lunedì 28 novembre 2016

L’incendio del 1997: “Fiamme e paura nella notte, brucia il Duomo di Torino”

La Stampa
vittorio sabadin

Si salvò la Sindone. La redazione si riempì come in pieno giorno



Nella redazione de «La Stampa» di via Marenco la notte tra l’11 e il 12 aprile del 1997 era cominciata come tante altre: alle 23 si era chiusa la prima edizione del giornale, e a fare «la lunga» fino all’1,30 era rimasto il solito sparuto drappello di redattori, guidati dal caporedattore Gianpaolo Boetti. Il rituale di quelle serate era sempre lo stesso: si andava a mangiare qualcosa alla mensa, si tornava alle scrivanie per controllare le prime copie appena arrivate dalla rotativa, si scorrevano le agenzie per vedere se c’era qualche notizia nuova da mettere in pagina nelle edizioni successive. 

Ma la notizia più importante di tutte quella sera non arrivò dalle agenzie. Verso mezzanotte i centralinisti, che avevano la loro postazione al quinto piano, avevano notato dei bagliori rossastri levarsi dal centro della città e avevano avvisato Boetti. Quasi nello stesso momento, i reporter di lunga in Cronaca avevano saputo che si vedevano fiamme uscire dalla cupola del Guarini nel Duomo e che altre fiamme si levavano dal contiguo Palazzo Reale. 

La redazione de «La Stampa» ha sempre avuto una meritevole caratteristica, quella di muoversi rapidamente nei momenti di emergenza: in pochi minuti, sei cronisti (Conti, Favro, Minucci, Poletto, Querio e Sartorelli) erano stati inviati sul posto, mentre Boetti chiamava a casa i giornalisti che in redazione avrebbero dovuto rifare il giornale.

Ne arrivarono molti di più, mettendosi a disposizione come sempre accade quando c’è un evento che finirà nei libri di storia. In pochi minuti organizzammo due squadre, una che si occupasse di risistemare nelle pagine interne tutti gli articoli che ora dovevano fare posto a quelli sull’incendio e un’altra che si occupasse delle nuove pagine. 

Per la lunga tradizione de «La Stampa» e per il suo stretto legame con la città, avevamo il dovere di essere i migliori, il giorno dopo in edicola. Ci voleva un articolo di fondo che riflettesse lo sgomento e l’incredulità per quell’improvvisa tragedia che colpiva uno dei simboli più cari alla città, l’edificio che custodiva la Sindone. Lo chiesi a Giovanni Trovati, storico cronista, poi capo della Redazione romana e impareggiabile vicedirettore per molti anni.

Anche lui venne subito in redazione: era uscito così in fretta che aveva solo indossato una giacca e un paio di pantaloni sopra il pigiama. Poi telefonò Flavio Corazza, l’attuale caporedattore centrale. Era in via Po, aveva visto le fiamme ed era andato subito al Duomo, incontrando l’arcivescovo Giovanni Saldarini sulla soglia. Scrisse un pezzo memorabile, descrivendo la disperazione dell’alto prelato per quello che stava vedendo. 

Poco prima delle 2, le pagine erano a posto, gli articoli impaginati, i titoli fatti. Solo in terza pagina c’era un grande buco bianco: mancava una foto che sintetizzasse quel dramma. I fotografi del giornale stavano arrivando, ma il tempo passava e dalla rotativa sollecitavano le pagine. Aspettammo qualche minuto, facendo la cosa giusta: Ugo Liprandi (che proprio il giorno prima aveva ricevuto la prima macchina digitale) ci portò un’immagine straordinaria, a colori, quella del pompiere Mario Trematore che, con il volto stravolto, porta in salvo sulle spalle la teca della Sindone appena strappata alle fiamme e al crollo della cappella.

Il giorno dopo, la foto ci fu richiesta dai giornali di mezzo mondo e Trematore divenne l’eroe di quella drammatica notte.