sabato 3 dicembre 2016

La scelta di Lorenzon

La Stampa
massimo gramellini

Quando l’imputato di evasione fiscale Diego Lorenzon ha preso la parola per una dichiarazione spontanea, è apparso subito chiaro a tutti che in quell’aula di tribunale stava scorrendo la storia degli ultimi dieci anni di questo Paese. Lorenzon gestisce con i fratelli un’azienda metalmeccanica in provincia di Venezia. Con la crisi del 2008 gli affari hanno cominciato a barcollare, mettendo in scena un copione ben noto: i creditori che insistono, i debitori che latitano e lo Stato che con una mano non salda le commesse e con l’altra pretende le tasse, 263mila euro di Irpef per l’anno di scarsa grazia 2012.

Lorenzon aveva già impegnato tutto l’impegnabile, pur di non chiudere l’azienda e mettere per strada i cinquanta operai a cui continuava a versare regolarmente lo stipendio. Se avesse pagato le tasse, avrebbe dovuto licenziare. Non le ha pagate. E quattro anni dopo si è trovato in tribunale a raccontare una storia di riscossa e di dolore. Nel frattempo l’azienda ha ripreso a fare utili e a pagare le imposte, arretrati compresi. Ma lui ci ha rimesso la salute e, se ha chiesto di parlare adesso, è perché temeva di non poterci essere all’udienza fissata per gennaio. 

Quando l’imputato di evasione fiscale Diego Lorenzon ha finito di parlare, in aula avevano tutti gli occhi gonfi, non solo i suoi operai. Allora il giudice Piccin, in realtà un gigante, ha deciso di chiuderla lì e lo ha assolto tra gli applausi e con la benedizione del pubblico ministero, sancendo il principio rivoluzionario che tra persone perbene evadere le tasse per pagare gli stipendi non costituisce reato.