lunedì 19 dicembre 2016

“Il digitale non spacca il secondo”. L’ora esatta non tornerà mai più

La Stampa
lorenza castagneri

La Rai chiude la storica collaborazione con l’Inrim di Torino



Per spiegare che cos’è l’Inrim a chi non lo conosce, quelli che ci lavorano usano di solito tre parole: il segnale orario. Basta questo per far illuminare gli occhi dei visitatori nei laboratori di Mirafiori. Perché tutti, anche chi ha 30 anni o poco più, si ricordano di quando la Rai, tra un programma e l’altro, annunciava l’ora esatta, un rito ormai limitato ai soli canali radio. Ciò, da 37 anni, avviene grazie all’Inrim, l’Istituto nazionale di ricerca metrologica, l’ente che fornisce il tempo campione all’Italia e pure alla tv pubblica, la quale, però, ha deciso di interrompere a fine anno la storica collaborazione con il polo torinese.

«Oggi si seguono altre logiche. E va detto che, con il digitale, il segnale orario non è più così preciso. Ma ci teniamo a ringraziare moltissimo l’Inrim per il grande lavoro di tutti questi anni», spiegano dall’azienda. In pratica, non si riesce più a spaccare il secondo e, così, fine delle trasmissioni. A sentirne parlare, Patrizia Tavella, la responsabile del laboratorio dell’Inrim in cui il segnale nasce, sospira: «È un grande dispiacere. Siamo tristi, anche se il lavoro continua: siamo impegnati su molti fronti. Ma per me questo è un patrimonio intangibile dell’Italia che perdiamo per sempre». Il legame tra l’Inrim e l’emittente televisiva italiana dura dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando vennero generati gli indicatori di tempo degli albori. Nel 1979 arriva la prima messa in onda del segnale orario Rai codificato. 

L’ora esatta è annunciata da quello che all’Inrim chiamano trillo: «Si tratta di un codice generato dai nostri strumenti elettrici in laboratorio e trasmesso alla sede Rai di Torino che, in certi momenti del giorno, lo manda in onda», spiega Patrizia Tavella. «Il primo suono corrisponde al secondo 52 del minuto. Poi ci sono altri sei battiti, fino al secondo 58. Il battito al 59 salta e al 60 in punto ecco il segnale orario». 

Sembra un paradosso, ma oggi una precisione così non si riesce più a ottenere, nonostante strumenti scientifici sempre più sofisticati. «La colpa - racconta la ricercatrice - è della trasmissione digitale dei programmi, che causa un ritardo al segnale di tre o quattro secondi e ne vanifica la validità». Ai più può sembrare un tempo insignificante. Non è così. «Bisogna considerare - continua - che le bollatrici di tante aziende hanno l’orario impostato con l’ora che comunica la Rai. Lo stesso vale per le macchinette che stampano i biglietti per la sosta nei parcheggi a pagamento. In questi casi, qualche secondo fa la differenza».

Per l’emittente c’è anche un altro aspetto da considerare: «Il segnale orario ci obbliga ad avere un palinsesto molto rigido. Se deve andare in onda l’ora esatta, il programma non può sforare, cosa talvolta assai difficile».