mercoledì 28 dicembre 2016

“Ecco i boia di Stalin che uccisero mio bisnonno”

La Stampa
anna zafesova

Con la sua ricerca Denis Karagodin riapre la ferita mai rimarginata delle stragi sovietiche


Stepan Ivanovich Karagodin con la moglie Anna e il figlio Lev, nonno di Denis, finito poi anche lui nel Gulag

Stepan Ivanovich Karagodin, 56 anni, contadino, è stato arrestato dall’Nkvd di Tomsk il 1° dicembre 1937. Il 21 gennaio 1938 è stato giustiziato come «agente dello spionaggio giapponese e organizzatore di un gruppo spionistico sovversivo». La famiglia non venne informata di nulla, e la moglie di Karagodin, Anna, continuò per anni a cercare il marito e il padre dei suoi nove figli. Alla fine degli Anni Cinquanta, dopo il XX congresso del Pcus, ricevette l’atto di riabilitazione di Stepan, per «assenza di reato», e il suo certificato di morte «durante la prigionia», con una data falsa.

“FUCILARE” 
Una storia identica ad altre migliaia di tragedie. Il nome di Stepan Karagodin entrerà però nei manuali di storia come quello della prima vittima del Grande terrore staliniano la cui morte è stata indagata fino in fondo, compresi i nomi dei suoi carnefici. Il pronipote del contadino siberiano, Denis Karagodin, ha iniziato nel 2012 la sua indagine personale. Non gli bastava la verità ufficiale, voleva nomi e cognomi, perché la banalità del male è anche un anonimato. Voleva sapere chi avesse ucciso - non usa intenzionalmente il termine «giustiziato» - il suo bisnonno.

Chi aveva denunciato, arrestato, torturato, condannato e fucilato, ma anche chi aveva guidato il camion con i detenuti e battuto a macchina la sentenza, ripetendo decine di volte in maiuscolo la parola «RASSTRELIAT», fucilare. Sul suo blog Karagodin ha pubblicato per anni i risultati del suo lavoro negli archivi, i meticolosi controlli incrociati dei vari documenti, le decine di interrogazioni, perizie grafologiche e testimonianze storiche. Si è sentito dire «niet» decine di volte, gli veniva risposto che i documenti che richiedeva non esistevano, distrutti o «in condizioni illeggibili».

Il sito blog.stepanivanovichkaragodin.org da diario è diventato un luogo di ricerca, dove altre persone condividevano i loro pezzi di verità terribili, come le testimonianze sulle gare a chi avrebbe ammazzato più detenuti, che per mancanza di pallottole venivano strangolati con corde insaponate e finiti a calci. Il 34enne di Tomsk ha identificato più di 20 responsabili e, il 12 novembre scorso ha ricevuto dall’Fsb (l’erede dell’Nkvd e del Kgb) un documento unico: l’atto di fucilazione, con i nomi degli esecutori: l’assistente del direttore del carcere Nikolay Zyrianov, il comandante del dipartimento dell’Nkvd Serghey Denisov e l’ispettore Ekaterina Noskova, che quel giorno uccisero altri 63 condannati, in una catena di montaggio che era il loro lavoro quotidiano. 

LE FAMIGLIE 
«Gli storici non riescono a crederci», ha raccontato Denis alla Komsomolskaya Pravda, «l’indagine è conclusa». Ma la storia era solo iniziata. Sul sito di Karagodin piovono «ogni 15 secondi» messaggi di chi gli chiede di trovare i nomi dei carnefici anche dei loro padri, nonni, bisnonni. E poi è arrivata la lettera di Yulia, nipote di uno dei boia, Zyrianov: «Non dormo da diverse notti. Sono totalmente dalla sua parte. Capisco di non avere colpe, ma non negherò la storia della mia famiglia». Denis le ha risposto commosso: «Mi è difficile, ma le tendo una mano di pace, per farla finita con l’interminabile bagno di sangue russo».

Non era mai successo che qualcuno chiedesse scusa per la carneficina staliniana. E una storia privata è diventata un dibattito nazionale. Il quotidiano liberale Vedomosti ha intitolato il suo editoriale su Denis Karagodin «L’eroe solitario», auspicando che la sua battaglia possa dare inizio a una conciliazione nazionale. L’opinionista d’opposizione Oleg Kashin spera che «un uomo solo venuto dalla Rete» possa diventare il leader di chi non accetta più le regole e i silenzi del sistema. Da più parti si sentono appelli a figli e nipoti dei responsabili delle purghe affinché facciano outing e si pentano. Il sito della Ong Memorial con la lista di 41 mila funzionari dell’Nkvd del periodo staliniano è andato in tilt, con milioni di persone che cercavano i nomi degli assassini dei loro parenti. Oppure volevano scoprire se i loro nonni erano dei boia. 

IL CREMLINO
Perfino il Cremlino ha commentato, con imbarazzo. «Un tema dolente per il nostro paese, con obiezioni argomentate da entrambe le parti», ha detto il portavoce del presidente Dmitry Peskov. Nei social Denis viene ricoperto di insulti e accuse - «bugiardo», «non tutti erano assassini», «fomenti la guerra civile» - ma anche applaudito: «Se fossimo tutti come lui la Russia sarebbe diversa». Il paese si è spaccato lungo la ferita dolorosa e mai cicatrizzata delle vittime e dei carnefici, spesso nelle stesse famiglie: Yulia, la nipote del boia, ha un bisnonno ucciso nelle purghe.

Il politologo conservatore Dmitry Olshansky propone di «dimenticare il male». Ma Anastasia Mironova obietta su Gazeta.ru che «il mito che siamo tutti colpevoli è nato nelle comode stanze dei carnefici e dei loro discendenti». E le storie familiari, taciute per decenni, rivelano una guerra civile mai finita. Stepan Karagodin era un contadino benestante, già mandato al confino perché si rifiutava di deportare i suoi vicini come kulaki, il pronipote è un’attivista dell’opposizione sceso in piazza contro Putin, uomo del Kgb che tra i suoi fedelissimi ha numerosi figli di militari, poliziotti e magistrati dell’epoca sovietica.

LE COLPE DEI PADRI
Era da molto tempo che in Russia non si parlava così tanto dei crimini dello stalinismo, dopo che negli ultimi anni il dittatore era riapparso in monumenti, fiction e manifesti, in un revisionismo strisciante che ha fatto moderare i toni anche ai manuali scolastici e portato Stalin in cima alla lista dei leader preferiti dai russi. Parte del consenso al governo affonda le radici nel mito del glorioso passato sovietico, che all’improvviso viene rimesso in discussione: un sondaggio tra i lettori della filogovernativa Komsomolskaya Pravda rivela che il 52,7% vuole l’apertura di tutti gli archivi (il 40% si oppone, temendo di far pagare ai figli le colpe dei padri). Perché, come scrive Yulia, «senza chiamare le cose e i fatti con i loro nomi non potremo mai cambiare nulla». Ma per ora è stata l’unica a chiedere perdono.