lunedì 19 dicembre 2016

22 brutali dittatori di cui (forse) non hai mai sentito parlare

Repubblica.it
Elena Holodny

Nella storia dell’umanità sono relativamente pochi i popoli che hanno goduto il lusso di governi rappresentativi. E, mentre la maggior parte dei dittatori non raggiungono i livelli di crudeltà di Hitler o Stalin, la storia abbonda di oppressori, criminali di guerra, sadici sociopatici e individui moralmente autocompiaciuti che sono diventati capi di governi non eletti — tragicamente a danno delle popolazioni loro sottomesse.

Diamo uno sguardo a 22 brutali dittatori di cui potreste non avere sentito parlare.


Francisco Solano Lopez (Paraguay, 1862-1870)

Lopez nel 1870. Wikipedia
Pur essendo diventata una figura riverita in Paraguay decenni dopo la sua morte, il presidente e capo militare Francisco Solano Lopez provocò avventatamente i confinanti Brasile e Argentina intromettendosi nella guerra civile uruguaiana a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento. Finita la guerra, Brasile, Argentina e la fazione uruguaiana vincitrice si accordarono segretamente per annettersi metà del territorio del Paraguay.

Lopez rifiutò i termini di pace proposti dalla “tripla alleanza”, subendo un’invasione completa cui seguì un conflitto devastante in cui uno svantaggiato Lopez coscrisse bambini soldato, condannò a morte centinaia di suoi deputati (compreso il fratello), subì gravi perdite territoriali e provocò un’occupazione militare di otto anni da parte dell’Argentina.Al momento della sua morte in battaglia, e della conseguente conclusione della guerra, la popolazione del Paraguay era precipitata dagli stimati 525.000 a 221.00, con soli 29.000 maschi oltre i 15 anni sopravvissuti.

Jozef Tiso (Slovacchia, 1939-1945)

Jozef Tiso. Wikipedia
 
Prete cattolico che comandò la Slovacchia nel periodo fascista, Tiso restò al comando di uno dei numerosi regimi satelliti della Germania Nazista durante quasi tutta la Seconda Guerra Mondiale. Pur essendo un fascista meno zelante rispetto a capi di simili regimi nazisti fantocci, Tiso ordinò una brutale repressione in seguito a una ribellione antifascista nel 1944. Ha anche contribuito, o era comunque direttamente a conoscenza della deportazione della grande maggioranza degli ebrei slovacchi nei campi di concentramento nazisti.All’epoca vivevano in Slovacchia oltre 88.000 ebrei. Al termine della guerra, però, ne rimasero circa 5.000.

Döme Sztójay (Ungheria, 1944)

Döme Sztójay. Wikipedia 
Il leader ungherese Miklós Horthy si alleò alla Germania nazista per ottenere aiuto nel restaurare il controllo dell’Ungheria sui territori persi dopo la Prima Guerra Mondiale. Con il declino dello sforzo bellico tedesco nel 1944, Horthy cercò di allontanarsi dai nazisti e si oppose alla deportazione degli ebrei ungheresi — provocando l’invasione nazista e la nomina di Döme Sztójay come leader fantoccio anche mentre Horthy era formalmente al potere. Durante i sei mesi di Sztójay come primo ministro Ungherese, in uno delle ultime grandi deportazioni forzate di popolazione dell’Olocausto, furono deportati verso i campi di concentramento oltre 440.000 ebrei. Sztójay, che era stato ambasciatore ungherese nella Germania nazista nel decennio precedente la Seconda Guerra Mondiale, fu catturato dall’esercito Statunitense dopo la guerra e giustiziato in Ungheria nel 1946.

Ante Pavelić (1941-1945)

Ante Pavelić. Wikipedia
 
Ante Pavelić iniziò come politico opponendosi alla centralizzazione di quello che in seguito sarebbe stato ufficialmente noto come Regno di Jugoslavia. Quando nel 1929 il re jugoslavo si dichiarò dittatore, Pavelić scappò dal paese per organizzare un movimento ultra-nazionalista chiamato Ustascia. Obiettivo degli Ustascia era la creazione di una Croazia indipendente, anche con atti di terrorismo. Il gruppo riuscì infine nell’assassinio di Re Alexander nel 1934. Dopo che le forze dell’Asse invasero la Jugoslavia nel 1941, Pavelić assunse il controllo come capo dello Stato Indipendente di Croazia (o NDH). Il paese era governato ufficialmente dagli Ustascia, ma era essenzialmente uno stato fantoccio dell’Italia Fascista e della Germania nazista. Sotto il comando di Pavelić, il regime perseguitò serbi ortodossi, ebrei e rumeni che vivevano nell’NDH. Dopo la sconfitta della Germania nel 1945, Pavelić si diede alla macchia riuscendo poi a scappare in Argentina. Morì in Spagna nel 1959.

