venerdì 9 dicembre 2016

Da oltre cent’anni all’Egizio: “Sono le gambe di Nefertari”

La Stampa
vittorio sabadin

Pubblicati dopo 4 anni di indagini i risultati di uno studio inglese. Gli arti a Torino sarebbero della grande regina del XIII secolo a.C.



Il Museo Egizio di Torino conserva i resti mummificati di due arti inferiori che con estrema probabilità appartenevano alla regina Nefertari, la moglie del grande faraone Ramesse II. I risultati di uno studio condotto quattro anni fa da un gruppo internazionale di ricercatori sui reperti conservati in una teca del museo sono stati finalmente pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Plos One , con la pacata lentezza che caratterizza il rigore di chi indaga su vicende millenarie.

Quei miseri resti erano stati trovati nel 1904 da Ernesto Schiaparelli nella tomba QV66 della Valle delle Regine, nei pressi di Luxor. A questo grande archeologo, nato a Occhieppo Inferiore in provincia di Biella nel 1856 e allievo del mitico Gaston Maspero alla Sorbona, si deve una buona parte dei reperti in mostra al Museo Egizio di Torino, compresa la tomba dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, ritrovata intatta nel 1906. Il giorno che entrò nella tomba di Nefertari, Schiaparelli era probabilmente l’uomo più felice del mondo: alla luce delle torce, scese una scalinata che portava a un’anticamera e poi a una camera sepolcrale maestosa, al cui centro un sarcofago era circondato da quattro massicci pilastri.

Dalle pareti, a causa di infiltrazioni d’acqua nella roccia argillosa, era caduto molto dell’intonaco, ma quello che restava era meraviglioso. Non si trattava della tomba di gente comune, per la quale si raffiguravano negli affreschi sempre scene di vita quotidiana. Ciò che restava di quel grande e stupefacente ciclo pittorico raffigurava il percorso verso l’aldilà, com’era uso nelle tombe dei re. I colori erano straordinari e sembravano da soli illuminare l’ambiente: il rosso mattone dei contorni, il verde, l’ocra, il soffitto blu punteggiato di stelle d’oro.

La perfetta simmetria delle decorazioni, le frequenti raffigurazioni degli dei più importanti, Amon-Ra, Hathor, Ptha, tutto faceva pensare che quella fosse la tomba di una grande regina. E lo era, infatti: nei geroglifici sulle pareti, in quell’antica lingua priva di vocali, si poteva leggere «nfrt iry mryt n mwut», «Nefertari, la bella compagna amata da Mut», la dea madre che governa le acque, dalle quali la vita ebbe inizio. Al Museo Egizio di Torino si può ammirare un piccolo, bellissimo modello in scala della tomba, pazientemente ricostruito da abili artigiani, che la mostra in tutta la sua magnificenza con gli affreschi originali, e che ogni visitatore non dovrebbe perdersi. 

Nata nel 1295 a.C. e morta nel 1255 nel 25° anno di regno di Ramesse II, Nefertari è sempre raffigurata alla stessa altezza del marito, cosa che indica l’alta considerazione nella quale era tenuta. Ad Abu Simbel, dove probabilmente è morta, appare in una statua nel Tempio minore che Ramesse le dedicò. Lei sapeva leggere e scrivere i geroglifici, e inviava anche lettere in testo cuneiforme alla moglie del re ittita Hattusili III, per siglare una pace tra donne che poi avrebbero fatto sottoscrivere ai mariti. È stata grande come e forse più di Hatshepsut, di Nefertiti, di Cleopatra VII, e la sua tomba era degna di lei. Purtroppo, quando Schiaparelli vi entrò, era già stata saccheggiata. Restavano il coperchio del sarcofago di pietra, ora a Torino, qualche pezzo del sarcofago ligneo e quelle povere ossa, che l’archeologo portò con sé e che sono al museo da più di un secolo. 

L’equipe di scienziati che le ha esaminate, coordinati dall’università britannica di York, ha effettuato analisi chimiche, antropologiche, genetiche e di datazione al radiocarbonio. I resti sono di una donna di circa 40 anni, alta un metro e 65, qualche centimetro in più dell’altezza media delle donne dell’epoca. I materiali utilizzati per imbalsamare le gambe corrispondono ai metodi usati nella mummificazione del XIII secolo avanti Cristo. L’identificazione con Nefertari non è certa, ma è considerata estremamente probabile. La ricerca è stata condotta al Museo Egizio di Torino nell’era della direttrice Eleni Vassilika, che oggi non vuole assumersene il merito: da sempre convinta che gli egittologi devono lasciare un po’ di spazio al lavoro comune di esperti di diverse discipline scientifiche, dice di essere felice che questo metodo abbia dato un risultato così significativo.