mercoledì 28 dicembre 2016

“Allarmismo esagerato, eliminare l’olio di palma non è la soluzione”

La Stampa
lidia catalano

L’Efsa: la tossicità? Tutto dipende dalla lavorazione industriale


I principali paesi produttori di olio di palma sono l’Indonesia e la Malesia

Il problema non è l’olio di palma in sé, ma l’olio di palma in noi. Ovvero quello che finisce nella nostra dieta quotidiana, dopo un processo di raffinazione industriale che sprigiona sostanze tossiche per l’organismo. L’Efsa (L’agenzia europea per la sicurezza alimentare) interviene nello scontro da curva Sud tra sostenitori e detrattori per riportare il dibattito intorno all’alimento più controverso sui binari della scienza. «È importante che il consumatore faccia le proprie scelte in modo consapevole e non sulla base dell’onda emotiva», sottolinea Marco Binaglia, esperto scientifico dell’Efsa che ha partecipato alla stesura del dossier pubblicato a maggio sui rischi per la salute delle sostanze tossiche presenti negli oli vegetali.

Dal documento commissionato all’Efsa dalla Commissione Ue emerge che la situazione più critica riguarda proprio l’olio di palma. Perché?
«Lo studio ha evidenziato la presenza di alcuni contaminanti negli alimenti e in particolare negli oli vegetali che vengono sottoposti a processi di raffinazione. Le concentrazioni medie di queste sostanze (2-MCPD, 3-MCPD e glicidil esteri) che si formano quando il glicerolo, naturalmente presente negli oli vegetali, viene lavorato ad alte temperature, sono risultate da 6 a 10 volte superiori nell’olio di palma rispetto ad altri oli alimentari».

Che cosa significa in termini di rischi per la salute?
«Un’esposizione prolungata ad alte concentrazioni del contaminante 3-MCPD può provocare problemi renali e avere effetti sul sistema riproduttivo maschile. Sui 2-MCPD non è stato possibile trarre conclusioni per via della scarsa disponibilità di dati tossicologici mentre la categoria per cui abbiamo espresso maggiore preoccupazione sono i glicidil esteri (GE): sostanze potenzialmente in grado di danneggiare il genoma umano e di aumentare l’incidenza di tumori».

Chi sono i soggetti più esposti?
«I rischi riguardano in modo particolare le fasce più giovani della popolazione, sia perché i bambini consumano una quantità maggiore di cibo in rapporto al peso corporeo, sia perché generalmente prediligono alimenti a elevata concentrazione di olio di palma, come biscotti e varie tipologie di prodotti da forno. L’Efsa ha espresso particolare apprensione per i neonati nutriti esclusivamente con latte artificiale, perché la concentrazione di GE è fino a dieci volte il livello considerato a basso rischio per la salute pubblica».

Esistono dosi al di sotto delle quali ci si può ritenere al sicuro?
«Siamo stati in grado di fare una valutazione di questo tipo solo per i contaminanti 3-MCPD: l’Efsa ha fissato una dose giornaliera tollerabile di 0,8 microgrammi per chilo di peso corporeo. Va però detto che il nostro approccio è decisamente più restrittivo rispetto a quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che ha indicato il limite di sicurezza in 4 microgrammi».

A quanto corrisponde 0,8 microgrammi? Basta una merendina per sforare?
«È difficile dirlo perché il contatto con questi contaminanti è legato a una serie di alimenti e non a uno solo. Inoltre la percentuale di olio di palma può variare molto tra un prodotto e l’altro. Si può comunque stimare che per un bambino il consumo di una merendina contenente il 20 o 30% di olio di palma potrebbe portare a dosi giornaliere vicine a 0,8 microgrammi. Se a questa si associa ad esempio un pacchetto di cracker si rischia di sforare il “tetto di sicurezza” stabilito dai nostri parametri».

Se i rischi per la salute sono legati ai processi di raffinazione industriale, non si può intervenire per renderli più sicuri?
«È una responsabilità che spetta ai produttori, ma sappiamo che in questi anni non sono rimasti a guardare. Lo studio ha messo in luce che i livelli di GE negli oli e grassi di palma si sono dimezzati tra il 2010 e il 2015: questo lascia dedurre che l’industria stia lavorando per incrementare la qualità e la sicurezza degli alimenti che finiscono sulle nostre tavole».

A seguito della pubblicazione del vostro parere scientifico molti produttori, come la Coop, hanno deciso di eliminare l’olio di palma. Vi aspettavate una reazione di questo tipo?
«Assolutamente no e non era neanche il nostro auspicio. Naturalmente ogni azienda decide per sé, ma è chiaro che eliminando l’olio di palma non si risolve il problema. Come abbiamo già detto questi contaminanti, seppure in percentuali minori, sono presenti in tutti gli oli vegetali».

Altre aziende invece, come Ferrero, hanno rivendicato la qualità dell’ingrediente. Esiste un olio di palma buono?
«È una domanda che andrebbe fatta alla Ferrero. Probabilmente per “buono” l’azienda intende un prodotto altamente selezionato all’origine e sottoposto ad attento monitoraggio durante il processo di raffinazione».

Qual è il ruolo di Efsa?
«L’agenzia ha il compito di fornire pareri scientifici in materia di sicurezza alimentare su richiesta della Commissione Europea, dei Paesi membri o dell’Europarlamento. Le nostre consulenze sono gli strumenti attraverso cui le istituzioni si orientano per legiferare».

Dobbiamo aspettarci il bando dell’olio di palma in Europa?
«Escluderei una soluzione così drastica. È più probabile che il legislatore intervenga imponendo agli Stati membri dei limiti alla concentrazione di questi contaminanti negli alimenti, come ha già fatto in passato per altre sostanze potenzialmente tossiche».

Come si spiega il grande clamore su questo alimento? Si può informare sui potenziali rischi per la salute scongiurando isterie collettive?
«L’acceso dibattito sull’olio di palma si inserisce in un contesto generale di crescente attenzione verso un’alimentazione corretta ed equilibrata, uno stile di vita sano e una spiccata sensibilità verso le tematiche ambientali. Anche grazie all’etichettatura obbligatoria sui prodotti, oggi il cittadino ha a disposizione importanti strumenti di vigilanza sui produttori, chiamati a un impegno costante per onorare il patto di fiducia con i consumatori. Questo processo virtuoso non deve però degenerare in ondate di emotività o facili allarmismi, anche perché bisogna tenere presente che il sistema di sicurezza alimentare in Europa - grazie alla legislazione e ai rigidi controlli sugli alimenti - è tra i più sicuri, se non il più sicuro al mondo».