Mátyás Rákosi (1945-1956)

Mátyás Rákosi. Governo ungherese
 
Mátyás Rákosi è diventato leader comunista dell’Ungheria in seguito al consolidamento del potere politico nel 1945. È stato definito il “migliore discepolo di Stalin“; orchestrò purghe e impose un regime repressivo alleato dei sovietici.Dopo la morte di Stalin nel 1953, l’URSS decise che il suo regime era troppo brutale e disse a Rákosi che avrebbe potuto restare come segretario generale del partito comunista ungherese — a condizione che lasciasse la carica di Primo Ministro al più “riformista” Imre Nagy.Rákosi riuscì proiettare la sua influenza ancora un po’, fino a che l’URSS decise ufficialmente che era un peso. Mosca lo rimosse nel 1956 per compiacere il leader jugoslavo Mashal Tito.

Khorloogiin Choibalsan (Mongolia, anni Trenta-1952)

Khorloogiin Choibalsan. Wikipedia 
Dopo molti incontri con Stalin, Choibalsan adottò la politica e i metodi del leader sovietico per applicarli in Mongolia. Instaurò un sistema dittatoriale, sopprimendo l’opposizione e uccidendo decine di migliaia di persone. Poi, stando a un rapporto pubblicato nel 1968 e citato nell’Historical Dictionary of Mongolia, negli anni Trenta, “iniziò ad arrestare e assassinare i capi operai all’interno del partito, del governo, in varie organizzazioni oltre che ufficiali dell’esercito, intellettuali e altri collaboratori fedeli. Nel 1951, Choibalsan si recò a Mosca per curare un tumore ai reni. Morì l’anno seguente.

Enver Hoxha (Albania, 1944-1985)

Wikipedia 
Il dittatore comunista albanese lottò insieme a Unione Sovietica e Cina prima di promuovere una dannosa politica di autonomia nazionale che trasformò il suo paese in una versione balcanica dell’attuale Corea del Nord. Sotto il suo quarantennale comando, Hoxha bandì la religione, ordinò la costruzione di migliaia di bunker di cemento in tutta l’Albania, intraprese eccentrici progetti di edilizia pubblica, purgò svariate volte la sua cerchia e troncò quasi tutte le principali relazioni internazionali dell’Albania. Hoxha rafforzò un culto della personalità di tipo staliniano e creò una società completamente isolata e teoricamente priva di dissenso sociale. Si stima che sotto il suo regime furono imprigionate per presunti crimini politici 200.000 persone in un paese dall’attuale popolazione di circa 3 milioni di abitanti.

Lê Duẩn (Vietnam, 1960-1986)

Lê Duẩn. Wikipedia
 
Pur non essendo ufficialmente capo di stato in Vietnam, Lê Duẩn fu la guida principale del regime del paese comunista per oltre 20 anni.Dopo la Guerra del Vietnam e la riuscita invasione del Vietnam del Sud da parte della parte settentrionale, Duẩn supervisionò le purghe degli oppositori al comunismo del Vietnam del Sud, incarcerando almeno 2 milioni di persone e costringendone più di 800.000 a scappare dal paese in barca. Sotto Duẩn, il Vietnam intraprese anche un fallimentare sforzo di centralizzazione economica che sarà più tardi corretta in senso opposto dalle successive generazioni di leader vietnamiti.

Ian Smith (Rhodesia, 1964-1979)

Ian Smith. Screen grab/The Guardian
 
Una delle figure più controverse della storia postcoloniale africana, Ian Smith, pilota decorato durante la Seconda Guerra Mondiale, guidò la secessione della Rhodesia (l’attuale Zimbabwe) dall’impero britannico nel 1965 con l’intenzione di preservare il comando da parte dei bianchi in una colonia a grande maggioranza nera. Come primo ministro di una Rhodesia indipendente, Smith instaurò un sistema ispirato all’apartheid sudafricana, cercando di mantenere il controllo attraverso un sistema di separazione e controllo razziale. Anche se i bianchi erano meno del 4% della popolazione, il governo di Smith sopravvisse a quasi 15 anni di isolamento internazionale e di guerra civile. Nel 1980 sottoscrisse un accordo di condivisione del potere che elevò alla carica di primo ministro Robert Mugabe. Elogiato a volte per la sua volontà di lasciare il potere — che portò la Rhodesia a liberarsi del controllo della minoranza quindici anni prima del vicino Sudafrica — guidò ancora un regime di discriminazione razziale per ben più di un decennio.

