martedì 20 dicembre 2016

Le mille identità della nebbia di Milano

repubblica.it

di MARCO BELPOLITI - foto di FOTOGRAMMA / DUILIO PIAGGES

Circonda i canali lungo i Navigli, si stende per tutta la città La sua natura è evanescente e ricca di significati simbolici: offuscamento, confusione. Ma anche protezione.

A Milano la nebbia è tornata. Circonda i canali lungo i Navigli, appare alle porte della città, si stende verso il Parco Nord e nei campi della zona sud. S’addensa nelle prime ore del giorno sotto forma di foschia, e a volte scompare. La bruma non è altro che un fenomeno naturale: vapore acqueo che si condensa sul terreno e sulle acque delimitando la trasparenza dell’aria e la visibilità.

La Pianura padana e Milano sono sempre stati una fabbrica della nebbia. Nei tempi passati ce n’era tantissima: produzione industriale. Gran parte dell’inverno si viveva immersi nel nebbione, senza possibilità di uscirci. Pasolini nel 1959 aveva scritto una sceneggiatura dal titolo: La nebbiosa. Ma già Manzoni faceva avanzare Renzo nel lazzaretto dentro una densa foschia in cerca di Lucia prima dello scioglimento finale.

Così se la figurano anche Totò e Peppino prima di salire al Nord alla ricerca della “malafemmina”. Seduti al tavolo vengono introdotti ai misteri di Milano, dove c’è freddo, brutto tempo e soprattutto la nebbia. Totò chiede: «E chi la vede?». «Cosa?», replica il loro “istruttore”. «Questa nebbia».

Risposta: «Nessuno». Al che Totò conclude: «E a Milano quando c’è la nebbia non vedono, come si fa a vedere la nebbia?». Domanda paradossale e insieme metafisica. Se la nebbia non fa vedere, allora come possiamo distinguerla? La nebbia non si tocca, concludono i due comici.

La sua natura è evanescente, come l’aria, come il fumo, come tutto ciò che c’è, eppure sfugge. In un bel libro antologico dedicato a questo fenomeno atmosferico, Nebbia (Einaudi), due saggisti e scrittori scomparsi da poco, Remo Ceserani e Umberto Eco, hanno mostrato l’identità multiforme del vapore acqueo, che sorge dai prati irrigui come dalle strade della periferia o del centro, così misterioso che tende a caricarsi d’innumerevoli significati simbolici, a partire da quello dell’offuscamento e confusione nei rapporti umani, e più in generale nella vita individuale e sociale.

Come non pensare alla nebbia in cui le due capitali d’Italia, quella cosiddetta morale e quella reale, i loro sindaci in particolare, sono immersi in questi giorni: condizione incerta e imprecisa. A Roma, la nebbia non c’è mai, o quasi mai, sebbene in anni non lontani la sua Procura sia stata definita: “il porto delle nebbie”. Fog è il titolo di un emblematico film di John Carpenter del 1980, dove viene narrato il ritorno del rimosso sotto forma di zombie in una cittadina californiana.

La bruma si presta perciò bene a rappresentare l’ignoto e il perturbante, a indicare l’imprevedibilità e l’impossibilità di distinguere il futuro. Del resto, l’opacità sembra la condizione permanente della nostra società, che invece sbandiera la “trasparenza” quale valore ideale. Nella moderna società liquida la nebbia appare perciò la perfetta metafora di ciò che accade.

Beppe Grillo, da un lato, e i 140 sindaci, dall’altro, per stare ancora alle cronache di questi giorni, cercano di fare chiarezza, di dissipare le brume intorno alle due capitali. Ma non c’è solo questo.
Nella prefazione di quel libro Eco ricordava un altro significato della nebbia: la protezione. La foschia biancastra realizzerebbe un sogno impossibile, quello della felicità amniotica.

Al Nord la nebbia non ha solo un valore negativo, ma anche uno positivo: fa svanire per un momento il mondo intorno, lo rende più straniero e nel contempo più vicino. Come nel ballo sul terrazzo del Grand Hotel, messo in scena da Fellini in Amarcord, i ragazzi immaginano di ballare con bellissime e inesistenti ragazze, e mormorano: «Dove sei amore mio?». Dentro nella nebbia si può anche fantasticare.

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