lunedì 28 novembre 2016

Navarro-Valls «A Cuba il Natale era a giugno. Il Papa lo convinse e Fidel Castro lo rispostò»

Corriere della sera

di Luigi Accattoli

Da Giovanni Paolo accettò in dono un piccolo crocifisso. È stato un dittatore ma, come disse il Pontefice del Che, voleva servire i poveri in buona fede

Giovanni Paolo II e Fidel Castro all’Avana nel 1998 (Ap)
Giovanni Paolo II e Fidel Castro all’Avana nel 1998 (Ap)

«Il momento più cordiale fu quello dell’incontro del Papa con la famiglia Castro, il 23 gennaio che era il secondo giorno della visita. “Mio fratello Raúl” diceva Fidel e poi “mia sorella Augustina che vorrebbe abbracciarla come si fa a Roma”. “Facciamolo” dice il Papa e l’abbraccia e lei scoppia in lacrime»: così Joaquín Navarro-Valls inizia il suo raccolto sulla visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio del 1998, per la quale svolse un ruolo diplomatico oltre che di portavoce.

Dell’incontro a due Papa-Fidel lei seppe qualcosa?
«Giovanni Paolo II era molto riservato sui colloqui personali. Mi raccontò soltanto che alla fine del colloquio mise la mano in tasca, ne trasse un piccolo crocifisso e glielo diede come un dono personale. Mi disse che Fidel l’aveva accettato».

Quel Castro colloquiale che presenta la famiglia al Papa era una scoperta per il Vaticano?
«Era una scoperta. Da lontano c’era freddezza e difficoltà di intesa su tutto, da vicino ci fu subito calore ma il grosso delle difficoltà era destinato a restare. Avevo già avuto due colloqui con Fidel ed ero preparato a sentirlo dire al Papa, durante l’assalto dei fotografi, al Palacio de la Revolucion: “Ci dovrebbero pagare per questa posa e non ci pagano nulla” e il Santo Padre che gli rispondeva: “È un vero peccato”».

Quante volte ha incontrato il líder máximo?
«Tre volte: tre mesi prima della visita, alla vigilia della stessa e all’incirca otto mesi dopo. Quando andai a preparare la visita fui accolto con finezza e trattenuto a cena e a colloquio per oltre sei ore fino alle due di notte. “Io non fumo più — mi disse — ma permetta che le offra in dono questi sigari Avana”».

Com’era Castro a tavola? «Molto sobrio, erano soprattutto gli ottimi frutti di Cuba che mangiavamo, ma non mancò un finissimo vino spagnolo in omaggio alla mia nazionalità: un rosso Vega Sicilia. Mi colpì la sua grande curiosità: mi chiese se pensavo possibili forme di vita simili alla nostra al di fuori del sistema solare, per esempio. A Benedetto XVI durante il colloquio che ebbero in occasione della visita del marzo del 2012 chiese dei libri e il Papa gliene mandò cinque da Roma, tra i quali tre suoi: Introduzione al cristianesimo e i primi due volumi su Gesù».

Che questioni trattaste nell’incontro che ebbe carattere preparatorio della visita papale? «Si parlò di tutto. Come la gente poteva raggiungere i luoghi delle celebrazioni, la copertura televisiva degli eventi, il visto per preti e religiosi stranieri che erano in lista d’attesa per entrare a Cuba. “Quanti dovrebbero essere?” chiese di colpo. Io non ero preparato e dissi: “La metà della lista”. Rapidamente si ebbero quei visti che erano forse più di cinquanta».

Che altro ottenne il Papa? «Il rilascio di un certo numero di detenuti, il ristabilimento della festa del Natale, qualche migliore accoglienza di richieste per edifici e pubblicazioni ma non molto di più. Il Natale era stato spostato a giugno perché non intralciasse la zafra, cioè il taglio della canna da zucchero e fu riportato al 25 dicembre: è forse il risultato più significativo. In occasione dell’ultimo incontro mi espresse la sua ammirazione: “Voi che gli state vicino dovete avere cura di quest’uomo” mi disse».

Come lo vede, ora che è nella storia?
«Il giudizio politico è controverso. In uno dei colloqui mi aveva detto che la sua rivoluzione non aveva versato neanche una goccia di sangue di un prete: e se la paragoniamo, quella rivoluzione, a quella messicana o a quella spagnola, questo fatto gli va riconosciuto. Ma certo è stato un dittatore che ha usato anche la pena di morte per la sua rivoluzione. Non ha colto la novità portata da Gorbaciov e neanche l’opportunità che gli offriva la visita papale. Ma faccio mia, in conclusione, una frase che Giovanni Paolo II disse una volta su Che Guevara: “Io sono convinto che egli volesse servire i poveri in buona fede”».