Ramfis Trujillo (Repubblica Dominicana, maggio 1961-ottobre 1961)

Ramfis Trujillo. Screen grab/YouTube 
Il padre di Ramfis, il più famigerato Rafael Trujillo, guidò la Repubblica Dominicana per oltre 30’anni. Il suo primogenito, ordinato colonello a 4 anni, fu dittatore del paese caraibico per pochi mesi — ma li usò per promuovere una brutale repressione contro i sospetti assassini del padre, avvenuto il 30 maggio 1960. Un “perfetto torturatore” e inveterato playboy, pare che quando Ramfis abbandonò la Repubblica Dominicana sul suo yacht per andare in esilio in Spagna alla fine del 1961, portò con sé la bara del padre. La bara però, conteneva soprattutto circa 4 milioni di dollari in valuta e gioielli.

Michel Micombero (Burundi, 1966-1976)

Michel Micombero. Wikipedia
 
Michel Micombero, capitano dell’esercito poi nominato ministro della difesa, aveva appena 26 anni quando, nel 1966, guidò il colpo di stato che lo portò alla poltrona di primo ministro. Una carica pericolosa in Burundi, considerato che due sui predecessori erano stati assassinati dall’indipendenza del paese del 1962. Micombero, di etnia Tutsi, abolì rapidamente la monarchia esiliando il re diciannovenne e rafforzò l’élite Tutsi nell’esercito e nel governo, creando tensioni con la comunità Hutu del paese. Nel 1972 il suo governo represse un’insurrezione Hutu organizzando stermini di massa in cui furono assassinate tra le 150.000 e le 300.000 persone. Anche se Micombero fu rovesciato con un colpo di stato nel 1976, la divisione Hutu-Tutsi persiste in Burundi e ha contribuito a far scoppiare una guerra civile che è durata dal 1993 al 2005.

Yahya Khan (Pakistan, 1969-1971)

Yahya Khan. Wikipedia
 
Il generale pakistano e veterano dell’esercito britannico sciolse il governo e impose la legge marziale nel 1969. Alla sua caduta due anni dopo, il Pakistan orientale si era separato per diventare lo stato indipendente del Bangladesh e il Pakistan aveva perso un’altra guerra contro la rivale India. Nel frattempo, però, Khan aveva condotto lo sterminio di massa di almeno mezzo milione di bengalesi e altre minoranze indiane. Nel marzo del 1971, Khan ordinò al suo esercito di soffocare un nascente movimento separatista nel Pakistan orientale.

L’”Operazione Searchlight” puntò ai nazionalisti e agli intellettuali bengalesi e provocò un’ondata di 10 milioni di rifugiati che convinse l’India a intervenire nella guerra civile pakistana, ponendo le basi per l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan l’anno seguente. Nelle trascrizioni di un incontro ai massimi gradi tenutosi nel febbraio del 1971, Khan disse di “ucciderne tre milioni” riferendosi ai separatisti e ai loro sostenitori. Entro la fine dell’anno erano morte centinaia di migliaia di persone — e Khan venne deposto da presidente e mandato in esilio interno. Morì in Pakistan nel 1980.

Carlos Manuel Arana Osorio (Guatemala, 1970-1974)

Carlos Arana Osorio. Governo del Guatemala
 
Carlos Arana Osorio è stato uno dei molti comandanti militari che furono presidenti in Guatemala durante i movimentati anni che seguirono il colpo di stato del 1954. Durante la sua presidenza, aumentò gli sforzi governativi per sottomettere i ribelli armati e perseguitare gli “studenti radicali”, i sindacati e gli oppositori politici. Circa 20.000 persone “morirono o ‘scomparirono’” sotto l’amministrazione di Arana Osorio. Il Guatemala continuò ad avere presidenti militari fino al 1986, ma la guerra civile continuò fino al dicembre 1996.

