domenica 25 dicembre 2016

La fine di Epaminonda, morto in solitudine nove mesi fa: negli anni Settanta fu re della mala a Milano

repubblica.it
di ORIANA LISO

Uscito dal carcere nel 2007, viveva da tempo in una località segreta. Aveva cambiato nome e gestiva un piccolo negozio

La fine di Epaminonda, morto in solitudine nove mesi fa: negli anni Settanta fu re della mala a Milano
Angelo Epaminonda detto 'Il tebano' in una foto del 1984 (Fotogramma)

Una morte in silenzio, senza pubblicità: il “Tebano” se n'è andato ad aprile, ma per mesi nessuno lo ha saputo. Il nome di Angelo Epaminonda ricorda la Milano degli anni Settanta, quella della mala vera, della mafia catanese, di Francis Turatello e di Renato Vallanzasca, dei morti ammazzati per strada, della droga, delle prostitute e del denaro facile.

A 71 anni, viveva ormai da tempo in una località segreta del centro Italia, dopo essere tornato in libertà nel 2007. Aveva cambiato nome, gestiva un piccolo negozio di alimentari, nessuno forse dei suoi clienti poteva mai immaginare che dietro il bancone ci fosse uno dei boss della criminalità vecchio stile, quella dei mitra e delle calibro 9 che a Milano, in quel decennio di sangue, lasciava sull'asfalto più di cento morti ogni anno.

Nulla si è saputo della sua morte fino a quando, pochi giorni fa, non sono stati depositati gli atti di indagine sul processo per l’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, avvenuto nel 1983: Angelo Epaminonda era uno dei testi convocati dal pm Marcello Tatangelo nel processo contro il presunto killer, Rocco Schiripa. A marzo era stato sentito una prima volta: soltanto un mese dopo la morte, per un tumore che lo aveva colpito da tempo.

Una convocazione che ha avuto, come risposta, la comunicazione del decesso del teste, con una nota del servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia del ministero dell'Interno. Perché Epaminonda, dopo l’arresto nel 1984, aveva deciso di collaborare con la giustizia: per questo, mentre scontava ai domiciliari  gran parte dei 29 anni di carcere che la Corte d’Appello di Milano gli aveva inflitto, aveva cambiato nome e città, per sfuggire alla vendetta dei suoi ex compagni di omicidi e rapine.

Una scia di sangue lunghissima, quella lasciata dal “Tebano” sulla sua strada: 17 gli omicidi di cui è stato mandante o complice, ma dopo l’arresto – per avere ucciso Turatello nella guerra per il controllo della piazza milanese – ha contribuito a ricostruirne 44. Nato nel 1945 a Catania, si era trasferito prestissimo con la famiglia in Brianza. Da lì il salto nella grande città, nell'ambiente della mala, della cocaina e delle bische, trampolino di lancio, per lui, verso il giro dei boss potenti e sanguinari.