviluppato degli strumenti che impediscono l’accesso al materiale immagazzinato nei dispositivi. L’unica eccezione è rappresentata dal software realizzato da Magic Lantern, uno studio che collabora con Canon. Ma il programma di cifratura è ancora in fase di prova e richiede notevoli conoscenze per utilizzarlo.

Tra i firmatari della lettera c’è anche Laura Poitras. La regista del documentario Citizenfour - basato sulla vicenda dell’ex tecnico della Cia e consulente dell’Nsa Edward Snowden - ha utilizzato sistemi di sicurezza per proteggere i suoi filmati, arrivando a distruggere anche le schedine di memoria. Ma se al contrario la sua videocamera fosse entrata in possesso di un addetto alla sicurezza o di un malintenzionato, la donna avrebbe potuto correre enormi rischi durante il suo lavoro.

Anche altri professionisti, sottoscrittori della petizione, si sono trovati in situazioni di pericolo. Come scrive Andy Greenberg in un articolo su Wired , nel 2008 il documentarista Andrew Berends ha ingoiato la sua scheda SD per evitare che la polizia nigeriana identificasse le fonti che lo hanno aiutato a documentare il conflitto nel delta del Niger.

E per il regista siriano Norwan Dyrabia, il software che ha crittografato l’archivio del suo computer è stato capace di salvargli la vita. Nel 2012, l’uomo era stato incarcerato per tre settimane dal regime di Bashar al-Assad. Infine è stato rilasciato proprio perché la polizia siriana non era riuscita ad accedere al materiale salvato. «Quando sei in una zona di conflitto, non sempre si ha la concentrazione e il tempo di immagazzinare i propri video negli hard disk crittografati», spiega Dyrabia.

E se nella petizione non viene specificato che tipo di cifratura deve essere implementata dalle aziende produttrici, per il direttore esecutivo di Freedom of the Press Foundation Trevor Timm, i contenuti dovranno essere criptati nel momento in cui vengono registrati e per potervi accedere sarà necessario utilizzare una password. «Stiamo parlando di aziende che incassano milioni di dollari, quindi possono permettersi di fare uno sforzo in più di proteggere alcuni tra i loro più importanti clienti, i quali stanno cercando di combattere la corruzione per rendere il mondo un posto migliore», ha dichiarato l’uomo a Wired.