Jorge Rafael Videla (Argentina, 1976-1981)

Jorge Rafeal Videla. Screen grab/The Guardian
 
L’ufficiale dell’esercito Jorge Rafael Videla assunse il controllo dell’Argentina con un colpo di stato nel 1976. All’epoca, il Paese era frustrato da un governo corrotto e da un’economia distrutta, ed era “assediato da attacchi di guerriglieri e squadre della morte”, con molti argentini “che accolsero con favore l’azione di Videla, sperando che la giunta militare facesse cessare la violenza”, secondo Biography.com. Videla cercò di riportare la crescita economica con una politica di riforme liberiste, ottenendo un “moderato successo”. Sancì però la chiusura dei tribunali e affidò il potere legislativo a una commissione di nove militari.

Il suo governo condusse una famigerata ‘guerra sporca‘ durante la quale migliaia di persone, tra cui intellettuali, giornalisti e professori, sospettate di costituire una minaccia sovversiva furono sequestrate, incarcerate e assassinate”. La stima ufficiale delle persone assassinate sotto la sua presidenza è di 9.000, ma secondo alcune fonti sarebbero tra i 15.000 e i 30.000. Fu condannato all’ergastolo nel 1985, ma nel 1990 ricevette la grazia. Processato di nuovo nel 2010, fu ancora condannato all’ergastolo. Morì in carcere nel 2013.

Francisco Macías Nguema (Guinea Equatoriale, 1968-1979)

Francisco Macías Nguema. Wikipedia 
Il primo presidente della Guinea Equatoriale era un cleptocrate paranoico che si dichiarò presidente a vita, teneva la gran parte delle ricchezze del paese in valigie sotto al suo letto, e uccise o mandò in esilio circa un terzo dei 300.000 abitanti della ex colonia spagnola. Il disprezzo di Nguema verso le classi colte del suo Paese lo fece paragonare al leader cambogiano Pol Pot. Programmi di lavori forzati su vasta scala richiamarono altre crudeltà della storia: un visitatore del paese sotto il regime di Nguema lo descrisse come “il campo di concentramento dell’Africa — una Dachau preindustriale”. Nguema fu giustiziato dopo che suo nipote, Teodoro Obiang, lo rovesciò nel 1979 con un colpo di stato.

Teodoro Obiang (Guinea Equatoriale, 1979-presente)

Teodoro Obiang. Wikipedia
 
Teodoro Obiang rovesciò suo zio Francisco Macías Nguema, il primo presidente della Guinea Equatoriale, nel 1979. La scoperta del petrolio in Guinea Equatoriale nel 1995, fornì a Obiang una fonte di arricchimento personale quasi illimitata. Mentre i 700.000 abitanti languiscono nelle ultime posizioni dell’Indice di Sviluppo Umano, la sua ricchezza di risorse alimenta uno dei regimi più oppressivi al mondo.

Il governo di Obiang è accusato di torturare dissidenti e di bandire quasi tutte le forme di espressione politica. Contemporaneamente, Obiang sta tentando di trasformare la capitale Malabo in una meta turistica e congressuale, e cercando di ritrarre la Guinea Equatoriale come una delle nascenti potenze politiche ed economiche africane.

Siad Barre (Somalia, 1969-1991)

Siad Barre. Wikipedia
 
Il dittatore militare socialista della Somalia commise un disastroso errore strategico quando invase la regione dell’Etiopia a maggioranza somala di Ogaden nel 1977. L’invasione convinse l’Unione Sovietica a togliere il proprio sostegno al governo di Barre per sostenere l’emergente regime comunista etiope. Dopo la fallita guerra contro l’Etiopia, Barre continuò a guidare la Somalia per 13 anni mantenendo il controllo con una combinazione di forza e astuta manipolazione del sistema di clan somalo. La sua eredità più disastrosa è lo sprofondamento della Somalia nella guerra civile nel 1991, che segnò l’inizio di oltre due decenni di anarchia nel paese.

Radovan Karadžić (Repubblica Serba, 1992-1996)

Radovan Karadžić. AP
 
Radovan Karadzic è stato presidente della Repubblica Serba, l’autoproclamata “repubblica” dell’etnia serba che si separò dalla Bosnia dopo la secessione di quest’ultima dalla Jugoslavia nel 1992. Come presidente, Karadžić guidò una campagna di pulizia etnica contro i musulmani bosniaci che vide alcuni dei più gravi abusi contro i diritti umani commessi sul territorio europeo dalla fine dalle Seconda Guerra Mondiale.

