venerdì 23 dicembre 2016

Come Roma dopo Cartagine: gli Usa al tempo di Trump

repubblica.it

presidential_election_map_boria_1116
[Presidential Election Map, cartografia Hammond & Co. per opuscolo pubblicitariocommissionato da The Prudential Insurance Company of America, 1964.
Altre carte storiche qui

L’America resterà egemone sul mondo, così come Roma sopravvisse ai Gracchi. Il magnate newyorkese ha vinto perché la classe media bianca soffre la retroazione economica del globalismo Usa e l’avanzata ispanica. Ma la Casa Bianca non decide quasi nulla.
Estratto da “Trump e i dolori della giovane superpotenza“.

Tredici anni dopo la conclusione della terza guerra punica, la popolazione romana viveva un aspro malessere.


L’annientamento di Cartagine aveva reso la repubblica l’unica superpotenza del globo e la più straordinaria talassocrazia mai conosciuta. Il controllo del Mar Mediterraneo da parte della classis romana aveva germinato la prima globalizzazione della storia, con la penisola italica assurta a fulcro degli scambi commerciali.

Eppure i cittadini dell’Urbe lamentavano condizioni economiche sfavorevoli, specie quelle legate alla distribuzione delle terre.

Si era diffusa la percezione che della pax romana beneficiassero soprattutto le popolazioni delle province, specie italici e semiti, piuttosto che i cives. Proprio al termine di decenni di guerra che avevano duramente provato l’opinione pubblica. […]

Ad offrire una risposta strategica ai reclami della popolazione intervenne Publio Scipione Emiliano, l’uomo che passeggiò attonito sulle rovine di Cartagine, suggerendo l’introversione della repubblica: «Le condizioni sociali di Roma sono mutate al punto che è preferibile auspicare il mantenimento della nostra nazione piuttosto che il suo ingrandimento».

I dolori della giovane superpotenza romana furono gli stessi che oggi agitano l’altrettanto adolescente superpotenza americana.

Al termine della guerra fredda, gli Stati Uniti crearono la globalizzazione attuale, risultato diretto del controllo degli oceani da parte della Marina Usa, costruendo attorno al proprio mercato domestico il sistema internazionale.

L’America resta la nazione egemone del globo, ma la classe media del paese soffre i contraccolpi economici della propria grandezza ed esige dall’amministrazione federale un nuovo equilibrio economico. Così invoca la rinuncia a qualsiasi intervento militare in teatri a-strategici, come capitato nel primo decennio di questo millennio.

E pretende di frenare l’ascesa della popolazione di origine ispanica, assimilata o clandestina, destinata a conquistare in futuro notevoli quote di potere.

Conseguenza diretta del momento vissuto dall’America è il prossimo ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, veicolo della bile che scorre nella pancia del paese.

Come Scipione Emiliano, Trump propone il (parziale) ritrarsi dal mondo degli Stati Uniti, per guardarsi l’ombelico. Informando l’azione di Washington di soli dettami commerciali, nella convinzione che nel frattempo il flusso temporale si arresti.

Scendendo a patti con Mosca, abbandonando l’Europa e il Medio Oriente alla loro sorte, applicando dure sanzioni ai danni della Cina, rimpatriando milioni di sans-papiers latini.

Un’agenda che involontariamente provocherebbe lo smantellamento dell’egemonia americana, quasi un impero fosse prodotto di decisioni arbitrarie e non di elementi strutturali.

Ma il presidente americano dispone di poteri assai limitati, perfino negli affari esteri. Gli istinti di Trump saranno temprati dall’ideologico intervento del Congresso e resi strategici dal mestiere degli apparati.

Nei prossimi anni Washington guarderà al pianeta da posizione defilata, perseguendo equilibri di potenza da remoto ed abbandonando gli olistici trattati commerciali. La narrazione muterà notevolmente.

Tuttavia l’America non abdicherà alla propria supremazia…


Per continuare a leggere questo articolo, il numero su Trump e l’archivio completo di Limes ora, abbonati a Limesonline.

abbonamento_limesonline