mercoledì 21 dicembre 2016

L’islam odia la Libertà

Nino Spirlì



E ditemi pure che non sia vero che l’islam odi la Libertà, la Democrazia, il progresso, l’emancipazione, così me le faccio di cuore e a ragione, ‘ste due amarissime risate prenatalizie!

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(Ricevo centinaia di bellissime email a settimana e, fra le tante, ce ne sono poche, molto poche, di persone che mi definiscono razzista. Siccome sono abituato a prendere in considerazione le ragioni di tutti, mi son voluto fermare per qualche oretta, andandomi a sedere sulla riva del mio mare. Qui, in Calabria, stiamo godendoci un clima quasi estivo (se la ripartizione in quattro stagioni vale ancora), dunque non c’erano onde sull’acqua, né freddo o umido sulla spiaggia. 

In silenzio, mi sono fatto il giro della mia vita. Dalla nascita a oggi. E, senza tema di smentita, sono arrivato alla conclusione che, fino al momento in cui siamo, di razzismo non ne ho mai pensato, professato, attuato. Ho amici in molti e di molti Paesi del mondo. Di varia statura, peso, colore della pelle, idee politiche e religione. Con tutti loro mi confronto in maniera diretta e senza paletti. A volte, concordiamo, a volte, no. Ma siamo amici. Con qualcuno, anche qualcosa in più, se mai si può…)
Eppure, c’è ancora chi insiste a volermi convincere che la gente che professa in maniera convinta e pedissequa i dettami del libro scritto per maometto da uno che sapeva scrivere sia uguale a me. A noi. E, mi dispiace, mi fa partire la brocca!

Perché c’è un limite a tutto. Alle bugie soprattutto! Si può mentire per non andare a scuola, se non si è toccato libro il giorno prima. Anche per non andare a lavorare, si può inventare un mal di pancia, se serve a rimettersi in pace con se stessi. Si può mentire ad un innamorato geloso, se si vogliono evitare discussioni lunghe una vita. Oppure ad un amico del liceo, se lo si vuole mantenere tale, nonostante i divieti dei nostri genitori a frequentarlo.  

Ma non si può prendere per i fondelli la propria dignità, la propria coscienza.
E, quando si cerca di negare ciò che è evidente come la vita e la morte, si diventa ridicoli. Tristemente ridicoli. Tragicamente ridicoli.

L’islam non è religione di pace: i suoi seguaci, a differenza di noi fratelli e figli di Dio, sono guardinghi, sospettosi, prevenuti, malfidati. In una parola, razzisti. Non sono pronti, come lo siamo noi per indole, alla condivisione, a meno che “l’altro” non abbracci la loro fede, non si abbandoni alle loro usanze, alle loro tradizioni. E, anche quando lo faccia, non diventa mai uno di loro. Della loro casa, al limite, aprono la stanza del ricevimento degli ospiti. Formali, anche quando sembrano amichevoli. E, comunque, sempre pronti a chiudere le porte, dopo averti buttato fuori. Odiano noi Cristiani e gli Ebrei, gli Indu e i Buddhisti. Anche gli atei, odiano. Sgozzano, quando va male, uomini e donne. Se, invece, va bene, non si integrano a nessuno e non fanno integrare.

L’islam non concepisce l’autodeterminazione, il libero arbitrio, la capacità di scegliere. Il seguace è schiavo di regole e consuetudini. Non ha possibilità, a differenza di noi Cristiani, di “interpretare”, ma solo di ubbidire. Senza se e senza ma. Se è femmina, poi, non ha nemmeno l’onore del riconoscimento del benché minimo diritto. C’è perché c’è. Come la scopa di casa. Come un piatto, una stoviglia, un vetro alla finestra. Se prova a ribellarsi, viene battuta o lapidata. Oggi come mille anni fa. Viene mutilata nell’intimo, sia nel corpo che nell’anima. E conta come un granello di sabbia in una duna. L’islam non riconosce il diritto di Libertà a nessuno, islamico e non. La Libertà e la fede del profeta sono come l’acqua e l’olio: non si mischiano mai.

L’islam non ama la Democrazia. A decidere è sempre il libro. Al limite un leader. Per diritto di famiglia o per potenza di fuoco. Il resto del popolo non può fare altro che fotocopiarsi la stampa fotoshoppata del ritratto del capo e appiccicarsela alla parete della stanza più grande della casa. La Democrazia è per popoli evoluti. Da quelle parti, l’evoluzione è una chimera.

L’islam non accetta il progresso. A meno che l’islam non sia emiro arabo o kuwaitiano. O non viva nei palazzi del potere, nei quali non si fa mancare nulla. Dallo champagne alle aragoste, fino al Pata Negra. Ma, pubblicamente, zero alcool e mai un crostaceo o carne di porco. Mentre il miliardo e mezzo di maomettani comuni, pur sapendo che le pubbliche virtù nascondono orridi vizi privati, fa finta che suini, gamberi e buoni vini non esistano. E che siano vizi aberranti da cristiano.

L’islam mantiene nel suo profondo rancori e rabbie medievali. Pretese di invasione. Di rivalsa. Vive dell’innata speranza di potere universale. Si augura, col kalashnikov sottobraccio, di poter cancellare ogni simbolo di libertà, gioia, felicità, serenità, arte, cultura.

L’islam ha già perso mille volte. E altre mille perderà. Perché, in fondo, l’Umanità fra la notte e il giorno, sceglie sempre la luce del sole.

Scrive Spirlì



NOTA: PROPRIO IN QUESTI MOMENTI ARRIVA LA NOTIZIA DI UN ATTENTATO A BERLINO. SONO GIA’ MORTE NOVE PERSONE. MOLTE ALTRE SONO FERITE. RESTIAMO IN ATTESA, PREGANDO, CHE VENGA SCOPERTO IL RESPONSABILE. MA, TEMO, LA FIRMA LA CONOSCIAMO GIA’… 

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