Si ritiene che Karadžić abbia ordinato il massacro di Srebrenica del luglio del 1995, in cui i militanti serbi uccisero oltre 8.000 musulmani bosniaci in tre giorni. Karadžić fuggì e, dopo la guerra civile bosniaca, divenne un esperto di omeopatia sotto falso nome e scrisse articoli sulla salute. Nel 2008 fu arrestato in Serbia e condotto al Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex-Jugoslavia a L’Aia per affrontare le accuse di crimini contro l’umanità.

Theodore Sindikubwabo (Ruanda, aprile 1994-luglio 1994)

Theodore Sindikubwabo. Screen grab/YouTube
 
Theodore Sindikubwabo ha poca responsabilità personale per l’organizzazione del genocidio ruandese, organizzato soprattutto da ufficiali dell’esercito e deputati conservatori come Theoneste Bagasora. Ma quando l’aereo del presidente ruandese Juvenal Habyrimana fu abbattuto il 6 aprile 1994, Sindikubwabo fu l’uomo che gli architetti del genocidio scelsero come capo di stato. L’ex pediatra era la testa ufficiale di un governo che perpetrò lo sterminio di circa 800.000 persone.

Lungi dal cercare di fermare questo bagno di sangue, secondo Human Rights Watch Sindikubwabo andò nella città ruandese di Cayahinda il 20 aprile1994 per “ringraziare e incoraggiare” i militanti a eseguire il genocidio, e per “promettere che avrebbe inviato soldati per aiutare la popolazione locale a portare a termine l’uccisione dei Tutsi che erano barricati in una chiesa locale. Sindikubwabo fuggì nel confinante Zaire dopo che le forze dell’attuale presidente ruandese Paul Kagame invasero il paese nel corso degli ultimi giorni del genocidio. Morì in esilio nel 1998.

Than Shwe (Myanmar, 1992-2011)

Than Shwe. Wikipedia 
Than Shwe guidava la giunta militare che governava Myanmar (Burma) ed è stato criticato e sanzionato dai paesi occidentali per abusi contro i diritti umani. Sembra che sotto il suo governo siano state mandate in “zone satellite” e in “campi di lavoro” fino a un milione di persone. Nel Paese non esisteva praticamente libertà di parola ed “[era] illegale possedere un computer o un fax, e chiunque parlava con un giornalista straniero rischiava la tortura o la prigione”, scrisse il Guardian nel 2007.

Anche se Shwe ha ceduto il potere nel 2011, secondo The Wall Street Journal “esercita ancora un gran controllo da dietro le quinte”. Più recentemente, ha offerto sostegno alla sua nemica di un tempo, Aung San Suu Kyi, come “futura leader” di Myanmar — anche se durante la sua guida, la capa dell’opposizione e vincitrice del Premio Nobel era agli arresti domiciliari.

Isaias Afwerki (Eritrea, 1991-presente)

Isaias Afwerki. Wikipedia
 
L’Eritrea ha conquistato la sua indipendenza dall’Etiopia nel 1991 in parte grazie alla guida del presidente Isaias Afwerki nella lotta armata contro il brutale regime comunista etiope, che lui contribuì a rovesciare. Nel corso dei successivi 25 anni, Afwerki realizzò una delle dittature più atroci. Il governo Afwerki mantiene una rete di brutali campi di prigionia segreti e obbliga con la forza i cittadini eritrei a un servizio militare a tempo indeterminato. L’oppressione interna eritrea ha portato alla fuga di oltre 380.000 persone su una popolazione di meno di 7 milioni — nonostante l’assenza di un attivo conflitto armato nel paese.

La politica estera di Afwerki è stata altrettanto problematica. Nel 1998 una disputa con l’Etiopia circa la demarcazione del confine è esplosa velocemente nell’ultima vera e propria guerra tra stati del XX secolo, e Afwerki è stato parzialmente colpevole per non essere riuscito a disarmare un conflitto in cui si stima ci siano state 100.000 vittime. L’Eritrea è anche sotto regime di sanzioni da parte dell’ONU per il suo presunto sostegno ai militanti di Al Shabaab che combattono contro l’esercito in Somalia.

Yahya Jammeh (Gambia, 1996-presente)

Yahya Jammeh
 
Presidente del Gambia dal 1996, ha costruito uno degli stati più oppressivi sulla terra.
Jammeh è ricorso ad arresti e torture arbitrari quale metodo di controllo preferito e ha minacciato di tagliare personalmente la gola agli omossessuali del suo paese, da cui i gambiani stanno fuggendo in massa. A dispetto di una popolazione di solo 1,8 milioni di persone, il Gambia è tra i 10 paesi di origine più comuni dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo verso l’Europa.