giovedì 29 dicembre 2016

Dall’attacco «infame» di Tokyo all’alleanza inossidabile

Corriere della sera

di Sergio Romano

L’assalto del Giappone contro Pearl Harbor non fu una sorpresa per la Casa Bianca, per il Dipartimento di Stato e per le forze armate degli Stati Uniti



Nelle cronache tradizionali dell’evento, l’attacco giapponese contro la base navale americana di Pearl Harbor, alle sette del mattino del 7 dicembre 1941, fu un atto inatteso, proditorio e, secondo l’espressione usata dal presidente Roosevelt nelle ore successive, infame. In questa rappresentazione vi è il comprensibile sentimento di una opinione pubblica che fu effettivamente colta di sorpresa e si sentì pugnalata alle spalle. Ma non fu una sorpresa per la Casa Bianca, per il Dipartimento di Stato e per le forze armate degli Stati Uniti. Da molti anni ormai il Giappone stava estendendo la sua presenza militare sul continente cinese. Più recentemente, dopo lo scoppio della guerra in Europa, aveva approfittato della debolezza francese per imporre a Parigi l’occupazione «protettiva» dell’Indocina. E avrebbe fatto altrettanto, non appena possibile, con le colonie britanniche.
L’ordine di Roosevelt
Di fronte a una politica così palesemente bellicosa, gli Stati Uniti avevano reagito con fermezza e chiesto il ritiro delle forze giapponesi dalle colonie francesi. Era il 24 luglio 1941. Due giorni dopo, quando fu chiaro che il Giappone non avrebbe modificato la sua strategia, Roosevelt ordinò il congelamento dei beni giapponesi in America e proclamò l’embargo sulla fornitura del petrolio al Giappone. Molti osservatori degli affari asiatici sostennero che l’embargo era un atto ostile e che Tokyo, privato di necessarie risorse energetiche, avrebbe certamente reagito con la guerra, Ma i giapponesi preferirono aprire un negoziato che si protrasse senza alcun risultato per quattro mesi.

Speravano di indurre Washington a cambiare linea o stavano completando il rafforzamento del loro dispositivo militare? Probabilmente giocavano le due carte contemporaneamente e ruppero i negoziati con una operazione militare non appena fu chiaro che l’America non avrebbe fatto un passo indietro. Intorno a questa rappresentazione della vicenda ha preso corpo, soprattutto dopo la fine della guerra, la tesi, sostenuta da alcuni storici, che Roosevelt volesse il conflitto a tutti i costi e fosse pronto a correre il rischio di un disastro militare pur di ottenere l’autorizzazione del Congresso. Quando la Germania venne in aiuto al Giappone e dichiarò guerra agli Stati Uniti, il ministro degli Esteri tedesco (era Ribbentrop) convocò l’incaricato d’affari americano e disse: «Il suo presidente ha voluto la guerra. Eccola».
Senza scrupoli
I sospetti sono per certi aspetti confermati da una circostanza che Roosevelt non poteva ignorare. Come ricorda Liddel Hart nella sua «Storia della Seconda guerra mondiale», il Giappone aveva già dimostrato in una circostanza analoga di non avere scrupoli. Nell’agosto del 1903 russi e giapponesi stavano perseguendo gli stessi obiettivi sulle coste orientali della Cina e avevano deciso di ricercare insieme un compromesso. Il negoziato durò cinque mesi (un po’ più di quello con gli Stati Uniti) e i giapponesi, quando i russi fecero proposte poco gradite, attaccarono senza dichiarare guerra la base russa di Port Arthur. Le loro torpediniere colpirono due navi da battaglia e un incrociatore. I danni a Pearl Harbor furono molto più importanti.

I 360 aerei giapponesi affondarono 4 delle 8 corazzate ancorate nella rada, mentre una andò a incagliarsi sulla sponda e le altre furono danneggiate. La stessa sorte toccò ad altre navi minori e i morti americani furono 2.403. Resta da capire perché Shinzo Abe abbia deciso di visitare Pearl Harbor in questi giorni. I motivi sono almeno due. Barack Obama è andato a Hiroshima nel maggio di quest’anno (un gesto che i giapponesi hanno certamente apprezzato) ed è ora nelle Hawaii dove è nato e passa spesso le sue vacanze. Abe doveva restituire la visita del presidente americano e ha deciso di farlo quando avrebbe potuto avere con lui un ultimo colloquio. Ciascuno dei due ha reso omaggio ai morti dell’altro, ma nessuno dei due ha pronunciato parole di rammarico. Giappone e Stati Uniti sono ormai uniti da un patto di alleanza che torna utile a entrambi, ma né l’uno né l’altro è pronto a scusarsi per ciò che è accaduto.
Abe primo a incontrare Trump
Non è tutto. Prima di chiudere il rapporto con l’America di Obama, Abe aveva improvvisamente fatto un viaggio a New York per un incontro con il presidente eletto nella sua torre che è durato 90 minuti. È stato il primo leader di un governo straniero a incontrare Trump dopo la sua elezione. Non conosciamo il contenuto del colloquio, ma sappiamo che il nuovo presidente americano, durante la sua campagna elettorale, aveva trattato il Giappone non diversamente dal modo in cui ha trattato gli alleati della Nato. Aveva chiesto a Tokyo di pagare di più per il mantenimento delle truppe americane di stanza nel Paese e duramente commentato un accordo commerciale che Obama aveva stipulato con il Giappone e altri Stati del Pacifico.

La Cina , nel frattempo, sta a guardare.