sabato 24 dicembre 2016

La tribù svelata nel cuore dell’Amazzonia segreta

Corriere della sera

di Sara Gandolfi

Trecento indios vivono senza contatti con i «bianchi». Sorvolati per caso da un elicottero con il fotografo Ricardo Stuckert, si sono difesi: a colpi di frecce



Sono isolati, «incontattati», non stupidi: sanno che là fuori ci sono altre civiltà. Ma quando in cielo è apparso quell’enorme uccello meccanico hanno temuto il peggio e si sono difesi nell’unico modo che conoscono, lanciando frecce. Uno sciame di frecce, per sette lunghissimi minuti, contro l’elicottero che sorvolava il loro villaggio mentre il fotografo a bordo, Ricardo Stuckert, catturava queste incredibili immagini.

Il Neolitico non è scomparso dalla Terra, e non è detto che lo stile di vita di questa tribù, nelle profondità della giungla amazzonica, sia peggiore del nostro. «È stata un’emozione fortissima scoprire che nel XXI secolo ci sono ancora persone che vivono come i nostri antenati, 20.000 anni fa», ha detto Stuckert, che il 18 dicembre scorso si trovava casualmente in questa remota zona dello Stato brasiliano di Acre, al confine con il Perù. Con lui, sull’elicottero, c’era uno dei massimi esperti di tribù indigene, José Carlos Meirelles, che ha ammesso l’«aggressione»: «Abbiamo deciso di non volare più basso per non spaventarli troppo. D’altra parte, il mondo deve sapere che esistono e che bisogna proteggerli».

La tribù, identificata come «indigeni dell’alto Humaíta», dal nome del fiume che scorre vicino alle loro capanne, sarebbe composta da circa 300 persone. Ciascuna con uno «stile» ben preciso: non soltanto per i tatuaggi sul corpo ma anche per le gonne delle donne e il taglio di capelli degli uomini, «qualcuno ha un look davvero punk», ha osservato Meirelles. Sarebbe lo stesso gruppo che nel 2008, avvicinato dai funzionari della Fundação Nacional do Indio (Funai) in un’altra zona dell’Acre, accolse a colpi di frecce l’aereo che li sorvolava a bassa quota.

Stavolta l’incontro è stato davvero imprevisto. L’elicottero di Stuckert, che sta preparando un libro fotografico in uscita il prossimo aprile, Indios Brasileiros (Gli indios del Brasile), era diretto all’avamposto amazzonico di Jordao quando le piogge torrenziali l’hanno costretto a una deviazione. All’improvviso, tra il fogliame sono comparsi gli indigeni seminudi. «C’era una sorta di curiosità reciproca», ricorda il fotografo. E le frecce? «Sono un messaggio, molto chiaro: lasciateci in pace», traduce Meirelles.

Il villaggio si trova in una zona di difficile accesso anche per i taglialegna illegali, i minatori e i trafficanti di coca, il che in parte spiega come i suoi abitanti siano riusciti finora a sfuggire all’abbraccio mortale degli umani «civilizzati», mentre oltreconfine, in Perù, la sopravvivenza degli indigeni è ogni giorno minacciata dall’incontro con l’«uomo bianco». Dopo le stragi compiute in passato, il Brasile fin da metà anni Ottanta vieta il contatto con le tribù isolate che, prive di difese immunitarie verso malattie altrove comuni, sono vulnerabili anche ad un banale raffreddore.

Il Funai permette il contatto solo in caso di un grave pericolo per gli indigeni. In tutta l’Amazzonia brasiliana, i gruppi isolati sarebbero non più di un centinaio, metà dei quali al confine con il Perù.

Quelli che vivono nello Stato di Acre — circa 600 persone — sarebbero i sopravvissuti all’epoca del boom del caucciù, durante la quale molti indigeni furono ridotti in schiavitù. Oggi, spiegano i ricercatori di Survival International, «vivono in relativa tranquillità in territori demarcati, rimasti in gran parte intatti». In altre regioni del Paese la situazione è più dura: negli Stati di Rondônia, Mato Grosso e Maranhão alcuni gruppi «incontattati» sono quasi estinti. «E c’è chi dà loro ancora la caccia, deliberatamente».